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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
La finzione della democrazia.
post pubblicato in Riflessioni, il 29 marzo 2015


Si sa che la politica “moderna” italiana si basa essenzialmente sul protagonismo dei suoi componenti.Si sa anche che questo protagonismo si diletta anche nella diffamazione dell’avversario.  Si sa inoltre che ogni politico è convinto di avere la verità assoluta in tasca e che detta verità la deve tradurre a ogni costo nella realtà. Si sa pure che ogni politico si sforza di essere accettato e di conseguire un risultato consensuale tale da permettergli, se non di avere la maggioranza, almeno di contare nel legiferare.Quello che forse si sa poco o non si sa affatto o si sa e non lo si ammette è che ogni politico pensa di poter governare da solo; cosa che lascia presupporre che abbia – il politico – aspirazioni da dittatore.

Lo si è visto con Berlusconi, con le sue leggi o tentativi di legiferare sia per difendere la propria persona e posizione che per controllare meglio gli eventi sociali attraverso l’informazione nel tentativo, attraverso la propaganda, di acquisire un consenso assoluto che lo avrebbe portato a diventare l’unico governante. Lo si vede anche oggi con Renzi che dice di procedere comunque al di la della posizione del governo e parte del suo partito senza nessuna mediazione con le altre componenti della società; proprio in questi giorni è passata in commissione senato la legge sulle unioni civili che da agli omosessuali gli stessi diritti delle coppie etero – cosa buona e giusta, intendiamoci. Questo commento non vuole essere contrario a tale legge, anzi…. La legge è passata coni voti del Pd, ma non tutto, e del M5s, cioè, di una parte dell’opposizione,pertanto, al di fuori della maggioranza che ha visto l’N.c.d. contrario e, in modo trasversale, i cattolici. Dunque, senza tener conto delle varie componenti del governo, Renzi ha proposto e ottenuto la maggioranza con l’appoggio diparte dell’opposizione.

Lo si vede anche con Grillo che s’è posto il compito di “mandare tutti a casa scardinando il parlamento”, e che a ogni dissenso interno del suo M5s corrisponde l’espulsione. Ai leader maximi risponde in coro il partito o movimento che, salvo eccezioni rare, anche quando dissentono, lo fanno per assurgere essi stessi a leader maximi.

Dunque, la politica moderna, quella della seconda repubblica che avrebbe dovuto portare l’Italia a un sistema più “democratico” e più equo, si sta risolvendo con una lotta tra singole persone, come ai tempi della monarchia, per il potere. Lo scopo apparente di questa lotta, che viene portata avanti nascondendosi dietro la democrazia, la libertà, è il benessere degli italiani,  di fatto, tentano di portare l’Italia a un sistema, se non dittatoriale, di sicuro chiuso a ogni interferenza popolare.

Questo, comunque, è un difetto cronico dei politici - che da sempre aspirano a universalizzare le loro idee - che trae origine dalla cultura religiosa e ideologica; sono, da sempre,le religioni e le ideologie a determinare il tipo di governo. Questo significa che la democrazia (governo del popolo) è solo una finzione per mascherare le vere intenzioni. Inoltre, serve anche a illudere il popolo - attraverso il cosiddetto sistema parlamentare, dove i governanti vengono eletti in base a pseudo programmi, dal popolo con votazioni plebiscitarie ma che, una volta eletti i rappresentanti, non hanno più nessun controllo su di essi - di essere partecipi della politica che i governi fanno, ma anche responsabili dei loro errori. D’altra parte, coloro che si astengono dal voto per protesta, anche qualora fossero la maggioranza , non essendoci un quorum per la validità delle elezioni, deve accettare il governo, e le sue leggi, eletto “democraticamente”;praticamente, in modo particolare con l’attuale legge elettorale (porcellum) –ma anche con quella in discussione alle camere (italicum)-, un governo può governare, grazie al premio di maggioranza, anche con solo il 25-30% dei consensi.

D’altra parte, Le stesse politiche dei governi non trovano nessun riscontro nella realtà – basta vedere la legge sul lavoro (job act) - perché le leggi, essendo i politici “ricattati” dai poteri forti in termini di economia, tendono sempre a colpire le fasce di popolazione meno abbienti - operai, impiegati pensionati, partite Iva, ecc., senza mai toccare, anzi, agevolando, i grandi capitali finanziari e la grande e media industria.

