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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Comportamenti comuni ai due generi
post pubblicato in Riflessioni, il 23 marzo 2015


Chi dice donna dice danno; un vecchio proverbio maschilista per esprimere la convinzione che la donna non è capace di fare alcunché senza provocare, appunto, danni.

Un altro proverbio maschilista sullo stesso tema ma più mirato è: donna al volante pericolo all’istante; il significato è ovvio.

Proverbi vecchi che non hanno mai trovato riscontro con la realtà di ieri e di oggi.

Questo a dimostrazione del fatto che certi comportamenti sono comuni ai due generi. Si vedano, ad esempio, certi slogan del passato che mettevano la donna più portata alla pace e alla difesa del “focolare”, cosa alquanto smentita negli ultimi decenni dalle donne militari e dai sempre più frequenti atti di violenza delle donne anche se, bisogna dirlo, non hanno ancora superato l’uomo a cui rimane questo tristissimo primato.

Le donne,dunque, come gli uomini, sono tese ad affermare se stesse a qualunque costo;sia contro persone dell’atro genere che contro persone del loro genere.

È il caso dei tanti diverbi succedutivi negli anni tra donne, ultimo dei quali la frase di Alessandra Mussolini diretta a Nunzia di Girolamo:” De Girolamo non so come sia diventata deputata. Anzi: lo so, ma non lo dico...”, una frase dal chiaro significato sessista, anche se non espresso, a dimostrazione del fatto che sessisti non sono solo gli uomini.

Certi comportamenti, dicevo, sono comuni ai due generi. La voglia di protagonismo, di essere migliore, di conquistare o meritare la posizione raggiunta è comune ai due generi che, anche se per millenni sono stati appannaggio dell’uomo, ora,con la conquista dei diritti, anche le donne ne possono fare sfoggio.  


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permalink | inviato da vfte il 23/3/2015 alle 10:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
A cosa serve la guerra?
post pubblicato in NOTIZIE, il 10 marzo 2012


La Presse

Undici anni di guerra non sono bastati a scalfire la società patriarcale Afghana.
E’ di alcuni giorni fa la notizia che il presidente Hamid Karzai ha approvato un nuovo codice di condotta proposto dal consiglio religioso Ulema (massimo organo religioso) che ripropone in massima parte il codice talebano.
Un atto distensivo verso gli insorti, tra cui i talebani, giustificato dal presidente come necessario per porre fine alla guerra, ma che risulta lesivo dei diritti delle donne afgane che si vedono catapultate nell’oscurantismo talebano dove la donna era considerata proprietà della famiglia patriarcale.
Questo ci riporta a considerare che le guerre, se pur avviate con tutti i buoni propositi dell’universo - cosa alquanto improbabile dato che le guerre hanno sempre avuto, e sempre avranno anche se mascherato dai buoni propositi, come scopo la conquista dei territori che oggi si traduce in conquista dei mercati -, alla fine producono sempre e solo morti e dolori alle popolazioni coinvolte.
Non fa eccezione quella in Afghanistan che, avviata ufficialmente dopo la distruzione delle torri gemelli a New York l’11 settembre 2001 con la giustificante di far fronte al dilagare del terrorismo internazionale e islamico, divenne gradualmente la base della teoria “dell’esportazione della democrazia” nei paesi a regime totalitario - ma solo nei paesi islamici, chissà perché!

Comunque sia e a parte le giustificazioni ufficiali, il punto rimane la sua crudeltà di fronte alla resistenza dei popoli interessati le cui culture millenarie, fortemente radicate nella popolazione - nel caso specifico e nel mondo mussulmano in generale -, non si lasciano coinvolgere dai presupposti su cui si basa la cultura degli “invasori” che pretenderebbero di imporre la democrazia senza tener conto della cultura preesistente.
La resistenza, in massima parte ,vale anche per le donne che, pur essendo fortemente penalizzate dalla cultura islamica - e pertanto, secondo noi, maggiormente motivate -, non si lasciano ammaliare dalle promesse di libertà pur desiderandola. Questo perché anch’esse vogliono il cambiamento in sintonia con la cultura islamica.
Un esempio reale ci viene dalla “primavera araba” dove, la dove si sono svolte le libere elezioni, hanno vinto i movimenti islamici.

