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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Salvini e la presa di Roma
post pubblicato in POLITICA, il 2 marzo 2015


Quella della nuova lega di Salvini di ieri volevaessere una “marciasu Roma” per rimarcare il nuovo corso “nazionalista” leghista; l’obiettivoè quello di aiutare i vari gruppi “noi con Salvini” nati al centro sud adecollare, dimostrando che la lega non è più indipendentista padanista ma che,viceversa, ritiene che “l’unità italiana” sia fondamentale. Nel suo discorso,Salvini, ha sostenere il nuovo corso “nazionalista” basandosi su una politicatutta di destra, anzi, della destra estremista, fascista; non a caso Casa Pound– che era presente alla manifestazione con cartelli con la foto di Mussolini ealtri con la croce celtica (svastica) - lo sostiene incondizionatamentesostenendo che il programma di Salvini non si sposta di una virgola dal loro.Oltre Casa Pound era presente anche la Meloni, presidente di Fratelli d’Italia– altra formazione di estrema destra -, anche lei in sintonia con la “nuovalega nazionalista”.

Dunque, il risultato dellamarcia su Roma è lo spostamento della lega verso l’estrema destra italiana? Probabile.Visto che l’obiettivo di Salvini è quello di diventare il nuovo leader didestra all’opposizione a Renzi senza però il peso ingombrante del leader diForza Italia – tra l’altro, sembra che Forza Italia si stia avviando allosfascio – e anche dei centristi di Alfano impegnati a governare con Renzi.

Quante probabilità ci sonoche nasca una formazione politica tra Lega, Casa Pound e Fratelli d’Italia?

Quello che tiene insieme itre è un forte sentimento xenofobo nei confronti degli immigrati senzadistinzione di nazionalità e credo, un anti europeismo basato sulla perdita diidentità nazionale e un forte sentimento populista nell’affrontare i graviproblemi che attanagliano gli italiani: disoccupazione, pensioni, lavoro etasse. Ma quello che fa da catalizzatore è la necessità di trovare un leaderriconosciuto non solo a livello nazionale ma anche internazionale; si veda illegame con il movimento di MarineLe Pen - che comunque rifiuta il federalismo a favore di una concezionedura e centralista dello stato - e altri gruppi dell’estrema destra europea -,comunque europeo, che porti avanti le istanze del programma della destraestrema. E Salvini sembra essere quello giusto dato che rifiuta a prioriqualsiasi legame con il riformismo italiano di qualsiasi tipo.

Maquesto basta a legare indissolubilmente i tre? Basta un programma politico condivisosenza la condivisione dei principi ideologici? O c’è anche quello? Casa Poundnon è semplicemente nazionalista, anzi, è innanzi tutto fascista, ovvero, è perla dittatura, pertanto, se ci fosse anche un legame ideologico tra i tre,sicuramente la lega, al di la delle belle parole sul sociale, tenderà a imporreuna dittatura. In tal senso basti vedere come si sono presentati i militanti diC.P. alla manifestazioni; inquadrati in formazione militare.

Perconcludere, la lega non è semplicemente andata alla deriva a destra, ma hafatto un salto di “qualità” scegliendo la destra fascista. Potrebbe essereanche una scelta elettorale, ovvero, allearsi solo per aumentare il consensotogliendo voti al centrodestra; in modo particolare al centro sud. Ma se cosìfosse, la coalizione non durerebbe molto.

Berlusconi a servizi sociali: una pena che fa pena.
post pubblicato in POLITICA, il 17 aprile 2014


Alla fine, il signor Berlusconi ce la fatta nella sua lotta per evitare la condanna. Non che sia stata cancellata, ma un povero diavolo, per evasione fiscale, sarebbe finito in galera. Invece Berlusconi, dopo essere stato condannato, e dopo i brindisi di molti per la condanna scambiata per vittoria, se ne torna praticamente libero di fare politica; certo, ci sono delle restrizioni, nessuno lo nega, ma, di fronte al can can mediatico intorno al suo caso, anzi, ai suoi casi, la pena inflittagli è poca cosa rispetto a ciò che ci si sarebbe aspettato dopo una condanna di quattro anni (di cui tre indultati) e l’interdizione dai pubblici uffici. È poca cosa l’affido ai servizi sociali e il divieto di uscire dalla Lombardia per il periodo quando gli è concesso di prestare servizio solo 4 ore a settimana in un ricovero per anziani e di recarsi a Roma tre giorni a settimana per i suoi impegni politici. Le uniche restrizioni, di fatto sono di: restare a casa dalle 11 di sera alle 6 del mattino e per qualsiasi altro spostamento presentare specifica richiesta al giudice Crosti. Dovrà anche stare attento a non offendere i giudici che, in quel caso, potrebbero annullare il provvedimento emetterlo ai domiciliari.

Dunque, da quanto si può capire, sembra ci sia un accordo preventivo riguardo all’applicazione della condanna. Accordo che riguarda non tanto il reato ma il rispetto che il condannato deve portare ai giudici.

Adesso, che si debba portare rispetto all’autorità giudiziaria può anche star bene, ma che questo rispetto sia il presupposto per la pena da scontare no, nel modo più assoluto. I giudici dovrebbero condannare in base al reato; ciò significa che, essendo l’offesa a un pubblico ufficiale un reato,avrebbero dovuto processarlo anche per quel reato e non usarlo come mediazione tra i giudici e il condannato.

Ma quello che maggiormente conta in tutta la faccenda, è cheal signor Berlusconi ciò che importa è il risvolto mediatico degli eventi e,stiamo pur certi, saprà anche in questo caso sfruttare la sua nuova posizione a fini propagandistici per le elezioni europee perché ciò che conta è il consenso popolare.


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Berlusconi e il nazismo italiano.
post pubblicato in NOTIZIE, il 7 novembre 2013



"I miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo davvero tutti addosso". Così Berlusconi risponde alla domanda se sia vero che i figli gli hanno chiesto di vendere e di andare via . Le dichiarazioni del Cavaliere sono contenute nel libro di Bruno Vespa .
Il cavaliere si difende affermando la sua amicizia col popolo ebraico e che la frase è stata estrapolata, a fine strumentale, da un discorso più ampio.

Purtroppo, per lui, che la frase sia o no estrapolata non cambia il significato. Non lo cambia perché la storia degli ebrei durante il nazismo è tutt'altro che la storia della famiglia Berlusconi e facendo il paragone la si sminuisce. Si sminuisce la portata drammatica di quel periodo. Ma non solo. Si sminuisce anche il significato intrinseco al dramma: l'eliminazione totale e metodica di un popolo.

Cosa centra la famiglia Berlusconi e le sue vicende con quel dramma? assolutamente nulla! 
E allora perché paragonarsi agli ebrei? A un popolo spogliato di tutto, degli averi materiali, della dignità sia di individui che di popolo e della vita?
Non risulta da nessuna parte che Berlusconi, e la sua famiglia, abbia subito un trattamento del genere, semplicemente, è stato condannato per fatti realmente commessi. 

Fare certi paragoni è oltremodo offensivo non solo per gli ebrei ma anche per quanti credono nello stato di diritto poiché è come affermare che l'Italia, dove esiste lo stato di diritto, in realtà sia uno stato nazista.

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permalink | inviato da vfte il 7/11/2013 alle 17:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La resa di Berlusconi
post pubblicato in COMMENTI, il 5 ottobre 2013


Berlusconi si è arreso! L'istrione, nello stremo tentativo di mantenere unito il SUO movimento che, a quanto pare, di fronte alla necessità di governare, un nutrito gruppo di parlamentari e i cinque ministri in carica hanno messo in secondo piano i suoi problemi personali, ha scelto la strada del compromesso senza paletti precludendosi la strada dei ricatti.
Un fatto mai accaduto fin'ora nelle file berlusconiane. Che un gruppo di eletti, tra cui il delfino Alfano, si ribelli al punto di uscire dal Pdl, ora Forza Italia, per formare una nuova formazione politica, non era mai successo. Pertanto, questo è un fatto storico per l'Italia democratica perché dimostra, senza ombra di dubbio, che il movimento politico privato guidato unicamente dal suo fondatore, anche se dopo vent'anni, non sa da fare; considerato anche che a non volerlo sono proprio i suoi sostenitori. 
Il rifiuto dei dissidenti pdellini di anteporre gli interessi privati a quelli sociali è sicuramente un passo avanti da parte del centro destra verso il centro lasciando ai margini la destra; e non solo quella del Pdl ma anche, cosa più importante, quella storica.

Questo non significa, e sarebbe un'utopia illudersi, che il governo incomincerà ad affrontare i problemi reali degli italiani in modo diretto mettendo mano a quelle riforme necessarie per rendere la democrazia più partecipativa in ogni settore, da quello politico a quello economico. Il governo Letta, anche se più forte, rimane sempre un governo di larghe intese, ovvero, un governo che dovrà mediare le riforme con tutte le idee presenti nel governo e quelle dei partiti che lo sostengono all'esterno. Da un governo siffatto non si può pretendere riforme ad hoc unilaterali che, comunque, significherebbe cadere dalla padella nella brace. Pertanto, quello che interessa dalla resa di Berlusconi è la possibilità di frenare la deriva populista della destra berlusconiana e dello stesso Berlusconi, in certi casi anche totalitaria, che ha portato l'Italia sull'orlo del disastro socioeconomico con la sua politica liberista.

Per concludere, la situazione che si è creata dovrebbe servire, non solo a ridimensionare Berlusconi e la destra, ma anche a ridare credibilità alla politica in un paese ormai dilaniato da forze contrapposte che, in un modo o nell'altro, si sentono autorizzate a porsi come unico rimedio ai mali del paese.


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permalink | inviato da vfte il 5/10/2013 alle 10:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La convenzione per le riforme, a cosa serve?
post pubblicato in POLITICA, il 5 maggio 2013


Oltre al rischio Imu, per il governo Letta c'è un altro scoglio ancor più insidioso, quello della convenzione per le riforme. L'organismo che dovrebbe fare da collante delle diverse realtà del paese per una riforma delle istituzioni condivisa, in realtà si sta dimostrando uno strumento di lotta tra partiti per il suo controllo. Controllo che permetterebbe di riformare lo stato senza quella condivisione necessaria per avere una base istituzionale da cui ogni maggioranza di governo trarrebbe le idee per ogni riforma e legge successiva.
Lo scoglio riguarda la sua composizione ma, ancor più, la presidenza della stessa. 

