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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Le promesse di Marchionne
post pubblicato in LAVORO, il 21 settembre 2012


Nel 2010 la fiat e i sindacati Cisl, Uil e Ugl firmarono un accordo che sanci la nascita di Fabbrica Italia; il tutto a scapito dei diritti dei lavoratori e del contratto collettivo. Accordi sostenuti dai sindacati proprio in previsione degli investimenti (20 miliardi) promessi da fiat per l’ammodernamento e l’aumento della produzione in Italia a salvaguardia degli stabilimenti italiani e dei posti di lavoro. A due anni di distanza, sembra che per la fiat non ci siano più i presupposti per mantenere fede all’impegno causa la crisi dell’auto in Europa. Ovviamente, in questi due anni, la fiat, dei 20 miliardi non ne ha investiti; vale a dire che Fabbrica Italia non è mai nata. Questo può significare solo che la Fiat non ha mai avuto intenzione di partorirla.

Ora, Marchionne se ne esce tranquillamente a dire che Fabbrica Italia “non è un impegno assoluto della Fiat e che è ormai vecchio di due anni e mezzo e il mercato è crollato
Inoltre, la Fiat ricorda che "con un comunicato emesso il 27 ottobre 2011 aveva annunciato che non avrebbe più utilizzato la dizione Fabbrica Italia, perché molti l'avevano interpretata come un impegno assoluto dell'azienda, mentre invece si trattava di una iniziativa del tutto autonoma che non prevedeva tra l'altro alcun incentivo pubblico. Da quando Fabbrica Italia è stata annunciata nell'aprile 2010 le cose sono profondamente cambiate. Il mercato dell'auto in Europa è entrato in una grave crisi e quello italiano è crollato ai livelli degli anni settanta. E' quindi impossibile fare riferimento ad un progetto nato due anni e mezzo fa. E' necessario infatti che il piano prodotti e i relativi investimenti siano oggetto di costante revisione per adeguarli all'andamento dei mercati".
Già, ma il piano prodotti e gli investimenti si modificano nel corso della messa a punto del progetto; qui invece siamo di fronte a un progetto che non è mai partito, vale a dire che la revisione è stata fatta su un progetto che è rimasto sulla carta.

Quello che poteva essere considerato inizialmente un sospetto, ovvero, che la fiat abbia usato la promessa degli investimenti per ottenere gli accordi, a questo punto è da  considerarsi realtà: la Fiat non ha mai avuto l’intenzione di investire in Italia. Non solo, l’affermazione di Marchionne che la Fiat rimarrà in Italia è falsa o, se preferite, è vera se si considera la permanenza degli stabilimenti, che comunque saranno legati alla loro produttività, ma falsa se si considera la società in se.
La Fiat, dopo gli accordi con l’Americana Chrysler, è diventata una multinazionale americana, questo significa che gli stabilimenti Italiani saranno trattati alla pari di tutti gli altri sparsi per il mondo; se producono e non danno problemi sia sul piano normativo che salariale tutto andrà bene, altrimenti … Vale a dire: rinuncia ai diritti acquisiti a favore di un mondo del lavoro dove l’unico potere decisionale è la proprietà.

Ma questo, investimenti e atteggiamento dei lavoratori, lo si sapeva già al tempo degli accordi di Pomigliano quando la Fiat chiedeva appunto la dismissione del contratto nazionale di categoria a favore di quello aziendale e il governo in carica chiedeva la modifica, fino all’abolizione, dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

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Fornero incontra Marchionne
post pubblicato in LAVORO, il 11 gennaio 2012


Ansa
E' di ieri 10/01 la notizia che il ministro del lavoro Fornero intende incontrarsi con L'ad della fiat Marchionne per chiarire la politica d'investimenti della fiat in Italia.
"Ho intenzione di incontrare Marchionne al piu' presto. Voglio che mi spieghi di persona quali sono le sue intenzioni. Come ministro del Lavoro sono interessata ai piani di investimento della Fiat, in particolare per quanto riguarda l'occupazione''. Queste le parole del ministro rispondendo a una domanda del giornalista dell'Ansa
Dopo la tacita approvazione del governo Berlusconi sulla politica della fiat che ha portato alla rottura della fiat sui contratti nazionali di lavoro e a inserire nei propri contratti interni la possibilità di licenziamento e altre cose in spregio ai diritti dei lavoratori, l'intervento dell'attuale governo, in concomitanza con la riforma, concertata con i sindacati, che sta per essere messa a punto - il piatto forte della riforma prospettata dal ministro è il contratto unico e il posto fisso più l'esperimento di contratti per tre anni con possibilità di licenziamento - potrebbe far retrocedere la fiat dal suo proposito di progressivo allontanamento dall'Italia e incentivarla a maggiori investimenti (per altro promessi dallo stesso Marchionne) tralasciando la sua politica di chiusura dei siti ritenuti improduttivi che fino ad oggi ha perseguito.
Chiaro che tutto dipenderà dal risultato degli incontri tra il governo e i sindacati sul tema del lavoro, ancor prima di quello tra il ministro e Marchionne. Ma non va tralasciata, comunque, l'importanza del gesto in se, la volontà di ripristinare le regole che hanno contribuito a creare l'welfare che, ora più che mai, serve per evitare il degrado e l'impoverimento di una parte consistente dei cittadini. Un'azione che darebbe valore e concretezza alla politica del governo la dove, a fronte dei sacrifici, è stato promesso più copertura sociale ai lavoratori che, a causa della crisi, si troveranno senza lavoro. Copertura che era richiesta anche dall'UE ma disattesa dal precedente governo.
Convincere la fiat dell'importanza di una politica del lavoro concordata sia con i sindacati che con il governo, darebbe fiducia agli italiani perché è proprio la mancanza di copertura a creare incertezza e paura nel domani.