Questo ci porta, o dovrebbe portarci, a considerare che ogni popolo ha il diritto di evolversi indipendentemente dal mondo circostante e in base alla propria cultura -  la storia italiana e europea dovrebbe insegnarci molto in proposito.
Che ogni popolo deve trovare da se la strada verso una società più giusta e equa. L’imposizione è sempre un fattore destabilizzante delle culture e, di conseguenza, si troverà sempre di fronte una forte reazione che invaliderà ogni tentativo di avvicinamento delle diverse culture esistenti.

Se, dopo 11 anni di guerra, non si è riusciti a scalfire - che anzi, rischia ora di riportare indietro la popolazione al punto di partenza - minimamente la cultura islamica in Afghanistan, la ragione sta proprio nel non aver rispettato la cultura esistente perché, al di la delle nostre convinzioni, rimane sempre il punto di riferimento di un popolo.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 10/3/2012 alle 12:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Stupri, violenze e potere sulle donne.
post pubblicato in NOTIZIE, il 9 marzo 2011


Sembra che in Italia lo stupro abbia preso piede anche la dove dovrebbe essere combattuto o nei luoghi ove le persone vanno a curarsi.

Dopo il caso della donna stuprata dai carabinieri e quello della soldatessa stuprata dai superiori, leggo sul corriere di un caso avvenuto nell'ospedale di Civita Castellana.

Abusa di una paziente sotto sedativo:   arrestato un infermiere a Viterbo.

L'uomo, 57 anni, avrebbe abusato di una donna, 37 anni, mentre era sotto sedativo in un ospedale.

Tre casi di abuso che, dato i luoghi dove sono stati commessi, oltre a far riflettere sulle cause, dovrebbero dare la giusta dimensione del rapporto di genere che ancora esiste in Italia.  Un rapporto basato ancora sulla differenza di genere. In una società che, ormai affrancata dalla fatica fisica e da impedimenti legati ai fattori fisici, non dovrebbero più esistere differenze di nessun tipo, anzi, dovrebbero essere proprio le differenze a dare maggior impulso al progresso sociale.

 

Il tutto accade in un paese ove la discussione sulla necessità di dare pari opportunità   alle donne nei settori guida della vita si è persa nelle "quote rosa" perdendo di vista la naturale collocazione del problema. E qui sta il punto emblematico del rapporto di genere: il voler risolvere un problema di questo tipo, che dovrebbe essere affrontato in modo "naturale" (la donna può e deve svolgere gran parte delle attività un tempo svolte dal maschio per la loro pesantezza), attraverso leggi elargite "dall'alto". Leggi che, comunque e pur essendo proposte da donne, vengono decise in base a criteri tutti maschili.

Complici di ciò sono anche le donne che, invece di "combattere" creando strutture nuove, all'interno o all'esterno delle strutture maschili, si lasciano guidare ancora una volta dal maschio utilizzando le strutture da lui create e accettando i termini di "contrattazione" da lui imposti.

Certo, è difficilissimo sradicare la cultura "maschilista" imposta da secoli, ma ciò non toglie che le difficoltà devono essere superate rompendo col passato imponendo una nuova cultura che, se per certi versi è riuscita a emergere, per altri, e in modo particolare la gestione del potere, no. 

Il motivo è facile indovinarlo: il potere, specialmente quello politico, permette di modificare o fare leggi in grado di modificare la cultura di base dei cittadini portando così a una società più giusta nei rapporti di genere, cosa che trova troppe resistenze nel maschio.

 

Una cosa da considerare in primis è chi deve essere il primo destinatario della nuova cultura, chi cioè deve per primo spingere verso le modifiche necessarie a sradicare il maschilismo. Non può certo essere il maschio che, forte del suo potere, difficilmente abdicherà. Allora è la donna stessa che deve farsi carico del peso della lotta. È essa che, all'interno delle strutture, deve spingere con forza per emergere come donna di potere. Lo deve fare, però, con criteri femminili e non usando quelli maschili.

