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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
E’ giusto dare la colpa alle generazione precedenti della situazione occupazionale dei giovani?
post pubblicato in LAVORO, il 13 febbraio 2012


La Repubblica
La falsa leggenda  dei ragazzi bamboccioni Nell’articolo dal titolo “La falsa leggenda dei giovani bamboccioni”, l’articolista, dopo un’analisi corretta delle difficoltà dei giovani a inserirsi nel mondo del lavoro e che li tiene legati alla famiglia, purtroppo, arriva alla solita conclusione: “i giovani non hanno nessuna colpa, casomai, la colpa è dei padri e nonni che non hanno saputo prevedere un futuro anche per loro”.
Questa, ormai classica conclusione, ritiene che, se per i giovani non c’è lavoro, la colpa è da addebitarsi ai diritti vincolanti dei genitori e nonni.
Quegli stessi diritti che hanno permesso a genitori e nonni di far studiare i figli e, ora, di mantenerli, diventano, di colpo, il male a cui addebitare tutte le colpe delle difficoltà dei giovani.

Nell’articolo, non c’è nessun riferimento alla ristrutturazione delle aziende che, negli ultimi trenta quarant’anni, hanno modificato costantemente, migliorandolo, il modo di produrre e gestire le aziende, in modo particolare quelle produttive. Nessun accenno, dunque, alla tecnologia come causa prima dell’esclusione dal lavoro dell’apporto umano.
Rispettando l’attuale modo di intendere i rapporti socio produttivi, si fa ricadere la colpa unicamente sui diritti acquisiti accusando i loro fautori, genitori e nonni, di non aver pensato al futuro dei figli e nipoti. In primo luogo l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Come a dire che, se non ci fosse stato, tutto sarebbe più facile mentre, invece, il precariato e l’insicurezza, sarebbero iniziati ben prima, cioè, già negli anni settanta quando, appunto, si introdusse il licenziamento per giusta causa. Senza l’articolo 18 si sarebbe, già allora, instaurato un regime socio produttivo basato sulla precarietà del lavoro con l’esclusione, non solo dei giovani ma di tutti coloro che, a causa dell’ammodernamento dei macchinari, sarebbero risultati in esubero.

Ma perché si discute poco o niente sulla tecnologia come causa della diminuzione dei posti di lavoro quando, discutendone, sicuramente si arriverebbe a una visione diversa e alla soluzione meno dolorosa del problema?
Non è forse vero che, quando si parla di esuberi, s’intende sempre - anche nei casi di crisi economica reale, ovvero di diminuzione della produzione causata dall’impossibilità di essere competitivi sul mercato, la causa risale sempre al mancato ammodernamento dei macchinari. Escludo i casi di delocalizzazione della produzione in altri luoghi, in modo particolare all’estero, perché vere e proprie truffe attuate con la scusa della globalizzazione - la necessità di sostituire l’uomo con le macchine?

Puntare il dito contro i diritti dei lavoratori è più comodo perché si nasconde la vera natura delle attuali politiche sul lavoro che consiste nel portare a termine la restaurazione del sistema economico liberista che, col sistema dell’welfare si era arenato, appunto, nei diritti dei lavoratori.
Tali diritti presuppongono che l’economia sia al servizio dell’uomo e non viceversa. Questo significa che l’attuazione della tecnolicizzazione degli impianti debba essere concordata a priori con le organizzazioni sindacali e politiche al fine di programmare, in modo indolore, l’uscita dei lavoratori in esubero. Questo modo di agire contrasta, però, con i fautori del liberismo che vorrebbero una società legata alle necessità dell’economia dove l’uomo, come produttore di beni, viene identificato con la macchina e, essendo più costoso, messo in disparte.
Pertanto, il problema principale per i fautori del liberismo è la sostituzione dell’uomo con le macchine che, pur essendo un investimento consistente, hanno, nel tempo un costo inferiore perché non hanno i limiti umani nella produzione e, cosa ancor più importante, non hanno diritti e, pertanto, non avanzano richieste.

E qui andiamo a ricollegarci al finale dell’articolo perché ciò che sta avvenendo oggi nel mondo non è altro che la restaurazione di un sistema preesistente all’welfare.
Parlare di colpe, come a fatto l’articolista, e tanti altri con lui, è fuori luogo e presuppone che, o non ha capito il vero significato di ciò che sta accadendo o ne è sostenitore lui stesso.
I problemi legati all’occupazione dipendono unicamente da una visione liberista della società, risolverli significa rimuovere questa visione.
Ovvio che non è semplice, e qui entra in campo la globalizzazione, poiché, per riportare il problema nella sua giusta dimensione, non basta agire unilateralmente dato che l’attacco liberista si svolge a livello internazionale. Però, se consideriamo che la crisi produttiva è comune a molti paesi sia occidentali che altri, non si capisce perché si continua ad essere assoggettati ai poteri che hanno “ inventato la crisi” attraverso il controllo dei mercati azionari (agenzie di rating) e delle materie prime.
Gasparri e le riforme della costituzione.
post pubblicato in Riflessioni, il 1 gennaio 2011


