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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
La finzione della democrazia.
post pubblicato in Riflessioni, il 29 marzo 2015


Si sa che la politica “moderna” italiana si basa essenzialmente sul protagonismo dei suoi componenti.Si sa anche che questo protagonismo si diletta anche nella diffamazione dell’avversario.  Si sa inoltre che ogni politico è convinto di avere la verità assoluta in tasca e che detta verità la deve tradurre a ogni costo nella realtà. Si sa pure che ogni politico si sforza di essere accettato e di conseguire un risultato consensuale tale da permettergli, se non di avere la maggioranza, almeno di contare nel legiferare.Quello che forse si sa poco o non si sa affatto o si sa e non lo si ammette è che ogni politico pensa di poter governare da solo; cosa che lascia presupporre che abbia – il politico – aspirazioni da dittatore.

Lo si è visto con Berlusconi, con le sue leggi o tentativi di legiferare sia per difendere la propria persona e posizione che per controllare meglio gli eventi sociali attraverso l’informazione nel tentativo, attraverso la propaganda, di acquisire un consenso assoluto che lo avrebbe portato a diventare l’unico governante. Lo si vede anche oggi con Renzi che dice di procedere comunque al di la della posizione del governo e parte del suo partito senza nessuna mediazione con le altre componenti della società; proprio in questi giorni è passata in commissione senato la legge sulle unioni civili che da agli omosessuali gli stessi diritti delle coppie etero – cosa buona e giusta, intendiamoci. Questo commento non vuole essere contrario a tale legge, anzi…. La legge è passata coni voti del Pd, ma non tutto, e del M5s, cioè, di una parte dell’opposizione,pertanto, al di fuori della maggioranza che ha visto l’N.c.d. contrario e, in modo trasversale, i cattolici. Dunque, senza tener conto delle varie componenti del governo, Renzi ha proposto e ottenuto la maggioranza con l’appoggio diparte dell’opposizione.

Lo si vede anche con Grillo che s’è posto il compito di “mandare tutti a casa scardinando il parlamento”, e che a ogni dissenso interno del suo M5s corrisponde l’espulsione. Ai leader maximi risponde in coro il partito o movimento che, salvo eccezioni rare, anche quando dissentono, lo fanno per assurgere essi stessi a leader maximi.

Dunque, la politica moderna, quella della seconda repubblica che avrebbe dovuto portare l’Italia a un sistema più “democratico” e più equo, si sta risolvendo con una lotta tra singole persone, come ai tempi della monarchia, per il potere. Lo scopo apparente di questa lotta, che viene portata avanti nascondendosi dietro la democrazia, la libertà, è il benessere degli italiani,  di fatto, tentano di portare l’Italia a un sistema, se non dittatoriale, di sicuro chiuso a ogni interferenza popolare.

Questo, comunque, è un difetto cronico dei politici - che da sempre aspirano a universalizzare le loro idee - che trae origine dalla cultura religiosa e ideologica; sono, da sempre,le religioni e le ideologie a determinare il tipo di governo. Questo significa che la democrazia (governo del popolo) è solo una finzione per mascherare le vere intenzioni. Inoltre, serve anche a illudere il popolo - attraverso il cosiddetto sistema parlamentare, dove i governanti vengono eletti in base a pseudo programmi, dal popolo con votazioni plebiscitarie ma che, una volta eletti i rappresentanti, non hanno più nessun controllo su di essi - di essere partecipi della politica che i governi fanno, ma anche responsabili dei loro errori. D’altra parte, coloro che si astengono dal voto per protesta, anche qualora fossero la maggioranza , non essendoci un quorum per la validità delle elezioni, deve accettare il governo, e le sue leggi, eletto “democraticamente”;praticamente, in modo particolare con l’attuale legge elettorale (porcellum) –ma anche con quella in discussione alle camere (italicum)-, un governo può governare, grazie al premio di maggioranza, anche con solo il 25-30% dei consensi.

D’altra parte, Le stesse politiche dei governi non trovano nessun riscontro nella realtà – basta vedere la legge sul lavoro (job act) - perché le leggi, essendo i politici “ricattati” dai poteri forti in termini di economia, tendono sempre a colpire le fasce di popolazione meno abbienti - operai, impiegati pensionati, partite Iva, ecc., senza mai toccare, anzi, agevolando, i grandi capitali finanziari e la grande e media industria.

In un contesto simile è difficile anche solo sperare in una possibile soluzione positiva per il popolo.I politici sembrano sempre più orientati verso una società verticale anziché predisporre, attraverso le leggi, un percorso verso una società orizzontale.

Orientamento che presuppone una società basata sulla dipendenza del popolo dal politico che a sua volta soggetto al ricatto finanziario, ne diviene l’esecutore con tutti i vantaggi del caso. E il popolo? Ritornerà ad essere il volg(are)o diseredato e spogliato di tutti i suoi diritti.


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permalink | inviato da vfte il 29/3/2015 alle 12:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Comportamenti comuni ai due generi
post pubblicato in Riflessioni, il 23 marzo 2015


Chi dice donna dice danno; un vecchio proverbio maschilista per esprimere la convinzione che la donna non è capace di fare alcunché senza provocare, appunto, danni.

Un altro proverbio maschilista sullo stesso tema ma più mirato è: donna al volante pericolo all’istante; il significato è ovvio.

Proverbi vecchi che non hanno mai trovato riscontro con la realtà di ieri e di oggi.

Questo a dimostrazione del fatto che certi comportamenti sono comuni ai due generi. Si vedano, ad esempio, certi slogan del passato che mettevano la donna più portata alla pace e alla difesa del “focolare”, cosa alquanto smentita negli ultimi decenni dalle donne militari e dai sempre più frequenti atti di violenza delle donne anche se, bisogna dirlo, non hanno ancora superato l’uomo a cui rimane questo tristissimo primato.

Le donne,dunque, come gli uomini, sono tese ad affermare se stesse a qualunque costo;sia contro persone dell’atro genere che contro persone del loro genere.

È il caso dei tanti diverbi succedutivi negli anni tra donne, ultimo dei quali la frase di Alessandra Mussolini diretta a Nunzia di Girolamo:” De Girolamo non so come sia diventata deputata. Anzi: lo so, ma non lo dico...”, una frase dal chiaro significato sessista, anche se non espresso, a dimostrazione del fatto che sessisti non sono solo gli uomini.

Certi comportamenti, dicevo, sono comuni ai due generi. La voglia di protagonismo, di essere migliore, di conquistare o meritare la posizione raggiunta è comune ai due generi che, anche se per millenni sono stati appannaggio dell’uomo, ora,con la conquista dei diritti, anche le donne ne possono fare sfoggio.  


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Vitalizio per la famiglia del cameriere bengalese ucciso a Pisa
post pubblicato in NOTIZIE, il 30 novembre 2014


La repubblica

Quanto segue non vuole essere un insulto alla vittima, morire a 34 anni senza apparente motivo è sicuramente dura e l’assassino dovrebbe pagarla molto cara,  ma una critica all’attuale tendenza dei politici a soddisfare più le esigenze degli immigrati di quelle degli italiani.

A quanto sembra, l’Italia non è così in crisi come dicono.

L’Inail ha deciso di dare un vitalizio di duemila euro alla famiglia del giovane di trentaquattro anni ucciso il tredici aprile scorso con un pugno da un giovane tunisino alla fine del suo turno di lavoro fuori dal locale mentre si apprestava a tornare a casa. L’Inail corrisponderà l’assegno direttamente alla famiglia in Bangladesh.

Esiste una legge (infortunio in itinere) (Decreto Legislativo - (DLG)n. 38 del 23 febbraio 2000, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 50dell’1/03/2000) che, in caso di infortunio durante il tragitto per recarsi o tornare dal lavoro, corrisponde un vitalizio ai superstiti (familiari), ma non viene menzionata l’aggressione. Dunque,legalmente, alla famiglia non dovrebbero corrispondere nessun vitalizio.

Certo,detta così, a molti sembrerà una carognata, ma è da vedere se questa regola poi varrà anche per altri, in modo particolare agli italiani.

Mail problema è un altro. Se pensiamo a quante persone in Italia - disoccupati,precari, pensionati con la minima, persone senza casa, ecc. – vivono al limite o sotto il livello di povertà, allora il fatto può essere visto sotto una luce che non è solo quella di assistere i migranti, ma lo scempio che si sta facendo dell’Welfare in Italia. Il problema ovviamente non può essere considerato dal punto di vista ne morale ne,tanto meno, ideologico, poiché il coinvolgimento, sia dei cittadini che delle forze politiche, è trasversale. Certo,i cittadini coinvolti fanno parte della classe medio bassa, ma politicamente e moralmente sono diversi.

Dunque,il problema riguarda l’appartenenza. L’appartenenza al popolo italiano che pagale tasse e che, da una parte si vede depauperato dei suoi diritti acquisiti in anni di lavoro o dal non lavoro “forzato” come i giovani d’oggi, dall’altra viene “deriso” proprio da coloro che dovrebbero difenderlo e che, invece, s’inventano diritti per persone che non sono italiani e neanche vivono in Italia.

Già,la famiglia della vittima è tornata al suo paese d’origine, il Bangladesh. Un paese povero. Un paese che Secondo la Banca mondiale, “nel 2010 il Bangladesh è stato il paese in cui gli operai guadagnavano di meno al mondo. Lo stipendio medio di un operaio bangladese equivale a meno di 30 euro al mese, anche se alcuni stabilimenti pagano qualcosa di più per attirare manodopera”. Dunque, 2000 euro mensilità un reddito che la maggioranza degli italiani non riuscirà a realizzare durante l’arco della loro vita, mentre in Bangladesh è, come minimo, un reddito da classe medio alta, pertanto, prendendo per buone eventuali giustificazioni di tale “regalo”, vien da pensare come mai ci sono milioni di italiani costretti a condurre una vita povera o al limite della povertà, famiglie che non hanno il necessario per far fronte a malattie disabilitanti e altri milioni a vivere una vita nella totale incertezza del futuro.

Ovviamente, questo è solo un esempio di tanti.