Criteri che devono nascere indipendentemente dall'attuale sistema legislativo e, per arrivarci, la donna deve porsi in prima persona nella lotta politico/socio/economica.

 

Per concludere, le violenze sulle donne potrebbero finire non tanto a causa di leggi che prevedono pene pesanti - comunque giustissime - ma nel momento in cui la donna si porrà, in modo naturale, alla pari del maschio. Quando, cioè,la donna avrà perso quella tendenza a dipendere dal maschio.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 9/3/2011 alle 22:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il centrodestra, le donne e il popolo
post pubblicato in POLITICA, il 14 febbraio 2011


Centinaia di migliaia sono le donne scese nelle piazze italiane, e non solo, a rivendicare la loro dignità di essere donna in ogni aspetto della vita. Centinaia di migliaia hanno sfilato contro una politica discriminatoria che le vorrebbe succubi del "maschio padrone" anche quando sono chiamate a ricoprire ruoli di responsabilità. Un grande esempio di democrazia visto la partecipazione bipartisan (sia politico che di genere), ma anche un grande esempio della sovranità del popolo; quella sovranità tanto cara ai nostri attuali governanti.

 

Ma come risponde il governo (assente alla manifestazione) a questa manifestazione di popolo?

Il filo conduttore delle reazioni è, come al solito: strumentalizzazione per fini politici.


Ecco alcune dichiarazioni dal centro destra:

 

Premier: «Quella delle donne è stata una mobilitazione faziosa, vergogna. Le dimissioni sono una proposta irricevibile, non ho tradito il mandato elettorale né ho tradito le riforme». 

 

 Ministra Gelmini: «Coloro che scendono in piazza sono solo poche radical chic che manifestano per fini politici e per strumentalizzare le donne. Non vengano a raccontarci di voler difendere la loro dignità, quando sono le prime a bollare automaticamente come prostituta qualsiasi donna metta piede in casa del premier. Si tratta delle solite eroine snob della sinistra».

 

Ministra Carfagna: «Chi ha responsabilità di governo ha sempre il dovere di ascoltare la piazza» e le domande che pone alla politica. «Da domani, continueremo a lavorare con ancora maggiore vigore per le donne italiane». «Hanno avuto il merito di sollevare un dibattito tra le donne molto vivo e partecipato, dispiace che l'occasione sia stata sprecata trasformando questa iniziativa nell'ennesimo corteo contro il governo democraticamente eletto dagli italiani e dalle italiane, strumentalizzando per fini politici le decine di migliaia di donne scese in piazza in buona fede».

 

Come si può leggere, la più esplicita è la ministra Carfagna. Per essa, la manifestazione è stata organizzata con lo scopo di chiamare in piazza le donne per poterle strumentalizzare, da chi non lo dice ma è esplicito: l'opposizione! Poco importa che l' adesione e la partecipazione alla manifestazione sia stata trasversale e bipartisan - vi hanno partecipato donne di destra, sinistra, cattoliche e no, femministe e femminili, e quant'altro -, poco importa se gli slogan sono stati gridati dalla piazza e non dal palco, poco importa se non c'erano simboli partitici o altri. Poco importa se sono andate in piazza come donne  e non come appartenenti a movimenti politici -questo dovrebbe far  riflettere il centro destra perché hanno avuto il coraggio di esprimere i loro problemi come donne. Erano donne e basta!

L'accusa, perciò, è contro le donne e non i partiti. Se si afferma che sono strumentalizzate, si afferma anche  la loro incapacità ad essere in grado di autogestirsi, di pensare a se stesse come esseri indipendenti. Significa che, per il centro destra, la donna è comunque un essere "bisognoso" del supporto maschile.

E, purtroppo, a dire questo è una donna!

 

Un altro aspetto inquietante che emerge dalle righe delle dichiarazioni è il concetto di popolo che ha il centrodestra.