In un contesto simile è difficile anche solo sperare in una possibile soluzione positiva per il popolo.I politici sembrano sempre più orientati verso una società verticale anziché predisporre, attraverso le leggi, un percorso verso una società orizzontale.

Orientamento che presuppone una società basata sulla dipendenza del popolo dal politico che a sua volta soggetto al ricatto finanziario, ne diviene l’esecutore con tutti i vantaggi del caso. E il popolo? Ritornerà ad essere il volg(are)o diseredato e spogliato di tutti i suoi diritti.


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permalink | inviato da vfte il 29/3/2015 alle 12:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La democrazia diretta di grillo e la realtà oggettiva dell'essere umano.
post pubblicato in COMMENTI, il 5 aprile 2013


Perché hai votato M5S? chiede Grillo ai suoi critici interni che non accettano la sua negazione di ogni accordo. 
Sul suo blog, Grillo elenca tutta una serie di motivi per cui i critici avrebbero votato M5S e alla fine della lista afferma: se hai votato M5S per uno solo di questi punti, allora hai sbagliato voto; la prossima volta vota per un partito.

In primo luogo, che il M5S non sia un partito è tutto da verificare, che sia un partito totalitario è, ormai e purtroppo, una certezza. 
In secondo luogo, il sospetto che se i critici avessero votato un partito non avrebbe ottenuto il successo elettorale e non sarebbe diventato il primo o secondo o terzo partito non lo sfiora neanche. 

Quello che grillo non capisce è la struttura della società umana la dove a ogni individuo corrisponde un particolare modo di vedere la struttura sociale e che è proprio il dibattito, prima tra individui, che poi andranno a formare i gruppi, e poi tra gruppi, che si raggiunge una certa omogeneità di vedute sia sui problemi che sul modo per affrontarli. 
Il fatto che grillo rinunci al dibattito con i gruppi e si rivolga prevalentemente ai singoli, dovrebbe spingerlo a riflettere sulle origini sia dei gruppi che dei partiti perché è proprio dal dibattito che nascono prima i gruppi poi i partiti - tra l'altro, i partiti sono l'espressione più avanzata del sistema sociale; non va dimenticato che prima     esisteva il governo monarchico assolutista e quello religioso altrettanto assolutista.
Il fatto che Grillo non accetti la critica, sia interna che esterna, al suo programma prestabilito da lui stesso e Casaleggio e che rifiuti ogni confronto diretto, con contraddittorio, con altri individui (a quanto sembra, non risponde mai ai commenti che riceve) e gruppi sociali e basi tutto sul dibattito via web tra i sostenitori e i critici della sua linea - da dove trae spunto non tanto per correggere la linea la dove i commenti si scostano, ma per individuarne eventuali discordanze e restringere ulteriormente gli spazi del dibattito (si veda il suo post contro i troll) - sta a indicare la volontà di disconoscere quello che sta alla base della società, ovvero la naturale inclinazione umana, sia individuale che collettiva, al dibattito e all'aggregazione in base alle proprie idee e ai propri bisogni.
Disconoscere tale realtà in nome di una presunta "verità assoluta" serve - forse(?) - a nascondere un'altra realtà: la sua. Una realtà tesa ad affermare il proprio io coinvolgendo i cittadini sui problemi reali del paese pur conoscendone l'impossibilità di realizzazione; è' storicamente provata l'impossibilità di uniformare tutti ad un unico pensiero standard. Tutti i tentativi fatti fino ad oggi sono finiti in grandi tragedie.
Pertanto, la sua idea del "tutti a casa", riferito ai partiti, non è altro che un vano tentativo di modellare la società su uno schema predefinito - da lui - e non certo un serio tentativo di più democrazia e più moralità di chi comanda.
Grillo, i grillini e la realtà
post pubblicato in POLITICA, il 18 marzo 2013