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La fiat e le auto italiane.
post pubblicato in LAVORO, il 26 agosto 2011


           

Fonte notizia: corriere.it

Una frase del presidente della fiat, John Elkann lascia perplessi:bisogna vedere se l’Italia vuole fare automobili, vedere se c’è chi vuole fare auto come vuole fare la fiat”. Già, perché non basta fare auto, l’importante sono i metodi organizzativi di produzione. Quelli, tanto per intenderci, chiesti e ottenuti dall’ad Marchionne, ovvero, restrizione dei diritti dei lavoratori e loro completo adeguamento alle necessità dell’azienda.

La risposta al presidente fiat arriva dal ministro del lavoro Maurizio Sacconi,fiat a avuto dall’Italia tutte le certezze per poter investire, la norma inserita nella manovra è segno evidente di un clima inequivocabile di favore per gli investimenti e l’occupazione. Ora le chiacchiere e il tempo degli interrogativi deve essere sostituito dalle decisioni”. Già, la possibilità di licenziare senza giusta causa, in base alle esigenze dell’azienda che unito alla sostituzione del contratto nazionale con quello aziendale fa tutt’uno con l’idea, per altro antichissima, che l’azienda deve agire al di fuori delle regole sociali.

E se il tutto lo uniamo al continuo restringimento dello stato sociale a favore di servizi privati, abbiamo allora un quadro abbastanza completo di quello che ci aspetta nel prossimo futuro.

L’Italia, e in modo particolare i lavoratori attraverso i sindacati, chiede da sempre che la fiat rimanga in Italia. Chiede, però, anche che questa possibilità non sia legata a condizioni che vanno a eliminare tutto ciò che nei decenni gli operai hanno raggiunto in termini di diritti.

Ed è qui che si inserisce il dubbio del presidente fiat. Si, perché la fiat non è disposta a gestire con le parti sociali la gestione sia della produzione che quella del rapporto con le maestranze. Pertanto, quando chiede se, effettivamente, c’è chi vuole fare auto come vuole fare la fiat, è ovvio che pensa alla gestione. Gestione che deve essere in mano, esclusivamente, a fiat senza più l’apporto - se c’è, deve essere completamente subordinato alle decisioni fiat – delle parti sociali. QUESTO È CIÒ CHE VUOLE LA FIAT.

In appoggio a questa politica si è sempre mosso il governo Berlusconi, sia lasciando ampi spazi di manovra non intervenendo nelle contrattazioni tra sindacati e fiat sia proponendo leggi tipo abolizione dell’articolo 118 (articolo che regola i licenziamenti) dello statuto dei lavoratori o la legge sul precariato. Questo avvalora, in negativo, ciò che afferma il ministro. l’Italia a sempre dato alla fiat tutto ciò che era in suo potere dare, prima con finanziamenti per sostenere l’occupazione quando la fiat aveva bisogno di ristrutturare, poi, come detto sopra, lasciando ampio margine di manovra.

Concludendo, dopo i contratti di Pomigliano e Termini Imerese, che hanno visto prevalere l’idea di una gestione aziendale mirata a subordinare le maestranze all’azienda, ora, con l’affermazione del presidente fiat, sta prendendo corpo proprio quello che la Fiom aveva condannato proprio perché avrebbe portato in futuro la fiat a richieste più onerose per gli operai col solo impegno di mantenere la produzione in Italia.:


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Marchionne e la scelta americana.
post pubblicato in LAVORO, il 7 giugno 2011



Marchionne torna dall’America carico di applausi e salamelecchi da parte delle autorità, incluso Obama, e dei lavoratori ed ecco che scatta in lui una nuova idea: gli italiani devono imparare dall’America! Cavolo, e chi l’avrebbe mai pensata una cosa simile! Forse i milioni di emigrati? O magari Berlusconi che è andato a riferire a Obama che in Italia c’è la dittatura – dimenticandosi di specificare che la dittatura è la sua? Noooooo! E perché mai gli emigrati in America avrebbero dovuto pensarlo visto che ci vivono e sanno benissimo come funziona? Ad esempio, che gli operai o fanno così (com ‘l dis ol paron) o sono fuori, che gli stessi non hanno copertura sanitaria quando perdono il posto ma per loro (i paron) va bene così, che, sempre gli stessi, hanno sindacati tra i più mafiosi del mondo, ecc.. Ma anche Berlusconi, che interesse avrà mai a dire che gli andrebbe bene il sistema americano quando, di fatto, lo propone tutti i giorni senza dirlo chiaramente? 

Insomma, Marchionne torna in Italia con la pentola dell’acqua calda convinto dì averla inventata lui. E questa è la novità che ci porta! Si, perché tutto il resto lo sappiamo già!  

Sappiamo che per acquistare la Chrysler, oltre a depositare soldi sul capitale sociale della stessa, ha dovuto rendere allo stato americano tutti i soldi che questo aveva dato   per aiutarla a riprendersi. Inoltre, ora per acquisire la proprietà totale dell’azienda dovrà sborsarne altri; proprietà che, però, per acquisire ha dovuto presentare il progetto di risanamento dell’azienda. Progetto che implica investimenti e esportazione della tecnologia dall’Italia agli USA. Cosa che in Italia non succede mai perché, anche quando si fanno accordi, poi non si rispettano. Come la Fiat di Marchionne, che ha promesso investimenti a Mirafiori e Pomigliano per 20 miliardi ma fino ad ora ne ha dati il 10% e il motivo, secondo Marchionne, risiede nel fatto che, in Italia, non c’è un atteggiamento positivo nei confronti dell’azienda.