La frase "il popolo sovrano", ormai viene usata ogni qualvolta il governo si trova di fronte a richieste di dimissioni. È il popolo sovrano che decide chi governa, e questo è vero. Però, ogni qualvolta il popolo scende in piazza, ecco che da sovrano diventa fazioso, conservatore, radical chic, sovversivo e quant'altro.  Mai una volta che il popolo scenda in piazza per una presa di coscienza della sua situazione socio/economica e politica, mai che abbia ragione una volta, mai che la sua protesta venga letta come disagio di fronte alle scelte dei politici. Viene visto sempre e comunque come oppositore, parte avversa a cui non dare credito. Questo governo ha diviso la società in ogni senso, incluso quello tra governanti e governati ,come in una sorta di monarchia dove il popolo viene chiamato a scegliere il sovrano per poi sottostare alle sue decisioni pena la condanna.

 

Ma allora, dov'è la sovranità del popolo? Si può relegarla solo nelle  elezioni?

Certamente no! Il popolo è sovrano solo se è partecipe della vita della nazione, solo se ha il diritto di esprimere un giudizio, sia esso positivo sia negativo, sull'operato degli eletti. Questo vuole la democrazia nella sua essenza. Questo non vuole il centro destra in Italia!

Il popolo, per il centro destra, è solo un'astrazione, un fantasma. Smette di esistere nel momento in cui si materializza. Nel momento in cui il suo corpo smette di essere una massa informe per diventare essere pensante capace di esprimere idee. Idee  che portano inesorabilmente in se la capacità di creare nella società dibattito e, perciò, innovazioni.

Per il centro destra, l'unica possibilità, per il popolo, di esistere, è quella di assecondare il governante, applaudirlo, acclamarlo, riverirlo, comprenderlo e perdonarlo.

Ma il popolo non è cosi! Eh no!

Il maschilismo mascherato
post pubblicato in Riflessioni, il 7 ottobre 2010


Alla fine, Sarah è stata trovata. Purtroppo, però, morta strangolata. Ha ucciderla è stata lo zio Michele e l'avrebbe fatto perché, sembra,  rifiutava le sue avance.

Una storia che non ha nulla da invidiare a quelle degli immigrati  che vorrebbero le loro figlie mantenessero le tradizioni dei luoghi di origine; chiaro che la vicenda di Avetrana si pone su un piano diverso rispetto alle altre. Ciò non toglie la violenza con cui viene, ancora troppo spesso, affrontato il rapporto uomo donna.

In Italia, questi sono casi estremi, ovvio, ma ciò che conta non è tanto la frequenza, quanto l'evento in se. Se nel mondo esistono ancora culture che, dichiaratamente, sostengono l'inferiorità della donna e, di conseguenza, per loro la violenza su di essa assume un aspetto legislativo accettato da tutti i componenti della collettività - in modo passivo dalla donna -, in occidente, questo tipo di cultura è stato, attraverso una seria legislazione, abolito rendendo legale la parità dei sessi. Parità che, purtroppo, esiste solo a parole in tutti i campi e in modo particolare tra le mura domestiche.

 

Il parallelo con le culture maschiliste potrebbe sembrare eccessivo ma, come ho detto, a contare è l'evento in se, il fatto che, al di la delle belle parole, i maschi si ritengono, sotto molti aspetti, superiori. Lo si può costatare, oltre che in famiglia anche sul lavoro, la dove la donna non riesce a superare lo scoglio di "portaborse" e in politica, dove i maschi sono, a tutt'oggi la stragrande maggioranza (non basta fare ministro qualche donna, più che parità, sembra il "gioco del bastone e della carota = se fai la brava ti do il dolcetto).

Nelle culture maschiliste, la donna è palesemente tenuta in soggezione dal maschio, nella cultura occidentale, invece, la superiorità si maschera con una parvenza di libertà che, alla fine, non produce nulla (essere liberi significa, oltre a poter parlare, anche mettere in atto le proprie idee). Questo significa che il fatto di Avetrana non è da considerarsi fine a se stesso ma va visto nella complessità del problema. Non è neanche la punta visibile di un movimento repressivo della donna ma, più semplicemente (tra molte virgolette), l'espressione estrema di quello che in realtà siamo, un genere che non riesce ad accettare la condivisione dei ruoli all'interno della società.