Bene, i grillini sono stati battezzati ieri con l'elezione dei presidenti della camera e senato.
Stando alle loro prime dichiarazioni riportate dalla stampa sembra che il loro ideale si sia scontrato con la realtà. Al di la dei buoni propositi (degli eletti non di grillo), hanno dovuto affrontare un problema tipico di ogni formazione presente in parlamento: scegliere in base ai principi o in base alle necessità. 
In pratica, è successo che, di fronte alla scelta dei candidati alla presidenza del senato, si sono trovati a scegliere tra un candidato che rappresenta la lotta alla mafia e alla connivenza tra mafia e politica e un altro compromesso proprio con la mafia; la questione, pertanto, era se rispettare il "codice di comportamento", scritto e fatto sottoscrivere da Grillo a tutti i candidati alle elezioni, o scegliere in base alla realtà del momento. Questo a prodotto uno "scontro" tra i sostenitori dei principi e i sostenitori della realtà che, anche se pochi - sembra siano dodici - non hanno rispettato la decisione presa nell'assemblea pre votazione; assemblea che si è svolta alquanto agitata.
Oltre a ciò, un altro punto lascia intravvedere (ai grillini) quanti scogli dovranno superare se vogliono mettere in pratica al loro interno la teoria della democrazia diretta: sempre secondo il codice, le riunioni dei gruppi parlamentari grillini in merito a decisioni da prendere, dovrebbero essere fatte in diretta internet ma, di fatto, la riunione del 16 prima della votazione è stata fatta a porte internettiane chiuse - una cosa normale per un partito che vuole presentarsi unito e, pertanto, tutto ciò che succede nelle riunioni non deve essere reso pubblico se non a piccole dosi - rilasciando solo sporadiche dichiarazioni dopo la riunione.

Grillo, però, non vuol sentir ragione e, di fronte a un comportamento che ritiene incoerente con il codice e senza valutare minimamente le ragioni che hanno spinto a votare a favore del "meno peggio", ha lanciato i suoi anatemi contro i disertori chiedendone le dimissioni dimenticandosi che gli eletti nelle liste del M5S sono, secondo il suo schema di scelta dei candidati, stati scelti dal "popolo". 
Con questo comportamento, il signor Grillo dimostra ulteriormente che il suo modello sociale è alquanto insofferente verso il sistema democratico che presuppone, appunto, che all'interno delle scelte collegiali ci sia la libertà di scelta qualora queste si scontrino con la realtà oggettiva e soggettiva dell'individuo.
Insomma, il signor Grillo non ci stà e poco importa se gli eletti perderanno consenso di fronte ai loro elettori, che a loro volta perderanno una possibilità di essere rappresentati da persone che tengono ai loro problemi, perché ciò che conta, per lui, è il SUO movimento.
Inoltre, il signor Grillo, a sua volta perde un'occasione per dimostrare che la sua azione non vuole essere a tutti i costi ad oltranza ma che mira ad un cambiamento sostanziale socio/politico/sociale della società tutta.

Alfano boccia le primarie nel Pdl.
post pubblicato in Riflessioni, il 4 settembre 2011


           

Secondo Alfano è inutile fare le primarie per la scelta del leader del Pdl quando si sa che il popolo Pdiellino sceglierà comunque Berlusconi perché è lui il catalizzatore del partito e solo in lui vedono la leadership, pertanto sarà lui a presentarsi alle prossime elezioni.

Questo, in sintesi il ragionamento del segretario del Pdl Angelino Alfano.

Dopo le polemiche all’interno del partito tra coloro che vogliono le primarie e chi no, il segretario da una linea chiara e definitiva: niente primarie che, tra l’altro, definisce “un sacrificio organizzativo inutile”.

Dunque, dopo un tenue spiraglio di democrazia interna, ecco che il delfino scelto da Berlusconi alla dirigenza del partito pone una condizione primaria per la sopravvivenza del partito stesso: senza Berlusconi si muore! Condizione che spegne, praticamente ancora sul nascere, qualsiasi sintomo malsano di democrazia interna o di rinnovamento.

Questo significa quello che si sa da sempre: il Pdl esiste nella misura in cui esiste Berlusconi? O serve al nuovo segretario a porre le basi per la sua futura leadership nel partito?

Probabilmente tutte e due. Se si considera il partito come un organismo chiuso e statico, come è stato considerato da Berlusconi, è facile intravvedere nella decisione del segretario di sopprimere le primarie come mezzo di assicurarsi la successione a Berlusconi. Eliminando le primarie come metodo per la scelta del leader, il segretario del Pdl lancia l’avviso a quanti vorrebbero “modernizzare” il partito in senso liberale(?) che ciò non è possibile.