Quale deve essere questo atteggiamento, Marchionne ce lo dice nelle sue dichiarazioni dopo il ritorno dall’America: “Quanto è avvenuto negli Usa deve essere letto in Italia in modo positivo. Se è possibile farlo là è possibile farlo anche qui. Deve cambiare però l'atteggiamento”. e cosa è avvenuto negli USA?: “Ieri la gente ringraziava per quello che è stato fatto, invece di insultare” e ancora “il tubo degli incentivi si è svuotato, la domanda è arrivata a livelli naturali, 1 milione e 750mila-1 milione 800mila, i livelli del 1996: abbiamo smesso di drogare il sistema e abbiamo visto dove siamo arrivati”. E aggiunge “Lo stabilimento Chrysler, spiega, è stato rilanciato grazie a Chrysler stessa ma con l'aiuto della Fiat.”

Dunque, dalle sue parole emerge che, se l’Italia vuole continuare, deve cambiare e diventare, o quantomeno, prendere ad esempio l’America che, come detto sopra, è tutt’altra cosa. Imitare gli americani significherebbe rovesciare tutto ciò che s’è conquistato, ovvero, quello stato sociale che ha permesso a decine di migliaia di lavoratori di non finire sul lastrico grazie agli incentivi promossi dallo stato a loro favore. E sembra che Marchionne se ne dispiaccia quando dice che gli incentivi sono finiti. A questo punto è il ministro Sacconi a precisare il concetto affermando che a “opporsi a Marchionne sono i sindacati conservatori,settori ideologizzati della magistratura e ambienti della borghesia bancaria.”

Dunque, gli italiani – perché non riguarda solo la Fiat ma tutto il mondo del lavoro perché, una volta passata l’idea che il contratto nazionale deve essere dismesso, ogni azienda avrà la possibilità di fare il proprio contrattino interno, questo significa che i sindacati opereranno al di fuori di ogni logica di solidarietà   - devono rinunciare ai diritti acquisiti fin’ora e ripartire  tornando all’inizio dell’avventura che, in fondo, ha contribuito a creare benessere in Italia. Non dimentichiamoci che i lavoratori hanno sempre chiesto, oltre ai diritti democratici e liberali, la partecipazione al benessere e che i cosiddetti “rivoluzionari” erano una piccola minoranza e che la maggioranza dei lavoratori non ha mai partecipato ai tentativi rivoluzionari poi sfociati nel terrorismo rosso – va detto che il terrorismo rosso, oltre a essere nato per reazione a quello cosiddetto di stato, ha alla base la convinzione che i lavoratori (classe operaia) avevano rinunciato al ruolo, marxista, di dirigere la rivoluzione perché, con le conquiste fatte, si erano imborghesiti e, con essi, i partiti tradizionali della sinistra - Non va anche dimenticato che i diritti acquisiti sono parte integrante della società liberale.

Il ritorno al passato, ecco ciò che ci propone Marchionne, e con esso anche l’attuale governo. Questa è la novità! Una novità, però, che sa di stantio e di voglia di semplificarsi la vita; si, perché è molto più semplice gestire la società, sia essa civile che industriale, avendo a disposizione una massa informe da plasmare in base alle proprie esigenze senza curarsi delle esigenze del lavoratore o, tutt’al più, dare quello che la dirigenza ritiene indispensabile al suo mantenimento. Marchionne sa benissimo che questa scoperta è, in realtà, vecchia come il mondo. Che in ogni epoca di progresso c’è sempre stato una reazione, da parte del potere, una volta stabilizzato il momento di crescita sociale, verso la restaurazione nella società del vecchio modello. Sa anche benissimo che oggi, in Italia, sarebbe più saggio mantenere il livello di benessere e i diritti raggiunti perché solo in questo modo si possono evitare le tensioni sociali che si sono verificate negli ultimi anni. Lo sa, però insiste, e con lui il governo, a voler immettere regole che nulla hanno a che fare con la nostra cultura.

Di fronte a questo comportamento viene spontaneo chiedersi il perché. Perché, in una società che, tutto sommato, riesce ad esprimere ancora, e al di la dei tentativi di bloccarla, un livello culturale elevato, si vuole bloccare il proprio quelle strutture che l’hanno permesso?


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 7/6/2011 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Federmeccanica propone la possibilità che il contratto aziendale sia sostitutivo di quello nazionale.
post pubblicato in ALTRO, il 20 gennaio 2011


Mentre a Pomigliano, dopo la firma del contratto aziendale che ha dato origine alla "riforma" fiat, continua la cassa integrazione per 2400 dipendenti, a Mirafiori i si vincono con uno scarto minimo determinato dagli impiegati e dirigenti e Bonanni aspetta i finanziamenti, la Federmeccanica, attraverso Il direttore generale Roberto Santarelli, propone di sostituire il contratto nazionale con quello aziendale.

L'idea è quella di modificare la riforma del modello contrattuale del 2009 prevedendo la possibilità che ''il contratto aziendale sia sostitutivo di quello nazionale". Questo significa che la contrattazione di categoria a livello nazionale andrà a scomparire, e non solo per le grandi aziende, come sostiene il direttore generale di Federmeccanica, ma anche le piccole perché avranno maggior interesse ad uscire dal contratto nazionale.

