discutendo insieme discutendoinsieme discutendo insieme DISCUTENDOINSIEME | discutendoinsieme | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Il papa, il genocidio degli Armeni e la guerra come genocidio
post pubblicato in POLITICA, il 15 aprile 2015


Armeni, la Turchia attacca Bergoglio, Gentiloni lo difende: «Toni ingiustificati»

Papa Francesco: «Massacro Armeni primo genocidio del XX secolo». Turchia protesta col Pontefice

Quando si parla di genocidio bisognerebbe sempre considerare, innanzi tutto, il fatto che tutte, o quasi, le nazioni, o popoli,ne hanno commesso almeno uno nel corso della loro storia, e il periodo storico in cui viene collocato. Inoltre, bisognerebbe considerare l’attuale assetto politico ed economico internazionale affinché non si vada incontro a crisi internazionali proprio a causa dell’accusa di genocidio rivolta a un paese;crisi che potrebbe modificare lo stesso assetto politico ed economico internazionale. A questo si può aggiungere che chi lancia l’accusa, a un’analisi storica risulterebbe egli stesso parte di un popolo, o nazione, che nel passato di genocidi ne ha compiuti parecchi. Di pulizie etniche ce ne furono anche nell’800 – si veda la guerra degli stati uniti contro gli indiani d’America(dimenticata da tutti) - e prima – si veda la guerra della Spagna contro i popoli precolombiani. Tanto per citare i più conosciuti. Ma anche le guerre di religione, come quella inglese della regina Elisabetta contro i cattolici, o i secoli bui dell’Europa cattolica.

Con genocidio si indica: “un reato commesso allo scopo di sterminare un gruppo etnico,religioso, razziale e nazionale, e che, quale reato internazionale, è di competenza dell'ONU”, dunque, non implica necessariamente la guerra intesa come lotta tra popoli o interna a un popolo. Questo però non significa che la guerra sia meno cruenta del genocidio e non venga usata anche per perpetrarlo; anche gli stati uniti, nella loro lotta contro gli autoctoni americani, non definirono mai lo sterminio di quei popoli un genocidio. Pertanto, al di la del significato che si da alle parole, guerra e genocidio si equivalgono nel momento in cui la lotta tra popoli e interna a un popolo è sempre e comunque l’affermazione di uno sull’altro, di un’idea sull’altra e, di conseguenza, il tentativo di distruggere l’altro, non tanto fisicamente ma nella sua cultura cancellandone il ricordo.

Non si tratta di parlare della storia e dei presupposti del genocidio Armeno che, a quanto pare, sembra alquanto attuale;simile o uguale a quella dell’Isis. Quello che interessa è il perché il papa ha ricordato il genocidio armeno in un contesto storico molto instabile, e lo fa in modo chiaro perché “il cristiano deve essere chiaro” nelle sue denunce.

La Turchia – stato laico dal 1924 che riconosce la libertà di religione; ne è dimostrazione il viaggio del papa in Turchia  -, che dal dopoguerra è alleata dell’occidente, fa parte della Nato e aspira ad entrare nell’unione europea,all’accusa del papa reagisce in modo forse un po’ troppo esagerato; in fondo il genocidio - o sterminio o altro termine non ha importanza perché, comunque,indica sempre la volontà di eliminare un oppositore e concorrente nel dominio del territorio – c’è stato; e nessuno lo può cancellare al di la delle parole e della proibizione di parlarne. C’è stato in un contesto storico particolare e di grande sterminio causato dalle nazioni europee entrate in conflitto tra loro; nazioni dichiaratamente cristiane: la prima guerra mondiale. Adesso, la Turchia cerca di inquadrare il genocidio in questa guerra e sbaglia, ma sbaglia anche chi lo vede come un fatto in se slegato dal contesto internazionale di allora – gli armeni si schierarono con la Russia nell’aggressione alla Turchia.

Possibile che sbaglino tutti e due? Si chiederà qualcuno. Si, è possibile perché la guerra stessa ha provocato milioni di morti– si stimano26 milioni -, pertanto, fu una guerra all’insegna del genocidio sia sul fronte che nelle popolazioni civili. Dunque, se la guerra stessa ha generato un genocidio, ha che serve guardarne i “particolari” (scusate il termine) se non ha scopo discriminatorio?