Come si può aver fiducia in persone che affermano: "Questa e' sempre stata la nostra opinione ed e' quello che pensa l'intera maggioranza. Dopo gli inutili e falliti assalti al governo fatti da minoranze di sinistra nel Paese e nel Parlamento, e' tempo di prendere atto che c'è una maggioranza di centrodestra ampiamente legittimata che ha la volontà di riprendere il cammino delle riforme della Costituzione", affermazione che, secondo il sig. Gasparri, serve a sostenere quelle riforme di cui si parla da anni e mai iniziate veramente: elezioni diretta del premier, riforma del bicameralismo e senato federale. Gasparri sostiene che questo dovrebbe essere il programma da sostenere a 360 gradi da parte del governo e condiviso da tutte le forze politiche. Certo, ma dipende tutto da come si affrontano i problemi. Senza contare che, se le riforme istituzionali sono importanti, non lo possono essere più del problema giovani, e lavoro in generale (che include tutto il mondo della produzione e delle pensioni - come ho sempre affermato, l'aumento dell'età pensionabile va a svantaggio dell'occupazione giovanile.), dell'educazione, dello stato sociale  e dei diritti ormai diventati, a causa dell'inerzia ma anche della volontà del governo, un optional. Temi strettamente correlati tra loro che se non affrontati e risolti, le riforme istituzionali non servirebbero a nulla

 

Innanzi tutto va detto che quella "maggioranza del centrodestra ampiamente legittimata", nell'ultima fiducia è stata risicata per tre punti. Cosa questa, che dovrebbe far riflettere il centrodestra, visto che erano partiti con un "vero consistente vantaggio" (grazie anche alla famigerata legge elettorale di cui il sig. Gasparri si guarda bene dal mettere nella lista delle riforme) che è andato gradualmente affievolendosi - non certo a causa degli "attacchi della sinistra" - a causa di lotte interne al centrodestra.

In secondo luogo, fare riforme condivise significa discutere e ascoltare le forze politiche, ma anche sociali, che portano proposte diverse; significa arrivare, attraverso il confronto che Gasparri chiede, a una soluzione del problema mediata, cosa che il centrodestra a ampiamente dimostrato di non volere. Basare il confronto sul presupposto: queste sono le nostre proposte, discutiamone ma sappiate che l'impianto non è modificabile significa rifiutarlo.

Inoltre, se la riforma dell'elezione del premier (che comunque non può basarsi sull'aumento del potere dello stesso come proposto a suo tempo da Berlusconi pena il venir meno dei presupposti su cui si basa la democrazia parlamentare) e del bicameralismo si possono fare in parlamento, quella federalista no! Essendo una riforma che coinvolge tutta la struttura gestionale del territorio. È impensabile non coinvolgere, nella sua definizione, anche i poteri periferici essendone i destinatari.

Inoltre, la riforma dello stato in senso federale dovrebbe eludere e superare le altre due. Se lo stato verrà riorganizzato dalla base al vertice dando maggiori deleghe ai poteri periferici e creando un parlamento dove una delle due camere è formata da rappresentanti delle regioni, dare più potere al premier e riformare il bicameralismo non serve proprio a nulla. Queste riforme avverranno in modo naturale attraverso quella del federalismo.

 

Per concludere, sperare che le riforme istituzionali possano risolvere gli attuali problemi è semplice utopia, tutt'al più migliorerebbero (ma non come da proposte della maggioranza) i rapporti tra istituzioni e cittadini snellendo le procedure. Questo però non può avvenire attraverso i ridimensionamento del personale, come da riforma Brunetta e Gelmini,  senza un adeguato apporto di sostegno a quanti, nell'attuazione di queste politiche, perdono il posto di lavoro.

Rinascimento verde, ennesimo flop della politica di centrodestra.
post pubblicato in NOTIZIE, il 30 dicembre 2010


Il diciotto agosto 2009, l'ancora ministro Zaia, in un'intervista a La Stampa, dichiarava che per rilanciare l'agricoltura italiana si era approntato un progetto, già inserito nel pacchetto anticrisi, che prevedeva l'affitto di terre demaniali ai giovani al di sotto dei quarant'anni.

A più d'un anno di distanza, il deputato del PD, Carlo Emanuele Trappolino (membro della Commissione Agricoltura) , dichiara: “Il Ministero ha serenamente ammesso che,  secondo l’indagine dell’ ISMEA,  la maggior parte delle aree demaniali che il governo pensava di concedere ai giovani agricoltori o non sono più agricole, o sono già coltivate o sono destinate a bosco e a prato.

Dunque un flop in piena regola che nasce dall'incapacità politica a legiferare.

Ma come si può fare progetti senza prima verificarne la loro fattibilità? Che in questo caso riguarda la materia prima? Boh, misteri leghisti. Forse l'ex ministro, nella sua foga di aiutare i giovani, si è dimenticato che un progetto è fattibile se completo in tutte le sue parti e in modo particolare le materie prime? Poco probabile visto che è laureato - nel nuovo corso della società italiana instaurato dal centrodestra, di cui la lega e pertanto anche il ministro, ne fa parte, è diventato prioritario il merito ovvero, avanza solo chi ne è capace (di fare cazzate?). O forse, visto i tempi di magra, il ministro ha pensato di risparmiare? Anche questo è improbabile perché l'indagine è stata fatta comunque.

Resta solo una giustificazione: propaganda politica. Una prassi ormai consolidata nel centro destra italiano. Ma si può ancora considerare politica?

Promettere senza mantenere (si veda la telenovelas dei rifiuti di Napoli dove il protagonista principale promette a raffica la soluzione senza mai risolvere il problema, o quella del terremoto de L'Aquila dove l'emergenza è diventata la normalità) lasciando il popolo in perenne attesa dando la colpa ai soliti "comunisti" di volta in volta identificati col nemico di turno.

L 'Italia, ormai, sembra sempre più il romanzo di Dino Buzzati "Il deserto dei Tartari" dove i protagonisti, chiusi in una fortezza ai limiti del regno, attendono l'invasione del nemico che non si avvererà mai.

Ecco, oggi l'Italia è la fortezza che, pur non essendoci nemici, continua a vivere in perenne stato di guerra continuando a seguire le ferree regole militari, così almeno ce la presentano i nostri governanti che cercano in tutti i modi di convincere la popolazione della necessità di un rigore estremo.