Superfluo dire che l'attuale politica di Federmeccanica, attuata sulla scia di quella fiat, ha come unico scopo l'eliminazione del contratto nazionale e il superamento dello statuto dei lavoratori di cui il contratto nazionale ne è parte integrante per la gestione dei diritti. È altrettanto superfluo dire che le piccole e medie aziende, con l'eliminazione del contratto nazionale, avranno più libertà di manovra nei confronti degli operai che si troveranno a dover contrattare senza una base comune con le altre aziende. Base comune che serviva da collante per una politica sindacale unitaria. Se dovesse passare la linea di Federmeccanica, il mondo del lavoro si troverà frazionato data la difficoltà, e forse l'impossibilità, di creare un movimento unitario utile affinché non si creino situazioni di "benessere" (fiat?) da una parte e di povertà dall'altra in un sistema di "enclave" dove ogni azienda è, sul piano dei diritto del lavoro, stato a se.

La contrattazione aziendale è sempre esistita come integrazione di quella nazionale al fine di permettere la sua applicazione tenendo conto delle esigenze delle singole aziende senza però retrocedere dai diritti acquisiti in quello nazionale. Oggi, però, è possibile grazie all'accordo quadro del Gennaio 2009; accordo non sottoscritto dalla CGIL.

Questo significa che gli attuali contratti della fiat hanno origine dall'accordo quadro e che lo sviluppo dei rapporti di lavoro non riguarderà solo la fiat o la Federmeccanica ma tutto il mondo del lavoro.

La dove il governo di centrodestra ha fallito (modifica dello statuto dei lavoratori, in particolare l'art. 18 - regolamentazione dei licenziamenti) ci sta riuscendo l'azienda che, con la scusa della crisi e della globalizzazione, sta riportando la contrattazione a un livello privatistico,  ovvero, al di fuori dei principi base definiti dallo statuto.

 

Non per niente, il ministro Sacconi, e con lui il governo, a salutato sia gli accordi fiat sia la proposta di Federmeccanica, come l'inizio di una nuova era nei rapporti tra industria e lavoro.

Sacconi afferma che il contratto aziendale ''non solo e' equiordinato a quello nazionale, ma ne è per certi versi sovraordinato perché è più prossimo ai lavoratori'', e ancora  ''Non e' tanto deroga al contratto nazionale, ma legittima uscita da esso che sarà sempre più cornice essenziale. Nella dimensione aziendale, proprio in ragione della prossimità, si producono accordi che definiscono un migliore equilibrio di dare e avere tra le parti. Sacconi auspica che adesso ''si apra una stagione di relazioni industriali più semplici, più adattive, senza che si debba parlare di maggiore o minore democrazia a seconda dei meccanismi di rappresentanza''. Dopo l'accordo Fiat, l'avviso comune sullo statuto dei lavori e' più vicino. ''Rappresentanza, partecipazione, statuto dei lavori, la stessa definizione dei modi di promozione dello sciopero per isolare l'abuso di minoranze estreme, possono dare luogo ad accordi e, solo ove le parti lo richiedano, a mirati interventi legislativi''.

 

Come si può leggere, l'intento è quello di regolare il rapporto tra le parti a partire da un presupposto ben preciso: modificare, annullandoli, i diritti dei lavoratori. E per poter usufruire del diritto al lavoro, sarà necessario accettare i principi dettati dal datore e accettati dai sindacati firmatari.

In Italia è nata la prima enclave.
post pubblicato in LAVORO, il 27 dicembre 2010


Con l'accordo di Mirafiori, firmato tra fiat e Cisl, Uil e Ugl, oltre ad aver dato impulso alla reazione industriale nei confronti della contrattazione nazionale, ha innescato un processo di creazione di situazioni produttive indipendenti a livello di regime sindacale destinato a ripercuotersi anche sul sociale. Non per niente l'esclusione delle rappresentanze sindacali delle confederazioni che non firmano gli accordi non potranno rappresentare all'interno delle aziende i loro affiliati - la FIOM-CGIL , non avendo firmato l'accordo di Mirafiori, sarà esclusa dalle prossime trattative. È sintomatico di questa tendenza anche l'apprezzamento che il primo ministro a avuto nei confronti dell'accordo e di fiat:  "un accordo storico e positivo quello firmato ieri al Lingotto. "Speriamo" che l'accordo di ieri in Fiat serva a garantire la permanenza in Italia della produzione, perché quello della delocalizzazione è un problema di tutta l'Europa. L'intesa di ieri, comunque, conforta, è innovativa, crea un investimento importante per il Paese perché riprende a lavorare uno stabilimento simbolo dell'Italia. E' un accordo storico e positivo".

Un accordo come quello di Mirafiori, che prosegue e convalida quello di Pomigliano - dopo che si era detto che Pomigliano sarebbe stato un caso a sé -, mette in luce la tendenza a creare nell'industria delle enclave (piccola porzione del territorio di uno Stato incuneata in un altro Stato) indipendenti dallo stato sia perché modifica radicalmente il rapporto capitale/lavoro inserendo regole illegali (esterne agli accordi nazionali e alle leggi esistenti) sia perché la fiat, con l'accordo Chrysler, ha spostato la base tecnologica e progettuale negli stati uniti e, pertanto, la fiat italiana diventa dipendente dagli Usa. Pertanto, quando si parla di "azienda Italia", il riferimento è alla fiat come stabilimenti Usa e non più italiani. La volontà di inserire nei rapporti capitale/lavoro il modello americano ne è la prova. Negli Usa il rapporto è da sempre basato sull'indipendenza delle aziende per quanto riguarda la gestione, inoltre, il modello americano si basa sulla privatizzazione anche di quei settori che in Italia e in Europa rientrano nello stato sociale (assistenza sanitaria, edilizia pubblica, sostegno alle aziende in crisi e agli operai attraverso la CIG, ecc.), settori  che se si dovesse attuare il modello americano andrebbero a svanire nel nulla - ovvio, allora, che il premier, convinto liberista, veda  gli accordi di fiat, sia con Chrysler che con Pomigliano e Mirafiori come positivi.