D’altronde, la prima guerra mondiale è stata iniziata dall’Europa, che, non paga del genocidio della prima, diede inizio anche alla seconda che provocò 54 milioni di morti provocando uno sterminio mai verificatosi prima, è perciò sviante parlare di genocidi particolari estrapolandoli dal contesto in cui sono avvenuti. Se consideriamo che dopo la prima guerra mondiale i genocidi si sono susseguiti continuamente in varie parti del mondo dalla Corea e Vietnam all’invasione dell’Afganistan da parte della Russia e dal successivo regime talebano ; dalla guerra tra Hutu e Tutsi in Ruanda alle recenti repressioni nei paesi musulmani e all’Isis. Senza dimenticare le foibe jugoslave, i campi di concentramento russi, le tante guerre latino americane, la Cina e via dicendo, è chiaro che di guerre ce ne sono state e, tutte, hanno portato in se la volontà di eliminare il popolo o le idee che non si conformavano.   

Se è chiaro che detti genocidi, sia per i motivi che per i metodi, vanno condannati, non è però chiaro lo scostamento dal contesto. Pertanto, le parole del papa e la frase: primo genocidio della storia– come a dire che le repressioni e le guerre prima della grande guerra non erano genocidi o, comunque, sterminii ai danni delle popolazioni inermi -, hanno un valore retorico che maschera la volontà di condannare un’idea e il popolo/i che la rappresenta; non va dimenticato che a mettere in atto il genocidio fu l’impero turco ottomano.  

Quello che lascia perplessi è il dualismo con cui viene affrontata l’attuale situazione storica da parte della chiesa: da una parte si richiama alla tolleranza e alla diplomazia, chiedendo ai governi di trovare soluzioni pacifiche, per risolvere il problema dell’instabilità del mondo musulmano, dall’altra si “provoca”; forse aspettandosi una reazione che potrebbe giustificare la reazione occidentale violenta?

Le azioni del papa hanno anche come primo scopo l’evangelizzazione del mondo, ovvero, la conversione dei popoli all’idea religiosa cristiano/cattolica. Tutte le azioni del papa si muovono in questo senso. Il problema, però, è che il cristianesimo è diviso al suo interno e,perciò, è importante che si arrivi a un’unità, almeno d’intenti se non pratica.Cosa c’è, allora, di più significativo che ergersi a baluardo in difesa  di tutti i cristiani? Cosa c’è di più significativo di riuscire a fare da catalizzatore divenendo il centro di tutta la cristianità?

Ma mettere a rischio ulteriormente la stabilità forse può servire a riunificare le varie tendenze cristiane. Ma ne vale la pena? lui stesso dice che la nostra è l’epoca di una guerra mondiale frammentata; ma una guerra mondiale con gli schieramenti ben definiti rischia di essere l’ecatombe dell’umanità visto i mezzi a disposizione.

D’altronde, ogni idea che si dice universale ha bisogno di agire in modo universale, di recepire ogni disagio delle popolazioni– politica questa che capirono i padri fondatori dei vari movimenti laici;rivolgersi non più a un popolo ma all’intera umanità; che nella fattispecie erano i lavoratori – mondiale per arrivare a creare una rete universale che copra ogni angolo della terra ma, più importante, ogni aspetto della vita coinvolgendo un maggior numero di categorie umane. Questo obiettivo,considerando l’impossibilità, che ogni politico e uomo di pensiero conosce bene, di arrivare al convincere tutti della giustezza del proprio pensiero,deve necessariamente passare attraverso la negazione delle idee che non si conformano. 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. papa guerra genocidio armeni

permalink | inviato da vfte il 15/4/2015 alle 16:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il Cardinal Bagnasco, la società laica e il laicismo, ovvero, la distruzione dell’uomo.
post pubblicato in RELIGIONE, il 6 aprile 2015


Da Ansa: Le persecuzioni dei cristiani non avvengono soltanto fuori dall'Europa. "In Occidente la persecuzione non fa strage di sangue, è più subdola e passa attraverso non le armi ma le carte. In nome dell'uomo e della libertà si vuole distruggere l'uomo". Lo ha detto il card. Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova. "Verrà il giorno in cui Dio chiederà conto a chi ha ucciso nel suo nome, e a chi nulla ha fatto per fermare lo sterminio" e noi, "come uomini e come cristiani, non possiamo tacere". Lo ha detto il presidente della Cei e arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco oggi durante la messa per la Pasqua a Genova.