 

 Paragoni a parte, l'uso dei problemi a scopo di propaganda è la prassi più ignobile che un politico possa attuare perché, oltre a non risolvere i problemi lasciandoli costantemente in sospeso, lascia anche in costante aspettativa il popolo che, non potendo intervenire direttamente nelle istituzioni, accumula tensioni che possono sfociare in manifestazioni (come quelle studentesche) che, anche se pacifiche, ma proprio per questo, vengono puntualmente sfruttate da provocatori che, a loro volta, saranno sfruttati per dimostrare la necessita di un rigore estremo (vedi proposta di Gasparri). Naturalmente questo vale per ogni manifestazione, anche per quei problemi che il governo vuole "risolvere" contro le aspettative del popolo o, quantomeno, le aspettative della parte di popolo direttamente interessata.

 

Per concludere, la crisi istituzionale in corso oggi in Italia è il frutto della politica del centrodestra ed è creata appositamente per acutizzare le tensioni.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 30/12/2010 alle 18:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Disoccupazione giovanile.
post pubblicato in LAVORO, il 22 dicembre 2010


Un giovane su quattro è senza lavoro. È quanto emerge dai dati Istat sulla situazione occupazionale in Italia.

I giovani, dunque, quegli stessi che da due anni si stanno opponendo alla riforma della scuola in discussione al parlamento e che domani dovrebbe finire il suo iter parlamentare. Quegli stessi che un certo sig.(?) Gasparri vorrebbe che rimanessero a casa con la mamma per evitare, a suo dire, che vengano coinvolti in cose più grandi di loro.

Ma è proprio una notizia questa? Voglio dire, con la riforma delle pensioni che posticipa considerevolmente l'uscita dal lavoro degli anziani e, di conseguenza, ritardano l'entrata al lavoro dei giovani, non era forse prevedibile una evoluzione del genere?

Considerando anche il continuo sviluppo delle tecnologie che ormai sono entrate in ogni settore e che rendono sia la produzione che i servizi sempre più indipendenti dalla manodopera umana, è alquanto ovvio che l'apporto umano al lavoro diminuisca.

Le soluzioni fin ora proposte non hanno certo migliorato la situazione. Il contratto a termine, pur dando la possibilità all'azienda di assumere e al lavoratore di lavorare - mantenendo però il lavoratore in una condizione di continuo ricatto -, rimane un ripiegamento che non risolve il problema di fondo. E neanche l'incentivazione al lavoro autonomo poiché, aprire attività in un regime di libera concorrenza, significa non avere nessuna certezza ne del presente ne del futuro.

E nemmeno la meritocrazia, intesa come mezzo per incentivare la produzione, può nulla contro la disoccupazione. Tutt'al più serve a mantenere il posto a chi già ce là, ma non ne crea anzi, essendo basata sul merito, inclusa la disponibilità, tenderebbe a diminuirlo. L'esempio Fiat ne è la dimostrazione: in sostanza, si chiede al dipendente più ore di lavoro quando ce né bisogno (almeno per il momento), questo impedirà l'assunzione, anche a tempo determinato, di nuovo personale.

Però, si continua a illudere (da tutte le parti) con discorsi tendenti a far credere che sia possibile creare nuovi posti di lavoro. Si lascia credere che sia la crisi economica ad aumentare la disoccupazione. Nessuno ha preso in considerazione l'eventualità di una modifica allo stato sociale; si continua ad affrontare il problema come se la tecnologia non esistesse.

Sia chiaro che, quanto detto sopra, non intende sminuire l'importanza dello sviluppo tecnologico ne tanto meno demonizzarlo.

Come ho detto altre volte, il lavoro non è il fine ma il mezzo. Il fine è tutt'altro. Consiste, da che esiste l'uomo, nel superamento del lavoro stesso e la tecnologia ne è l'espressione più alta che l'uomo, fino ad oggi, è riuscito a produrre. Certo, non affrancherà tutti dal lavoro ma, al punto in cui siamo, molti potrebbero essere affrancati o avere un impegno limitato.

Come però possiamo constatare, invece di migliorare si tende a regredire; a regredire perché ci si ostina ad affrontare il problema dal punto di vista del lavoro come fine evitando di affrontare i problemi inerenti la visione del lavoro come mezzo. Problemi che riguardano il potenziamento dello stato sociale e non la sua diminuzione. Diventa ovvio, allora, modificare il sistema fiscale attualmente basato essenzialmente sulla persona fisica, ovvero, il prelievo viene effettuato non sul capitale e le rendite ma, essenzialmente sulla persona fisica. Questo significa che con la diminuzione dei dipendenti diminuiscono anche le entrate e, di conseguenza, anche la di soldi per sostenere lo stato sociale.

 

Continuare a proporre soluzioni tipo "aumentare i posti di lavoro" è alquanto fuorviante. Il problema, nella società tecnologica, non è più la creazione del lavoro, casomai la sua distribuzione, la capacità di organizzare il lavoro, produttivo e no, suddividendo le ore lavorate per la quantità di persone che ne richiedono l'entrata. Negli anni settanta e ottanta ci fu la richiesta dei sindacati di ridurre le ore di lavoro per aumentare l'occupazione; proposta che fu bocciata sia dallo stato che dagli industriali che vedevano in essa la diminuzione dei loro interessi. Inoltre, progressivamente si limitò il turnover fino a scomparire con l'introduzione delle nuove normative sulla pensione.