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permalink | inviato da vfte il 30/11/2014 alle 15:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Obama, nel discorso dell'inauguration day apre ai diritti per i gay.
post pubblicato in RELIGIONE, il 22 gennaio 2013


repubblica tv

Per l'ultimo imperatore, deve essere stato un colpotremendo la parte del discorso di Obama dove invita all'azione sui diritti deigay - Il nostro viaggio non sarà finito fino a che inostri fratelli e sorelle gay non saranno trattati come tutti gli altri perlegge. Se siamo davvero creati uguali, allora anche l'amore che noi promettiamoad un'altra persona deve essere uguale -dove è evidente l'apertura al matrimonio gay.

Si deve essere rivoltato sul suo dorato trono, lui,da sempre impegnato a difendere a spada tratta la famiglia come unione tramaschio e femmina. Lui che da sempre lotta contro la teoria gender (genere) arrivando ad affermare che lenozze gay sono un attentato alla famiglia. Un colpo tremendo perché l'apertura non arriva daisoliti gay, gender, lesbiche ecc. ma da uno degli uomini più potenti dellaterra in grado di determinare, nel bene e nel male, cambiamenti radicali nellelegislature di ogni paese. Un colpo tremendo perché, l'apertura, metteràsicuramente alla prova il progressismo di quei cristiani cattolici che, oracome ora, si trovano in bilico tra l'accettazione dei diritti universalipromossi dalla società laica e l'accettazione, anche se condizionata, dei dogmidella dottrina clericale.

Questi cristiani cattolici, basando la loro fedesulla teoria che vuole la religione un fatto personale, potrebbero rinunciare aquei dogmi che non rispettano l'individuo in se ma lo interpretano, perdendolodi vista annullandolo, come insieme di un organismo superiore tutto teorico.Una rinuncia che non comporta la perdita della fede ma che la rafforza nelmomento in cui la scelta dell'individuo significa amore verso una personatangibile perché dio non creò l'umanità ma, appunto, l'individuo Adamo a cui,in un secondo momento, affiancò l'individuo Eva e diede loro il compito diproliferare "creando" a loro volta altri individui.

Inoltre, all'individuo Adamo e all'individuo Eva,diede il libero arbitrio, cioè la possibilità di scegliere individualmente lastrada da loro ritenuta migliore per la loro salvezza. Questi cristiani cattolici, storicamente, siidentificano con la sinistra moderata e riformista, e questo, per il clero,politicamente ha sempre significato un'incognita. Un'incognita che ora potrebbenon esserlo più.

Dunque, l'ultimo imperatore a di che preoccuparsi peri prossimi quattro anni.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 22/1/2013 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La coca cola e le arance di Rosarno; guerra di potere sulla pelle dei diseredati.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 27 febbraio 2012


 Terrelibere.org

 
Secondo una denuncia del periodico The Economist, lo sfruttamento dei lavoratori di Rosarno dipende dai prezzi che la multinazionale coca cola applica al succo concentrato delle arance prodotte in Calabria obbligando i produttori a sfruttare al massimo la manodopera e che, perciò, ne sia la causa indiretta.
Sicuramente, la coca cola sta sfruttando una realtà ma, però, è difficile credere che ne sia l’artefice, anche se indiretto. Caso mai sta sfruttando le leggi italiane sull’immigrazione.
Leggi che, invece di regolarizzare l’immigrato, lo rende clandestino, qualora perde il posto di lavoro, pur avendo il permesso di soggiorno, permettendo, così, il suo sfruttamento perché costretto a lavorare in nero.
Non è certo la multinazionale, almeno in Italia, ad obbligare l’assunzione in nero. La causa del fenomeno va ricercata nella struttura socio economica del posto in cui opera, e a cui si adegua.

Detto ciò, va ricordato che, a Rosarno, due anni fa ci fu la protesta dei clandestini contro le condizioni disumane cui erano sottoposti. Proteste che hanno dato origine alla “caccia al negro” e che ha coinvolto parte della popolazione.
Queste proteste, però, non sono hanno prodotto indagini adeguate per eliminare lo sfruttamento dei lavoratori stessi che, dopo i disordini di due anni fa erano stati costretti ad andarsene per poi essere richiamati a lavorare sempre alle stesse condizioni, continuando a percepire stipendi da fame, 20-25 euro al giorno, e a vivere assiepati in strutture fatiscenti per l’impossibilità di pagare l’affitto perché troppo alto o perché sono senza permesso di soggiorno e nessuno vuole rischiare di vedersi requisito l’appartamento..
Ad oggi, la situazione è la stessa anche se l’amministrazione comunale, con associazioni del posto, cerca di arginare il fenomeno.

L’effetto della denuncia di The Economist, però, ha provocato la reazione negativa della coca cola che, dopo aver negato il suo coinvolgimento nello sfruttamento, ha deciso di rompere i contratti con le aziende del posto, mettendo in ginocchio l’economia agricola di Rosarno e dintorni, per salvaguardare la sua immagine.

Concludendo, che gli immigrati siano sfruttati lo si sapeva già senza l’intervento esterno. Sembra, però, che la legge Bossi/Fini, che ne è la causa, sia caduta nel dimenticatoio di quanti sfruttano il momento della disgrazia altrui per poi fregarsene.


Assurdità italiane: cartella esattoriale da due milioni. Quando le tasse diventano oppressive.
post pubblicato in NOTIZIE, il 20 gennaio 2012


Trentino.it
Due operai di thiene (TN), di origine bosniaca, si sono visti recapitare una cartella esattoriale di due milioni e 182 mila euro che sarebbero le spese delle intercettazioni usate in un’indagine penale per traffico di droga.
I due, marito e moglie, erano stati coinvolti marginalmente nell’indagine ed erano stati condannati rispettivamente a due e tre anni di carcere. Oltre a loro, al processo altri furrono condannati a pene ben più pesanti, fino a 20 anni, ma tutti risultarono nulla tenenti. Da questo la decisione di Equitalia di addebitare alla coppia tutte le spese.  A questo punto, Equitalia ha predisposto subito il pignoramento dell’intero stipendio dei due e il conto in banca, inoltre, si appresta a pignorare anche la casa. Questo è possibile grazie ad una norma che prevede, in caso di condanna in un procedimento penale, che le spese siano addebitate a tutti i condannati. In questo caso, dato che gli altri condannati erano nullatenenti, le spese sono state addebitate agli unici che avevano un reddito fisso.

Una cifra enorme se si considera la situazione dei due. Ma il problema, più che la cifra, è il pignoramento dell’intero stipendio e del conto in banca. Si, perché non si capisce come possano vivere i due che, tra l’altro, hanno due figli.
Una cosa assurda anche per quanto riguarda il recupero dello stesso importo perché, così ridotti - se si considera anche il sequestro della casa -, sicuramente sarà loro impossibile continuare a lavorare e accudire i figli.
L’avvocato dei due ha avviato affinché la sentenza venga modificata al recupero dei soldi col quinto dello stipendio dei due adducendo a motivo proprio la situazione economico in cui verrebbero a trovarsi.

Definire questa sentenza un’assurdità è riduttivo. Se da una parte le spese processuali, giustamente, vanno addebitate al condannato, dall’altra, non si può impedire allo stesso di vivere perché, pignorare lo stipendio e, forse, la casa, equivale a condannarli a una sorte ben peggiore, quella dell’esclusione totale dalla società. Tanto valeva condannarli a vita, così avrebbero almeno avuto vitto e alloggio assicurati.
Questo fatto, aggiunto ad altri avvenuti in passato (Maso Totzi), fanno pensare che non esiste nessun rapporto “sociale” tra le varie agenzie (nazionali e provinciali) addette alla riscossione delle tasse e i cittadini. Da l’impressione che la riscossione sia un qualcosa di indipendente dalle regole morali che sono alla base del vivere civile. Un qual’cosa di freddo, estraneo. Come al tempo delle monarchie quando, chiunque si trovava su un territorio, doveva pagare il tributo al signorotto di turno al di la delle sue reali condizioni.

Concludendo, le tasse, giuste che siano, non possono eliminare i diritti elementari dei cittadini.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 20/1/2012 alle 11:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Siria, la rivoluzione dimenticata e la repressione ignorata
post pubblicato in POLITICA, il 8 gennaio 2012


Fonte notizia Ansa vedi anche Peace Reporter
Iniziarono dieci mesi fa le proteste in Siria contro il regime e in questi dieci mesi già si contano, secondo i coordinamenti locali, 6013 vittime. Una repressione dura, quella del regime siriano, che ricorda quelle di Libia, Tunisia e Egitto. Inoltre, sembra che le proteste, che avevano l’obiettivo di spingere il governo a riformare lo stato in senso democratico, stiano sfociando in vere e proprie rivolte popolari per rovesciare il regime del presidente Bashar al-Asad.
Quello che succede in Siria fa parte della cosiddetta “primavera araba” caratterizzata dalla richiesta di democrazia laica da parte delle popolazioni.
Però, mentre per Egitto, Libia e Tunisia, l’occidente Ha preso posizioni nette nei confronti della repressione arrivando, come in Libia, ad interventi militari, in Siria sembra che, l’occidente, abbia poca volontà, o non ne abbia affatto, di interferire negli affari interni del paese.
Neanche di fronte all’attentato, che l’opposizione al regime addebita al regime stesso per creare ulteriore tensione e usarlo come propaganda nel tentativo di aumentare il consenso dipingendo l’opposizione come i veri anti democratici,  di venerdì con 25 morti ha smosso la diplomazia occidentale.

La ragione, secondo il Raggruppamento del manifesto di Damasco, è il conflitto di interessi tra i paesi della regione e a livello internazionale a impedire gli interventi per fermare la repressione e riportare la democrazia in Siria e, perciò, a prolungare la crisi e quello che comporta. Inoltre, esorta i siriani a contare solo su se stessi
"I siriani non hanno altra scelta che contare sulla loro fermezza e sul sacrificio per convincere il mondo di meritarsi libertà e dignità" e per spingere la comunità internazionale a "mobilitarsi a difesa dei civili e frenare la forza bruta con cui il regime usa violenza al popolo e piega la sua volontà", afferma il comunicato.
Questo deriva anche dal pessimismo nei confronti della missione di osservatori, inviati dalla lega araba, col compito di valutare il grado di applicazione dell’iniziativa araba per risolvere la crisi. Pessimismo che ha fatto dire ad Abd al-Razzaq Eid, presidente del consiglio nazionale del manifesta di Damasco all’estero la convinzione di una connivenza della missione col il regime.