L’impossibilità deriva dal fatto che il Pdl, in realtà, non è un partito ma un’associazione, un organismo politico, nata per la difesa di interessi particolari, pertanto, non può funzionare come un qualsiasi partito. A questo, bisogna aggiungere che, ruotando, il partito, intorno a un solo personaggio che fa da fondatore, coadiutore e decisionista, inserire un metodo democratico per la sua scelta sarebbe come uccidere il principio base del partito stesso, ovvero, il partito come proprietà!

Il leader, dunque, non può essere l’espressione di una corrente interna -  perché non possono esistere correnti – e neanche essere soggetto al volere di un’assemblea. pertanto, essendo il segretario scelto dal fondatore Berlusconi,  diventa lecito presupporre che sarà, in futuro, il prossimo padrone del partito.

Fonte notizia: la repubblica.it


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 4/9/2011 alle 17:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il burqa il niqab e la democrazia.
post pubblicato in NOTIZIE, il 4 agosto 2011


Fonte notizia: la repubblica.it

La Commissioni affari costituzionali della camera approva il divieto del burqa e niqab e comunque ogni indumento che copra il volto rendendo irriconoscibile la persona. Favorevoli il Pdl, Lega e Popolo e Territorio. Contrari il PD e astenuti FLI, IDV e UDC. Reclusione fino a un anno e multa fino a 30.000 euro per chi obbliga la donna a coprirsi il volto.

La promotrice e relatrice della legge, la deputata Pdl di origini marocchine, Sig. Souad Sbai si ritiene soddisfatta e afferma che questa è una scelta parlamentare storica e che non bisogna fermarsi sulla via della liberazione della donna senza diritti.

Sulla stessa linea il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna che afferma che il velo integrale non è mai una libera scelta della donna ma un segno di oppressione culturale e fisica e che va vietato per restituire dignità alle donne immigrate.

Ritengo questa legge giusta sia sul piano dei diritti che su quello dell’ordine pubblico.

Non si capisce perché, se in Italia è vietato andare a volto coperto, una persona proveniente da altra cultura lo possa fare. Non si tratta di proibire la pratica di un’altra cultura come si sostiene, ma di rispettare le leggi vigenti nel paese ospite. Ed è cosa più che legittima dal momento che le leggi sono il frutto della cultura ospitante; il non rispettarle implicherebbe il suo snaturamento. Questo modo di vedere non implica il non rispetto delle altre culture, ma il loro integrarsi nel tessuto culturale della cultura esistente.

Pertanto, parlare di diritti senza tener conto della cultura esistente significa eludere il dovere che ogni cittadino ha nei confronti della cultura in cui vive e, dato che il primo dovere è quello del rispetto delle leggi, il non rispettarle pone la cultura ospite al di fuori della cultura esistente creando cosi i presupposti per una contrapposizione tra le culture con conseguente conflittualità.

 Sul velo integrale, il PD sbaglia a equiparare la legge sul velo e quella sui Cie, due cose completamente diverse poiché il velo riguarda persone regolarmente residenti in Italia e che possono essere anche italiane convertite all’islam, mentre i Cie riguardano i clandestini.

La stessa cosa vale per la comunità islamica che parla di violazione dei diritti individuali dimenticando che le leggi esistono proprio per regolare tali diritti.

Per concludere, è sbagliato credere che in democrazia ognuno abbia la possibilità di praticare i propri diritti in ogni circostanza perché, se questi diritti non sono in linea con la cultura esistente, andrebbe contro la legge stessa che ha definito le regole della libertà democratica.

Una legge per le primarie, ovvero, come uccidere le primarie.
post pubblicato in POLITICA, il 18 giugno 2011


Fonte: il corriere della sera

Il Pdl, nella sua infinità bontà, vuole/vorrebbe instaurare delle regole per regolamentare le primarie; al proposito ha già presentato, ai due rami del parlamento, una legge che prevede l’obbligatorietà di scegliere attraverso le primarie i rappresentanti: sindaci, presidente di provincia e regione. Escludendo il candidato premier.

Prevede che le primarie si svolgano almeno sessanta giorni prima delle elezioni.