 

Un'ultima considerazione riguarda il tipo di violenza usata. Se qualcuno pensa di essere assolto solo perché non usa quella fisica temo che si sbagli di grosso, fa più male quella psicologica! d'altronde, la legge sullo stalking (persecuzione) dimostra quanto ancora siamo lontani dall'essere un genere libero e quanto siamo vicini a quelle comunità che, spesso e volentieri, condanniamo per le loro azioni contro le donne.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 7/10/2010 alle 15:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Le modalità "consone" dello stupro.
post pubblicato in BREVI, il 10 maggio 2010


A proposito di un "caso di cronaca" e del modo di darne notizia

di Marcella Ràiola

Si vorrebbe almeno una tregua, come nelle peggiori guerre pure è concessa, per raccogliere e seppellire i morti, ma a noi donne non è data tregua alcuna. Violenza, violenza e ancora violenza. Violenza fascista, violenza legalistica, violenza patriarcale, violenza paterna, violenza giornalistica.
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permalink | inviato da verduccifrancesco il 10/5/2010 alle 22:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Berlusconi chieda scusa alle donne albanesi.
post pubblicato in BREVI, il 23 febbraio 2010


Da osservatotio balcani: "Durante un recente incontro con il premier albanese Berisha, Berlusconi ha attaccato gli scafisti. Poi ha aggiunto: "Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze". Dalla scrittrice albanese Elvira Dones riceviamo questa lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla sua battuta."

Dopo la lettera della scrittrice albanese al presidente del consiglio italiano, dove la scrittrice esprime il suo rammarico per la battuta, alquanto infelice, sulle donne albanesi e descrive situazioni, a dir poco aberranti, da lei direttamente osservate, delle ragazze che vengono portate in Italia, un gruppo di intellettuali, giornalisti, artisti e studenti italiani e albanesi, invita, con una lettera aperta, il premier italiano a chiedere scusa alle donne albanesi. Nel frattempo è stato creato a questo proposito un gruppo su facebook che ha raccolto oltre diecimila adesioni.

Inutile dire che il comportamento del Premier, non solo offende "le donne albanesi", ma anche le donne, incluse quelle del suo "enturage", in generale.
Sia inteso, nessuno vuole togliere al premier la sua vena "comica" di cui soffre frequentemente, quello che però dovrebbe capire lui stesso è che: se le sceneggiate napoletane sono accettate e apprezzate in Italia, lo stesso non si può dire, o comunque dato per scontato, che lo siano anche all'estero. Dovrebbe sapere che l'espressione comica è diversa da paese a paese perché diverse sono le culture che la esprimono. Un esempio per tutti è la stessa Italia che, da sempre divisa culturalmente, si ha difficolta ad accettare la comicità espressa in luoghi diversi dal proprio.

Quello di chiedere scusa è, per un capo di governo che si dice democratico, una prassi costante ogniqualvolta le cose dette risultano offensive.
Lo fa anche il singolo cittadino, a maggior ragione lo dovrebbe fare la persona chiamata a rappresentare tutto un popolo e di cui, la diplomazia, dovrebbe essere la prassi.

CI FACCI UN FAVORE, SIG. PRESIDENTE, CHIEDA SCUSA.

Il perché della rinuncia
post pubblicato in COMMENTI, il 22 agosto 2009


monica giuliato DIRITTO ALLA RETE COMMENTO AL SUO POST
Commento al post di Monica Giuliato: "ogni tanto (sempre troppo poco) si legge ancora qualcosa di interessante, sulla carta stampata." su, diritto alla rete.