 

Per concludere, la disoccupazione è il risultato delle politiche governative e non l'effetto della crisi.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 22/12/2010 alle 22:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il problema pensioni e le pensioni dei parlamentari
post pubblicato in LAVORO, il 21 ottobre 2010


Il 21 settembre 2010 si è svolta alla camera la votazione per abolire il vitalizio (dare la pensione ai parlamentari al raggiungimento degli anni previsti dalla legge, equiparare cioè, la pensione dei parlamentari a quella dei cittadini e non come succede oggi che basta una legislatura, anche se dura un solo giorno, per percepire la pensione.

La proposta è stata fatta dall'onorevole Antonio Borghese dell'IDV ed è stata bocciata a larga maggioranza.

Il risultato della  votazione:

Presenti 525

Votanti 520

Astenuti 5

Maggioranza 261

Hanno votato si 22

Hanno votato no 498

Come si vede, i contrari all'abolizione sono stati la stragrande maggioranza, ovvero, una bocciatura trasversale di tutti (meno l'IDV) i partiti.

 

Percepire la pensione, e anche sostanziosa, dopo 5 anni di "lavoro" (si fa per dire) è una vergogna che va eliminata se si vuole essere una nazione democratica. Le considerazioni da fare sul perché sono tante, ma ne basta una: si chiede ai cittadini di lavorare fino ai 65, forse 70, anni con tutti i problemi che ne conseguono (tra cui, il principale, è il mancato turnover con conseguente disoccupazione giovanile) e poi un parlamentare, oltre al lauto stipendio, arrotondato (si fa per dire) dalle spese, può percepire la pensione dopo solo un mandato - che può anche durare un giorno. Il costo di queste pensioni è di 150 milioni di euro l'anno a carico dei cittadini.

Contraddizione e vergogna si mischiano nella difesa di una casta che, oltre a essere ormai staccata dal "Popolo sovrano", come ormai ci definiscono, si arroga anche il diritto di farsi leggi ad castam (diversa da ad personam). Credo che gli stipendi e pensioni dei parlamentari devono essere decisi in altra sede; un parlamento non deve essere il datore di lavoro di se stesso.

 

Ancor più vergognoso è l'aderenza del PD , a cui sono iscritto. Non è comprensibile e è contradditorio per un partito che persegue la politica del "tassare i redditi più alti", non si opponga a questi privilegi di casta. Privilegi che un partito veramente laico e moderno dovrebbe combattere.

PS: riguardo alle pensioni, Sarkozy ha dichiarato di non comprendere i giovani che stanno lottando con i lavoratori contro la riforma delle pensioni perché vivranno fino a 100 anni, evidentemente non ha capito il problema. Più si rimane sul lavoro, più tardi si libererà il posto, più tardi il giovane troverà occupazione. Naturalmente, questo non è l'unico problema che crea disoccupazione.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 21/10/2010 alle 23:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Pensioni: Le necessità dell’industria e quelle dello stato
post pubblicato in Riflessioni, il 23 maggio 2010


Le necessità dell’industria e quelle dello stato

Concludevo il post precedente con l’affermazione  che lo spostamento dell’età pensionabile non risolverà il problema dell’occupazione ne quello economico delle pensioni. 

Le necessità dell’industria di fronte ai problemi posti dall’occupazione sono molteplici e seguono una precisa direzione. A partire dalla necessità del ricambio per arrivare alla necessità di gestirlo in modi e tempi non conformi a una seria politica dell’occupazione. l’industria, se da una richiede manodopera sempre più qualificata, dall’altra, proprio a causa del crescente sviluppo tecnologico,  tende a  diminuire il personale partendo proprio dagli anziani. Ma non basta; affinché l’industria possa operare senza impedimento alcuno, ha bisogno di gestire l’occupazione in modo libero, cioè, con la possibilità di gestire in prima persona sia le assunzioni che i licenziamenti - Al riguardo, fanno testo i vari tentativi fatti dal governo Berlusconi di modificare lo statuto dei lavoratori nella parte riguardante i licenziamenti (art. 18 dello statuto), ultimo in ordine di tempo quello di introdurre l’obbligo di scegliere, all’atto dell’assunzione, in caso di licenziamento, se affidarsi al giudice del lavoro o al giudice privato creando uno stato di inferiorità del lavoratore nei confronti del datore;  tentativo bocciato dall’opposizione in parlamento, ma che il governo insiste a riproporre .

 Già nel 2003, si mise a punto un sistema di assunzioni con contratto a termine (legge Biagi), che aggira l’articolo 18 perché permette al datore di assumere per un tempo determinato senza l’obbligo di integrare il lavoratore alla fine del periodo. La legge, che aveva il compito di introdurre maggiore flessibilità nel mondo del lavoro, si è invece tramutata in una situazione di lavoro precario perché,ad essa, non ha fatto seguito una riforma perpendicolare sugli ammortizzatori sociali.

È ovvio supporre che questo stato di cose è a esclusivo vantaggio del datore che, non avendo l’obbligo di reintegro,  non ha più il problema del licenziamento di “giusta causa”.

Questo sta creando, già ora, una schiera di lavoratori che, probabilmente, dato l’impossibilità di mantenere il lavoro costante, non riusciranno ad avere i requisiti per la pensione neanche a 65 anni. Perciò, l’industria non ha nessun interesse ne a mantenere l’anziano al lavoro, ne tantomeno a creare un sistema capace a portare il cittadino alla pensione visto la sua necessità di avere a disposizione manodopera da utilizzare a piacimento.

In questo quadro, la pensione a 65 anni non può essere la soluzione ai problemi dell’economia ne tantomeno a quelli della spesa pubblica perché per poter attuare un programma del genere servono almeno due cose:

1)      La disponibilità dell’industria a utilizzare la manodopera a tempo indeterminato

2)      La capacità dello stato ad assicurare agli esclusi dal lavoro uno stato sociale adeguato.