Inoltre, la legge prevede che la partecipazione sia aperta solo agli iscritti al partito, o a uno dei partiti che compongono la coalizione, che la indice o sostenitori residenti nel territorio interessato dall’elezione e che si sono iscritti ad un apposito registro dei sostenitori almeno sessanta giorni prima delle elezioni.

Spiegano Cicchito e Quagliariello (i due firmatari della legge): “Tale prescrizione temporale in combinato disposto con la norma che prevede la presentazione delle candidature tra il quarantesimo e il trentesimo giorno precedente alla consultazione, è finalizzata a scongiurare il rischio di risultati falsati o inquinati. Un organismo pubblico, nella fattispecie la cancelleria del tribunale territorialmente competente, verifica la regolarità degli elenchi degli aventi diritto al voto e si accerta che nessun cittadino sia contemporaneamente iscritto a più di un elenco per la medesima scadenza elettorale». Ogni partito o coalizione che promuove elezioni primarie, concludono, «si dota infine di un regolamento e di una commissione elettorale relativa all'ambito territoriale interessato”.

Già la legge in se è una contraddizione dato che le primarie sono un fattore interno ai partiti e, sia, il loro svolgimento che le regole, deve essere a discrezione dei partiti che le indicono. Qualora ci fossero brogli, basta applicare le leggi esistenti sulle elezioni. Volerle regolare con legge dello stato è un’interferenza nella vita di partito. Inoltre, anche se non è chiaro se siano o no obbligatorie, non ha senso imporle a tutti perché, le primarie, nella candidatura dei sindaci e presidenti deve restare una scelta individuale di partito, non può e non deve essere regolata da leggi che implicano, necessariamente, il rispetto di regole che vanno ben oltre il “semplice” controllo amministrativo e penale di un evento.

Una legge simile, comporterebbe l’adeguamento forzato dei partiti a un certo modo d’essere che nulla ha a che fare con la vita politica del partito stesso.

Le primarie hanno valore solo se sentite sia dai partiti che le organizzano sia dai cittadini che vi partecipano. Inoltre, l’introduzione di chi può partecipare è contrario ad ogni significato democratico.

Concludendo, la legge presentata sembra più un tentativo di svuotare di significato un metodo introdotto da altri e, pertanto, anche considerando l’ipotesi avanzata all’interno dello stesso Pdl di intraprendere la stessa strada del PD, da condannare. Inoltre, va considerato anche la struttura del Pdl basata sul leaderismo imposto. Questo non permetterà mai ai suoi elettori di scegliere il leader in modo diverso dal suo usuale.

Difatti, è escluso il premier di governo


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 18/6/2011 alle 14:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La democrazia e il potere.
post pubblicato in Riflessioni, il 4 marzo 2011


Leggendo le parole di Gheddafi "Il potere è nelle mani del popolo, sfido chiunque a dimostrare il contrario" sembra, in un certo qual modo, di ascoltare Berlusconi quando afferma che il popolo è sovrano per giustificare la sua politica. Il popolo ha espresso il voto a favore nostro, dice, pertanto, siamo legittimati a governare al di la di ogni dubbio.
Certo, una differenza tra i due c'è ed è sostanziale, Gheddafi sale al potere dopo una rivoluzione, il governo italiano dopo elezioni democratiche. Ciò non toglie che il popolo possa cambiare opinione dopo un certo periodo di tempo, cioè, dopo aver constatato la veridicità delle promesse fatte in campagna elettorale o durante la rivoluzione; e in questo i due sono identici.
Inoltre, una maggioranza democratica non può permettersi di gestire il potere senza tener conto della minoranza,non può fare leggi che mirano a soddisfare solo l'interesse dei propri elettori.

Partendo dal presupposto che anche le democrazie nascono da un movimento rivoluzionario e che la gestione del potere democratico, comunque, è simile ad ogni altro potere - un gruppo di persone viene delegata a gestire la cosa pubblica - non significa che negli anni di governo del gruppo di potere, questi si ritenga "proprietario" della cosa pubblica anzi, la differenza tra democrazia e dittatura nella gestione del potere è proprio quella di ritenere la cosa pubblica, appunto pubblica e non privata come avviene nelle dittature.
Da cosa si può dedurre che un potere democratico scivoli nella dittatura, cioè, da gestore della cosa pubblica diventi proprietario della stessa?
Innanzi tutto dalla capacità del potere di separare la sfera privata dei politici eletti da quella pubblica. Se è vero, almeno in linea teorica, che in democrazia chiunque può essere eletto alla guida della nazione, è altrettanto vero che la democrazia, attraverso la costituzione dello stato democratico, pone dei limiti al potere dei singoli anche se eletti dal popolo.