In questo quadro, la creazione di enclave sul territorio italiano indica la tendenza, non solo a ripristinare il vecchio modello nei rapporti azienda/lavoro (precedente al modello uscito dalle proteste del sessantotto e proseguite negli anni settanta)), ma a inserire sul territorio nazionale porzioni di stati esteri con leggi proprie indipendenti da quelle nazionali - a livello legislativo, il contratto nazionale e lo statuto dei lavoratori non è ancora stato annullato. Inoltre, gli accordi fiat, per forza di cose, funzioneranno da  esempio da altre aziende che, in nome di una maggior concorrenza chiederanno di poter agire indipendentemente dalle leggi e dagli accordi fin ora firmati a livello nazionale; rinascerà, insomma, il vecchio modello gestionale del lavoro dove i lavoratori saranno soggetti alle leggi dell'azienda nei rapporti senza più quei diritti sanciti dalla costituzione e perfezionati dallo statuto dei lavoratori.

Il tutto viene giustificato con la globalizzazione che, a loro dire, ha sconvolto il mercato inserendovi quei paesi in via di sviluppo (inclusa la Cina)ora concorrenti "sleali" perché vendono il loro prodotto a costi inferiori ai nostri.

Si dimenticano, però, di dire che, detti paesi, sono entrati nel mercato proprio dietro loro insistente richiesta per avere più mercato a disposizione per i loro affari ; questo a portato a una concorrenza maggiore scompensando il mercato. Questo doveva essere previsto e, a mio avviso è stato previsto ma proprio per questo taciuto per dare modo al capitale di avere una scusante in più per portare avanti il suo disegno eversivo spacciandolo per ammodernamento e adeguamento alla nuova situazione mondiale. Non si capirebbe altrimenti la delocalizzazione dell'industria nei paesi a basso costo e reddito procapite a scapito dei paesi d'origine.

Senza questa manovra, non ci sarebbe stato spazio per speculazioni di questo tipo ne tantomeno la possibilità di ricatto nei confronti dei lavoratori che, trovandosi a scegliere tra lavoro e disoccupazione, sono costretti ad accettare le nuove regole imposte dall'azienda. Naturalmente, questo è stato possibile anche per l'assenza dei governi che, anzi, l'hanno sostenuto con politiche di riduzione dello stato sociale.

Marchionne attacca la FIOM.
post pubblicato in LAVORO, il 13 dicembre 2010


Muro contro muro nei rapporti tra Fiat e FIOM. Da una parte Marchionne chiede un accordo per il solo settore auto, dall'altro la FIOM si oppone perché sarebbe l'inizio della fine della contrattazione nazionale di categoria che porterebbe al contratto di settore per poi passare a quello di stabilimento (come già successo a Pomigliano), ovvero la fine della contrattazione nazionale di categoria.

La Fiat afferma che in un momento di crisi tutti devono fare sacrifici e che negli stabilimenti Fiat fuori dall'Italia si è potuto investire proprio perché i lavoratori si sono adeguati (si dimentica i diversi trattamenti esistenti tra i diversi stati nel campo del lavoro) alle nuove esigenze. La FIOM risponde che i sacrifici si possono fare a patto che non si tocchino i diritti dei lavoratori. Ed è proprio su questo punto che avviene la rottura.

Due frasi significative di Marchionne.

"Se quelle cifre sono vere vuol dire che non vogliono l'investimento. Sarebbe un enorme peccato". Le firme di cui si parla sono quelle raccolte dalla FIOM tra i lavoratori contro la politica Fiat che la stessa, pur avendo capito le ragioni dei lavoratori, non le ritiene consone ai propri interessi. Non c'è nulla di più falso che dichiarare che gli operai non vogliono gli investimenti Fiat anzi, li ritengono determinanti per lo sviluppo sia della Fiat che dell'Italia. Il problema che Marchionne, con la sua politica, pone è un altro. Riguarda il rapporto tra capitale e lavoro ovvero, l'organizzazione della produzione e il suo controllo. Chi e come deve essere organizzata e controllata la produzione. E qui si inserisce l'altra sua affermazione: Vogliamo cambiare le regole per una maggiore flessibilità". La frase definisce chiaramente quali siano gli interessi di Fiat. La FIOM non è contraria alla flessibilità, che peraltro esiste già anche nei contratti, quello che non accetta è la richiesta di una totale disponibilità che i lavoratori devono dare all'azienda.

Nel contratto di Pomigliano la Fiat ha chiesto e ottenuto un aumento dello straordinario obbligatorio. Inoltre, le richieste della Fiat includono anche la diminuzione delle pause e lo spostamento della pausa mensa a fine turno, il ridimensionamento del pagamento, da parte dell'azienda, dei giorni di malattia in particolari situazioni  e altro ancora; richieste che, secondo la Fiat, servirebbero a dare un maggior impulso all'aumento della produzione ma che in realtà, dato che la produzione è agli stessi livelli delle fabbriche europee, servono a ridimensionare i diritti dei lavoratori in previsione di un ridimensionamento, senza conflitti, della produzione stessa che verrebbe de localizzata in siti esteri più redditizi (finanziamenti pubblici)  e controllabili sindacalmente (economie emergenti o povere).