Dunque, secondo il Raggruppamento del manifesto di Damasco, nessuno sembra intenzionato a un intervento, anche non militare, per fermare la repressione a causa degli interessi economici nel paese e della paura di un conflitto allargato che renderebbe ancor più problematica la situazione e rischierebbe di compromettere la stabilità della zona.
Niente di più vero anche in considerazione che la lega araba, a fine novembre 2011, aveva sanzionato la Siria perché non disponibile ad accettare sul suo territorio 500 osservatori internazionali con il compito di controllare eventuali violazioni dei diritti civili e ha porre fine alla repressoine; sanzioni accettate dai 2 terzi della lega araba ma che ora, a quanto sembra, non vengono applicate. Le sanzioni della lega sono andate ad aggiungersi a quelle degli Usa e Unione Europea che riguardano essenzialmente taglio dei prestiti e riduzione dell’esportazione del petrolio. Ben poco in confronto a ciò che sta avvenendo.  

Concludendo, non si capisce perché, sia gli Usa che l’UE, che tanto si sono dati da fare per rovesciare determinati regimi nell’area araba e che oggi come ieri sono intenzionati a porre fine al regime iraniano, non si muovano con lo stesso impegno nei confronti del regime siriano che, a quanto sembra, in tema di rispetto dei diritti civili delle popolazioni, non rispetta gli accordi internazionali.
Non si capisce a meno che non si prenda per buona, e lo è, la tesi del Raggruppamento del manifesto di Damasco; a frenare gli interventi sono gli interessi che, sia i paesi arabi che gli altri, anno nella zona.

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I PENSIONATI D’ITALIA e i criteri Imps.
post pubblicato in BREVI, il 3 gennaio 2012


            Fonte Ansa

700 euro di pensione, 450 di pensione sociale e 250 per gli anni lavorati all’estero, questa la pensione che percepiva l’anziano, di 74 anni, di Bari che si è tolto la vita dopo aver ricevuto dall’imps la richiesta di restituire parte dei soldi della pensione percepiti negli ultimi anni.

Questa notizia, se risultasse vera, la dice lunga sulla situazione attuale dell’Italia.
Anche se l’anziano avesse commesso delle “furberie” per ottenere le due pensioni, siamo comunque di fronte a un comportamento che non lascia dubbi su cosa ci dobbiamo aspettare.
Si, perché se si trattasse di certe cifre, come quelle di certe pensioni, sarebbe più che comprensibile la richiesta di restituzione, ma 700 euro, che non bastano neanche a sopravvivere decentemente, non è affatto accettabile.

E’ chiaro che bisognerebbe conoscere la reale situazione economica dela persona e il motivo della richiesta, rimane sempre, però, il fatto in se. Per arrivare alla decisione estrema di togliersi la vita, significa che almeno le condizioni economiche e famigliari erano agli estremi.

C’è da chiedersi con quali criteri, l’Imps, analizza le situazioni pensionistiche per richiedere il rimborso. Se nei criteri è prevista anche la situazione familiare dei pensionati o se si basa esclusivamente su calcoli matematici e l’interesse dell’istituto.

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Rifiuti tossici: nessun colpevole!
post pubblicato in NOTIZIE, il 19 settembre 2011


Fonte

È finita nel nulla l’inchiesta sui rifiuti tossici chepartivano dal nord (Milano, Vicenza, Padova, Treviso, Verona, Venezia, Bergamoe Brescia) per venire interrati nelle campagne del sud.

L’inchiesta, denominata Cassiopea, iniziata nel 2003, è,di fatto, caduta in prescrizione; come a dire che, al di la delle prove,scaduti i termini scaduto il reato, o meglio, non c’è reato.

Certo che è un bel regalo sia alla camorra sia agliindustriali del nord che di “questo servizio” hanno ampiamente usufruito con lacomplicità dei politici locali ma anche dei singoli proprietari dei terreni.

Una pratica che, oltre a inquinare l’ambiente, servivaagli industriali ad evadere le spese per lo smaltimento rifiuti tossici,ovvero, la si potrebbe anche chiamare evasione fiscale. Questo, proprio aridosso dell’approvazione della manovra che prevede anche la prigione per glievasori fiscali.

Dunque, in un’Italia stretta dalla morsa della crisi chechiede sacrifici a tutti, ma che in realtà, a pagarne le maggiori conseguenzesono i meno abbienti, lasciare cadere un’accusa di questo tipo, che comportaenormi spese per i cittadini in termini di bonifica del territorio, prende l’aspettodi una vera e propria contraddizione. Tanto più se consideriamo che, laprescrizione, dovrebbe essere applicata la dove gli autori del reato non sonostati ancora individuati; mentre, nel caso dell’inchiesta Cassiopea, lo sono econ tanto di prove a loro carico.

Inoltre, è impensabile che in una società civile edemocratica non ci siano delle regole più ferree contro coloro che attentano allasalute dei cittadini e del territorio. Per reati di questo tipo, laprescrizione non dovrebbe neanche essere presa in considerazione poichécomporta la possibilità dei criminali, che avendo disponibilità di mezzieconomici e pertanto hanno la possibilità di gestire i processi, di evitare lapena.

Come sia possibile questo lo si può dedurre, non tantodall’incapacità della magistratura quanto dalla volontà politica di certecomponenti a difendere, con leggi appropriate, interessi particolari a danno diquelli comuni.

Concludendo, con la prescrizione per questi reati, si va anchea ledere il diritto dei cittadini alla giustizia poiché, l’unico mezzodemocratico e reale per ottenerla è proprio il tribunale.

La fiat e le auto italiane.
post pubblicato in LAVORO, il 26 agosto 2011


           

Fonte notizia: corriere.it

Una frase del presidente della fiat, John Elkann lascia perplessi:bisogna vedere se l’Italia vuole fare automobili, vedere se c’è chi vuole fare auto come vuole fare la fiat”. Già, perché non basta fare auto, l’importante sono i metodi organizzativi di produzione. Quelli, tanto per intenderci, chiesti e ottenuti dall’ad Marchionne, ovvero, restrizione dei diritti dei lavoratori e loro completo adeguamento alle necessità dell’azienda.

La risposta al presidente fiat arriva dal ministro del lavoro Maurizio Sacconi,fiat a avuto dall’Italia tutte le certezze per poter investire, la norma inserita nella manovra è segno evidente di un clima inequivocabile di favore per gli investimenti e l’occupazione. Ora le chiacchiere e il tempo degli interrogativi deve essere sostituito dalle decisioni”. Già, la possibilità di licenziare senza giusta causa, in base alle esigenze dell’azienda che unito alla sostituzione del contratto nazionale con quello aziendale fa tutt’uno con l’idea, per altro antichissima, che l’azienda deve agire al di fuori delle regole sociali.

E se il tutto lo uniamo al continuo restringimento dello stato sociale a favore di servizi privati, abbiamo allora un quadro abbastanza completo di quello che ci aspetta nel prossimo futuro.

L’Italia, e in modo particolare i lavoratori attraverso i sindacati, chiede da sempre che la fiat rimanga in Italia. Chiede, però, anche che questa possibilità non sia legata a condizioni che vanno a eliminare tutto ciò che nei decenni gli operai hanno raggiunto in termini di diritti.

Ed è qui che si inserisce il dubbio del presidente fiat. Si, perché la fiat non è disposta a gestire con le parti sociali la gestione sia della produzione che quella del rapporto con le maestranze. Pertanto, quando chiede se, effettivamente, c’è chi vuole fare auto come vuole fare la fiat, è ovvio che pensa alla gestione. Gestione che deve essere in mano, esclusivamente, a fiat senza più l’apporto - se c’è, deve essere completamente subordinato alle decisioni fiat – delle parti sociali. QUESTO È CIÒ CHE VUOLE LA FIAT.

In appoggio a questa politica si è sempre mosso il governo Berlusconi, sia lasciando ampi spazi di manovra non intervenendo nelle contrattazioni tra sindacati e fiat sia proponendo leggi tipo abolizione dell’articolo 118 (articolo che regola i licenziamenti) dello statuto dei lavoratori o la legge sul precariato. Questo avvalora, in negativo, ciò che afferma il ministro. l’Italia a sempre dato alla fiat tutto ciò che era in suo potere dare, prima con finanziamenti per sostenere l’occupazione quando la fiat aveva bisogno di ristrutturare, poi, come detto sopra, lasciando ampio margine di manovra.

Concludendo, dopo i contratti di Pomigliano e Termini Imerese, che hanno visto prevalere l’idea di una gestione aziendale mirata a subordinare le maestranze all’azienda, ora, con l’affermazione del presidente fiat, sta prendendo corpo proprio quello che la Fiom aveva condannato proprio perché avrebbe portato in futuro la fiat a richieste più onerose per gli operai col solo impegno di mantenere la produzione in Italia.:


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Il burqa il niqab e la democrazia.
post pubblicato in NOTIZIE, il 4 agosto 2011


Fonte notizia: la repubblica.it

La Commissioni affari costituzionali della camera approva il divieto del burqa e niqab e comunque ogni indumento che copra il volto rendendo irriconoscibile la persona. Favorevoli il Pdl, Lega e Popolo e Territorio. Contrari il PD e astenuti FLI, IDV e UDC. Reclusione fino a un anno e multa fino a 30.000 euro per chi obbliga la donna a coprirsi il volto.

La promotrice e relatrice della legge, la deputata Pdl di origini marocchine, Sig. Souad Sbai si ritiene soddisfatta e afferma che questa è una scelta parlamentare storica e che non bisogna fermarsi sulla via della liberazione della donna senza diritti.

Sulla stessa linea il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna che afferma che il velo integrale non è mai una libera scelta della donna ma un segno di oppressione culturale e fisica e che va vietato per restituire dignità alle donne immigrate.

Ritengo questa legge giusta sia sul piano dei diritti che su quello dell’ordine pubblico.

Non si capisce perché, se in Italia è vietato andare a volto coperto, una persona proveniente da altra cultura lo possa fare. Non si tratta di proibire la pratica di un’altra cultura come si sostiene, ma di rispettare le leggi vigenti nel paese ospite. Ed è cosa più che legittima dal momento che le leggi sono il frutto della cultura ospitante; il non rispettarle implicherebbe il suo snaturamento. Questo modo di vedere non implica il non rispetto delle altre culture, ma il loro integrarsi nel tessuto culturale della cultura esistente.