La convenzione era stata proposta dai dieci saggi preposti da Napolitano per stilare una serie di indicazioni per uscire sia dalla crisi economica che dallo stallo politico in cui si trova attualmente l'Italia. Questa convenzione, secondo le intenzione dei dieci, avrebbe il compito di sviluppare le leggi - che poi saranno discusse in parlamento -  che andrebbero a modificare le istituzioni; insomma, una costituente sulla scia di quella che scrisse l'attuale costituzione ed era formata da tutte le forze politiche che contribuirono alla lotta al nazifascismo.
Date le premesse, perché allora si accapigliano per il suo controllo? 
Dato che tutti vogliono il cambiamento delle istituzioni o parte di esse, il problema sta nel come e cosa si modifica.
La premessa che tutti fanno è di adeguarle al nuovo corso mondiale per renderle più snelle e funzionali nel risolvere i problemi moderni. Ma già qui incominciano le diversità tra i vari attori in campo a causa della diversa visione che ognuno ha sia della società che del come risolvere i problemi socio/politico/economico. 
Diversità che, per forza di cose, si manifestano proprio sui cambiamenti da apportare al di la delle buone o cattive intenzioni.
Ognuno vorrebbe le modifiche che rispecchino meglio la sua visione e che soddisfi i propri elettori. Nessuno sembra interessato a trovare una soluzione condivisa sulle riforme. 
Ce n'è uno che però sembra il più interessato a controllare il meccanismo: Berlusconi. Talmente interessato che si è autocandidato alla presidenza della convenzione. Nelle sue esternazioni c'è anche la preoccupazione di perdere consensi dato che, con la fiducia al governo Letta, sembra sia sceso di due punti. 
Ma il problema è più profondo: riguarda il controllo stesso delle riforme poiché è da esse che uscirà l'Italia del futuro. 
Pertanto, controllare la convenzione diventa di vitale importanza per dare all'Italia l'assetto che si desidera abbia per poter poi organizzare lo stato e fare le leggi conformi alla propria visione della società.
Questo è naturale e vale per tutti.
C'è una cosa che, però, non quadra: se ognuno pensa di fare da se le riforme, a che pro istituire una commissione che si sta dimostrando uno scoglio su cui il rischio che il governo naufraghi e reale?
Se la convenzione viene istituita per trovare un accordo tra le parti che le soddisfi trasversalmente, è ovvio presupporre debba essere composta, come minimo, da tutte le componenti culturali presenti in parlamento. Ma sarebbe ancor più opportuno che siano rappresentate tutte le componenti ideologiche, religiose e di altra natura presenti nella società visto che la struttura politica, sociale ed economica di uno stato interessa tutti.
Sembra però che così non è, che questa struttura sia l'ennesimo gioco nelle mani di ragazzini viziosi abituati a possedere invece che condividere. Un gioco che, invece di essere un mezzo, diventa ai loro occhi il fine della loro cupidigia.

L'organismo preposto alle riforme, come previsto dalla costituzione, è il parlamento, basterebbe farle li. Ma anche questo è impossibile data la natura della maggioranza che, in fondo è identica a quella che sosteneva il governo Monti e che non era riuscita a modificare la legge elettorale.
A questo punto, vien da pensare che l'Italia stia perdendo tempo prezioso riguardo ai provvedimenti importanti che riguardano la vita dei cittadini: ripresa economica, lavoro e tasse! L'unica riforma dovrebbe essere la legge elettorale fatta in parlamento senza tanti fronzoli.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 5/5/2013 alle 9:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Berlusconi e il governo di larghe intese
post pubblicato in POLITICA, il 3 maggio 2013


Quella dell'Italia attuale è una situazione di estremo disagio a causa della crisi internazionale che ha portato a provvedimenti pesanti per le famiglie e l'industria in generale, in modo particolare la piccola e media industria.
Una situazione che dovrebbe far riflettere i nostri politici non solo in merito ai risparmi ma anche in merito a una revisione totale dello stato. Revisione che dovrebbe comportare un approccio diverso nei confronti dei problemi da parte del parlamento. 
Invece, purtroppo, c'è una persona che sta tentando di sfruttare la situazione a proprio vantaggio personale in tutti i sensi. Persona che, già durante la riunione delle camere per la fiducia, non ha avuto nessun indugio a ricattare il governo nuovo governo sul problema Imu.
Ma allora c'è da chiedersi: a quale scopo un governo di larghe intese?
Sin dal dopo elezioni, Berlusconi ha proposto il governo di larghe intese. Ora che il governo fatto da Letta lo è a tutti gli effetti, Berlusconi non perde tempo a sottolineare che non può sostenere un governo che non tiene conto delle sue promesse fatte durante la campagna elettorale. In modo particolare l'annullamento dell'Imu per la prima casa e il rimborso di quello pagato nel 2012; cosa che si scontra con la promessa fatta dal PD di rivederla annullandola solo al di sotto delle 500€.
Pertanto, se il governo di larghe intese è formato da parlamentari provenienti da diversi partiti e tecnici provenienti da diversa formazione, è sicuramente fuori luogo l'affermazione di Berlusconi che, tra l'altro, ha tutto l'aspetto del ricatto.
Ma quello che più lascia perplessi è l'approccio al governo di larghe intese quando afferma: ''Non potremmo veramente far parte di un governo, o anche soltanto sostenere dall'esterno un governo che non tenesse fede alla parola che noi abbiamo dato. In termini semplici perderemmo completamente la faccia e non credo che sia assolutamente il caso'' perché, anche se si riferiva all'Imu, non lascia dubbi sul fatto che il governo deve tener conto delle sue promesse infischiandosene di quelle degli altri partiti presenti nel governo.
Questo significa che il governo deve attenersi al suo programma elettorale, che deve sostenere le aspettative del centro destra.
Dunque, Berlusconi pretende di essere il punto di riferimento per le riforme da fare. A questo signore non passa neanche per la testa che se siamo arrivati al governo di larghe intese è proprio per la mancanza di dialogo costruttivo tra le diverse componenti presenti in parlamento. 
Bersani, che aveva l'incarico precedente, ha fallito proprio per questo motivo. La sua affermazione "mai con Berlusconi" nasce proprio dalla coscienza che un governo simile avrebbe comportato per il PD la perdita dell'identità programmatica e, di conseguenza, l'impossibilità di mantenere le promesse. Ora, considerando che, comunque, il governo, nelle sue componenti politiche, è a maggioranza centrosinistra, non si capisce come possa Letta accettare il ricatto di Berlusconi.
Inoltre, è assurdo, nell'attuale situazione, mettere al primo posto gli interessi di partito - che è un comportamento da prima repubblica - rischiando il fallimento di Letta e il ritorno alle urne dopo che i mercati, l'UE e, comunque, la comunità internazionale, vedono in modo favorevole ciò che si sta facendo. 
Il rifiuto di Berlusconi, se ci sarà, sull'Imu, significherà che ogni riforma proposta dal governo dovrà avere, innanzi tutto, il beneplacito del Pdl e dello stesso Berlusconi, che non ci sarà nessun dibattito reale ma solo apparente alle camere perché, comunque, la decisione finale spetterà solo a lui.
Questo, ovviamente, non significa che non si faranno leggi perché in parlamento sono presenti altre formazioni che potrebbero fare comunque la maggioranza su specifiche leggi non condivise dal Pdl. Ma questo ci riporterebbe al punto di partenza perché avremmo un governo senza una maggioranza reale che vivrà alla giornata. 
Sarà un governo che vive alla giornata e che potrà cadere in ogni momento. Questo significherà la perdita di fiducia dei partner internazionali e dei mercati e conseguente fuga degli investitori sia nazionali che internazionali.
Significherà anche sia vanificare i sacrifici che abbiamo fatto fino ad oggi che affrontarne altri ancor più pesanti.

E tutto perché qualcuno non vuole cambiare le cose o qualcun altro vuole cambiare da capo indiscusso.


  


  
Bersani e Berlusconi si incontrano, ma a cosa serve?
post pubblicato in POLITICA, il 9 aprile 2013


Corriere     Fanpage 
Bersani si è deciso ad incontrare Berlusconi per decidere il metodo per eleggere il nuovo capo dello stato. Che questa sia una notizia buona o cattiva dipende da ciò che decideranno di fare. 
E' probabile che comunque parlino anche di un possibile accordo per formare il governo. Dice Berlusconi: finalmente Bersani si è reso disponibile a un incontro e la posizione del Pdl la conoscono tutti: dare un governo stabile al paese per fare provvedimenti per rilanciare l'economia. Di contro però, Bersani in merito dice: Che non ci vengano a proporre dei governissimi. Se c'è qualche  altra fantasia, ce la dicano. Ma chi può credere che con Brunetta si possa fare un  governo e riusciamo a imbroccare qualcosa?

Dunque, da una parte Berlusconi che, a quanto sembra, spera che dall'incontro esca un accordo di governo, quale?, dall'altra, Bersani, in merito al governo rimane fermo sul suo rifiuto di una governo di larghe intese. Pertanto, sembra che questo incontro, dato le premesse, sia destinato a finire in un nulla di fatto; nessun accordo ne sul presidente ne sul governo. D'altra parte, le posizioni sono talmente distanti che è ragionevole presupporlo.

Intanto, i due B hanno indetto due manifestazioni - PD a Roma e Pdl a Bari - di piazza sabato 13. A che scopo se l'incontro, a quanto sembra, sarà tra giovedì e venerdì? Non certo per mostrare i muscoli nell'attesa dell'incontro; va beh che Berlusconi è, da sempre, abituato a crogiolarsi nei bagni di folla: basti pensare che le sue creature le ha create anche in piazza. Ma Bersani? Dopo aver tenuto un profilo basso durante tutta la campagna elettorale e aver criticato e condannato questo modo di fare, sembra strano che adesso cerchi di diventare a sua volta  un capo popolo e magari tirar fuori dal cappello, invece del coniglio, la soluzione perfetta.

Vien da pensare che anche Bersani, a questo punto, stia pensando alla campagna elettorale. Il fatto che per lui l'incontro deve "servire solo a decidere il metodo per l'elezione del capo dello stato" - capo di stato che avrà il potere di sciogliere le camere -, fa pensare che abbia messo da parte la possibilità di fare un governo di minoranza considerato che rimane dell'avviso che un governo di larghe intese col Pdl sarebbe controproducente.  
Ma se pensa alle elezioni, non sarebbe meglio dirlo chiaramente? Anche perché dovrebbe essere chiaro a tutti che il M5S preferisce l'attuale situazione di stallo alle elezioni per evidenti interessi politici - Grillo spera nella perdita di consensi da parte del PD - e visto il rifiuto secco e continuo a un sostegno al Pd, Bersani ha tutto l'interesse a sostenere la tesi delle elezioni al più presto. 
Pertanto, trovare un compromesso sul capo dello stato sarebbe il male peggiore visto l'importanza di risolvere l'attuale crisi politica. 
Sarebbe un grave errore da parte di Bersani lasciarsi influenzare dalla possibilità che il M5S riesca a riottenere un risultato importante - sono troppi i dissensi, sia al suo interno che da parte degli iscritti ed elettori che ogni giorno criticano la sua politica - perché così facendo non fa altro che creare altro scontento che è pane per Grillo. 
Che l'attuale situazione sia determinata dalla quasi parità di consensi dei tre maggiori partiti - e non dai tentativi di creare un governo da parte del PD - dovrebbe essere chiaro, che si cerchi di sfruttare questa situazione per proporsi come portatore di cambiamenti epocali molto meno dato che fino ad ieri era d'obbligo il compromesso. 
In una democrazia che si rispetti, si ritorna alle elezioni una volta capito l'impossibilità di fare il governo. Basterebbe modificare momentaneamente, cioè, eliminare il premio di maggioranza e  inserire la possibilità del ballottaggio solo per queste elezioni, l'attuale legge elettorale di modo che il partito o la coalizione vincente possa almeno incominciare a governare.

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I dieci saggi di Napolitano: a cosa servono?
post pubblicato in POLITICA, il 1 aprile 2013


Napolitano, dopo aver constatato l'impossibilità di dare l'incarico a uno dei tre maggiori partiti per formare il governo, ha deciso di formare due gruppi di lavoro programmatico che dovrebbero stilare il piano di lavoro del nuovo governo - se si farà. Oltre a ciò, ha ribadito che il governo Monti è sempre in carica e che può legiferare in merito a problemi urgenti. 
Tutto ciò è risaputo; per legge, il governo dimissionario rimane in carica fino alla costituzione del nuovo governo eletto dal parlamento uscito dalle elezioni. 
La novità sono i gruppi di lavoro programmatico formati da "saggi". 
A cosa servono?
Se consideriamo che il piano di Bersani, improntato su proposte di cambiamento che avrebbero dovuto interessare anche il M5S, proposto alle altre formazioni è stato bocciato - il M5S per non disattendere la sua promessa di non fare accordi con i partiti politici, il Pdl perché più interessato a un governo "di larghe intese" - non si capisce cosa possano fare queste due gruppi di lavoro programmatico formato da "saggi". 
In teoria dovrebbero trovare una sintesi tra le tre posizioni e proporle al parlamento per una rettifica e, se accettata, lasciare il campo alla formazione del nuovo governo. Ma chi sarà preposto a formarlo? Il partito di maggioranza relativa o altro?