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Rapporto tra mondo del lavoro e pensioni
post pubblicato in Riflessioni, il 19 maggio 2010


Nel post precedente mi ero posto alcune domande riguardo il rapporto tra età pensionabile, lavoro giovanile e necessità dell’industria.

Il mondo del lavoro, di per sé, è un mondo che ha bisogno di ricambio (turnover) continuo della sua componente umana; ricambio che serve, sia a preparare i giovani attraverso l’esperienza degli anziani (in termini di anzianità lavorativa)sia a dare modo all’industria di rinnovare, attraverso le nuove generazioni, le conoscenze necessarie al suo sviluppo (le nuove generazioni sono portatrici “spontanee” di quelle tecnologie necessarie oggi in ogni campo produttivo). Con lo spostamento dell’età pensionabile, questo ricambio viene a mancare o, comunque, si diluirebbe nel tempo.  

Detto questo, che è cosa importantissima ma non determinante in termini di posti di lavoro, la domanda prima è: se l’uscita dal lavoro passa a 65 anni - prima era a 50, perciò un operaio lavora 15 anni in più -  come si può pensare di dar lavoro ai giovani? L’entrata dei giovani nel mondo del lavoro è regolata dalla necessità di nuovo personale da parte dell’industria, necessità che si forma, oltre che per ragioni  intrinseche all’industria stessa (aumento del mercato), anche con l’uscita degli occupati attraverso il pensionamento. Perciò, più si dilata, nel tempo, il pensionamento, meno spazio rimane all’industria per nuove assunzioni – a ciò va aggiunto anche il continuo sviluppo tecnologico che ha come effetto, sia a breve che a medio termine, la riduzione della presenza umana nella produzione. Questo comporterà una dilatazione, nel tempo, dell’entrata nel mondo del lavoro dei giovani; se prima, mediamente, si entrava a sedici anni, col nuovo sistema non si entrerà prima dei venti e oltre.

Al riguardo, si è pensato di incentivare i giovani a entrare nel mondo del lavoro come liberi professionisti o come piccoli imprenditori in aziende, perlopiù, situate nel terziario. Questo, perché l’industria, con il continuo miglioramento tecnologico, ha sempre meno bisogno di fornitori esterni e, comunque, non assicura continuità a questo tipo di aziende. Comunque molti lo hanno fatto.  

Ma non basta. Per creare attività redditizie e ,comunque, durevoli, bisogna che il mercato sia disponibile. Ma, come può essere disponibile un mercato che ha come presupposto il terziario? Traendo esso la sua ragione di esistere dalla ricchezza prodotta dalla produzione, se questa si trova in difficoltà, il primo settore a pagarne le conseguenze è proprio il terziario.  

Va anche detto che l’industria, per ragioni intrinseche, preferisce assumere giovani non più a tempo indeterminato ma con contratto a termine; questo per non dover affrontare il problema della riduzione di personale legata sia alla fluttuazione del mercato sia all’ammodernamento continuo degli impianti; ma anche per poter spostare, senza troppi problemi, la produzione in ambienti meno onerosi sul piano dei costi.

Per concludere, se il rapporto tra pensioni e dipendenti non può superare il punto critico, è altrettanto vero che, spostando l’età pensionabile, non si risolverà il problema perché, diminuirebbe comunque il gettito fiscale a fini pensionistici a causa della riduzione dell’occupazione.

 

 

 


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Brunetta e i suoi bamboccioni
post pubblicato in LAVORO, il 26 gennaio 2010


Brunetta insiste sui "suoi" bamboccioni lanciando la proposta di sostenere la loro autonomia con 500€ che, in mancanza di soldi nel bilancio statale, andrà a recuperarli dalle pensioni di anzianità ( che comunque con l'welfare non centra proprio perché il dipendente paga mensilmente una tassa specifica per la pensione, il che significa che, i soldi che percepisce, sono soldi suoi) aggiungendo cosi la beffa all'inutilità dell'azione.
Come ho già scritto, le motivazioni del problema sono altre rispetto a ciò che afferma il ministro, perciò, la proposta servirà unicamente ad incentivare il giovane a continuare, con altre forme, la sua dipendenza(?) dalla famiglia.

Incominciamo, però, con il recupero dei soldi necessari. Il ministro afferma:
La verità è che la coperta è piccola e quindi non ci sono risorse per tutti. Secondo me si deve agire sulle pensioni di anzianità, quelle che partono dai 55 anni di età. Facendo in questo modo si potrebbero trovare risorse che consentirebbero di dare ai giovani non 200 ma 500 euro al mese. per il ministro si deve andare nella direzione di dare "meno ai genitori e più ai figli", e che la sua proposta scatenerebbe le proteste dei sindacati, che sono quelli che difendono i genitori, cioè i pensionati.
Innanzi tutto, per quanto ne so, i genitori hanno sempre lavorato, salvo eccezioni e forse il ministro è una di queste, per il futuro dei figli, anche ha costo di sacrifici. Con la proposta, se un persionato percepisce 1500€ (ed è molto) mensili netti, può vivere con il figlio a carico dato che spese come: affitto, riscaldamento, spese condominiali, telefono ecc. sono uniche, mentre se il figlio uscisse di casa, alcune spese diventerebbero doppie: due affitti, due telefoni ecc..
Inoltre, il figlio che non lavora o che lavora a tempo determinato ( e sappiamo che di solito non si coprono, mediamente, tutti i giorni lavorativi, dovendo pagare l'affitto ecc. i 500 euro, che in certe realtà non bastano neanche per l'affitto, non gli basterebbero e neanche al genitore, che si vedrebbe diminuita la pensione pur continuando ad avere le stesse spese elencate sopra.
    