Pertanto, parlare di diritti senza tener conto della cultura esistente significa eludere il dovere che ogni cittadino ha nei confronti della cultura in cui vive e, dato che il primo dovere è quello del rispetto delle leggi, il non rispettarle pone la cultura ospite al di fuori della cultura esistente creando cosi i presupposti per una contrapposizione tra le culture con conseguente conflittualità.

 Sul velo integrale, il PD sbaglia a equiparare la legge sul velo e quella sui Cie, due cose completamente diverse poiché il velo riguarda persone regolarmente residenti in Italia e che possono essere anche italiane convertite all’islam, mentre i Cie riguardano i clandestini.

La stessa cosa vale per la comunità islamica che parla di violazione dei diritti individuali dimenticando che le leggi esistono proprio per regolare tali diritti.

Per concludere, è sbagliato credere che in democrazia ognuno abbia la possibilità di praticare i propri diritti in ogni circostanza perché, se questi diritti non sono in linea con la cultura esistente, andrebbe contro la legge stessa che ha definito le regole della libertà democratica.

Israele e il diritto alla vita. Negate cure a bambino di dieci mesi.
post pubblicato in NOTIZIE, il 27 maggio 2011


Arriva da Gaza la notizia di un bambino di dieci mesi a cui viene negato il trasferimento in un ospedale israeliano per le cure appropriate.

Da The Palestine telegraph

 Fonti mediche palestinesi hanno annunciato che le autorità israeliane bandito un neonato nella Striscia di Gaza per il trasferimento in un ospedale dentro ente israeliano per il trattamento medico in quanto l'assedio imposto da Israele soffocato per più di cinque anni ha continuato a influenzare la vita di centinaia di pazienti nella regione costiera.


Il bambino di 10 mesi, noto come Ismail Salam soffriva di una malattia pericolosa per la vita, e lui era in disperato bisogno di un intervento chirurgico immediato al di fuori della Striscia di Gaza per salvargli la vita.


madre di Ismail ha detto che tutte le procedure necessarie per farlo uscire in Israele sono stati organizzati, ma le autorità israeliane rifiutarono di permettere il viaggio di tutti i pazienti a ricevere farmaci là, come gli israeliani si stavano preparando per le loro feste ebraiche.


La madre ha espresso la sua preoccupazione per la vita di suo figlio bella che è apparso pallido e debole, chiedendo le istituzioni internazionali per i diritti umani di intervenire con urgenza per aiutare suo figlio e non morire nella prima infanzia.

Centinaia di bambini palestinesi sofferto di condizioni di salute critiche, come il governo israeliano ha limitato il movimento nei territori israeliani di ricevere cure, nel tentativo di rafforzare il blocco imposto soffocata nel 2007, quando il movimento Hamas ha preso il controllo sulla striscia di Gaza.


Ismail non è stato il primo bambino che è stato negato dal trattamento al di fuori della Striscia di Gaza come restrizioni e un aumento della povertà tra i palestinesi.

E 'da notare che diversi bambini nella Striscia di Gaza assediata perso la vita semplicemente perché sono stati respinti accesso ai farmaci necessari all'interno degli ospedali israeliani.


Come si può decidere di negare cure mediche a un neonato? Con quale coraggio?


Comportamenti simili non sono degni di una nazione civile; in modo particolare quando si parla di un popolo, quello ebraico/israeliano, che, nel corso della sua storia ha sperimentato, sulla sua pelle, l'odio di razza.


Se oggi, a sua volta, si comporta come a sua tempo si comportarono i suoi aguzzini, viene da chiedersi se il suo destino non sia determinato dalle sue stesse azioni. Fa pensare che l'odio dei palestinesi, e del mondo islamico in generale, possa derivare, almeno in parte, proprio da azioni di questo tipo.


Aiutare un neonato, ma anche un bambino o un anziano, nel momento del bisogno va , dovrebbe, al di la dei problemi socio/politico/economici tra i due paesi.

Non farlo significa anteporre il proprio egoismo di razza alla pace.

LA MORATTI E I DISABILI. La nuova strategia elettorale: presentarsi ai gazebo di chi contesta il governo.
post pubblicato in NOTIZIE, il 19 maggio 2011


           

"Conosco i vostri problemi, ho cercato di dare le risposte con le risorse che abbiamo: 31 milioni di euro nel 2010 e nel 2011 5milioni di euro in più." FONTE  

Si è presentata a una manifestazione a sostegno dei disabili organizzato a Milano. Il presidio è stato allestito per contestare i tagli del governo ai servizi sociali.

 

Avrà pensato: basta andar li e buttare qualche cifra a sei zero e, ops, il gioco è fatto. Mi recupero qualche migliaio di voti.

Purtroppo per lei e per fortuna per noi, i disabili, categoria di persone MOLTO BISOGNOSE a cui ogni centesimo può essere questione di vita, dei suoi milioni probabilmente non sanno che farsene. Sicuramente preferiscono i servizi stabili non legati al politico di turno e alle crisi economiche. Quel tipo di servizi che, sicuramente, la sig.ra conosce benissimo ma che, presa da ideali SUPERIORI, ad ogni senso comune, pensa di poter risolvere con le solite promesse.

 

Bah, sono passati dagli attacchi ai candidati allo sfruttamento indiscriminato dei bisogni, REALI, altrui.


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Fine vita
post pubblicato in POLITICA, il 2 marzo 2011


Corriere della sera
 
Il sette o l'otto marzo approderà alla camera il ddl sul bio-testamento.
Il testo, in sostanza, anziché dare la possibiltà, a chi redige il terstamento di avere l'ultima parola in merito,  lascia,di fatto, al medico curante la decisione di "staccare la spina" o no. Questo significa che il paziente e la persona a cui ha delegato il compito di far rispettare il testamento, ma anche i famigliari della stessa, al di la delle loro posizioni, non potranno intervenire ne a favore ne contro la decisione del medico.

A che serve tutto ciò?

Il bio testamento serve per rendere pratico un desiderio espresso nelle piene facoltà mentali della persona in stato vegetativo; qualora questo non dovesse essere previsto nella legge, non servirenbbe a nulla. Inotre, che centra il medico curante che, pur nella sua consapevolezza "scientifica" della situazione del paziente, non può avere la conoscenza del carattere e delle motivazioni che hanno spinto il paziente a prendere una dercisione cosi grave.

La legge, che per sua natura deve regolare situazioni controverse, non può escludere dalle decisioni proprio le persone portatrici del problema. Togliere ai parenti (che siano famigliari o no) la possibilità di decidere la miglior soluzione da adottare, e eludere il testamento in base a presupposti derivanti unicamente da ragioni medicho/scientifiche ignorando di fatto le ragioni che sono alla base della decisione del paziente, significa che l'unico depositario della vita di una persona è un estraneo.

Questo implica che la legge così fatta sia invasiva nei confronti sia delle decisioni del paziente che della famiglia. Inoltre, non tiene conto delle ragioni etiche a cui vorrebbe rivolgersi ma a ragioni più prettamente utilitarie.

Ognuno ha il diritto di accettare o negare le cure mediche a cui deve essere sottoposto; questo è un diritto sancito dalla costituzione. Impedire l'attuazione di un testamento fatto nella piena facoltà mentale anche se redatto anticipatamente in previsioni di situazioni estreme non conformi alla visione della vita del paziente, testamento che comunque può essere modificato o annullato in ogni momento della vita cosciente, significa annullare la volontà di una persona. Volontà, ripeto, espressa nel pieno delle proprie capacità mentali.

La legge che verrà presentata non tiene conto dell'individuo e delle sua volontà ma vuole essere un momento di "invasione" vera e propria nella sfera privata a cui ogni cittadino ha diritto.
Una siffatta legge, invece di regolare una situazione di per se drammatica la rende ancor più drammatica dato che si toglie ai famigliari la potestà di decidere sulla sorte di un loro caro per delegarla a persona estranea..   

Per approfondire.

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Il centrodestra, le donne e il popolo
post pubblicato in POLITICA, il 14 febbraio 2011


Centinaia di migliaia sono le donne scese nelle piazze italiane, e non solo, a rivendicare la loro dignità di essere donna in ogni aspetto della vita. Centinaia di migliaia hanno sfilato contro una politica discriminatoria che le vorrebbe succubi del "maschio padrone" anche quando sono chiamate a ricoprire ruoli di responsabilità. Un grande esempio di democrazia visto la partecipazione bipartisan (sia politico che di genere), ma anche un grande esempio della sovranità del popolo; quella sovranità tanto cara ai nostri attuali governanti.

 

Ma come risponde il governo (assente alla manifestazione) a questa manifestazione di popolo?

Il filo conduttore delle reazioni è, come al solito: strumentalizzazione per fini politici.


Ecco alcune dichiarazioni dal centro destra:

 

Premier: «Quella delle donne è stata una mobilitazione faziosa, vergogna. Le dimissioni sono una proposta irricevibile, non ho tradito il mandato elettorale né ho tradito le riforme». 

 

 Ministra Gelmini: «Coloro che scendono in piazza sono solo poche radical chic che manifestano per fini politici e per strumentalizzare le donne. Non vengano a raccontarci di voler difendere la loro dignità, quando sono le prime a bollare automaticamente come prostituta qualsiasi donna metta piede in casa del premier. Si tratta delle solite eroine snob della sinistra».

 

Ministra Carfagna: «Chi ha responsabilità di governo ha sempre il dovere di ascoltare la piazza» e le domande che pone alla politica. «Da domani, continueremo a lavorare con ancora maggiore vigore per le donne italiane». «Hanno avuto il merito di sollevare un dibattito tra le donne molto vivo e partecipato, dispiace che l'occasione sia stata sprecata trasformando questa iniziativa nell'ennesimo corteo contro il governo democraticamente eletto dagli italiani e dalle italiane, strumentalizzando per fini politici le decine di migliaia di donne scese in piazza in buona fede».