A parte che tutti e tre i partiti in campo, pur accettando il prolungamento del mandato al governo Monti, sono molto dubbiosi sui "saggi", il problema rimane comunque l'impossibilità che i tre accettino, non solo il programma dei "saggi", ma anche la persona, o partito o movimento, preposta a formare il governo sull'unico presupposto del programma stilato dai "saggi". Non va dimenticato che il M5S non vuole accordi con i partiti e il Pdl vuole un governo di larghe intese. Questo significa che la bocciatura di Bersani va al di la delle mere considerazioni sul programma ma include anche l'avversione sia al governo dei partiti (M5S) sia ad un governo di minoranza (Pdl).
Inoltre, il M5S si è proposto sin dall'inizio come "pronto a governare" - il che significa la volontà di formare il governo da solo dato l'avversione verso i partiti -, cosa questa che, dato l'avversione del M5S alla vecchia politica rappresentata dai partiti, ne il Pdl ne il PD, anche se con motivazioni diverse, possono accettare. 
Di contro, il Pdl è disposto ad un governo di larghe intese a patto che non si entri in merito a determinati problemi - tipo l'illeggibilità di Berlusconi -  e si dia la presidenza della repubblica ad una persona indicata dal Pdl; un comportamento che lascerebbe al M5S tutto lo spazio possibile per un'ulteriore critica del sistema vigente dato che si basa su quegli accordi che definisce "inciuci". Proposta che Bersani, ovviamente, non ha accettato.

Pertanto, mettere d'accordo il PD, il Pdl e il M5S, che non hanno trovato un accordo attraverso i normali canali democratici e di cui due di essi non sopportano l'idea di condividere il potere con altri - non va dimenticato che la proposta del Pdl nasce con l'intromissione del M5S come interlocutore privilegiato di Bersani visto le molte similitudini dei programmo e, pertanto, è il frutto della paura di essere messo ai margini della competizione -, diventa cosa ardua perché il problema non è il programma ma l'incapacità di compromesso.
Insomma, due delle attuali formazioni politiche presenti in Italia vorrebbero modificare l'attuale assetto socio/politico/economico a senso unico. L'unica cosa che è cambiata con le elezioni è l'aggiunta di Grillo nel panteon dei possibili dittatori.

Io come Ceausescu? magari, così avrei i poteri per governare davvero.
post pubblicato in ELEZIONI 2013, il 11 febbraio 2013


Dice il premier rumeno:" un'Italia governata dal cavaliere sarebbe come la Romania governata da Ceausescu". 

Risponde il cavaliere: "io come Ceausescu? magari, così avrei i poteri per governare davvero". 

Dopo l'affermazione su Mussolini in occasione della giornata della memoria, ecco che il cavaliere torna a battere sui "maggiori poteri al premier" e lo fa dichiarando apertamente la sua preferenza, nonché condivisione, della dittatura in se; fascista o comunista poco importa perché ciò che conta è comandare senza opposizione. 

Queste affermazioni chiariscono anche il significato della sua proposta di riformare il ruolo del premier (premierato) dandogli più poteri e, di conseguenza, la possibilità di riformare la costituzione sia nella seconda parte, ruolo e organizzazione del parlamento, sia nella prima, i principi fondanti. 

In questo senso deve essere intesa anche l'affermazione di un accordo con la sinistra, rifiutata da Bersani: "Siamo assolutamente disponibili a un accordo con la sinistra ove si trovasse una posizione comune sulle modifiche costituzionali, che considero essenziali per arrivare a un Paese davvero governabile"; la dove per "modifiche costituzionali ... per arrivare a un paese davvero governabile" s'intende la possibilità di avere una maggioranza reale che dia la possibilità al vincitore di riformare a suo piacimento usando, inizialmente, il parlamento, ma solo come proforma, con l'obiettivo di esautorarlo, privarlo, cioè, della sua autorità attraverso, appunto, le riforme. 

Si potrà dire che chiunque, avendo una maggioranza reale, potrà riformare a suo piacimento. Questo è vero, ma solo Berlusconi vuole le riforme in senso "autoritario". Inoltre, si dice "fermamente convinto che vincerà sia alla Camera che al Senato".   

Un'altra cosa da tener presente sono le sue promesse elettorali; promesse che sa potrebbero essere deleterie per l'Italia, e per tutta l'Europa, data la situazione di crisi economica, ma che continua a riproporre in spregio al benessere generale e alle reali esigenze del paese. 

Inoltre, sa bene che il PD, data la sua struttura multiculturale (il PD, oggi, racchiude al suo interno diverse componenti culturali che vanno dal comunismo al socialismo, dal liberalismo al libertario, dal cattolicesimo a altre componenti religiose, e che non rifiuta altre componenti qualora accettino il principio di rispetto delle diversità),  è un partito aperto a qualsiasi componente culturale e lo statuto si basa sul presupposto paritario dei componenti e non proprietà di qualcuno, è un partito che non può in nessun modo proporre soluzioni restrittive sul piano istituzionale pena il suo disgregamento.   

Dunque, un politico italiano con chiare tendenze dittatoriali, dopo aver già fallito nei suoi propositi, sta ora ritentando la scalata al potere utilizzando le libertà democratiche con lo scopo di eliminarle. Che ci riesca o meno sta, almeno per ora, al popolo deciderlo. 

L'Imu, una tassa che non doveva neanche essere pensata.
post pubblicato in ELEZIONI 2013, il 5 febbraio 2013


L'Imu (imposta municipale propria) è da abolire? Si, certo. E chi si sognerebbe di dire no all'abolizione di una tassa? Il problema, però, sta a monte: non doveva neanche essere pensata sotto ogni possibile forma. E invece è stata pensata fin nei minimi termini nel decreto Legislativo 14 marzo 2011 (governo Berlusconi), n.23 "Disposizioni in materia  di federalismo Fiscale Municipale" pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 23 marzo 2011.

Berlusconi s'è fatto garante dell'abolizione dell'Imu qualora il Pdl vinca le elezioni. Una mossa furbescamente nobile perché l'idea dell'Imu l'ha avuta proprio il governo da lui presieduto. Non solo, il Pdl era il maggior partito della coalizione che ha sostenuto il governo Monti, pertanto poteva benissimo contrastare la legge almeno nelle due importanti modifiche apportate, cioè l'anticipo della legge al 2012 e l'inserimento della prima casa e le pertinenze della stessa. Invece, non solo non l'ha contrastata, ma l'ha anche votata. Questo significa che, per un motivo o per l'altro, gli stava bene.

Alla luce dei fatti, gli stava bene per poterla sfruttare nella propaganda elettorale- d'altra parte, come ammesso da Monti stesso, il governo Monti c'è stato proprio per fare quelle leggi che il Pdl non poteva fare dopo aver promesso a più riprese che non avrebbe mai aumentato le tasse e che, addirittura,le avrebbe diminuite. Sfruttare al meglio la sua tendenza alle promesse che sa di non poter mantenere.

In questo caso ha un vantaggio in più: anche se la legge c'era ed eraopera del suo governo - in certo qual modo, poteva anche essere accettataperché non includeva la prima casa, eccetto quelle di lusso, e poteva passareper una patrimoniale, e poi sarebbe entrata in vigore nel 2014, o forse mai -,anche se ha dato lo spunto e la possibilità al governo monti di usarla, ilfatto che sia stata fatta da un altro governo e modificata rendendola piùpesante, in particolar modo per le famiglie che di più sentono la crisi, lomette al riparo dall'accusa d'averla fatta il governo da lui presieduto, e nonè poco, specialmente per i suoi elettori abituali.

 Questo, però, non diminuisce la gravità della proposta che da più parti è stata bocciata per l'impossibilità di coprire il mancato introito e che, inoltre, ha indebolito la credibilità dell'Italia nei confronti dei mercati - ma questo, ormai, succede ad ogni sparata del cavaliere.

Ovvio che la gravità non sta nell'aver proposto l'abolizione di una tassa da tutti ritenuta iniqua perché contraria all'equilibrio creatosi con il governo Monti e da Berlusconi sostenuto, ma nel fatto di non avere un programma economico idoneo a sostenere la proposta stessa; un programma che si basa su punti generici senza esprimere ne i principi su cui si basa ne le modalità di applicazione dei punti stessi.Un programma che non indica i metodi di attuazione rimane aperto ad ogni soluzione. Il che non implica necessariamente che le leggi siano condivise dagli elettori e anche che al momento di preparare la proposta di legge non ci sia battaglia tra i componenti della coalizione. Un esempio dell'ultim'ora è il rifiuto di Maroni sul condono fiscale proposto da Berlusconi.

Per concludere, la proposta di abolire l'Imu sfrutta il desiderio reale di quanti l'anno pagata, magari con sacrifici, al solo scopo di aggiudicarsi qualche voto in più; come se parlare di tasse sia la stessa cosa dell'acquisto di un giocatore. Ma quel che è peggio è l'intenzione di usare i bisogni dei cittadini per scopi personali e egoistici. Ancor peggio sono le promesse di alleggerimento fiscale a scapito dei servizi: i soldi verrebbero da una riduzione della spesa pubblica di 80 miliardi.

 


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Gli inviti di Berlusconi al lavoro nero.
post pubblicato in ELEZIONI 2013, il 13 gennaio 2013


Nel grande marasma di affermazioni, che promettono mari e monti, della propaganda elettorale, ce n'è una che lascia perplessi e chiarisce, a chi ancora non ha capito, di quali interessi è portatore il signor Berlusconi.  

Berlusconi, mollemente adagiato sulla poltrona dello studio di porta a porta, riprende un tema che, a quanto sembra, gli è molto caro: Visto che abbiamo 4 milioni di imprese, una delle cose che si può fare immediatamente è che se assumono almeno una persona in più con un contratto a tempo indeterminato, su questa persona non dovranno pagare i contributi previdenziali, che saranno a carico dello Stato, né le tasse per 3, 4 o 5 anni; come se assumessero in nero.  

Già nel 2002, in merito ai cassaintegrati Fiat disse: I lavoratori Fiat che resteranno fuori dalle fabbriche potranno integrare il loro reddito con dei lavori non ufficiali.  

 Insomma, una vera e propria fissazione quella di invitare sia i lavoratori che gli industriali a non pagare le tasse che conferma, per l'ennesima volta, la volontà di agevolare gli interessi del solo industriale anche se, in apparenza, sembrerebbe curi anche quella dei lavoratori.  

Ma è solo apparenza perché i lavoratori, comunque, continuerebbero a percepire lo stesso salario perché sarebbe inutileper l'industriale, dare i soldi delle tasse non pagate ai lavoratori se lo scopo è quello di incentivarli ad assumere senza oneri. Il tutto si risolverebbe in un maggior guadagno per l'industriale. E poi, le assunzioni a tempo indeterminato avverranno comunque la dove c'è effettivamente bisogno - nessun industriale assumerebbe solo per avere uno sgravio fiscale sulla persona assunta perché, comunque, avrebbe uno stipendio, superiore allo sgravio, da elargire. E dato che il lavoro umano sta diminuendo anche per altri motivi oltre alla crisi - basti pensare al costante aumento e miglioramento della tecnologia sia alla produzione che alla distribuzione - la possibilità di assunzioni a tempo indeterminato rimarrebbe comunque minima.  