Come o detto sopra, il giovane, non potendo, comunque, mantenersi da solo, sarà costretto a trovare altre forme per poter continuare a vivere con i genitori.
Una di queste forme potrebbe essere quella di figurare indipendente, magari affittando, con altri giovani per dividere le spese (cosa per altro, in determinate occasioni, si fa già), un mini appartamento solo per dimostrare di avere una residenza diversa, e continuare la vita di sempre, vale a dire tutte quelle cose che normalmente fa la "mamma", con i genitori, eliminando cosi l'effetto desiderato dal ministro.
Il che ci porta alla considerazione che una legge simile è completamente inutile.
I giovani, oggi, tra mille difficoltà, sono costretti ad accettare lavori che non danno nessuna certezza del futuro (lavoro a tempo determinato o lavori autonomi che durano il tempo di una stagione come nel caso di località turistiche), questo li porta a rimanere in una sorta di aspettativa riguardo alla formazione di una famiglia propria o comunque di una vita indipendente.
Molte giovani coppie rimandano il matrimonio proprio per l'impossibilita materiale di reperire il necessario per il mantenimento della famiglia, oppure, si sposano o convivono ma aspettano ad avere figli sempre per lo stesso motivo.
Il problema dunque, non è l'incapacità derivante dalla cultura inculcatagli dai genitori, ma l'incertezza del futuro. Incertezza che nascie dalla mancanza di fiducia non tanto nelle proprie capacità, ma nell'attuale struttura sociale in cui si trovano ad operare.
La proposta, invece che mirare a modificare tale struttura (eliminare il lavoro a tempo determianto e rivedere l'welfare mettendolo al primo posto nelle spese) per agevolare l'inserimento nel lavoro e dare certezze, si affianca all'altra che vuole diminuire il periodo scolastico obbligatorio di un anno per inserire i giovani nel lavoro (quale?) a scapito della formazione culturale di cui oggi è impossibile fare a meno; creare dunque una massa di individui ai margini della società, il tutto per evitare spese allo stato
Inutile perché non inserisce i giovani nel lavoro, disincentiva la volontà allo studio e alla indipendenza, crea ulteriore povertà (genitoti e figli), alimenta la tendenza al ritenere che tutto "mi è dovuto" e all'abitudine alla dipendenza dallo stato.
La domanda che il ministro dovrebbe sforzarsi di fare è: chi a creato i presupposti che impediscono ai giovani d'oggi di avere fiducia nel futuro?
Credo che il ministro lo sappia benissimo.
 




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permalink | inviato da verduccifrancesco il 26/1/2010 alle 18:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ISTRUZIONE E APPRENDISTATO
post pubblicato in LAVORO, il 25 gennaio 2010


Nella finanziaria 2010 è inserito un emendamento del relatore Giuliano Cazzola dove si legge che «l'obbligo di istruzione (fino a 16 anni, n.d.r.) si assolve anche nei percorsi di apprendistato per l'espletamento del diritto dovere di istruzione e formazione». Di fatto, dunque, si potrà cominciare a lavorare come apprendisti già a 15 anni e questo varrà come se si fosse stati in classe.

Un provvedimento che presuppone che si possa istruirsi lavorando mettendo sullo stesso piano la formazione professionale (apprendimento  delle tecniche utili alla produzione o alla gestione della stessa) e istruzione (apprendimento della cultura, principi base e loro approfondimento, delle discipline di cui è composto il sapere umano). Due cose completamente diverse.
Va considerato anche che, in Italia, esistono scuole tecniche per la formazione professionale e, i ragazzi che le scelgono, lo fanno per studiare.
Inoltre, l'apprendistato, nell'attuale assetto tecnologico industriale, può anche non richiedere una formazione approfondita - nella mia esperienza, lavorare su macchine a controllo numerico (compiuterizzate), comporta, al massimo, qualche mese di prova, perciò, l'apprendista passerà direttamente alla produzione e, dato che, i contratti di apprendistato comportano un trattamento peggiore dei contratti normali, egli lavorerà ne più ne meno come un operaio a un costo più basso. Questo vale anche per le ditte artigiane (tutte le aziende con meno di 15 dipendente al di la del tipo di produzione) che producono manufatti con mezzi tecnologici avanzati.

Dunque, ridurre gli anni di scuola, comporta, necessariamente, anche ridurre la cultura generale di quanti, per vari motivi, tra cui, sicuramente, il più importate è la necessità economica famigliare di recepire un ulteriore reddito e non la poca volontà, decideranno di lasciare la scuola un anno prima.
Incentivare, da parte dello stato, la rinuncia all'istruzione - ma anche alla formazione professionale perché, i ragazzi che escono dalla scuola, difficilmente ne rientreranno e comunque, coloro che lo fanno saranno in numero minore - tra l'altro in controtendenza con le direttive europee che portano la scuola dell'obbligo a 18 anni ( e bisogna dire che, QUESTO GOVERNO, si richiama alle direttive UE quando ne ha interesse e se ne dimentica quando non ne ha) anziché incentivarla, significa creare una classe operaia meno preparata sia sul piano culturale che quello professionale.
Questo, se valutiamo anche lo spostamento dell'età pensionabile a 65 anni per tutti, ci porta a chiederci di quale lavoro stiamo parlando. Se una persona incomincia a lavorare a 15 anni e lavora fino a 55 se va in pesione con 40 anni di contributi - sempre che lavori senza interruzione e comunque, andrà con una pensione che difficilmente gli consentirà di vivere - oppure fino a 65, il che è più probabile, occupa il posto per molto più tempo rispetto al passato, conseguenza di ciò sarà l'impossibilità, per il ragazzo, di trovare lavoro, a meno che non si facciano contratti per un solo anno, e poi?
Magari entreranno a far parte del "PIANO BRUNETTA" che propone, per far fronte ai suoi bamboccioni, uno stipendio da 500€ togliendoli alle pensioni di anzianità, cioè ai genitori, ma qui entriamo in altro problema.
Il nodo più importante di questa emendamento rimane, comunque, la volontà dell'attuale maggioranza di ridurre la cultura nelle classi meno abbienti (e qui va considerato che il numero di tali classi sta aumentando) che dovrebbero, secondo loro, limitarsi ad una cultura professionale a sua volta limitata a certe branche dell'attività umana: produzione di beni, distribuzione degli stessi e quelle attività che non comportano un'elevata conoscenza, escludendo naturalmente il lato dirigenziale delle stesse.
Emendamento, dunque, che mira, non tanto all'inserimento dei ragazzi nel lavoro, ma ad escluderli dall'istruzione.