 

Come si può leggere, la più esplicita è la ministra Carfagna. Per essa, la manifestazione è stata organizzata con lo scopo di chiamare in piazza le donne per poterle strumentalizzare, da chi non lo dice ma è esplicito: l'opposizione! Poco importa che l' adesione e la partecipazione alla manifestazione sia stata trasversale e bipartisan - vi hanno partecipato donne di destra, sinistra, cattoliche e no, femministe e femminili, e quant'altro -, poco importa se gli slogan sono stati gridati dalla piazza e non dal palco, poco importa se non c'erano simboli partitici o altri. Poco importa se sono andate in piazza come donne  e non come appartenenti a movimenti politici -questo dovrebbe far  riflettere il centro destra perché hanno avuto il coraggio di esprimere i loro problemi come donne. Erano donne e basta!

L'accusa, perciò, è contro le donne e non i partiti. Se si afferma che sono strumentalizzate, si afferma anche  la loro incapacità ad essere in grado di autogestirsi, di pensare a se stesse come esseri indipendenti. Significa che, per il centro destra, la donna è comunque un essere "bisognoso" del supporto maschile.

E, purtroppo, a dire questo è una donna!

 

Un altro aspetto inquietante che emerge dalle righe delle dichiarazioni è il concetto di popolo che ha il centrodestra.

La frase "il popolo sovrano", ormai viene usata ogni qualvolta il governo si trova di fronte a richieste di dimissioni. È il popolo sovrano che decide chi governa, e questo è vero. Però, ogni qualvolta il popolo scende in piazza, ecco che da sovrano diventa fazioso, conservatore, radical chic, sovversivo e quant'altro.  Mai una volta che il popolo scenda in piazza per una presa di coscienza della sua situazione socio/economica e politica, mai che abbia ragione una volta, mai che la sua protesta venga letta come disagio di fronte alle scelte dei politici. Viene visto sempre e comunque come oppositore, parte avversa a cui non dare credito. Questo governo ha diviso la società in ogni senso, incluso quello tra governanti e governati ,come in una sorta di monarchia dove il popolo viene chiamato a scegliere il sovrano per poi sottostare alle sue decisioni pena la condanna.

 

Ma allora, dov'è la sovranità del popolo? Si può relegarla solo nelle  elezioni?

Certamente no! Il popolo è sovrano solo se è partecipe della vita della nazione, solo se ha il diritto di esprimere un giudizio, sia esso positivo sia negativo, sull'operato degli eletti. Questo vuole la democrazia nella sua essenza. Questo non vuole il centro destra in Italia!

Il popolo, per il centro destra, è solo un'astrazione, un fantasma. Smette di esistere nel momento in cui si materializza. Nel momento in cui il suo corpo smette di essere una massa informe per diventare essere pensante capace di esprimere idee. Idee  che portano inesorabilmente in se la capacità di creare nella società dibattito e, perciò, innovazioni.

Per il centro destra, l'unica possibilità, per il popolo, di esistere, è quella di assecondare il governante, applaudirlo, acclamarlo, riverirlo, comprenderlo e perdonarlo.

Ma il popolo non è cosi! Eh no!

RADIO MID (MOVIMENTO DISABILI ITALIANO)
post pubblicato in NOTIZIE, il 27 novembre 2010



continua

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Festino nella Cattedrale di Monaco di Baviera.
post pubblicato in NOTIZIE, il 19 novembre 2010


Non perdono occasione, gli italiani, di mostrare le loro qualità più negative al mondo.

Succede a Monaco di Baviera, nella Cattedrale, dove un gruppo di italiani, tra cui 2 consiglieri comunali (centrodestra) di Opera, comune alle porte di Milano, in compagnia di amici sono entrati nella Cattedrale ubriachi e hanno inscenato una sorta di festino a base di birra e "chiacchiere, diciamo da bar. video

Ma sono proprio italiani? È proprio vero che persone simili  rappresentano il popolo italiano? Non credo proprio! Anche se due di loro sono consiglieri, un del pdl e l'altro della lega, non significa affatto che rappresentino il popolo. Almeno non quella parte di popolo rispettosa delle idee altrui, e in Italia sono la maggioranza, anche se divisi.

 

Questo fatto dovrebbe dimostrare ulteriormente, e non a chi come me che non condivido le idee dell'attuale centrodestra, ma coloro che votano lega e pdl la vera natura di questi due partiti. Partiti nati su presupposti che nulla hanno a che fare con le idee 

Non bastano le scuse per essere assolto; di fronte a simili comportamenti lesivi, non solo del luogo in se ma anche degli italiani tutti, le scuse lasciano il tempo che trovano. Chiunque ha rispetto per le credenze altrui sa che nei luoghi ove queste credenze sono praticate si deve rispettare la ritualità del luogo stesso e delle persone che lo frequentano. Neanche l'essere ubriachi, che già di per se implica un dispregio della persona stessa, significa poter usufruire di libertà incondizionata - tanto più che proprio la lega è stata fautore delle attuali leggi sulla guida che include anche la tolleranza zero per chi guida ubriachi.

 

Inoltre, bisogna considerare che il luogo scelto per la gogliardata è il simbolo della stessa religione di cui i leghisti e i pdellini dicono di difendere e, al proposito, hanno fatto leggi restrittive contro l'instaurarsi delle condizioni necessarie alla libera pratica delle religioni.

Se sono questi i baluardi della cultura occidentale, non dobbiamo meravigliarci se in futuro verremmo sommersi e "distrutti" da altre credenze. Distrutti! Si, poiché sono proprio questi comportamenti che allontanano la gente da un credo.

Anche se non sono cristiano e credo fermamente nel laicismo e nella libera circolazione delle idee, mi trovo mio malgrado a dissentire da questi comportamenti poiché denotano, da parte dei rappresentanti delle istituzioni, un  forte  spregio verso la cultura che dovrebbero difendere;  una tendenza a non considerare la cultura stessa come base della società.

 

Per concludere, che diano le dimissioni o che vengano dimissionati dai rispettivi partiti, non ha nessun valore perché, le loro azione non sono altro che il frutto degli insegnamenti dei partiti stessi.


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La democrazia e la violenza, ovvero, verso una società senza diritti.
post pubblicato in LAVORO, il 1 novembre 2010


Da Terzigno a Brescia, un escalation di violenza contro chi manifesta per i propri diritti.

 

Due diverse situazioni, un solo tipo di intervento. Come a delineare una politica unitaria nei confronti di quanti "mettono a rischio l'ordine pubblico" semplicemente manifestando per i propri diritti sanciti dalle stesse leggi.

A Terzigno, l'apertura di una cava in zona protetta. A Brescia, un presidio e una manifestazione che, per quanto illegali, erano resi necessari dall'illegalità del trattamento nei confronti dei clandestini che, dopo la legge sulla moratoria per la regolarizzazione degli stessi, non solo non è stata rispettata (a 1 … lavoratori clandestini non è stato concesso il permesso), ma usata come mezzo per sfruttare lo stesso clandestino impedendogli di usufruire dei vantaggi della moratoria stessa. Vale a dire che, gli imprenditori stessi, invece di regolarizzarli (con tutto ciò che ne consegue sul piano dei diritti), hanno continuato a farli lavorare in nero.

 

Quella di Terzigno è ormai nota a tutti, oggi invece è toccato ai manifestanti di Brescia - immigrati e non - che si sono visti caricati dalla polizia(?) perché la manifestazione non era autorizzata (la richiesta era stata fatta giorni fa) con la scusa che, in città, c'era un'iniziativa degli alpini, per altro in altro luogo e che comunque talmente distanti sul piano ideologico che, per presupporre un possibile "scontro" tra le due manifestazioni (che sicuramente si sarebbero ignorate l'un l'altra), abbisogna di una notevole dose di fantasia perversa.   La manifestazione è stata  vietata dalla Giunta comunale e dalla Questura con il pieno appoggio della Prefettura, la stessa che non è intervenuta contro i simboli leghisti sulla scuola di Adro.

 

Insomma, oggi, in Italia, si stanno ripetendo, da parte delle istituzioni, le stesse azioni repressive degli anni settanta. Solo che oggi non esiste la scusa del terrorismo e dei gruppi più o meno rivoluzionari. Oggi, le manifestazioni vengono fatte nel rispetto delle regole (si veda la manifestazione della Fiom che il ministro Maroni aveva presupposto la possibilità di azioni violente ma che, invece si è svolta in modo del tutto pacifico). In nessuna manifestazione degli ultimi anni si sono verificati scontri, a meno che non siano stati provocati da terzi(?) (come al G8 di Genova e a Terzigno (dove la procura sta indagando su possibili infiltrazioni di mafia). Il fatto che si stia ritornando a un passato che si pensava sepolto, è un'ulteriore dimostrazione dell'attuale politica - e qui mi rivolgo in modo particolare a chi sostiene che questo governo non sta facendo niente perché, in realtà, sta facendo molto sul piano della ristrutturazione dello stato, solo che, invece di partire dall'istituzione prima, il parlamento, parte dalle istituzioni di base, comuni, questura e prefettura che sono le prime ad essere interessate al territorio e, di conseguenza, la spina dorsale del nuovo ordinamento; limitandosi, per quanto riguarda il parlamento e la magistratura, a bloccare l'attuale assetto, questo perché le strutture di base hanno più valore sul consenso - verso una soluzione dei problemi attuata, non più attraverso la mediazione tra istituzioni e società civile, rappresentata dalle varie organizzazioni di categoria ma, unicamente, dalle istituzioni, ovvero, in senso verticale.

Se si vedono gli avvenimenti degli ultimi anni (inclusi quelli riguardanti il pr.mi.) nell'ottica sopra descritta, si può comprendere l'apparente assenza di politica del governo poiché, come è sempre avvenuto nei regimi illiberali, che conta è il consenso. La politica reale ne è subordinata. l'affermazione "il popolo lo vuole", intesa come volontà popolare verso una determinata politica perseguita dal governo, si basa unicamente sul voto iniziale e non più su una verifica nei fatti. 

 

Per concludere, sia a Terzigno sia a Brescia, le forze dell'ordine sono intervenute non tanto per impedire o sedare disordini, ma per impedire una manifestazione lecita che, pur non essendo permessa (cosa che non ha nessuna ragione d'essere pertanto, la proibizione stessa, in assenza di motivazioni concrete, è ha tutti gli effetti una provocazione), aveva tutte le carte in regola per essere fatta dato che si trattava di una protesta contro i brogli dell'amministrazione stessa.