 

Ma, a parte questo, rimane l'assurdità di un uomo politico che cerca di legittimare il lavoro nero e, di riflesso, anche l'evasione ad esso legata. Inoltre, quel "che saranno a carico dello stato" indica che alla fine saranno sempre i lavoratori a pagare attraverso le tasse. 

Berlusconi architetto
post pubblicato in ELEZIONI 2013, il 8 gennaio 2013


Berlusconi architetto, e perché no? dirà qualcuno. Così ce lo togliamo di torno.  

In realtà, Berlusconi non cambia mestiere.  

Il titolo deriva da una delle sue affermazioni fatte durante l'intervista rilasciata a teleradiostereo 92.7.  

"Il mio primo provvedimento sarà l'avvio della riforma dell'architettura istituzionale".  

Un altro che mette in primo piano nel suo programma - sempre che ce l'abbia un programma - riforme che pur essendo importanti - sempre che siano fatte nel modo giusto - non lo saranno mai quanto la soluzione dei problemi reali della vita quotidiana.   

Affermazione fatta probabilmente per non essere da meno del suo attuale nemico: Mario Monti che ha affermato: primo atto (del mio governo) sarà riforma elettorale.  

Questa affermazione non cade però a caso nel baratro del vuoto d'idee e nel marasma del frazionamento del centro destra, ma segue la linea del suo sogno primario: aumentare i poteri del primo ministro. Difatti, Berlusconi lo "riscopre" periodicamente. Un modo come un altro per risolvere i problemi senza contradditorio. 

In una conferenza stampa del 2009berlusconi afferma: "Il premier dovrebbe avere gli stessi poteri dei colleghi europei, così come vanno ridotti i tempi per l'approvazione delle leggiLe difficoltà - ha aggiunto il Cavaliere, riferendosi anche alla situazione in Abruzzo - dipendono dalla nostra architettura istituzionale. Non voglio fare polemiche ma dobbiamo tenere conto dei tempi parlamentari per l'approvazione di una legge. Il nostro sistema istituzionale deve essere adeguato alle esigenze di un Paese moderno". 

La stesse parole dell'intervista a teleradiostereo: "Il mio primo provvedimento sarà l'avvio della riforma dell'architettura istituzionale. Oggi in Italia il primo ministro non ha poteri, i tempi di approvazione di un disegno di legge sono troppi lunghi"con l'aggiunta, "la Corte costituzionale non è più un'istituzione di garanzia ma un organismo politico della sinistra. Per questo urge una riforma costituzionale". 

A parte il fatto che esistono problemi ben più urgenti da mettere in testa all'agenda politica del governo, il problema qui è la sua ostilità al parlamento:  qui una mia precedente analisi come momento di dibattito di tutte le forze sociali ivi rappresentate. Più potere al primo ministro significa anche eliminare il ruolo dei ministri che si troverebbero a dover agire sulle disposizioni del primo ministro senza possibilità di dibattito interno. 

Cosa centri, poi, con l'ingovernabilità la corte costituzionale lo sa solo lui. E' vero che il compito della corte costituzionale è quello di decidere se una legge è costituzionale o no. D'altra parte, la corte costituzionale è stata pensata proprio come garanzia che nessuno si arroghi il diritto di fare o modificare leggi che possano inficiare la democrazia.  

Pertanto, la governabilità di un paese dipende, innanzi tutto, dalla sua capacità di avere una maggioranza coesa e dalle  

leggi che propone che devono rispettare i principi della costituzione, la corte costituzionale deve agire indipendentemente dalle scelte politiche di ogni suo  

componente. 

Accusarla di sinistra perché mette in discussioni le sue leggi a volte bocciandole come la legge sul legittimo impedimento o la legge sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali, significa che Berlusconi vorrebbe una corte costituzionale politicizzata contradicendo se stesso. 

Il balletto di Berlusconi, la fiducia dei mercati e partner europei
post pubblicato in POLITICA, il 13 dicembre 2012


Monti si dimette dopo la sfiducia al governo pronunciata da Angelino Berlusconi ma rimarrà in carica fino all'approvazione della legge di stabilità, che verrà votata entro la fine dicembre o inizio gennaio. Le prossime elezioni si terranno, presumibilmente a febbraio/marzo, uno o due mesi prima della fine naturale della legislatura che è ad aprile 

 

Cosa cambia?  

Non si può dire che uno o due mesi in meno siano determinanti al fine della credibilità dell'Italia pertanto, almeno in teoria, non dovrebbe cambiare nulla. 

Eppure tutti sono preoccupati per la credibilità dell'Italia nei confronti dei partner internazionali e dei mercati. Paura che l'Italia faccia un balzo indietro a prima del governo monti quando il governo Berlusconi perse la credibilità e i mercati, attraverso, o a causa, delle agenzie di rating, tolsero la loro fiducia con tutte le conseguenze che tutti conosciamo, mentre i partner internazionali chiedevano con forza riforme che Berlusconi non era in grado di attuare.  

Da qui la decisione di Berlusconi di dare le dimissioni a favore di un governo tecnico che potesse fare quelle riforme chieste sia dai mercati che dai partner.  

Monti entra in campo non tanto per cambiare le regole del gioco riformando lo stato per renderlo più credibile attraverso riforme atte a creare la stabilità politica e sociale che col governo Berlusconi era andata persa, ma per attuare quelle riforme legate all'economia ovvero, lavoro, pensione, amministrazione pubblica ritenute necessarie per ridare fiducia agli investitori stranieri; ovvero, portare soldi in Italia per aiutare la crescita e, di conseguenza, aumentare il Pil nel tentativo di abbassare il debito pubblico - peccato, però, che Monti abbia attuato la sua politica economica colpendo essenzialmente le categorie più esposte alla crisi (pensionati, operai, artigiani, commercianti e piccola e media industria) attraverso la modifica dell'welfare e non pretendendo che i soldi dati dalla Bce alle banche italiane venissero usati per finanziare la produzionesenza peraltro riuscire a contenere il debito che è andato sempre più aumentando. 

 

A sostenerlo una maggioranza eterogenea con diverse motivazioni.  

In primo luogo il Pdl che preferisce delegare il lavoro sporco ad altri per poi criticarne duramente la politica nella speranza di recuperare quella centralità politica nazionale e la credibilità internazionale 

In secondo luogo il Pd che, insicuro dell'esito di eventuali elezioni anticipate e comunque convinto della necessità delle riforme chieste dai partener internazionali, preferisce sostenere il governo tecnico pur sapendo che le riforme che andrà a fare si discosteranno, nella sostanza,  dalla sua linea economica. 

 

Dato quanto scritto sopra e considerando che i partener internazionali e i mercati hanno visto di buon occhio la politica montiana, non stupisce la reazione negativa di fronte all'arroganza di Berlusconi nel togliere la fiducia al governo impedendo, tra l'altro, la conversione in legge del decreto sull'accorpamento delle province che fa parte dello Spending Review.  

Ciò che cambia con le dimissioni di Monti è la fiducia fin qui recuperata. Una fiducia di cui, volenti o nolenti, bisogna tener conto se vogliamo uscire dalla crisi che, anche se creata in altro luogo, esiste. Inoltre, va tenuto conto della cosiddetta globalizzazione, ovvero la possibilità dei capitali di spostarsi liberamente dove hanno più interesse.  

 

Il comportamento di Berlusconi e la confusione in cui versa - confusione dimostrata con le affermazioni degli ultimi giorni - due per tutte: l'apertura a una possibile candidatura di Monti a premier che lo convincerebbe a ritirare la sua candidatura. Questo dopo le aspre critiche alla sua politica e il ricatto alla lega che se non si allea col pdl saltano le regioni del nord - non convince certo i partener della positività di un nuovo governo Berlusconi. Un Berlusconi antieuropeista che anche il Ppe sta cercando di scaricare cosi come i maggiori esponenti europei. 

Per concludere, se il ritorno di Berlusconi è la causa dei malumori dei mercati e dei politici europei significa anche che la sua politica e il suo comportamento pubblico e privato non è stata  positiva neanche per loro


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L’ira del cavaliere errante dopo la condanna e il possibile cambiamento di rotta del pdl.
post pubblicato in POLITICA, il 29 ottobre 2012


Berlusconi ha deciso; lascia la direzione del PDL MA NON ILLUDIAMOCI: NON E’ LA SUA FINE.
L’ira del cavaliere errante (c.e.) dopo la condanna a 4 anni di carcere - di cui tre già condonati - in fondo non è altro che la dimostrazione del fallimento del suo tentativo egemonico in Italia.
Dopo 19 anni di tentativi arroganti di egemonizzare la società italiana tutta attaccando duramente quanti si oppongono al suo credo e quanti s’ostinano a credere che la sua entrata in politica sia servita solo a mascherare le sue malefatte e dopo svariate leggi atte a metterlo al riparo da condanne nei processi intentati contro di lui, ecco che un uomo coraggioso decide il suo futuro condannandolo nel giudizio di primo grado per aver commesso un reato.
Questo signfica che la società civile sta raccogliendo i primi frutti della protesta durata anni contro la politica populista e illiberale dell’errante cavaliere che, di fronte all’evidenza dei fatti, ha dimostrato per l’ennesima volta la sua arroganza definendo la giustizia italiana, L’ITALIA STESSA E IL SUO POPOLO, BARBARA.

L’ira del c.e. oltre ad essere rivolta ai giudici, lo è anche contro l’attuale governo e al suo leader.
L’attuale premier, dopo essere stato elogiato: Il presidente del Consiglio e i suoi collaboratori hanno fatto quel che hanno potuto, cioè molto, nella situazione istituzionale, parlamentare e politica interna, e nelle condizioni europee e mondiali in cui la nostra economia e la nostra società hanno dovuto affrontare la grande crisi finanziaria da debito, viene ora descritto come colui che: ha introdotto misure che portano l'economia in una spirale recessiva spingendo oltre modo la pressione fiscale - ovviamente si riferisce a quelle misure fiscali, per altro minime, che colpiscono i redditi alti (si veda la tassa sui redditi oltre i 300mila euro) e non le misure tipo il blocco dell’adeguamento delle pensioni oltre i 1450 euro, la riforma dell’articolo 118 dello statuto dei lavoratori e i tagli all’welfare, vera causa del disagio popolare, tanto per citarne qualcuna.

Sembra chiara la confusione in cui versa il c.e.. Confusione che emerge dalle sue dichiarazioni degli ultimi giorni. Una persona che dopo essere stata messa alle strette, prima dalle critiche spietate della società civile, poi dal fallimento della sua politica anticrisi - che peraltro non riteneva grave per l’Italia - e ora dalla condanna, sembra impossibilitato a trovare l’equilibrio necessario per poter valutare la situazione in cui si trova.

Le critiche più o meno velate, più o meno chiare, interne, che denotano la volontà del popolo pidiellino di affrancarsi dalla guida verticale del partito a favore di una gestione più democratica attraverso le primarie - ciò significa che il pdl sente la necessità di adeguarsi a quegli schemi di democrazia predicati dallo stesso c.e. -, hanno contribuito a creare quel clima di confusione che lo ha spinto, prima a dare le dimissioni da leader del partito e a ritirarsi dalle primarie e, subito dopo la sentenza, a riproporsi per la paura delle conseguenze che il ritiro comportava; questo anche a causa del diminuito appoggio incondizionato alla sua persona da parte di molti esponenti del partito.

D’altra parte, l’arroganza che lo ha distinto sin dall’inizio e che lo ha portato a credere di essere indispensabile, gli impedisce ora di vedere la fine della sua leadership all’interno del partito stesso e del suo essere politico nella società italiana.
A metterlo in crisi anche Il fatto che il populismo decrepito da lui proposto e fatto passare per moderno sistema di governo democratico sia ormai rifiutato anche dai sui stessi sostenitori.  