Per concludere, la FIOM non si oppone agli investimenti, ma alle pretese Fiat di spostare, attraverso la riduzione dei diritti e della localizzazione da nazionale a locale dei contratti, il rapporto capitale/lavoro a favore unicamente del primo. Inoltre, non accetta il ricatto a cui viene sottoposto il lavoro dipendente da anni attraverso il contratto a termine che ha già provocato un enorme disagio sociale e ridimensionato la possibilità dei giovani di costrirsi un lavoro. 


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LA FIAT E IL MODELLO POMIGLIANO.
post pubblicato in LAVORO, il 6 ottobre 2010


La Repubblica

 

Come si poteva facilmente prevedere, la fiat pretende ora dai sindacati di usare l'accordo di Pomigliano come base per le future trattative sul lavoro. Non solo, affinché investa i 20 miliardi promessi per la promozione di "AZIENDA ITALIA" , chiede che i sindacati si impegnino a dare garanzie certe sulla stabilità dei rapporti di lavoro e utilizzo degli impianti.

 

Alla fine, dunque, quello che la Fiom aveva previsto (riduzione dei diritti dei lavoratori per ristrutturare l'azienda) la fiat l'ha messo sul piatto.

 

O cosi o niente, scordatevi gli investimenti in Italia! Questo, in sintesi, il succo delle richieste della fiat che però non trova d'accordo i sindacati, a parte la Fismic che si dichiara soddisfatta perché "Abbiamo fatto un ulteriore passo avanti per consolidare l'accordo di Pomigliano, stabilimento ormai messo in sicurezza, e per estendere lo spirito di Pomigliano agli altri siti".

Il disaccordo della Fiom, Fim-Cisl e la Uilm riguarda proprio l'utilizzo dell'accordo di Pomigliano come base per gli accordi sugli altri stabilimenti.

 

L'eufemismo "AZIENDA ITALIA", se in un primo momento, a qualcuno, poteva sembrare  positivo, alla fine si sta rivelando per quello che è, un giro di parole per nascondere la cruda realtà.

 L'"AZIENDA ITALIA" NON È ALTRO CHE LA RIEDIZIONE DELLA VECCHIA RISTRUTTURAZIONE!

 

Quando ci sono investimenti da fare per rendere l'azienda competitiva, la fiat, oggi come ieri, sfrutta la situazione per incentivare una politica di riduzione dei diritti. Diritti  che prima venivano salvaguardati con l'intervento dello stato attraverso finanziamenti pubblici. Ora che lo stato è palesemente assente, per scelta, agisce direttamente su di essi.

 

 

 

 

 

 

 

 


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Di nuovo la FIAT
post pubblicato in LAVORO, il 22 agosto 2010


Rispettiamo il contratto, ma non vogliamo avvalerci delle vostre prestazioni.

Questo il senso della lettera che la fiat ha inviato ai tre operai di Melfi licenziati dalla fiat nel luglio scorso e reintegrati dal giudice del lavoro circa 2 settimane fa.

Una frase forte e molto significativa dell’attuale politica della fiat. Quel “rispettiamo il contratto” indica la volontà di dare lo stipendio senza le prestazioni che stanno alla base di ogni stipendio: il lavoro. Lo stipendio, comunque, verrà dato fino a ottobre, quando sarà discusso il ricorso del Lingotto contro la sentenza del giudice del lavoro che ha reintegrato i tre dipendenti.

Di fatto, la fiat continua a perseguire la sua politica di astenersi dal rispetto del contratto come già aveva annunciato; in questo caso, però, si astiene anche dal rispetto di quelle dello stato, praticamente sta agendo al di fuori della legge. Inoltre, dare lo stipendio senza prestazione, in questo contesto, significa anche non rispettare la dignità della persona.  

La fiat, dunque, oltre che a portare avanti una politica basata sull’interesse aziendale senza tener conto delle esigenze materiali del lavoratore, tratta i lavoratori, non come persone alla pari che, lavorando per l’azienda, hanno stipulato un contratto condiviso dalle parti in causa, ma come merce/macchine da usare finché utili. L’uomo, in un contesto simile, perde, non solo la sua dignità, ma anche il ruolo che ricopre nella società: essere partecipe della crescita culturale e politica oltre che economica. Divenendo macchina, esso rimane soggetto alle necessità dell’azienda senza nessuna possibilità di riscatto. Riscatto che, secondo l’azienda, non ha più nessun valore nella misura in cui il valore dell’azienda risiede unicamente nel profitto e non più nella necessità umana di sopravvivere partecipando al divenire della società. Pertanto, l’uomo operaio, ,ma anche specializzato, impiegato ecc.,, sarà estromesso/riassunto in base alle necessità economiche.

Ma una simile politica, è possibile nell’attuale economia basata sul consumismo?

A questo si è arrivati perseguendo la filosofia del profitto come metodo per aiutare le aziende a uscire dalle crisi (crisi cicliche per saturazione di mercato) che loro stesse – secondo la teoria del consumismo – creano. Ma uscire dalla crisi a scapito della sopravvivenza dei destinatari del prodotto industriale – sempre secondo la teoria del consumismo – si rischia di perpetuare le crisi anziché risolverle.