 



Brunetta e il bamboccione italiano
post pubblicato in ALTRO, il 18 gennaio 2010


In merito alla decisione del giudice di obbligare un genitore a mantenere la figlia fino a che essa non diventi autosufficente, perciò anche in età adulta - decisione convalidata da un secondo giudice dopo che il genitore aveva interrotto i pagamenti alla figlia adducendo come motivo il fatto che la figlia non si decideva a laurearsi, frequenta l'università ed è fuori corso da otto anni - il ministro Brunetta ha affermato la sua disapprovazione alla decisione del giudice proponendo, addirittura, una legge che obblighi i figli maggiorenni a lasciare la famiglia.
Secondo il ministro, che a sua volta a ammesso di essere stato un "bamboccione", la colpa del fenomeno è da attribuirsi a "un sistema e organizzazione sociale di cui devono fare il «mea culpa» i genitori" e ancora: i bamboccioni ci sono perché si danno garanzie solo ai padri, perché le università funzionano in un certo modo, perché i genitori si tengono i privilegi e scaricano i rischi sui figli. La colpa insomma è dei padri che hanno costruito questa società.

Innanzi tutto, mettere il naso nei rapporti tra componenti di una famiglia è, di per se, un grave errore, significa voler decidere del comportamento dei singoli anche dentro quel nucleo (famiglia) tanto decantato dalla civiltà cristiana, di cui l'attuale maggioranza si è fatta più volte carico, come nucleo base della civiltà da cui tutto deriva, significa annullare proprio il presupposto su cui si basa la stessa civiltà cristiana.

In secondo luogo, vorrei far presente al ministro che, se la colpa è dei genitori, dovrebbe lui stesso, anzi, dovrebbe essere il primo a fare il "mea culpa" dato che fa parte di "quei genitori", non limitarsi ad ammettere di essere, lui stesso, un bamboccione e proporre leggi assurde, ma analizzare meglio il problema.

Magari, se partisse dalla sua stessa esperienza, si potrebbe accorgere delle differenze fondamentali che esistono tra i giovani d'oggi e quelli degli anni sessanta e settanta e forse anche ottanta; differenze che non sono tanto "ideologiche, ma sostanziali quanto pratiche, concrete.

Se negli anni della nostra gioventù, si poteva trovare lavoro, e sempre a tempo indeterminato - bastava chiedere, io personalmente ne ho cambiati 5 - senza problemi, oggi, grazie al nuovo corso iniziato con la "seconda repubblica", trovare lavoro è diventato un problema serio, serissimo, quasi impossibile. Con l'introduzione del contratto a termine, molti giovani hanno perso la sicurezza sul futuro, quella sicurezza economica che a permesso a noi di programmare la nostra vita e, di conseguenza, investire sulla famiglia permettendoci di renderci indipendenti.
Inoltre, l'economia dei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale era in espansione - il cosiddetto buum economico - mentre ora, l'economia, anche non considerando l'attuale crisi, sta attraversando, per diversi motivi - che vanno dall'entrata sul mercato di paesi come la Cina e l'India, lo spostamento della produzione in siti dove il costo del lavoro è più basso, il continuo sviluppo delle tecnologie - pur rimanendo "forte", non riesce più a dare lavoro alla massa.
Situazione, questa, che ha messo in difficoltà, in primo luogo, le nuove generazioni, cioè i giovani di cui parla il ministro.
I cosiddetti "bamboccioni" di oggi, non sono altro che il risultato della politica liberista del nuovo corso e non quello delle scelte dei genitori, come vuol far credere il ministro.
In un mondo dove tutto ha un valore economico, inclusi i beni di prima necessità come casa, cibo, vestiti ecc., per potersi rendere indipendenti, al di la delle capacità "casalinghe", ci vogliono i soldi e, purtroppo, sono proprio quello che manca.


 

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ALCOL A GOGO
post pubblicato in POLITICA, il 6 agosto 2009


Di pub in pub, sotto gli occhi di tutti, si snoda la notte dei giovani romani.
Italiani e stranieri in una sorta di gara a chi bese di più, a chi meglio sopporta l'alcol.
"Birra, birra" dice il ragazzo indiano che gira con una busta di plastica piena di lattine ghiacciate tra i turisti assiepati sulle scale di piazza di Spagna. "Quanto costa?". "Poco poco: solo due euro". Due vigili urbani appoggiati alla macchina di servizio guardano la scena.
Questo succede in Italia, dopo le ordinanze di alcuni comuni atte a impedire la vendita di alcol ai minori di 16 anni. Vigili urbani che osservano, neanche fossero spettatori di un qualche film sulla "gioventù bruciata"; senza intervenire per bloccare, o almeno controllare, il venditore ambulante.