Concludendo, la disfatta del c.e. e il possibile cambio di rotta del pdl non ci deve trarre in inganno sulla futura politica socio/economica futura del partito poiché non è tanto il partito ad essere decrepito ma il suo fondatore. Le primarie, pur essendo un sintomo di insofferenza verso un metodo di gestione verticale, non sono la prova concreta di una politica più UMANA.
Inoltre, come scrivevo nell’articolo precedente, questo non implica la sua scomparsa dalla scena politica perché nel partito rimarranno sempre vivi i principi fondanti del partito e, pertanto. anche il nostro c.e. rimarrà come simbolo di un certo modo di fare politica.

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Berlusconi ha deciso; lascia la direzione del PDL MA NON ILLUDIAMOCI: NON E’ LA SUA FINE.
post pubblicato in POLITICA, il 27 ottobre 2012


Sito pdl
In una nota, Silvio Berlusconi, ex presidente del consiglio e ora anche del pdl, dichiara di lasciare la direzione del pdl, da lui fondato sul predellino di un’automobile, in quanto: "Per amore dell’Italia si possono fare pazzie e cose sagge. Diciotto anni fa sono entrato in campo, una follia non priva di saggezza: ora preferisco fare un passo indietro per le stesse ragioni d’amore che mi spinsero a muovermi allora. Non ripresenterò la mia candidatura a Premier ma rimango a fianco dei più giovani che debbono giocare e fare gol. Ho ancora buoni muscoli e un po’ di testa, ma quel che mi spetta è dare consigli, offrire memoria, raccontare e giudicare senza intrusività.

Berlusconi dunque non si candiderà come leader alle politiche del 2013. Il pdl dovrà scegliere un altro leader e lo farà con le primarie, un metodo democratico che presuppone la rinuncia di un partito al leaderismo, cosa di cui fa pensare visto che Berlusconi di leaderismo ci vive da sempre. Secondo logica, con le sue dimissioni, ci si sarebbe aspettato la nomina di un suo successore (Alfano?). Ma così non è stato, almeno così sembra.
E’ probabile che a influire sull’accettazione delle primarie sia stata la spinta dei pidiellini che chiedevano la rottamazione della vecchia dirigenza per lasciare spazio ad una più giovane. Oppure la certezza (arrogante) che il partito abbia recepito i principi su cui si basa il partito da lui fondato anche se per questo bisognerà aspettare di sapere se saranno aperte a tutti coloro che militano nell’area moderata.

Comunque sia, chi si aspetta un cambiamento nella politica del pdl rimarrà decisamente deluso; l’ex premier si è premunito, nella sua dichiarazione, di sostenere la continuità del “nuovo” partito con il “vecchio”: saranno gli italiani che credono nell’individuo e nei suoi diritti naturali, nella libertà politica e civile di fronte allo Stato, ad aprire democraticamente una pagina nuova di una storia nuova, quella che abbiamo fatto insieme, uomini e donne, dal gennaio del 1994 ad oggi. E più oltre, parlando della sinistra scrive: La continuità con lo sforzo riformatore cominciato diciotto anni fa è in pericolo serio. Una coalizione di sinistra che vuole tornare indietro alle logiche di centralizzazione pianificatrice che hanno prodotto la montagna del debito pubblico e l’esplosione del paese corporativo e pigro che conosciamo, chiede di governare con uno stuolo di professionisti di partito educati e formati nelle vecchie ideologie egualitarie, solidariste e collettiviste del Novecento. Sta al Popolo della Libertà, al segretario Angelino Alfano, e a una generazione giovane che riproduca il miracolo del 1994, dare una seria e impegnativa battaglia per fermare questa deriva. Dunque, per il cavaliere, la base del suo pensiero, ovvero i suoi principi, sono sempre gli stessi e si possono riassumere in una sola frase: guerra spietata a tutto ciò che riguarda la cooperazione umana basata sulla solidarietà e l’uguaglianza degli individui a favore di una spietata concorrenza tra gli stessi messa a base di una società più dinamica a scapito dei più deboli, cioè, di coloro che non sono in grado di sostenere il ritmo imposto - è’ pur vero che parte del mondo della cooperazione ha disatteso le promesse, ma è altrettanto vero che la causa va ricercata nell’infiltrazione di elementi estranei e portatori proprio dei principi che Berlusconi celebra.
Berlusconi parla si di libertà dell’individuo: “nella libertà politica e civile di fronte allo Stato”, ma lo fa nell’ottica di un individualismo improntato verso l’egoismo nel rapporto verso gli altri e non come base aggregativa verso una società solidale basata, appunto, sulla cooperazione.

Che lasci e non si ripresenti come leader non può che far piacere a quanti credono in una società improntata sulla libertà individuale e al contempo solidale nei confronti di quanti non riescono ad inserirsi.
Ma Berlusconi non lascerà la politica. Ci tiene troppo a che la sua creazione sopravviva. Rimarrà pertanto nell’ombra a dirigere l’orchestra. Quell’orchestra creata nel 1993 e che da 19 anni ha guidato quelle orrende riforme che ci hanno resi sempre più succubi del cosiddetto mercato e che oggi ne stiamo pagando le conseguenze.
Questo è stato fatto alleandosi con un partito come la lega che a sua volta a preteso l’attuazione del federalismo fiscale e attuativo che ha portato alla creazione di sempre più poteri periferici con la conseguenza di creare altre forme di tasse - affiancate a quelle statali e non sostitutive -  e l’aumento delle spese di gestione. Inoltre, come ampiamente dimostrato negli ultimi anni, è stata aperta la porta ad ogni tipo di avventurieri.  
Concludendo, illudersi che le sue dimissioni da premier significhi una diversa politica da parte del pdl è l’errore più grande che l’opposizione possa fare in questo momento.
Sua Eccellenza l’Eccelso e il Quirinale
post pubblicato in POLITICA, il 26 maggio 2012


Corriere    La Repubblica
Ritorna il sorriso su sua Eminenza San Belusca, dopo la tristezza della sconfitta alle amministrative. Sconfitta che l’aveva depresso al punto di mettere il cappio alla sua creatura convinto che, ormai, non avesse più nulla da dire e fare per curare i suoi interessi privati.
Il pdl è finito, non è più il mio partito”, così aveva sentenziato sua Eminenza all’indomani dell’infausto giorno che l’ha visto crollare nel baratro della solitudine che gli aveva, appunto, provocato la depressione e spinto all’omicidio della sua creatura.
  Poi, l’illuminazione! E sia la luce!  
E nella mente del nostro ecco accendersi la proverbiale lampadina portatrice di idee nuove. Purtroppo per noi, però, l’idea dell’Eccelso non è nuova, anzi, ricalca idee d’altri. Ma questo, poco importa a sua Eminenza l’Eccelso, se l’idea serve a elevarlo a paladino della sua elevazione a capo dello stato. Eh si, perché l’idea che ha in mente dovrebbe servigli a rilanciare la sua immagine ex novo nel torbido mondo dei politici. Ed è a questo punto che l’Eccelso risuscita la sua creatura e gli ridà il posto che gli spetta; sostenitrice/serva di sua Eccellenza l’Eccelso.

Ma ormai, il popolo gregge, abituato alle sue svolte improvvise, se la ride e gira lo sguardo altrove verso nuovi orizzonti. Ma di questo, l’Eccelso non si da pena. Convinto com’è che il verbo (suo) sia ancora fautore di creazioni fantastiche capaci di illuminare la buia notte, incomincia a sviluppare il già sviluppato nella convinzione di riuscire a renderlo nuovo e brillante.
Ed è in questa convinzione che il suo sorriso ritrova tutta la fragranza nella decadenza interiore ed esteriore rinnovandola quel tanto che basta per dargli la forza di ricominciare a ...

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S-Berlù il taumaturgo.
post pubblicato in POLITICA, il 23 maggio 2012


La repubblica
Oggi, scorrendo i giornali, mi sono imbattuto nella notizia sull’ammissione di Berlusconi del fallimento del pdl. “Il pdl è finito, non è più il mio partito”, così dice berlù, quasi a esorcizzare la sconfitta stessa che, a suo dire, è stata provocata dai collaboratori incluso Angel, il figlioccio, e che, pertanto e per il momento, non hanno accesso all reggia alcova del leader.
Ma berlù non demorde, "Basta con questa struttura senza senso, con questi coordinamenti, con questi congressi. Dobbiamo imparare da Grillo e inventare un nuovo contenitore.che Solo io posso guidare!", dice “bisogna cambiare gioco e vedere cosa succede” aggiunge poi.
E giù a ipotizzare nella più totale confusione alleanze a destra, centro e sinistra nel tentativo di capire cosa fare con la nuova creatura ancor prima di sapere come sarà.

Eh si, perché non basta imparare dai grillini perché la gente li vota. Questo già l’aveva fatto - ma evidentemente se n’è scordato - lanciando il pdl nel bel mezzo della piazza dopo essersi ISSATO sul predellino della macchina - già allora inconsciamente aveva la tendenza ad imitare il comico. Non basta perché alla base del cinquestellina c’è tutto un lavoro di propaganda semi seria o, se preferite, semi comica, che la portato in giro per l’Italia a denunciare proprio le malefatte dei politici e la politica del politico leader.
Ma il Berlù, considerando l’ipotesi di alleanza col pd, non ha nessuno da condannare, a meno che non voglia ri-spolverare il vecchio marciume anticomunista e elevarlo a causa prima dei mali che ci affliggono. Ma allora sarebbe lui l’imputato! Eh si, visto che ha governato per 4 legislature dalla caduta del muro comunista, o cattocomunista che dir si voglia, senza riuscire a venirne a capo e, visto che i cittadini, nelle ultime amministrative, hanno dimostrato di votare i  fatti e non più le promesse, sarebbe una politica rètro che indignerebbe ancor più i cittadini.
Il cinquestellino è un movimento che pur essendo fondato, nella più seria tradizione, da un singolo, a però sviluppato il suo iter non sulla leadership del fondatore ma sulla spontaneità dei suoi sostenitori. Cosa impensabile per Berlù!

Tutto questo ci porta a considerare che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Il vizio di ritenersi un taumaturgo e, pertanto, l’unico ...

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La politica e l’indipendenza dei mercati secondo Berlusconi.
post pubblicato in POLITICA, il 7 agosto 2011


Fonte notizia: l’unità.it

Nella conferenza stampa di palazzo Chigi, Berlusconi, rispondendo alla domanda sul ruolo di Francoforte (BCE: banca centrale europea) nelle decisioni del governo italiano risponde: “la decisione di anticipare il pareggio di bilancio al 2013 non significa che l'Italia è governata dalla Banca centrale europea. Non credo, rispondiamo a una esigenza dei mercati che non sono governati da nessuno, neanche da uno speculatore. Hanno una vita indipendente, anche dalla realtà economica dei Paesi.

Dunque, secondo il premier, i mercati “sono indipendenti e nessuno li governa – nemmeno gli speculatori”.

(Eppure, giorni fa, Il segretario del Pdl, Angelino Alfano, aveva affermato: da quando in qua sono i mercati a scegliere il governo o a stabilire che deve andare a casa? E il popolo, ciascun cittadino, che ruolo ha nella vostra visione politica e del paese? Per noi sono espressione della gente, del popolo che rappresentano.

Dunque, sembrerebbe che ci siano due visioni diverse all’interno della maggioranza; una liberista l’altra socialdemocratica, ma è proprio così? O è l’ennesimo specchietto per le allodole? Considerato che a dominare è la visione del premier: “il mercato libero è alla base della nostra economia, perciò, è ad esso che bisogna conformarsi, ovvero, la politica si deve adeguare alle esigenze dell’economia”, e che il segretario Pdl non ha voce in capitolo sulle decisioni del governo, rimane la certezza del solito gioco dello specchietto per le allodole.)