 


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Sciopero metalmeccanici oltre le previsioni
post pubblicato in LAVORO, il 16 ottobre 2010


La manifestazione dei metalmeccanici indetta dalla Fiom svoltasi oggi a Roma è andata oltre le aspettative per la massiccia partecipazione e per la totale mancanza di incidenti previsti dai ministri Maroni e Sacconi.

Una rivincita dei lavoratori che, dopo le polemiche seguite agli attacchi da parte di gruppi estremisti alle sedi di Cisl e Uil che volevano la Fiom violenta, i lavoratori hanno dimostrato un senso di responsabilità disattendendo le aspettative di coloro che speravano in un revival anni sessanta.

La manifestazione organizzata dalla Fiom per protestare contro gli attacchi ai diritti dei lavoratori portati avanti dalla dirigenza Fiat (accordo Pomigliano) e da Federmeccanica (disdetta contratto nazionale) ha aperto una nuova fase nei rapporti lavoro/capitale. 

Significativo è stato l'apporto degli studenti non tanto per il numero quanto per il significato della loro presenza che dimostra l'interesse dei giovani verso il loro futuro e la scelta di non adeguarsi a un sistema che non garantisce loro un futuro.

Se con l'accordo di Pomigliano il capitale e il governo pensavano di aver liquidato 50 anni di lotte, oggi dovranno ricredersi. Dopo la manifestazione di oggi, è evidente che l'accordo è stato possibile solo perché fatto sotto ricatto e che i giovani non sono disposti ad accettare un futuro di precariato.

 

Significativa anche la presenza dei partiti d'opposizione che, a parte Casini, hanno sostenuto la manifestazione dimostrando che la sinistra, oltre all'anti berlusconismo, ha a cuore i problemi dei cittadini.

A parte Casini perché quanto ha affermato "Oggi c'è una grandissima manifestazione della Fiom e con il cuore di democratico rispetto profondamente quella piazza non violenta - premette Casini, che poi attacca -. Ma con la testa dico con chiarezza che chi è in quella piazza è fuori da un disegno di governo riformista alternativo a Berlusconi. Perché non c'è riformismo e capacità alternativa credibile se questi sono gli argomenti. Con tutto il rispetto verso la Fiom e i manifestanti. Ma la piattaforma alternativa a Berlusconi è un'altra cosa" dimostra che la sua opposizione è solo frutto di calcoli politici e non per i cittadini. Per Casini, l'alternativa a Berlusconi non è il dissenso dei cittadini.

 

Per concludere, non credo che alla manifestazione siano stati presenti solo i CGILini ma chiunque ha capito la situazione dell'Italia.

Adro, nella scuola non solo simboli leghisti
post pubblicato in Riflessioni, il 27 settembre 2010


Adro, nella scuola non solo simboli leghisti

Un’altra incongruenza da parte del sindaco di Adro: nella mensa scolastica, per poter mangiare carne di maiale bisogna presentare il certificato medico. Naturalmente non sono mancate le proteste e l’Unicoii ha scritto una lettera al presidente della repubblica per sollecitare un intervento.

La motivazione del sindaco riguarda “i sani cibi locali”.

A parte che a molti la carne di maiale magari neanche piace, a parte che molti la rifiutano per ragioni estranee alla religione, a parte che mangiarla, in modo particolare sotto forma di salumi, lo sconsigliano anche i nutrizionisti, ma anche i medici come prevenzione a certe patologie, il problema che si pone è un altro. Proporre in una mensa pubblica solo certi tipi di cibi significa obbligare tutti ad adeguarsi alle esigenze di qualcuno che magari rappresenta anche la maggioranza ma che, comunque, non ha il diritto di imporre. A questo punto, chiunque, per un qualsiasi motivo, non voglia mangiare la carne di maiale, dovrà preoccuparsi quotidianamente di sapere se è prevista nel menù.

Dire, come fa il sindaco, Chi non può mangiare i nostri piatti per motivi religiosi è libero di pranzare a casa,significa, al pari dei simboli, oltre a imporre un certo modo di vivere, negare l’uso di un luogo pubblico a chi non condivide le scelte fatte da un organo che dovrebbe invece cercare soluzioni utili a soddisfare tutti – in una mensa qualsiasi è semplicissimo, basta fare un’indagine sulle varie necessità e agire di conseguenza, non aumenterebbe di certo i costi.

Nella frase del sindaco, è esplicito il riferimento alla religione, in particolare a quella islamica, e questo ci porta a riconsiderare, per l’ennesima volta, la natura razzista di questo partito. Alla sua volontà di costruire ex novo una cultura che, pur esistendo nella realtà, non è patrimonio comune, non solo a tutta l’Italia ma neanche a quel nord che tale cultura pretende di rappresentare.


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Petizione e raccolta firme per aumento dell’assegno sociale (invalidi civili)
post pubblicato in AVVISI, il 27 settembre 2010


 UN PICCOLO GESTO PER UNA NOBILE CAUSA, FIRMA ANCHE TU.

PETIZIONE DA FIRMARE

 
Il velo integrale e l’Europa
post pubblicato in Riflessioni, il 19 settembre 2010


Il velo integrale e l’Europa

Ha fatto notizia la donna marocchina che accompagna il figlio a scuola col burqa (velo integrale che lascia scoperto solo gli occhi), la reazione delle altre mamme è stata negativa perché, hanno affermato, cosi si spaventano i bambini, che chiamano la donna: la maestra nera; le mamme chiedono che la donna si scopra gli occhi e la bocca quando entra nell’atrio della scuola. Secondo le mamme non c’è razzismo nella loro richiesta ma solo la convinzione che i figli, vedendo che sotto il velo c’è una persona normale, non si spaventerebbero, ma anche la paura che sotto il velo si possa nascondere qualche malintenzionato. Qui la storia dal corriere della sera

Il marito della donna ha spiegato, “con pazienza”: Questo è un abito della nostra tradizione, non avete nulla da temere, è solo un abito che indossano le donne del mio paese; dunque segue i dettami della sua religione così come sua moglie e la sua famiglia. Nulla da dire su ciò se non fosse che non segue le leggi italiane che vietano di presentarsi in pubblico col volto scoperto. Ed è questo il problema; certo, vanno rispettate le idee e le religioni di tutti, ma questo non deve avvenire a danno delle leggi, e neanche si possono cambiarle per adeguarsi ad una sola idea o religione. Salvaguardare i diritti di tutti è giusto, sbagliato è pretendere che il diritto di alcuni vada a danno degli altri perché ci sarebbe una prevaricazione che in una società laica non può esistere. Cosa diversa sarebbe se solo alle donne islamiche venisse proibito di coprirsi il volto, in questo caso ci sarebbe prevaricazione e lesa dei diritti.

Inoltre, andrebbe valutato anche il diritto della donna islamica all’interno della sua stessa cultura: e vero che le donne islamiche sono libere di scegliere? E qualora lo fossero, siamo sicuri che la pratica del velo non sia il frutto di un condizionamento messo in pratica sin dall’infanzia? Siamo sicuri che la cultura islamica sia il frutto di un divenire storico dove i due generi vi concorrono alla pari?

Rispondere a queste domande in termini culturali  (sviluppando un dibattito culturale autonomo) è sicuramente difficile, se non impossibile, per noi occidentali. Perciò, ci dobbiamo rifare alle tante testimonianze che ci arrivano dal loro mondo, testimonianze che dicono esattamente il contrario di ciò che ci dicono qui.  Testimonianze di donne che vengono condannate a morte per adulterio, per omosessualità. Donne che ancora devono subire il matrimonio, vendute al loro futuro marito come merce. Donne vilipese sia nei loro diritti sia nella loro dignità in nome di una cultura religiosa che di religione, probabilmente, non ha più nulla.

È seguendo queste testimonianze che possiamo capire la vera essenza del velo integrale.

Il velo integrale, nella sua espressione culturale, non è altro che la volontà del maschio di annullare la donna come entità sociale, non per niente, dove vige questa regola, la donna viene ancora costretta al matrimonio forzato senza nessuna possibilità di scelta o, una volta scelto il marito, questo ha il potere di decidere quello che la donna può fare.

Naturalmente, sarebbe opportuno conoscere i presupposti che hanno portato a questa pratica, sicuramente, come affermano i mussulmani stessi, non è patrimonio religioso.

Perciò, se non è una pratica derivata dalla religione, se le culture che la esprimono sono maschiliste, la discussione dovrebbe basarsi unicamente sui diritti; è vero che molte donne, magari la maggioranza, possono affermare che, per loro è giusto coprirsi il volto, ma è altrettanto vero che questo può benissimo derivare dal condizionamento che hanno subito nel corso dei secoli e dalla chiusura che la loro religione impone ai credenti nei confronti di altre religioni o altre culture.

 Quello che deve fare uno stato laico non è tanto la difesa di usanze lesive dei diritti di altre persone, quanto dare la possibilità a chi ritiene di essere lesa nei suoi diritti di difendersi. Pertanto, la legge contro il velo integrale deve essere vista come una opportunità e non come una condanna; d'altra parte, viviamo in Italia dove esiste ancora la libertà di espressione - che non è solo a parole ma anche nei fatti - sancita dalla costituzione e dove esistono leggi che vietano la circolazione a volto coperto per ragioni condivise.

Perciò, da una parte i diritti delle donne ad esprimersi liberamente (incluso portare il velo integrale) dall'altra, la necessità di rispettare leggi che non nascono da esigenze culturali ma da necessità oggettive insite nella società.

Inoltre, va valutato anche che nelle culture europee, vedere in volto la persona con cui si discute è parte integrante del modo di vita che abbiamo.

Per concludere, penso che la legge sia più che giusta e non vada interpretata come discriminante nei confronti dell'islam; sono altre le azioni da condannare. 


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Gli “oggetti” di lusso si ribellano e indicono uno sciopero.
post pubblicato in Riflessioni, il 12 settembre 2010


Sciopero dei calciatori di serie A il 25-26 settembre contro le modifiche al modello contrattuale proposte dalla lega A che vorrebbe un modello più elastico legato alla “produttività” (di cosa?).

I punti controversi riguardano: 

1)      la parte variabile dello stipendio, legata al raggiungimento dei risultati, sarà più alta di quella attuale,

2)      l’inserimento di una clausola che obbliga i calciatori che non rientrano più nei piani ma che hanno ancora anni di contratto ad accettare il trasferimento ad un’altra squadra di pari valore 

3)      L’impossibilità, dopo un infortunio, di scegliere il medico di fiducia a spese della società ma ci si dovrà affidare a quelli indicati dal club.  