 Come si può allora risolvere le crisi se si elimina il cliente? Sarebbe come dire che un commerciante, per risolvere le crisi di vendita, rifiutasse di vendere i prodotti.

Pertanto, i problemi che si presentano oggi, e che, se non risolti, provocheranno il crollo dell’economia, sono due correlati tra loro: il rapporto tra lavoro e aziende e circolazione del capitale. Se non c’è lavoro, non circola il capitale e di conseguenza non si vende.

Certo, la fiat andrà a vendere le automobili altrove, ma a quale prezzo, non certo quello in essere nei paesi industrializzati che, visto l’andamento del rapporto lavoro/industria non avranno i soldi per acquistare.

 

La FIAT non è più italiana
post pubblicato in Riflessioni, il 31 luglio 2010


Le vicende della FIAT (fabbrica italiana automobili Torino) degli ultimi tempi sembra siano parte di un nuovo corso istauratosi nel gruppo; in realtà, è la vecchia tendenza capitalista di spostare la produzione la dove gli interessi (utili) sono maggiori. La novità rispetto al passato non è tanto il cercare siti produttivi più convenienti ma nelle condizioni favorevoli per attuare tale politica. Una delle condizioni è la libertà (delle aziende) data dalla politica economica liberista che permette, appunto, al capitale di agire liberamente senza legami con la realtà sociale. Un’altra è la globalizzazione resa possibile grazie ai mezzi moderni di comunicazione che permette sia lo spostamento delle merci con tempi e costi inferiori, sia la comunicazione di dati tra i diversi siti rispetto al passato. Un’altra ancora è l’ormai cronica incapacità da parte delle organizzazioni sindacali di gestire il rapporto tra forza lavoro e capitale.

Le tre condizioni, e in modo particolare l’ultima, hanno permesso il verificarsi delle condizioni che hanno portato all’accordo di Pomigliano D’Arco; accordo che, come era prevedibile, andrà ad influire sul futuro dei rapporti tra capitale e lavoratori in tutti i settori produttivi – si veda al riguardo la volontà di Marchionne di non adesione della nuova società newco alla Confindustria e di disdire il contratto nazionale poiché, le sue richieste sono in netto contrasto con esso. Richieste che rispecchiano la volontà del capitale di gestire la società unicamente in base alle esigenze economiche.

Sia chiaro, però, che la ricerca di siti produttivi in regioni a costi minori rispetto ai nostri non è una tendenza solo della FIAT ma di tutte le multinazionali e, comunque, di ogni azienda che ne abbia le capacità economiche.

In considerazione di ciò, le dichiarazioni dei politici in merito al fatto che la FIAT, come fabbrica italiana, non deve spostare la produzione in siti fuori dall’Italia o che, comunque, debbano mantenere attivo il sito italiano, lasciano il tempo che trovano e dimostra l’incapacità di capire il problema che è a monte: riguarda l’incapacità di proporre una politica a livello sovrannazionale in grado di gestire il rapporto lavoro/economia a livello globale. Tale politica dovrebbe essere lo scopo primo di ogni governo e dovrebbe essere attuata – per quanto riguarda l’Europa -  attraverso l’Unione Europea (affermare che l’UE non esiste politicamente rispecchia la volontà conservatrice proprio del capitale che non ha nessun interesse alla formazione di uno stato europeo perché ne verrebbe compromessa, o comunque dovrebbe mediare la sua politica) . Dovrebbe riguardare non solo la parte economica ma, in primo luogo, lo stato sociale di ogni singolo stato affinché le differenze esistenti  si riducano limitando cosi la libertà d’azione del capitale che trae forza proprio da queste differenze.

Una parte importante dovrebbero averla le organizzazioni sindacali che, in ragione del loro mandato storico (non va dimenticato che le prime organizzazioni avevano carattere internazionale), dovrebbero prendere atto dell’importanza, in un regime di globalizzazione dell’economia, di una politica sempre più rivolta verso l’esterno capace di aprire contatti con i sindacati di altri paesi fino alla costituzione di un centro in grado di gestire il problema nella sua globalità.

In una società dominata dal libero mercato, peraltro voluto dallo stesso capitalismo occidentale, è impensabile credere di difendere il mercato nazionale senza tener conto delle esigenze dei paesi emergenti; esigenze che hanno alla base la necessità di uno sviluppo industriale nel tentativo di portare i propri paesi a un livello socio/economico pari al nostro ma che, avendo carenza di tecnologie adatte a concorrere con noi, sono obbligati a dipendere dal capitale straniero.

In questo contesto, è ovvio supporre che i governi dei paesi emergenti agiranno a loro volta senza tener conto dei problemi che la loro politica creerà a noi. È da qui che deve nascere una politica capace di creare azioni che vadano al di la dei confini nazionali, solo in questo modo si può condizionare la politica del capitalismo o, magari, sconfiggerla.

Parlare di FIAT nazionale perché finanziata dallo stato per decenni (ma qui bisognerebbe sapere bene su cosa si basavano gli accordi stato/fiat) è pura propaganda. Sanno bene, i politici, che le multinazionali – e la fiat lo è – non hanno nazionalità. Certo, si può pensare che la fiat abbia più riguardo nei confronti dei siti italiani, ma, come già la stessa fiat a dimostrato, di fronte agli interessi non ci sono “nazionalismi” che tengano. La fiat, come il capitalismo, non è più “nazionale”, pertanto, sarebbe importante che anche la politica e il sindacalismo incominciassero ad agire in modo globale (non dico pensare perché, di fatto, a parole  sono tutti “globali”).