 

Le teorie liberiste del premier, purtroppo,  implicano, non tanto la subordinazione della politica all’economia quanto la lunga mano dell’economia sulla società nella sua  totalità.

Certo, i mercati, nell’economia capitalista, sono liberi dalle interferenze dello stato; ogni cittadino a il diritto di comprare e vendere prodotti fisici e no e lavoro. Ciò però non toglie che la politica, dal dopo guerra in poi, abbia sempre cercato di mediare tra esigenze sociali ed economiche attraverso la creazione di regole per impedire, appunto, che l’economia dominasse tutta la società. Dominio che avrebbe portato alla dipendenza dalle esigenze economiche dove, ad esempio, lo stato sociale crescerebbe o diminuirebbe a seconda delle necessità economiche.

Pertanto, “rispondere alle esigenze dei mercati” significa aver abdicato ad essi. Gli speculatori possono interferire, al punto di condizionare le scelte socio/economiche, proprio nella misura in cui l’economia è lasciata senza regole. Le parole di Berlusconi lasciano ad intendere che il libero mercato sia indipendente per natura, il che non è vero. Il libero mercato è indipendente nella misura in cui il capitale, ovvero il capitalista e le strutture che ha creato, hanno la possibilità di agire al di fuori delle leggi dello stato. Questa possibilità, però, gli viene concessa dallo stato stesso quando prende come modello economico il liberismo.

Questo si riflette sulle misure adottate per far fronte alla crisi determinata dal superamento del Pil da parte del debito causato dal calo della produzione; calo che, a sua volta, è determinato dalla mancanza delle riforme necessarie a sostenerla (riforme necessarie dopo l’apertura globale dei mercati alle nazioni emergenti con costi di produzione bassi e, di conseguenza, anche dei prodotti). Queste riforme, chieste ormai da tutto il mondo sociale, sono state disattese negli ultimi tre anni proprio a causa della scelta liberista del governo.

Misure che danno la preferenza alla politica dei tagli, stando bene attenti a non coinvolgere la casta politica, allo stato sociale anziché modificare la politica nei confronti del libero mercato. Si preferisce penalizzare la popolazione piuttosto che limitare l’azione del libero mercato con principi miranti a mantenere la politica prioritaria e l’economia subordinata.

Quando Berlusconi afferma che nemmeno gli speculatori   governano il libero mercato, dimentica che il libero mercato esiste proprio per dar modo agli speculatori di interferire nella politiche nazionali.


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Berlusconi e la democrazia.
post pubblicato in Riflessioni, il 3 luglio 2011


Subito all’apertura del consiglio nazionale del Pdl, il fondatore e presidente,, Silvio Berlusconi, rende noto ai suoi che il Sig. Angelino Alfano è il nuovo (primo) segretario del partito. Alla comunicazione segue ovazione.

Il presidente, nonché fondatore del partito, ci tiene a precisare che “questa è un’investitura plebiscitaria”.

Raccontata così, sembra la trama di un film comico da avanspettacolo dove i personaggi, tutti conosciuti al grande pubblico, si alternano con battute scontate alla presenza di un pubblico selezionato per l’occorrenza.

Già si sapeva chi sarebbe stato il nuovo (primo) segretario a causa del gran vociare degli attori stessi nelle anticipazioni della trama del film, già si sapeva che la scelta era fatta dal presidente e che, di conseguenza, era tutto deciso ’ovazione o no. Si presumeva anche che il presidente nonché fondatore avrebbe detto che “è stato eletto per acclamazione” per far sembrare il tutto un fatto democratico. Insomma, si sapeva tutto sin dall’inizio, bastava comunicare al pubblico selezionato, ma anche al grande pubblico, la decisione.

Ma no! Bisognava anche soddisfare le esigenze di grandeur sia dei personaggi che dell’evento stesso. E come? Semplice, ponendo un evento “normalissimo in politica” al di sopra dei normali standard.

L’elezione del segretario - che normalmente viene eletto dai delegati, e non dai parlamentari, sindaci, consiglieri regionali e presidenti di provincia che, pur eletti dai cittadini, non possono rappresentare “l’anima” del partito che, invece, è solitamente rappresentata da persone elette nelle strutture di base dagli iscritti al partito – in un normale partito democratico, dovrebbe essere eletto perlomeno da un’assemblea rappresentativa degli iscritti, ovvero, da persone elette all’interno della struttura del partito stesso come rappresentanti di zona.

Ciò che, invece, intende Berlusconi per elezione democratica, non è altro che la scelta di un personaggio fatta a priori per rappresentare, non il popolo, bensì gli interessi del presidente nonché fondatore del partito. Così come la scelta dei rappresentanti presenti al consiglio nazionale.

Ma, anche questo lo si sapeva già. Così come si sapeva già che i discorsi fatti da alcuni personaggi Pdl sulla necessità di instaurare nel Pdl le primarie erano solo chiacchiere utili a gettare fumo negli occhi sia all’opposizione (che non ci ha mai creduto) sia dei cittadini.

Per concludere, trovo difficile credere che un partito nato dalla mente di un personaggio egocentrico possa mai diventare un partito serio. Rimarrà sempre un partito basato, appunto, sul plebiscito come momento di scelta dei suoi dirigenti. Un partito verticale dove al vertice ci sarà sempre una persona scelta dagli organizzatori e il popolo sarà solo sia la scusante sia la base informe. Un partito stalinista o mussoliniano: una dittatura!

Berlusconi e la de-coesione della maggioranza.
post pubblicato in POLITICA, il 26 giugno 2011


Berlusconi e la de-coesione della maggioranza.

Secondo Berlusconi, la maggioranza è coesa come non mai essendo uscita “vincitrice” dalle verifiche della settimana. Una coesione, dice, che porterà la maggioranza a fine legislatura. Mancano ancora diciotto mesi alla fine legislatura, dice rivolto all’opposizione, cerchiamo di usarli al meglio realizzando insieme le riforme.

Questo il senso del messaggio ai promotori della Libertà di Berlusconi.

Naturalmente, non manca l’attacco diretto alla stampa che, dice, “si sono scatenati contro di noi” e all’opposizioni che dopo le comunali e i referendum l’hanno dato per spacciato. E riferendosi al Pdl e alla maggioranza in generale “voi avete sempre tenuto alta la nostra bandiera che è la bandiera della verità e della libertà”.

Chissà perché, ma ho l’impressione che manchi qualcosa. Non c’è, ad esempio, nessun accenno al ricatto di bossi espresso chiaramente a Pontida: ho si fa come diciamo noi (lega) ho si va a casa. Ma anche la posizione contraria della lega sul decreto rifiuti e sul problema dei ministeri al nord dove la lega insiste periodicamente. Manca anche il disaccordo sulla guerra in Libia.

Dove veda la coesione il sig. Berlusconi, lo sa solo lui.

Di fatto, questa maggioranza, che vede un ministro del governo minacciare di far volare sedie, di coesione – quella reale determinata da un programma unico e condiviso da tutte le componenti – ne ha sempre avuta ben poca. Caso mai, se proprio si deve parlare di coesione, è basata sul ricatto. Ovvero, il partito di maggioranza relativa, per usare un termine della “prima repubblica”, è soggetto ai capricci dell’alleato minoritario e non di poco.

Qui min sento in obbligo di fare una triste constatazione: nella “prima repubblica” il partito di maggioranza relativa aveva la possibilità di cambiare alleati qualora questi non rispecchiavano più le esigenze del partito di maggioranza relativa. Certo, era un modo come un altro per rimanere al governo, ma almeno le cose rimanevano chiare fino in fondo.

A parte questo, oggi, parlare di coesione risulta molto deviante, dato che il partitino di sostegno può determinare la politica del governo attraverso il ricatto coinvolgendo tutta la nazione nelle sue scelte. Inoltre, anche all’interno del partito di maggioranza relativa ci sono non pochi mugugni al riguardo.

Una coesione, dunque, tutta all’insegna dell’inganno, se cosi si può dire. Un inganno, però, che, invece di andare a svantaggio del governo va a svantaggio del popolo costretto a subire la politica del partitino. Ovvero, oggi in Italia stima subendo la politica dell’8% degli italiani.

La serietà dei politici europei e certi politici italiani.
post pubblicato in NOTIZIE, il 29 maggio 2011


Parecchie volte il premier ha affermato che “in nessun altro paese civile e democratico la magistratura si accanisce contro un politico allo scopo di “toglierlo” di mezzo”; niente di più vero, negli altri paesi, i politici, si dimettono immediatamente!!!!

L’ultimo, in ordine di tempo, è il segretario di stato francese alla funzione pubblica Georges Tron che, dopo essergli stata rivolta l’accusa di molestie e aggressioni sessuali, si è dimesso dall’incarico, senza nessuna pressione,  su richiesta del primo ministro Francois Fillon. dimissioni che lui stesso ha anticipato se a richiederle fosse stato il primo ministro o il presidente Nicolas Sarkuzy.

Che siano vere o false le accuse si vedrà al processo. Quello che ci deve interessare è la serietà morale dei politici in altri paesi che non si riscontra sempre in Italia..Di casi come questo ce ne sono parecchi all’estero, e in tutti i casi, gli interessati si dimettono per affrontare il processo, solo dopo, qualora venissero scagionati, tornano in politica.

Anche all’estero, in politica, la lotta tra le varie fazioni si svolge all’insegna di colpi bassi che include anche denuncie di azioni personali non rispondenti alla moralità comune e azioni nella loro funzione pubblica e privata nel campo aziendale. All’estero, però, questo non implica l’accanimento ne della magistratura ne dell’opposizione per “toglierli di mezzo”.


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Berlusconi e l'elettore senza cervello.
post pubblicato in POLITICA, il 26 maggio 2011


Secondo il generale emerito sic. berlusca, se vince la sinistra è perché "gli italiani andranno a votare lasciando a casa il cervello".

Può anche darsi. Dopotutto, non è che ci voglia un gran cervello per capire l'inaffidabilità delle amministrazioni di destra. Questo il popolo ha incominciato a capirlo. Casomai, generale emerito sic. berlusca, di cervello ce ne vuole pochissimo per votare lei, considerando che si propone come il pastore del gregge e, si sa, il gregge si limita a seguire senza pensare.

 

Oramai, l'attacco al "nemico" da parte del generale emerito sic. Berlusca, in prossimità della battaglia finale, non ha più limiti. Conscio d'essere agli sgoccioli, non si limita più ad esprimere epiteti contro il Signor Pisapia, ma include nelle sue elucubrazioni, anche il popolo, colpevole, a suo dire, di lasciarsi traviare dalla retta via dalle emozioni quotidiane derivanti dall'esperienza diretta senza considerare, perché non in grado di capire, i valori più alti dell'esistenza.

 

"Lasciare a casa il cervello" - comunque cosa impossibile - implica, oltre all'offesa, anche una scarsa, o totale mancanza,conoscenza sia dell'essere umano sia del processo sociale che genera, in una democrazia parlamentare, le opinioni e, di conseguenza, la scelta dei propri rappresentanti alla guida del popolo.

Ma questo sarebbe comprensibile visto la tendenza all'auto deificazione del generale emerito sic. Berlusca. Quello che non è comprensibile è la determinazione del generale emerito sic. Berlusca a considerare "dementi" chiunque sia contrario alle sue idee perché, in una seria strategia politica, è estremamente controproducente denigrare, invece di avvalorare, gli elettori.