Data la premessa, il potere "Berlusconiano" non si differenzia minimamente, pur con tutte le apparenti diversità tra un potere eletto e uno imposto, da quello gheddafiano. Tutti e due si rifanno al principio che chi vince, per rivoluzione o elezione, ha il diritto di gestire in modo personale la cosa pubblica fondendo di fatto la sfera privata da quella pubblica.
A dimostrazione di ciò sono le continue ingerenze di Berlusconi nel lavoro delle altre istituzioni dello stato. Ingerenze che vorrebbero modificarle per portarle a una dimensione dove il governo, una delle istituzioni, abbia il controllo sulle altre e, dato che il governo berlusconiano è "privato", tutte le istituzioni lo diventeranno.

Per concludere, un potere democratico può diventare dittatura qualora si spostano gli interessi da collettivi a privati. Per far ciò, non necessità che si usi violenza fisica come avvenuto in, ne che si verifichino necessità estreme da giustificare uno stato forte, basta, appunto, spostare gli interessi, anzi, sicuramente è più redditizio qualora si riesca a far identificare artificiosamente la popolazione nei nuovi interessi e a farli decifrare come collettivi.
Tutto per gli italiani, niente agli italiani.
post pubblicato in Riflessioni, il 26 agosto 2010


Alla infelicemente famosa frase “lo vuole la gente” se n’è aggiunta un’altra altrettanto infelice “solo il popolo è sovrano”.

La prima, serve a giustificare leggi che poco, o niente, hanno a che fare col popolo; la seconda, , serve a giustificare il ritorno al voto prima della fine della legislatura.

Tutte e due hanno in comune una concezione della centralità del popolo basata, non tanto sulla sua partecipazione effettiva ma sul suo “utilizzo” elettorale al solo scopo di giustificare il potere degli eletti; ciò sta a indicare che “il popolo”, di questa centralità, ne è servo anziché il perno portante; pertanto, detta centralità è falsa. Falsa perché, comunque, anche se il popolo decide – ma anche questo è falso perché, nell’attuale legge elettorale, il popolo non ha la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, ma solo il premier proposto dalla coalizione che a sua volta sceglierà chi rappresenterà il popolo in parlamento (il tutto, essendo una coalizione di partiti, la scelta sarà frutto di trattative fra le componenti della stessa coalizione) -, non avrà poi modo di intervenire sulle decisioni del governo.

È ovvio che la centralità del popolo è/dovrebbe essere la base di ogni democrazia, ma è altrettanto ovvio che la sua applicazione non può essere decisa in base agli sviluppi quotidiani. Affinché essa trovi una   concreta applicazione, è necessario che sia strutturata in forme “rigide” per evitare confusioni interpretative al fine di dare modo al popolo di usufruirne con facilità; la costituzione rispecchia questi principi, caso mai, è un po’ carente nelle forme.

Nella democrazia italiana, ma anche in tutte le altre, il popolo è sempre stato il mezzo e non il centro, parlare quindi di “fare per il popolo” è fuorviante; lo è anche perché il popolo è molto variegato e gli interessi sono molteplici e abbracciano tutto l’arco della vita socio/economico/politico.

Pertanto, le due frasi sono, oltre che luoghi comuni, anche un mezzo del potere per ingannare la popolazione sulle vere intenzioni: convincere il popolo che, curando gli interessi di una parte (gestori del capitale) si avrà necessariamente benessere generale. Per il momento, però, ciò che si può constatare nella realtà è:

1)      sacrifici uguali per tutti (dimenticandosi che un euro per un reddito di mille non equivale a 1000 euro per un reddito di dieci mila)

2)      contratti di lavoro a termine, dimenticandosi che, in questo, difficilmente si acquisiranno i requisiti per la pensione,

3)      contratti separati non più per categorie ma per prodotto (vedi fiat) e al raggiro continuo dello statuto dei lavoratori che porterà, nel prossimo futuro, alla perdita dei diritti fondamentali degli stessi,

4)      finanziarie che, mascherandosi dietro alla diminuzione delle tasse, di fatto diminuiscono i finanziamenti pubblici agli enti locali, alle scuole e alla sanità, e che nell’ambito delle nuove competenze e del patto di stabilità derivanti dall’applicazione del federalismo fiscale, andranno a caricare ulteriormente i cittadini di tasse.