I diritti delle aziende secondo la FIAT
post pubblicato in LAVORO, il 13 giugno 2010


È di solo pochi giorni fa l’affermazione del premier che “è ora di dare anche diritti alle aziende che finora hanno avuto solo doveri”, ed ecco che, puntualmente, l’azienda FIAT, una dei simboli dell’industria italiana, incomincia a farli valere. E come? Con un ricatto: se volete lavorare dovete fare come diciamo noi. Questo, in sintesi, il succo delle proposte della FIAT in merito al mantenimento della produzione a Pomigliano D’Arco.

Cosa chiede la FIAT?

1)      Ottanta ore annue di lavoro straordinario pro capite praticamente obbligatorie, "senza preventivo accordo sindacale, da effettuare a turni interi";

2)      la riduzione delle pause sulle linee meccanizzate dagli attuali 40 a 30 minuti;

3)      il recupero produttivo delle fermate tecniche, anche se effettuate per causa di forma maggiore.

Inoltre, per contrastare forme anomale di assenteismo che si verifichino in occasione di particolari eventi non riconducibili a forme epidemiologiche quali in via esemplificativa ma non esaustiva, astensioni collettive dal lavoro, manifestazioni esterne, messa in libertà per cause di forza maggiore o per mancanza di forniture, nel caso in cui la percentuale di assenteismo sia significativamente superiore alla media, viene individuata quale modalità efficace la non copertura retributiva a carico dell'azienda nei periodi di malattia correlati al periodo dell'evento". L'articolo parla inoltre di "elevato livello di assenteismo che si è passato verificato nello stabilimento in concomitanza con le tornate elettorali politiche", e prevede dunque la chiusura in caso di elezioni, chiedendo ai lavoratori di prendersi nei giorni di chiusura le ferie o i permessi.

Ecco i diritti delle aziende, la possibilità di gestire la produzione al di fuori dei normali canali: contratti collettivi e aziendali, leggi dello stato (statuto dei lavoratori. Le richieste della FIAT, se accettate, porrebbero le condizioni per la fine dei diritti dei lavoratori, in primis il diritto al lavoro in condizioni “civili”; ciò che vuole la FIAT, e il primo ministro, non è il posto di lavoro per i 5000 operai di Pomigliano, ma la completa libertà di azione in campo produttivo.

L’attuale politica del lavoro mira a:

1)      porre fine alle lotte (scioperi) di rivendicazione degli operai;

2)      porre fine alle conquiste dei lavoratori e annullare quelle acquisite;

3)      dividere gli operai in corporazioni separate dove ognuna abbia le proprie regole per evitare il formarsi di organizzazioni capaci di influire sul mondo del lavoro;

4)      disporre a proprio piacimento del personale con regole imposte dalle aziende;

5)      aprire, chiudere o de localizzare (anche all’estero) i siti produttivi in base ai loro interessi al di la che il mercato tiri o no in nome del profitto;

6)      ottenere finanziamenti statali senza vincoli, legati unicamente alla riconversione della produzione e non più al mantenimento dei posti di lavoro.

Questa politica va inserita nel quadro attuale delle richieste del governo quali:

1)      cancellazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori (proposta avanzata più volte e sempre respinta dall’opposizione e dal sindacato);

2)      contratto a termine (di fatto, annullamento dell’articolo 18)

3)      pensione al compimento dei 70 anni (con la prerogativa di licenziare qualora l’operaio non risponda più alle esigenze dell’azienda);

4)      cancellazione dello stato sociale (privatizzazione anche dei servizi pubblici essenziali come: acqua, sanità, scuola, cultura e pensioni;

5)      snaturamento della costituzione attraverso leggi come: intercettazioni, lodo Alfano, lotta alla criminalità (respingimenti e reato di clandestinità).

È in questo contesto che va letta anche la finanziaria che, pur essendo nata da esigenze oggettive al sistema, invece di prevedere azioni utili al contenimento della spesa pubblica quali:

1)      diminuzione netta dei privilegi (e non solo gli stipendi) in uso verso la dirigenza (a qualsiasi livello e grado di comuni, province, regioni e organi statali) statale;

2)      blocco delle grandi opere e lotta agli sprechi derivanti dagli appalti e dalla corruzione da essi derivante;

3)      modifica del sistema fiscale: tasse sulle rendite finanziarie speculative e non e sui prodotti anziché sulla persona fisica (al diminuire dei posti di lavoro non corrisponde la diminuzione della produzione, pertanto, a parità di produzione, con meno dipendenti, l’azienda paga meno tasse e, di conseguenza aumenta i propri utili (dividendi);

4)      lotta all’evasione con l’abolizione dei condoni d’ogni tipo.

Il governo, coadiuvato dagli industriali, insiste sulla politica del “bisogna contribuire tutti”, anche i meno abbietti. Si dimentica che, 100 euro per un operaio sono una cifra enorme, mentre, qualche migliaio di euro per redditi superiori anche solo a 50.000 sono bazzecole.

Il problema FIAT non è altro che la punta dell’icberg di questa politica. Il campo di battaglia dove si sta giocando il futuro, non solo dei 5000 operai di Pomigliano, ma anche quello della democrazia e dello stato di diritto in Italia. Se la FIAT dovesse riuscire nel suo intento, sarebbe la fine dello stato di diritto perché verrebbe a mancare il più essenziale dei diritti: quello al lavoro.

 L’attuale politica di CONFINDUSTRIA e del governo, fatta passare per progressista, non è altro che la riedizione in chiave moderna del vecchio sistema esistente prima della repubblica.

 

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