Ovvio che questo modo di agire fa parte della strategia della paura - che ha fatto da filo conduttore a tutta la propaganda del centro destra -, creare, cioè, nel popolo, la paura inconscia del "nemico". Ma il nemico non può essere il popolo stesso altrimenti il candidato è, di riflesso, il nemico del popolo.

FONTE


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L'arringa di Berlusconi sui TG.
post pubblicato in Riflessioni, il 21 maggio 2011


8.06

"Comunisti, bandiere rosse, centri sociali, estremisti, zingari, baraccopoli, zingaropoli islamica, Stalingrado d'Italia, l'avversario anziché Pisapia, i milanesi non vogliono", e tanti altri termini e affermazioni degne della peggior retorica politica nell'arringa di ieri tenuta da Berlusconi sui tg nazionali.

 

Un attacco frontale non solo all'avversario politico, il che sarebbe normale se si usassero toni civili, ma anche alla società civile che ha preferito dare il voto proprio al suo avversario o, come lui stesso sostiene, a disertare le urne per mancanza di fiducia. Una terminologia retorica mirante a denigrare l'avversario per renderlo, agli occhi dei cittadini, indegno di rappresentarli perché rappresentante del male peggiore e, al contempo, elevare se stesso a paladino del bene.

Un attacco che, però, non ha assolutamente nulla di nuovo essendo la ripetizione ossessivo/maniacale di un personaggio che, da sempre, ha dimostrato una paura fobica nei confronti dell'uomo come portatore di diversità.

Paura che, nascendo da un narcisismo egocentrico spinto al suo estremo, non può fare a meno di trasmettere all'esterno al solo scopo di difendere se stesso che, come centro "universale" del suo esistere, qualora venisse meno l'appoggio altrui, si ridurrebbe ad una vignetta/metafora dei mali della società.

 

Ecco che, allora, per non perdere l'unico aggancio con una realtà per lui impossibile da decifrare, sia nel suo insieme sia nelle sfumature, è costretto a un lavoro di rimodellamento, a sua immagine, della realtà. Per far ciò, però, deve eliminare tutto ciò che di diverso esiste, tutto ciò che potrebbe compromettere la sua immagine di centro di riferimento della vita.

Ma, dato che il diverso, l'avversario, quello che definisce il male, cioè tutto ciò che si frappone tra lui e la sua affermazione, sono soggetti reali e, pertanto, in movimento nella società capaci di interagire come forze positive, e dato che, in un confronto libero e leale, sarebbe costretto a considerarli, l'unico modo di evitarlo è la creazione, irrazionale, del nemico da abbattere per riportare la società entro le sue dimensioni personali.

Impotente di fronte alla difesa della democrazia da parte della magistratura, che definisce "comunista", usa il suo potere di premier e di proprietario di emittenti per piegare l'informazione ai propri voleri e principi dimostrando, apertamente, la sua volontà di dominio.

 

Una delle conseguenze di questo agire è la riduzione del programma politico/economico a un mero supporto utile al raggiungimento dello scopo. Le promesse, che rinnova periodicamente senza mai mantenerle e addebitandone la mancata realizzazione alle forze negative che operano contro, prendono allora un significato unicamente mediatico tra la realtà e l'immagine che, egli stesso, ha della società.

 

Per concludere, l'azione del premier, oltre a essere antidemocratica - utilizzo dei mezzi pubblici per scopi personali - è anche la reazione della persona di fronte a una situazione non più controllabile rappresentata da un sintomo di una più radicale presa di coscienza degli elettori che, di fronte al perpetuarsi di situazioni politiche che di politico nulla hanno, o, che, comunque, difendono interessi particolari, si rivoltano contro decidendo, autonomamente e democraticamente, la fine del suo mandato.


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Berlusconi, in prima linea ai ballottaggi?
post pubblicato in POLITICA, il 20 maggio 2011


           

Sembra che il premier Italiano si sia deciso, dopo aver affermato che, forse, era meglio se non ci metteva la faccia, a scendere in campo per i ballottaggi a sostegno dei suoi candidati. FONTE

 

A quanto sembra, Berlusconi ha deciso di rilasciare interviste televisive ai TG di rai 1, rai 2 e i canali mediaset.

Le interviste, trasmesse nelle edizioni della sera, dovrebbero servire a recuperare consensi ai candidati del popolo della il-libertà dopo il flop elettorale.

 

Secondo articolo 21, questo sarebbe un atto di invasione mediatica che l'autorità di garanzia dovrebbe monitorare perché il rischio è quello di condizionare il voto.

 

Beh, mi sembra una reazione abbastanza in linea col carattere del personaggio: usare ogni mezzo possibile per vincere. Quello che forse non considera è proprio il destinatario delle sue interviste: L'ELETTORE. Caro primo ministro, se al primo turno non l'hanno votata, significa che la scelta non è stata determinata dalla sua poca presenza sulle tv (di stato e private) che anzi è stata consistente, ma, più semplicemente, dalla consapevolezza che il suo programma, caso mai ne ha uno, non risponde alle esigenze dei cittadini, e alle promesse non mantenute.


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Ammissione di Berlusconi contro i referendum.
post pubblicato in POLITICA, il 27 aprile 2011


           

"Siamo assolutamente convinti che l'energia nucleare sia il futuro per tutto il mondo". "La gente era contraria, fare il referendum adesso avrebbe significato eliminare per sempre la scelta del nucleare".

 

 

"L'accadimento giapponese ha spaventato ulteriormente i nostri cittadini. Se fossimo andati oggi al referendum, non avremmo avuto il nucleare in Italia per tanti anni. Per questo abbiamo deciso di adottare la moratoria, per chiarire la situazione giapponese e tornare tra due anni a un'opinione pubblica conscia della necessità nucleare" "Siamo assolutamente convinti che nucleare sia il futuro per tutto il mondo, l'energia nucleare è sempre la più sicura". "Il disastro giapponese si è verificato perché la centrale di Fukushima era stata edificata su un terreno che non lo permetteva."

 

Quelle sopra, di fatto, sanciscono il pensiero di Silvio Berlusconi, espresso nella conferenza stampa seguita al vertice italo-francese a Villa Madama. Pensiero che spiega chiaramente il senso della "moratoria nucleare" del governo.

Ciò significa che lo stop alle centrali, per Berlusconi, è solo un atto strategico nella sua "lotta" a favore del ritorno al nucleare. Strategia che, secondo Berlusconi, è stata resa necessaria dopo l'incidente di Fukushima che avrebbe, dietro la spinta emotiva, reso vano il referendum poiché avrebbe reso possibile la bocciatura della scelta nucleare.

 

Il primo ministro non poteva essere più chiaro. Nessun dubbio, dunque sulla natura della moratoria. D'altra parte, l'idea espressa non è altro che la conferma dei dubbi, ma anche certezze, dell'opposizione e di coloro che hanno promosso il referendum.

 

Ma è poi vero quello che sostiene? È proprio l'incidente giapponese a rendere possibile la rinuncia popolare al nucleare? O non, piuttosto, la presa di coscienza degli italiani che, di fronte alla scelta di un'energia pericolosa - e non lo è solo da oggi, già al tempo di Cernobyl gli italiani rifiutarono l'energia nucleare - scelgano un tipo di energia pulita, cioè non inquinante e che non lascia scorie che, durando nel tempo, creano problemi ulteriori di pericolo?

Sostenere che l'incidente giapponese "ha spaventato i cittadini" - e non i "nostri cittadini" - significa considerare il popolo incapace di razionalizzare gli eventi, ovvero, perdere la testa di fronte ai pericoli. Niente di più falso! I cittadini, al di la della posizione che scelgono, sono informati e sanno quello che vogliono. Il milione e mezzo di firme per il referendum ne è una dimostrazione evidente.

È vero che l'emotività ha la sua importanza sulle scelte, ma questo è una costante nel comportamento umano; riguardo al nucleare, non c'era bisogno dell'incidente giapponese, lo stato emotivo contrario al nucleare era già presente. Deriva dalla consapevolezza, determinata dall'esperienza diretta in quanto, ogni incidente, porta con se, oltre ai morti, all'inquinamento radioattivo dell'ambiente circostante e alle malattie della popolazione che si avvertono anche a grandi distanze, che l'energia, pur essendo determinante per la nostra società, non può essere fonte di ulteriori scompensi ecologici oltre a quelli determinati dall'uso "selvaggio" delle risorse del pianeta.

Per concludere, dal referendum del 1987 ad oggi, la possibilità di creare una rete energetica pulita è stata vanificata dall'incapacità della politica di creare i presupposti e le strutture idonee. Vale a dire che nessuno è stato in grado di sostenere la lotta contro le lobby che, da sempre, gestiscono il mondo energetico.

 

A fronte dei quesiti sopra esposti, però, ce n'è uno altrettanto importante: il defraudare i cittadini del referendum come metodo democratico di confronto sociale e politico.


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Berlusconi: a Bossi glielo spiegherò io.
post pubblicato in POLITICA, il 27 aprile 2011


           

Di fronte al rifiuto della lega, espresso da Calderoli, sulla decisione del premier di usare gli aerei in Libia per azioni di guerra, decisione presa dopo il colloquio telefonico col presidente Obama - che viene presa dopo i ripetuti rifiuti del governo italiano di usare armi in Libia -, il premier s'impegna a spiegare al leader leghista il perché della decisione.

 

Dice il premier: "A Bossi spiegherò che non potevamo più tirarci indietro. Ma non cambia nulla nella nostra missione, attaccheremo solo carri armati e postazioni di artiglieria".

Ma come, se fino ad ieri il problema era "considerata la nostra posizione geografica ed il nostro passato coloniale non sarebbe comprensibile un maggior impegno militare". E ancora: "Pensate cosa potrebbe accadere se un pilota italiano finisse in mano ai libici?", cosa può aver fatto cambiare idea al premier? Considerando anche la possibilità di una crisi interna alla maggioranza?

 

Calderoli sostiene che la lega non voterà mai un intervento armato in Libia, il premier sostiene invece che non ci sarà crisi perché una votazione non è necessaria - il che non implica che la lega sia d'accordo. Allora, com'è la storia?

 

Ma,, al di la di una possibile spaccatura nella maggioranza, rimane il fatto che l'Italia entrerà direttamente in una guerra di cui non si conoscono ancora i possibili sbocchi e dove, ne gli USA ne l'UE hanno chiaro il loro obiettivo - a parte il petrolio -, sul ruolo libico nello scacchiere.

 

Forse si può chiarire con il problema che esiste con la Francia, quello dei migranti. Entrare in guerra significherebbe porsi sullo stesso piano dei francesi che, fin dall'inizio, hanno optato per l'intervento armato a sostegno della rivolta. Il che, forse, l'Italia potrà avere aiuti sul problema immigrazione, convincere, cioè, la Francia a prendersi l'impegno di ospitare quanti, pur passando per l'Italia, hanno come destinazione la Francia. Forse, dico, perché, nascosto dietro agli aiuti europei e americani, rimane sempre il problema di gestire il nord africa a vantaggio dell'occidente.

Certo che, se la lega non dovesse accettare la guerra come soluzione del problema, sarebbe una bella batosta per il premier che, sul versante internazionale, si troverebbe immischiato in una guerra che forse potrebbe avere risvolti tipo Afganistan e, sul versante interno, si troverebbe a fare i conti con una lega riottosa perché il suo elettorato non vede di buon occhio, su istigazione della stessa lega, l'aiuto a un paese arabo.

La lega, però, è perfettamente cosciente che una rottura significherebbe la fine del suo sogno federalista - suo obiettivo principale -, e come ha sempre sostenuto, preferisce cedere a patto che la riforma vada avanti. Perciò, ne consegue che la paventata rottura non sia altro che l'ennesimo specchietto per le allodole (opposizione), un gioco già giocato in passato che è servito a dimostrare la compattezza della maggioranza.