«Siamo abbastanza stufi di questo status di oggetti. Noi calciatori non possiamo avere gli stessi diritti degli altri lavoratori? Non vogliamo essere trattati come oggetti ma come persone», aggiunge il capo dell’Aic, il milanista Massimo Oddo.   

È ovvio che chiunque ha diritto di protestare per migliorare il proprio status, cosi come è altrettanto ovvio che ognuno cerchi di migliorarlo. Ma credo ci siano dei limiti anche a questo o, perlomeno, in settori più utili si è sempre cercato di imporlo.  Si veda gli ultimi sviluppi nel mondo del lavoro, quello realmente produttivo.

Il signor Massimo Oddo parla di “stessi diritti degli altri lavoratori”; con gli stipendi che prendono, ci sono contratti milionari, bastano poche stagioni per poter vivere più vite e, si sa, coi soldi si possono comprare anche i diritti.

Parla anche di “oggetti” si, di lusso! E poi, quanto dura una carriera? Fino a 40 anni? E dopo? Quello che fanno deriva solo dalla loro volontà e non dalla necessità.

È proprio vero che l’attuale sistema italiano ha rovesciato tutto. Oggi non sono più i “poveri” ha protestare, peraltro impediti dagli ultimi accordi strappati dalle aziende con il ricatto, ma i ricchi che, non più contenti sia dei guadagni e delle libertà, si stanno DIVERTENDO alle spalle della popolazione con richieste assurde giustificandole con motivazioni ancor più assurde: mettersi sullo stesso piano degli operai che, da sempre, sono alle prese con la difesa della loro stessa esistenza. Altro che diritti!!

La Repubblica


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 12/9/2010 alle 11:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Fini, un uomo da abbattere.
post pubblicato in COMMENTI, il 8 settembre 2010


Siamo ormai arrivati alla macchietta. Dopo aver cercato con mezzi alquanto discutibili di convincere i “disertori” a ritornare tra le braccia “affettuose” del monarca, lo stesso si sta adoperando in tutti i modi per detronizzare il viceré ribelle.

Il giorno dopo il discorso del viceré ribelle a Mirabello – discorso molto critico, anzi, addirittura dissacrante, nei confronti del monarca in carica -, ecco che la polemica sulla sua permanenza come presidente all’assemblea dei non eletti si accentua maggiormente spingendo il monarca, d’accordo con l’altro viceré, a valutare di recarsi dal grande Capo Chioma Bianca per chiedere la testa del ribelle. Ma il grande Capo ha già espresso parere negativo su un suo intervento in merito; questo è compito dell’assemblea.

 La mossa va contro ogni lecito interesse comune alla tribù, ma per i due regnanti servirebbe per affermare la propria legittimità a rovesciare il governo della stessa tribù dove, loro stessi, ne sono i massimi esponenti. Qualcuno oserà avanzare l’ipotesi che sia una contraddizione. Sbagliano, poiché la logica del potere democratico presuppone che chi si trova al comando debba portare a termine il suo mandato per evitare di incorrere nell’ira del popolo, da loro stessi eletto sovrano, e perdere consensi in eventuali elezioni. Pertanto, prima di dare forfait, devono assicurarsi che la colpa non sia loro ma del disertore.

Dunque, una mossa prettamente politica, un gioco di potere delle parti in causa finanziata dalla tribù tutta.

Intanto, il popolo, da loro stessi eletto sovrano, sembra indifferente ai giochetti infantili dei loro leader; preso com’è ad affrontare i problemi quotidiani derivati dalla crisi economica, gli rimane poco spazio da dedicare allo svago di cui sembra, invece, che i capi ne abbiano da buttare.

La lotta interna al gruppo dei leader, derivante da diversità di vedute su “alcuni” problemi importanti quali: gestione del potere interno a un partito, utilizzo del potere a fini personali, privatizzazione delle strutture di potere e loro conseguente adeguamento ai bisogni del monarca in carica – specifico che qualora si dovesse riuscire a privatizzare le strutture, il monarca rimarrà in carica a vita -, modifica del concetto di diritto, riduzione dello stato sociale e conseguente annullamento dei diritti, legge elettorale dove, attualmente, il popolo non è sovrano neanche a parole, legalità, giustizia, immigrazione, sta portando il popolo sovrano a divenire sempre più un mero oggetto (leggi numero) di calcolo e come tale soggetto alle leggi della matematica che, come si sa, pur essendo una disciplina utilissima, rimane confinata nel campo della scienza e, pertanto, il popolo, diventa un oggetto scientifico da studiare in quanto necessario ai calcoli necessari a rendere più agevole la vita del monarca e dei suoi servi, ma non tutti. Al proposito, si può prendere come prova il continuo richiamo alla piazza e ai sondaggi per contare i propri elettori (usandoli, naturalmente, a suo vantaggio anche quando non lo sono) da parte del monarca, anche se, lo stesso, di frequente, ha affermato che non si può governare seguendo gli umori della piazza, che la piazza non può sostituirsi alla maggioranza dei non eletti e che nessuno può opporsi ad essi.

 Fin qui sembrerebbe una disputa “privata” tra i capi, tutt’al più, una recita scolastica. Purtroppo, però, ha coinvolto anche i politici rappresentanti, a parole (forse), della tribù. Tali politici, che nel loro gergo si definiscono oppositori (a chi lo si sa, a che cosa non si è ancora riusciti a capirlo), e che da tempo si stanno adoperando affinché il monarca perda consensi o che, comunque, venga detronizzato a causa dei suoi innumerevoli intrallazzi ritenuti illegali, si sono lasciati prendere dal vortice della disputa tralasciando quelli che sono i doveri principali di ogni opposizione: bloccare le leggi che vanno contro i diritti della tribù e difendere i lavoratori dai continui attacchi da parte del capitale che, ultimamente, ha provocato la disdetta del contratto dei metalmeccanici e che, nel futuro prossimo, potrebbe significare la perdita di ogni diritto dei lavoratori nei luoghi di lavoro e, di conseguenza, nella vita.

In vista di possibili elezioni anticipate, stanno canalizzando ogni risorsa (o quasi) nella preparazione di alleanze miranti a vincere le elezioni, dimenticando, e di questo il viceré fedele ne è maestro, che un buon politico non può prescindere la sua politica dalla difesa del popolo che lo sostiene.

In conclusione, si può tranquillamente affermare che la tribù Italia sta attraversando, non tanto un periodo difficile, ma il limite che divide la civiltà dall’inciviltà.


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I disabili nell'Italia del 2010. Intervista a Francesco Ferrara
post pubblicato in BREVI, il 6 settembre 2010


I disabili nell'Italia del 2010 sono esattamente come i disabili del passato, senza diritti e costretti a vivere ai margini come cittadini di serie B.
ma qualcosa si sta muovendo, il MID (Movimento Italiani Disabili) si sta muovendo sul piano politico con l'intenzione di dare voce ai disabili affinché ricevano le stesse attenzioni dei cittadini "normali".
Leggi l'intervista a Francesco Ferrara vice presidente del M.E.D.A. (Movimento Europeo Disabili Associati) e presidente del MID.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 6/9/2010 alle 15:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Firmiamo l’appello per abolire l’articolo 1, comma 29, che prevede l'obbligo di rettifica per blog e siti internet.
post pubblicato in POLITICA, il 25 luglio 2010


L’appello (e raccolta delle firme) lanciato dal PD su facebook e Mobilitanti, che va ad aggiungersi ad altri appelli, deve essere visto sia come impegno del PD nei confronti della libertà nella rete sia come momento di presa di coscienza dei blogger su un tema che potrebbe, se dovesse essere approvato l’articolo, comprometterebbe il lavoro di tanti blogger che, attraverso internet, hanno avuto modo di esprimere il loro pensiero e di fare cronaca su fatti che altrimenti sarebbero rimasti nell’oblio.

Il problema dell’articolo 1 non è tanto la rettifica ma tutto ciò che comporta in termini di informazione e, ciò che più conta, di sviluppo delle idee che, da un dibattito limitato entro determinate sedi e che per essere allargato ha sempre avuto bisogno di strutture, si è allargato in modo indipendente e senza bisogno di organismi (partiti, sindacati, che comunque devono continuare ad esistere)  attraverso, appunto, la rete. La rettifica in “24 ore” non è altro che un tentativo di riportare il dibattito all’interno di determinate sedi affinché possa essere meglio controllato.

Detto ciò, pensare che il PD, e gli altri movimenti che si sono attivati, stia “cavalcando” il problema o, peggio ancora, pensare che l’articolo non avrà effetti seri su tutto il popolo dei blogger, significa non aver capito il problema di fondo.

Cosi come è sbagliato pensare che la libertà nella rete debba essere imbrigliata in una qualche legge in nome di una qualche moralità visto che le cose che vi si leggono, e il linguaggio che si usa, le si possono sentire ogni giorno nei discorsi della gente comune in ogni luogo di ritrovo.

La proposta del governo tende a limitare, non solo la libertà di parola ma anche la formazione e la divulgazione di nuove idee e a impedire la diffusione di notizie scomode.

Firmare, dunque, diventa, non solo un atto dovuto, ma anche la presa di coscienza delle nuove opportunità che la rete da ad ognuno di noi.

Firmate!!!!!

Diritti dei migranti e dei Rom calpestati in Italia. Amnesty International
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 3 giugno 2010


Secondo il rapporto annuale di Amnesty International , in Italia non vengono rispettati i diritti dei migranti e dei Rom.

      

Per quanto riguarda l’Italia, nel rapporto vengono presi in esame le seguenti infrazioni ai diritti umani:

            Discriminazione.


In Italia, la discriminazione verso i Rom si traduce in: negazione dei diritti fondamentali quali:  lavoro, istruzione e casa.

      Diritti di migranti e richiedenti asilo.


Si contesta all’Italia la detenzione forzata dei migranti nei CIE.

      Controterrorismo e sicurezza.

Si contesta all’Italia la mancata collaborazione delle autorità nelle indagini sulle violazione dei diritti umani commessi nel contesto delle renditon e, in nome della sicurezza, hanno proseguito nella politica di rinvio forzato di cittadini di paesi terzi verso luoghi in cui erano a rischio di tortura.     