Si fa un gran parlare di prevenzione dell'abuso di alcol da parte dei giovani, le soluzioni , però, si cercano nel proibizionismo senza tener conto del disagio giovanile che è alla base dell'interesse sempre maggiore dei giovani verso l'alcol. 

Ma quello che lascia "MOLTO PERPLESSI" è il totale mancato coinvolgimento di quanti distribuiscono e producono alcol; l'alcol è, al pari delle droghe - incluso il tabacco -, una sostanza che crea dipendenza e se ingerito in quantità sufficiente, può portare anche alla morte. 
Nei giovani, negli ultimi anni, è andato sempre più crescendo l'interesse nei confronti di queste due sostanze - oltre che verso la droga propriamente detta - ma mentre la droga viene proibita anche a livello produttivo, alcol e sigarette si continua a considerarli prodotti producibili; addirittura il vino viene elevato, come prodotto, a rappresentare l'Italia nel mondo.
C'è da chiedersi: è lecito consentire la produzione di prodotti che possono produrre danni alle persone? io direi di no!
Se si continua a farlo è perché si antepongono gli interessi dei produttori, e dei distributori, al benessere delle persone; allora perché accanirsi nel cercare soluzioni per impedire ai giovani di farne uso? soluzioni che peraltro non sortiranno mai il risultato sperato, visto che:
1) viene proibito solo in determinate circostanze,
2) non si fa nulla per insegnare ai giovani un uso appropriato,
3) l'alcol e sigarette venduto a chi può acquistarlo diventa un canale di rifornimento per i giovani,
4) il giovane sotto i sedici anni può benissimo acquistarlo al supermercato.
Insomma, le opportunità, per i giovani, di avvicinarsi a queste sostanze sono molteplici e, visto che non esiste nessuna cultura in grado di guidarli in modo positivo al loro uso, e considerando i disagi a cui sono sottoposti, cadono facilmente preda degli eccessi.
Impedire la vendita e le cosidette "movide", servirà solo a rendere ancora più appetibile il "prodotto".


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 6/8/2009 alle 23:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La vera emergenza
post pubblicato in POLITICA, il 10 luglio 2009


Agrigento, sequestrano, uccidono e bruciano imprenditore.
http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/commerciante-agrigento/commerciante-agrigento/commerciante-agrigento.html

L'imprenditore è stato ritrovato bruciato nelle campagne di Favara, sono ritenuti responsabili due diciannivenni. Sembra che il delitto sia avvenuto a causa di un debito di 200 € che uno dei due aveva contratto con l'imprenditore.
Le modalità del delitto richiamano alla mente i killer della fiction "Il capo dei capi". In un computer di uno dei due arrestati sono state anche trovate delle fotografie che ritraggono i due favaresi con in mano delle armi, in una posa che ricorda "Il capo dei capi".  
La polizia, problemi di bilancio a parte, riesce ad arrestare i colpevoli ed ad assicurarli alla giustizia, questo è un punto a loro favore, non credo che le ronde sarebbero mai arrivate ad evitare il delitto.
Ma, a parte anche l'(in)utilità delle ronde, qui si presenta un problema di emergenza criminalità ben più grave di come ci è stato presentato con l'intento di legalizzare le ronde: quello della criminalità extracomunitaria è veramente un problema? o serve per nascondere la criminalità nostrana ( quella vera )?
D'altra parte, dopo la legge sulla sicurezza, il governo si appresta ad approvare la legge sulle intercettazioni che, a quanto sembra, come denunciato anche da eminebti uomini di cultura e di legge, andrà a porre due limiti molto pericolosi per lo svolgersi delle indagini; il primo riguarda l'impossibilità di usare le intercettazioni prima che il sospetto sia riconosciuto colpevole, il secondo riguarda l'impossibilità dei giornalisti di pubblicare ciò che riguarda le indagini tenendo cosi all'oscuro l'opinione pubblica su fatti che la riguardano.
E' vero che certi delitti sono stati commessi da extracomunitari, ma è ancor più vero che la criminalità organizzata si è estesa su tutto il territorio con i suoi traffici che vanno dalla droga al pizzo, dal controllo di attività legali al riciclaggio del denaro sporco - l'utile ricavato dai commerci illegali - e che è in grado di coinvolgere sia onesti cittadini sia uomini dell'amministrazione pubblica.

Il fatto accaduto a Favara ci pone di fronte ad un altro problema, quello dei punti di riferimento culturali che molti giovani d'oggi, e specialmente in quelle realtà dove la c.o. è più presente, hanno a disposizione. Questi riferimenti non sono più basati su personaggi della cultura o della politica, ma provengono, come nel caso specifico, addirittura da programmi televisivi che, pur analizzando la società, non possono essere interpretati in modo adeguato se lo spettatore non ha una base culturale basata almeno su principi di legalità.
Non mi riferisco a basi culturali specifiche - liberali,comuniste o altro - , ma almeno a basi generali che possano aiutare il giovane a discernere, all'interno delle sue idee politico/ideali, i comportamenti da accettare da quelli da rifiutare, una cultura cioè che delinei i principi su cui si basa la nostra società.
Questo oggi non sembra un problema urgente anzi....,  
Se valutiamo i comportamenti degli uomini di successo e anche di potere, siano essi onesti o disonesti, risulta chiaro che l'individuo viene spinto a credere che ciò che conta è emergere a qualsiasi costo e che i riferimenti si possono prendere ovunque, l'importante è che siano persone di successo.
L'imitazione di questi personaggi diventa cosi una regola culturale da seguire se non si vuol rischiare di rimanere nell'ombra.








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