5)      Privatizzazioni che, oltre a non migliorare i servizi, non rispettano neanche la legge della libera concorrenza, tipica della democrazia liberale, dato che i prezzi, una volta che le strutture passano in mano ai privati, aumentano.

E altre azioni mirate su singoli problemi come: affitti, disabilità, carceri, mafia (nel senso di “ristrutturazione del territorio per togliere terreno ai mafiosi), stipendi e pensioni dei parlamentari e assessori, immigrati, ecc. chi più ne ha più ne metta che, invece di avere come obiettivo una miglior convivenza, non fanno altro che impoverire, dividere e “sottomettere” i cittadini ad una autorità che, se governa, non lo fa in ragione delle sue capacità gestionali della cosa pubblica per il bene del paese e dei suoi abitanti, TUTTI, ma in nome di una concezione del potere vecchia come la società umana, in nome di una ideologia da loro ritenuta “l’unica in grado di portare la società a un livello di vivibilità accettabile” ma che in pratica non fa altro che ripetersi dall’antichità.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 26/8/2010 alle 22:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Abruzzo, lo sciacallaggio mediatico del Cavaliere
post pubblicato in diario, il 21 aprile 2009


Sotto trovate il link di un articolo scritto da padre Raffaele Garofalo su MicroMega, un'analisi dell'operato del governo sulla tragedia Abrusseze che per me non ha bisogno di commenti.
buona lettura 

http://temi.repubblica.it/micromega-online/abruzzo-lo-sciacallaggio-mediatico-del-cavaliere/
Democrazia e informazione
post pubblicato in diario, il 18 aprile 2009


Si sa che ogni potere cerca di imbrigliare l'informazione a proprio vantaggio, a questo comportamento, in passato, si era sopperito usando la cosiddetta "divisione delle poltrone" dove ogni partito presente in parlamento aveva l'opportunità di inserire nella gestione dell'informazione pubblica una persona di sua fiducia, questo, se pur imperfetto è un modo per evitare prevaricazioni.
Nell'attuale situazione socio politica, dove la maggioranza, pur avendo tutti i requisiti per governare, cerca di coinvolgere nelle sue decisioni anche l'opposizione e l'opposizione, divisa al suo interno, a tratti si lascia coinvolgere, denota un cambiamento sostanziale nell'approccio alle problematiche sociali, non più contrapposto, almeno apparentemente, ma di ricerca di condivisione.
Ciò porta la maggioranza ad avvalersi di comportamenti che vanno al di la delle sue competenze istituzionali, autorizzandola a portare in parlamento proposte di legge decisamente in contrasto con la costituzione stessa.
E' in questo quadro che va inserita la decisione di sospendere Vauro, dal momento che la politica è alla ricerca di una identità unitaria, ogni voce contraria deve essere messa a tacere per non compromettere tale processo.
Questo processo va visto anche alla luce di un deciso spostamento a destra dell'elettorato italiano, sia esso cosciente o semplicemente emozionale, che a dato modo a personaggi come Berlusconi, di appropriarsi dei poteri dello stato per portare avanti una politica, oltre che economica liberista, di snaturamento dei valori nati, sia dalla lotta contro il fascismo sia dalle lotte degli anni 60-70-80 per l'applicazione dei diritti sanciti dalla costituzione.
Non c'è da meravigliarsi se la tendenza odierna è quella di riportare l'informazione ai livelli pre democrazia perché, viste le mire Berlusconiane a incentrare "maggior potere nelle mani del premier (sue) e le leggi tipo bio testamento, che hanno come unico scopo quello di difendere una sola parte dei valori esistenti, è ovvio che l'intento è di porre un sostanziale freno alle libertà individuali ritenute, erroneamente, limite ad una società "perfetta".
francesco
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