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Nuovo attacco alla costituzione.
post pubblicato in Riflessioni, il 21 aprile 2011


           

È stata depositata, da parte del deputato PDL Remigio Ceroni, una proposta di legge per modificare l'articolo 1 della costituzione.

Ecco di cosa si tratta:

Oggi l'articolo 1 recita: "l'Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". 

 

Verrebbe sostituito con: "l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralità del Parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale".

 

La proposta, secondo lo stesso deputato, è a titolo personale, ovvero, senza la discussione all'interno del partito. Questo, però, non significa che non rispecchi le idee del partito berlusconiano. A prova di ciò basti riflettere un attimo sui continui attacchi alla magistratura, continuamente definita di sinistra o comunista, e al presidente della repubblica - le continue lamentele sul rimando delle leggi al parlamento.

 

L'idea alla base della modifica, come espresso dallo stesso deputato, è di definire la gerarchia nelle istituzioni. Il parlamento, come momento legislativo, deve essere al vertice delle istituzioni e non può essere condizionato dalle altre. Questo in se è vero, quello che il deputato "finge" di dimenticare è che le altre hanno funzione di garanzia, ovvero, non sono ne superiori ne inferiori ne pari al parlamento ma hanno il compito di garantire che il parlamento non faccia leggi contrarie all'indirizzi dettati dalla costituzione.

Queste istituzioni sono state create apposta per questo compito affinché non si verificasse la possibilità che una maggioranza accorpasse tutti i poteri come successo col PNF (partito nazionale fascista).

Pertanto, togliere ad esse questo compito, implica che il governo di maggioranza può procedere con tutte le modifiche che ritiene opportuno per realizzare il suo disegno politico e nessuno ci garantisce che non sia improntato alla dittatura, anzi, visto i continui attacchi alle opposizioni definite conservatrici dallo stesso leader, è lecito presupporre che il fine sia proprio quello.

 

Inoltre, cambiando "la sovranità appartiene al popolo" con "centralità del parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale", si vuole spostare la sovranità dal popolo al parlamento, ovvero, se il parlamento è l'unico depositario della sovranità, il popolo diventa unicamente l'elettore passivo. Vale a dire che, una volta espresso il voto, il popolo non ha più voce in capitolo ne come singola entità ne come gruppo sociale.

 

Per concludere, l'eliminazione delle istituzioni di garanzia e della sovranità popolare spianerebbe la strada a quel presidenzialismo o premiarato tanto vagheggiato dal premier, che vorrebbe tutte le istituzioni controllate dal potere centrale,  e sempre osteggiato dalle istituzioni proprio per la sua natura anti democratica.

Articolo 21

Scrisse Elsa Morante nel 1945:
post pubblicato in Riflessioni, il 19 aprile 2011


           

"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di

delitti che, al cospetto di un popolo onesto,

gli avrebbero meritato la condanna,

la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.

 

Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini?

Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia,

una parte per interesse e tornaconto personale.

 

La maggioranza si rendeva naturalmente

conto delle sue attività criminali,

ma preferiva dare il suo voto al forte

piuttosto che al giusto.

 

Purtroppo il popolo italiano, se deve

scegliere tra il dovere e il

tornaconto,

pur conoscendo quale sarebbe il suo

dovere, sceglie sempre il tornaconto.

 

Così un uomo mediocre, grossolano, di

eloquenza volgare ma di facile effetto,

è un perfetto esemplare dei suoi

contemporanei.

 

Presso un popolo onesto, sarebbe stato

tutt'al più il leader di un partito di

modesto seguito, un personaggio un po'

ridicolo per le sue maniere,

i suoi atteggiamenti, le sue manie di

grandezza, offensivo per il buon senso

della gente

a causa del suo stile enfatico e

impudico.

 

In Italia è diventato il capo del

governo.

Ed è difficile trovare un più completo

esempio italiano.

 

Ammiratore della forza,venale,

corruttibile e corrotto, cattolico

senza credere in Dio,

presuntuoso, vanitoso, fintamente

bonario, buon padre di famiglia ma con

numerose amanti,

si serve di coloro che disprezza, si

circonda di disonesti, di bugiardi, di

inetti, di profittatori;

 

Mimo abile, e tale da fare effetto su

un pubblico volgare, ma, come ogni

mimo, senza un

proprio carattere, si immagina sempre

di essere il personaggio che vuole

rappresentare."

 

Elsa Morante

 

 

Qualunque cosa abbiate pensato, il testo, del 1945, si riferisce a Mussolini...

 

QUINDI NON C'E' SPERANZA PER IL POPOLO ITALIANO!

 

 

PS.: Tutte le persone che ricevono la

presente comunicazione hanno l'obbligo civile

e morale di trasmetterla ....Non sia mai che qualcuno lo

votasse di nuovo...


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La democrazia e il potere.
post pubblicato in Riflessioni, il 4 marzo 2011


Leggendo le parole di Gheddafi "Il potere è nelle mani del popolo, sfido chiunque a dimostrare il contrario" sembra, in un certo qual modo, di ascoltare Berlusconi quando afferma che il popolo è sovrano per giustificare la sua politica. Il popolo ha espresso il voto a favore nostro, dice, pertanto, siamo legittimati a governare al di la di ogni dubbio.
Certo, una differenza tra i due c'è ed è sostanziale, Gheddafi sale al potere dopo una rivoluzione, il governo italiano dopo elezioni democratiche. Ciò non toglie che il popolo possa cambiare opinione dopo un certo periodo di tempo, cioè, dopo aver constatato la veridicità delle promesse fatte in campagna elettorale o durante la rivoluzione; e in questo i due sono identici.
Inoltre, una maggioranza democratica non può permettersi di gestire il potere senza tener conto della minoranza,non può fare leggi che mirano a soddisfare solo l'interesse dei propri elettori.

Partendo dal presupposto che anche le democrazie nascono da un movimento rivoluzionario e che la gestione del potere democratico, comunque, è simile ad ogni altro potere - un gruppo di persone viene delegata a gestire la cosa pubblica - non significa che negli anni di governo del gruppo di potere, questi si ritenga "proprietario" della cosa pubblica anzi, la differenza tra democrazia e dittatura nella gestione del potere è proprio quella di ritenere la cosa pubblica, appunto pubblica e non privata come avviene nelle dittature.
Da cosa si può dedurre che un potere democratico scivoli nella dittatura, cioè, da gestore della cosa pubblica diventi proprietario della stessa?
Innanzi tutto dalla capacità del potere di separare la sfera privata dei politici eletti da quella pubblica. Se è vero, almeno in linea teorica, che in democrazia chiunque può essere eletto alla guida della nazione, è altrettanto vero che la democrazia, attraverso la costituzione dello stato democratico, pone dei limiti al potere dei singoli anche se eletti dal popolo.

Data la premessa, il potere "Berlusconiano" non si differenzia minimamente, pur con tutte le apparenti diversità tra un potere eletto e uno imposto, da quello gheddafiano. Tutti e due si rifanno al principio che chi vince, per rivoluzione o elezione, ha il diritto di gestire in modo personale la cosa pubblica fondendo di fatto la sfera privata da quella pubblica.
A dimostrazione di ciò sono le continue ingerenze di Berlusconi nel lavoro delle altre istituzioni dello stato. Ingerenze che vorrebbero modificarle per portarle a una dimensione dove il governo, una delle istituzioni, abbia il controllo sulle altre e, dato che il governo berlusconiano è "privato", tutte le istituzioni lo diventeranno.

Per concludere, un potere democratico può diventare dittatura qualora si spostano gli interessi da collettivi a privati. Per far ciò, non necessità che si usi violenza fisica come avvenuto in, ne che si verifichino necessità estreme da giustificare uno stato forte, basta, appunto, spostare gli interessi, anzi, sicuramente è più redditizio qualora si riesca a far identificare artificiosamente la popolazione nei nuovi interessi e a farli decifrare come collettivi.
Aiuti dell'Italia alla Libia, o a Gheddafi?
post pubblicato in POLITICA, il 20 febbraio 2011


Il nord Africa, dall'Egitto al golfo, in fiamme. Il risveglio di una popolazione da decenni tenuta in ostaggio da dittature a volte evidenti a volte mascherate da democrazie a volte da rivoluzioni.

Tutto ciò col beneplacito dei governi occidentali.

 

In una situazione simile e dopo averci imbonito per bene con teorie tipo "esportare la democrazia", ci si aspetterebbe dai governi un più incisivo intervento a favore delle popolazioni in rivolta. In modo particolare, dal governo italiano visto la sua paura di una ripresa in massa degli sbarchi. Ma ciò non sta accadendo. A parte affermazioni di genere sul diritto alla liberà e sul passaggio alla democrazia in modo incruento, da parte di alcuni governi (americano, francese, inglese), sembra piuttosto che l'occidente rimanga in attesa degli eventi per poter ridisegnare la sua politica futura in quei paesi. L'unica preoccupazione sembra siano i loro interessi.

Niente aiuti, comunque, se non quelli formali.

Dall'Italia, però, neanche quelli. A fare testo sono le dichiarazioni del premier: "Non ho sentito Gheddafi. La situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno". "Siamo preoccupati per quel che succede nel nord Africa e per quello che potrebbe accadere a noi se arrivassero tanti clandestini. Mi sto interessando direttamente e stiamo seguendo con il cuore in gola quello che succede."

 

Già, disturbare l'amico dittatore sarebbe fuori luogo perché, se dovesse spuntarla, potrebbero saltare gli accordi fatti nel 2008. Accordi che prevedono aiuti alla Libia, o, per meglio dire a Gheddafi, in cambio della collaborazione per fermare gli sbarchi. Ed è la ripresa degli sbarchi la maggior preoccupazione del governo italiano. Non la reazione violenta del regime libico, non i morti che, sembra, siano più di duecento. L'unica preoccupazione "ufficiale" è la ripresa degli sbarchi. La grande paura dell'invasione islamica dell'occidente. E per fermarla, nessuna remora sui mezzi usati dai regimi per fermare quello che, per l'occidente, dovrebbe essere un evento positivo: la fine della dittatura e l'instaurazione della democrazia. In fondo, quello che stanno facendo le popolazioni del Maghreb e del golfo è identico a quello che i militari statunitensi ed europei stanno facendo in Afghanistan e che hanno fatto in Iraq: instaurare la democrazia. C'è, però, una differenza di fondo; quello che sta succedendo oggi è determinato da un movimento popolare, ovvero non controllabile, almeno per il momento, ne dalle organizzazioni interne ne dal capitalismo. Un movimento che potrebbe sfociare in qualcosa di controproducente per l'occidente e determinare un rapporto ben diverso dall'attuale.

L'Italia, in tutto ciò ha una responsabilità non indifferente. Attraverso gli accordi ha contribuito ha mantenere regimi che avrebbe invece dovuto contrastare. Inoltre, attraverso il premier, ha costruito legami che vanno al di la degli interessi della nazione.

"Non ho sentito Gheddafi" ha tutto il sapore di una confidenza cameratesca tra i due. Confidenza che potrebbe, qualora la rivolta dovrebbe portare i suoi frutti, limitare, ma anche annullare, i rapporti, e in modo particolare quelli energetici, economici con la Libia.

 

In conclusione, l'aver creato rapporti con il dittatore e non con la nazione libica, porterà il governo a considerazioni estranee a una repubblica democratica come l'Italia avvicinandoci sempre più a quel baratro verso cui, ormai da una quindicina d'anni, ci siamo avviati.

La politica attuale dell'Italia nei confronti del Maghreb non è altro che il proseguo della politica interna.

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