"Quando una persona si lamenta, significa che non condivide il suo status".
C'è il vuoto, è vero. La gente non è più la massa "informe" che si muoveva negli anni 60-70-80, scendeva nelle piazze, si lamentava ma, allo stesso tempo rivendicava, anzi, pretendeva con scioperi ciò che gli era dovuto cioè: salari adeguati e paritari - anche tra nord e sud - , sicurezza sul lavoro e del lavoro, libertà tra sessi, sanità, casa, ecc.; oggi, come dici tu, le persone sono più rivolte al privato, ad una dimensione personale della società, dove, il "pubblico", è pregato di rispettare le esigenze del singolo, di non invadere la sua sfera con richieste che possano limitare le sue libertà che ritiene acquisite definitivamente.
Dunque, le azioni volte a migliorare la vita, che hanno caratterizzato la nostra epoca, oggi, specialmente nei giovani, sono rigettate perché, ormai, si ritiene che abbiano svolto il loro ruolo.
Questo però lascia un vuoto. L'impegno, profuso in quegli anni, significava anche schierarsi pro o contro, significava aderire a qualcosa di organizzato che permetteva all'individuo di esprimere il proprio disagio, e lottare per superarlo, o di mantenere lo status raggiunto; il tutto era legato ad esigenze individuali che si identificavano tra di loro, cioè la mia esigenza è uguale alla tua, pertanto uniamoci.
Questo succede anche oggi. Di diverso c'è che, da una parte sono cambiate le esigenze, dall'altra, è il mercato stesso ad avere necessità che ad usufruire dei vantaggi materiali siano sempre più individui, questo a creato una situazione dove gli individui, avendo a disposizione i mezzi (lavoro, mutui, ecc) necessari per soddisfare le loro esigenze, si sono adeguati al sistema senza accorgersi che è lo stesso sistema ad aver creato il sistema.
A quanto detto, va aggiunto l'insoddisfazione della popolazione verso la politica dopo la storia di tangentopoli e la caduta dei miti su cui si basava l'impianto ideologico, specialmente nei giovani.
L'insoddisfazione e l'assenza di miti, aggiunti ad uno status ritenuto ottimale, ha significato un deterioramento dell'impegno nella politica.
E' in questo contesto che andrebbe letta la rinuncia degli italiani alla partecipazione diretta.
Specialmente per quanto riguarda il vuoto lasciato dalle ideologie. Cosa rimane oggi di esse? c'è ancora qualcuno col coraggio di affrontare i problemi analizzandoli con i metodi dell'ideologia?
Sicuramente si, però la grande massa non fa più riferimento ad essi, guarda più a singoli personaggi, a ciò che propongono, e più la proposta riguarda l'immediato, più viene accettata. Sembra quasi che l'ideale di un futuro migliore interessi solo pochi nostalgici che vengono subito definiti "conservatori", quasi ad indicare che la difesa del progresso significhi regresso, mentre i delatori del progresso si fanno passare per progressisti.
Naturalmente, in questo centra anche la televisione che, attraverso programmi, fatti passare per culturali, ha creato nella gente la convinzione che per progredire si debba necessariamente avere successo.
Ti chiederai: ma in tutto questo, cosa centrano le donne?
C'entrano nel momento in cui, anch'esse, fanno parte dell'insieme. Anch'esse, in passato chiedevano le stesse cose, dal punto di vista femminile, e anch'esse, oggi, si trovano a condividere il benessere diffuso, o quello che si ritiene tale.
Le lotte che in passato hanno caraterizzato il movimento femminista/femminile, si basavano su richieste in parte soddisfatte in parte no; sono soddisfatte quelle richieste basate sulla partecipazione al benessere, la libertà di costumi e diritti come divorzio e aborto; non sono soddisfatte ( a parte eccezioni ) quelle basate sulla partecipazione attiva alla vita politica o dirigenziale.
Ma come detto sopra, oggi si ritiene più importante il successo personale, anzi, constatare, prendendo l'esempio da chi ce l'ha, che le donne possono averlo.
Tutto ciò non crea però un senso di certezza, come vogliono farci credere; il benessere, come stiamo constatando oggi con la crisi, non è cosi scontato, esso dipende da fattori che non ci è dato di controllare se non attraverso quei meccanismi che, in passato, agivano proprio in questo senso (sindacati) e che oggi, il potere, cerca di snaturare, con l'intento di creare un sistema clientelare di contatto tra cittadino e potere, facendoli diventare dei semplici organismi di collegamento; mentre il successo, di per se effimero, che viene presentato come un qualcosa di raggiungibile da tutti e portatore di libertà incondizionata, è sempre più evidente la sua natura di sudditanza al potere (e questo vale, senza offesa, in massima parte per le donne ).
"La gente si lamenta, ma mancano i riferimenti in grado di dare loro quelle certezze necessarie per muoversi".
francesco


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 22/8/2009 alle 20:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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