Decessi in detenzione, tortura e altri maltrattamenti.

Si contesta all’Italia la mancata istituzione di un organismo indipendente di denuncia degli abusi della polizia, né ha introdotto il reato di tortura nel codice penale.

Come si può leggere nel rapporto, in Italia vengono, quotidianamente, calpestati i diritti di esseri umani che per necessità, sono costretti a migrare dai loro paesi d’origine.

Le contestazioni di Amnesty International sono alquanto gravi sia, e in modo particolare, per gli esseri umani che subiscono tali violazioni, ma anche per l’immagine che, questa politica, riflette nella comunità internazionale civile.

E diventa, per noi cittadini italiani, ancor più grave nella misura in cui il “ministro degli Esteri, Franco Frattini, parla di “accuse indegne che non renderebbero merito al lavoro svolto dalle forze di polizia nel salvare vite umane.”

Come a dire che i Rom non vengono sfrattati dai loro campi senza aver mai risolto il problema della casa. Inoltre, il continuo spostamento mette a rischio l’istruzione dei più giovani.

Come a dire che nei CIE gli stranieri sono liberi.

Oppure, che i respingimenti avvengono dopo previo controllo e non verso paesi dove la tortura e lo sfruttamento sono all’ordine del giorno.

Come  a dire che nelle carceri italiane (sovraffollatissime di ruba galline mentre chi distrugge l’economia con vari tipi di ruberie viene “condonato) non si muore o che le cosiddette forze dell’ordine (che esistono per la difesa dei cittadini) non hanno “pestato” dei cittadini senza motivo (anche di fronte a situazioni estreme, le forze dell’ordine dovrebbero/devono avere un comportamento civile e non da regime).

E che dire della legge sulle intercettazioni? Che salvaguardia il diritto dei cittadini all’informazione? O, piuttosto, da la possibilità a qualcuno di gestire la giustizia al di fuori delle regole costituzionali? Si! Perché senza informazione, che deve essere data sin dall’inizio, i fatti verranno gestiti senza che il popolo, attraverso i canali informativi, ne sappia niente o, comunque, venga a sapere solo ciò che qualcuno decide quello che, il popolo, deve sapere.

Per concludere, il rapporto di Amnesty International, dovrebbe essere un campanello d’allarme e non l’ennesima negazione, da parte del governo, di una politica destinata a rendere l’Italia uno dei paesi meno civili sul piano dei diritti e delle libertà.

 

 

 

 

 

 

 

Le modalità "consone" dello stupro.
post pubblicato in BREVI, il 10 maggio 2010


A proposito di un "caso di cronaca" e del modo di darne notizia

di Marcella Ràiola

Si vorrebbe almeno una tregua, come nelle peggiori guerre pure è concessa, per raccogliere e seppellire i morti, ma a noi donne non è data tregua alcuna. Violenza, violenza e ancora violenza. Violenza fascista, violenza legalistica, violenza patriarcale, violenza paterna, violenza giornalistica.
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permalink | inviato da verduccifrancesco il 10/5/2010 alle 22:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Fermato e picchiato dalle forze antisommossa.
post pubblicato in Riflessioni, il 10 maggio 2010


Un ragazzo di 25 anni, il 5 maggio, viene fermato e subito picchiato dalle forze antisommossa dispiegate per la finale di coppa Italia.

È successo a Roma. Il ragazzo, dopo essere uscito di casa per andare al compleanno di un cugino, viene fermato perché scambiato con un ultrà che aveva scagliato oggetti contro gli antisommossa. Subito dopo essere stato fermato viene picchiato - e, a quanto pare, senza controlli da parte degli antisommossa – e portato in caserma in cella di isolamento.

Innanzi tutto va specificato che se non ci fossero stati i cittadini che, con le loro telecamere, hanno ripreso l’evento, sicuramente oggi non ne saremmo a conoscenza; cittadini che, tra l’altro, si sono comportati in modo adeguato usando i filmati in termini “legali”.

Un episodio alquanto preoccupante; da questo episodio si può tranquillamente supporre che le forze dell’ordine, preposte a certi eventi che possono evolversi in azioni violente, invece di essere preparate ad affrontare l’evento in modo “democratico” ovvero, ad evitare che la violenza degli altri degeneri in guerriglia, , vengano addestrate alla repressione, ma non tanto di chi crea gli “scontri” quanto di coloro che vi si trovano coinvolti loro malgrado per il semplice fatto di trovarsi nei dintorni. L’episodio dimostra che, una volta innescati gli scontri (da chi?), gli antisommossa li usino per mettere alla prova la loro in-capacità di gestirli creando una sorta di coprifuoco – vietato uscire in strada perché chi lo fa sarà ritenuto responsabile delle violenze.   

Inoltre, la risposta degli antisommossa in un contesto simile, è legale?

Da la repubblica: “Secondo la questura Stefano Gugliotta ha partecipato agli scontri dei tifosi. Armato di un bastone - "ma era una stampella dell'amico infortunato che era con lui sul motorino, secondo il difensore Cesare Piraino - ha scagliato oggetti contro i poliziotti e sarebbe fuggito. Riconosciuto in viale del Pinturicchio è stato fermato. "La polizia cercava un ragazzo con una maglietta rossa, come quella di Stefano - osserva l'avvocato - Forse generato da questo lo scambio di persona". 

Dal video trasmesso sul tg3, si può vedere chiaramente che l’approccio non è stato di controllo ma di aggressione. Gli antisommossa si difendono dicendo che il ragazzo aveva partecipato agli scontri e di averlo riconosciuto dalla maglietta, ma basta questo per infierire contro una persona indifesa? Non è questa un’azione in dispregio totale dei diritti universali dell’uomo?

All’articolo 5 si proclama: Nessun individuo potrà essere sottoposto a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti.

All’articolo 6 si proclama: Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

All’articolo 30 si proclama: Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di qualsiasi Stato gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

Da ciò si deduce che, in Italia, ma anche altrove, le “forze dell’ordine” preposte alla sicurezza del cittadino, in realtà si stanno muovendo in senso opposto; la sicurezza del cittadino non implica che la repressione delle forze violente presenti nella società debba essere attuata con l’annullamento dei diritti, ne tantomeno che vadano annullati i controlli per verificare l’effettiva partecipazione della persona sospetta.

Ogni  comportamento che esula dai principi su cui si basano i diritti universali e la nostra costituzione, e chiunque li commetta, sia esso privato cittadino o forze dell’ordine, dovrebbe essere condannato a priori. Invece, il gip ha convalidato l’arresto del ragazzo per resistenza a pubblico ufficiale, vale a dire che, se un qualsiasi poliziotto ferma un cittadino e lo “tratta” in modo inadeguato e se, il cittadino, reagisce, quest’ultimo finisce in galera.

Per concludere, anche se forse è superfluo dirlo, la decisione del gip non fa altro che sancire un principio contrario a quello costituzionale e universale.
Il diritto al voto.
post pubblicato in Elezioni , il 1 aprile 2010


Il voto come diritto o come dovere?
"Io voto sinistra o destra perché, in questa fase, mi rappresenta meglio dell'altro" sembra questa la frase tipo dell'elettore oggi; oppure, "non voto perché nessuno mi rappresenta". Due frasi, queste,
che, in termini democratici, non possono essere contestate perché sono l'affermazione di quel diritto al voto che, per quanto si dica, non è e non può essere, un dovere; che sarebbe una contraddizione.
Il voto è un diritto!!!! Il cittadino deve avere la possibilità di scegliere se usufruire o no di un diritto.
Qualora esso viene posto come dovere - cioè un qualcosa di obbligato -, finisce di essere diritto.

Il voto presuppone una scelta fatta in base a programmi - nelle politiche riguardano prevalentemente tutto il territorio nazionale e, di conseguenza, si basano sulle tematiche in termini generali tipo: la giustizia, lo stato sociale, la scuola, la casa, il territorio in genere ecc., mentre nelle amministrative, le stesse tematiche devono entrare nel merito dell'applicazione sul territorio inteso come entità culturale e produttiva - ben definiti dove, il cittadino, possa decidere in base agli interventi che il candidato (sia esso partito o singolo) indica nel programma. Questo dovrebbe essere la prassi delle elezioni in democrazia; purtroppo non è più cosi.

Oggi, e si è potuto constatare nelle ultime amministrative, nelle campagne elettorali, si parla d'altro. Degli interventi inerenti alla soluzione dei problemi presenti sul territorio si parla poco o niente come se, una volta decise le linee generali, i problemi si risolvono automaticamente.
In questo contesto, il cittadino, che comunque vede e vive i problemi, ha tutte le ragioni di decidere di non votare; tale decisione, pur essendo in linea con i principi democratici, presenta, però, non pochi problemi per la democrazia. Il non voto, pur rappresentando, come nelle ultime elezioni, una cospicua aderenza (si parla del 36%), non essendo organizzato da nessun movimento politico, anche perché i cittadini che lo praticano sono molto etereogenei, non è rappresentato in parlamento, o nei consigli locali (regioni, province e comuni), e questo fa si che, la percentuale dei non votanti, non ha nessuna voce in capitolo nella gestione della società. Ciò implica la loro esclusione dalle decisioni che il parlamento, o consigli, andrà a prendere in merito ai problemi.

Il non voto (cioè chi lo pratica), dunque, pur essendo maturato da un'analisi dei comportamenti politici dei partiti, finisce con l'essere emarginato dalla vita politica. E non può essere altrimenti.
Inoltre, da diritto costituzionale, diviene, sempre costituzionalmente, un mezzo, non dichiarato, della politica per escludere quanti si trovano in disaccordo con essa.

Normalmente si riferiscono ai non votanti come a persone indecise, incapaci cioè di scegliere il proprio rappresentante; incapacità che deriverebbe da un certo grado di disamore nei confronti della politica. In parte è vero, ma non nel senso che non vogliono saperne della politica, l'astensionista è una persona come chi vota, ma, a differenza di loro, crede che il voto debba essere valutato, non più in base a un'appartenenza idreologica, ma in base ai programmi, se questi non soiddisfano il suo bisogno, non vota. In questo è perfettamente in linea con il tipo di società (pragmatica) nato con la seconda repubblica.
Che senso avrebbe una società pragmatica se il cittadino venisse chiamato al voto in base a un'appartenenza ideologica e non a programmi? nessuno!!!




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