Come no, in Europa, secondo il cardinale, sarebbe in corso un “genocidio” a colpi di carta, e non di soli cristiani, ma dell’uomo;“in nome dell’uomo e della libertà si vuole uccidere l’uomo” questo dice il cardinale.

Strano però – o almeno così sembra - che il cardinale pensi al “genocidio” europeo quando in Africa e nel medio oriente il genocidio è più che reale. In realtà, il cardinale ci da l’ennesima prova dello sfruttamento dei drammi umani per propagandare le proprie idee.

 Anche se non è chiaro, almeno dall’articolo, a cosa di preciso si riferisce, si può però presupporre: 1) che si riferisca alla politica dei governi europei in merito ai problemi etici. Detti problemi vengono oggi affrontati in un’ottica laica e,pertanto, diversa da quella religiosa. Si ha dunque un’accettazione dell’eutanasia, del riconoscimento delle coppie omosessuali e, in generale, di quelle di fatto, ovvero, non sposate secondo il rito religioso, del divorzio e dell’aborto. Dunque, secondo il cardinale, i governi europei non starebbero“liberando” l’uomo ma, addirittura, distruggerlo. E perché mai? Ma semplice no!perché se l’uomo non segue i dettami di “dio=religione=preti=vaticano”, l’uomo si autodistruggerà, ovvero,se il cristianesimo cattolico finisce. Peccato, però,che i governi occidentali, che critica, si definiscano tutti, o quasi,cristiani! Mah!

Dovrebbe, il signor Bagnasco, prendere atto dei cambiamenti umani, questo gli permetterebbe, a lui e ai preti in genere, che l’uomo progredisce al di la dei limiti imposti dai vari assolutismi dei poteri forti,ovvero, che il cristianesimo, come ogni religione o filosofia o ideologia del passato, sta arrivando alla fine del suo percorso perché non è stato capace di rispondere alle aspettative reali umane.

Oppure: 2) che l’occidente, “oltre a uccidere l’uomo” ma proprio per questo, non sta facendo nulla per risolvere la situazione drammatica in cui versano i cristiani nel mondo arabo. Già! Ma… in conclusione, cosa si deve fare per fermare questo genocidio (che, comunque, non coinvolge solo i cristiani)? Il signor Bagnasco, anche se non lo dice, lo pensa, vorrebbe che l’occidente entri in conflitto col mondo islamico, ma si limita a dire che non possiamo tacere. Ma, il signor Bagnasco, dovrebbe sapere che, storicamente, la parola non ha nessun valore per gli autori dei genocidi, anzi, se facciamo riferimento all’Europa “cristiana” del novecento, di fronte alla Germania hitleriana non ci furono ne parole ne trattati in grado di fermare l’eccidio commesso da Hitler e i suoi seguaci.

Allora? Chiederà qualcuno. Allora, risponde il signor Bagnasco senza rispondere, bisogna agire di conseguenza; rispondere alle azioni estremamente violente con la stessa violenza che si è usata contro Hitler in Europa.

Effettivamente, se consideriamo l’attuale comportamento del movimento islamista Isis come un crimine contro l’umanità(non solo contro i cristiani), allora è ovvio che le misure da prendere non sono ne le preghiere ne la diplomazia dato che siamo di fronte a crimini di guerra . Di fronte a eventi estremi come l’Isis, l’unica azione in grado di fermarli è la guerra dell’occidente contro l’Isis; a meno che, l’Onu, Usa e Europa non riescano, con la “diplomazia”, a convincere i maggiori stati musulmani a combattere contro l’Isis, il che, comunque, significherà un bagno di sangue; e non solo contro l’Isis, ma contro chiunque si trovi sulla linea del fuoco; così come ci insegna sempre la storia che, in merito, è una grande maestra (nelle guerre contro il comunismo, o presunto tale, data la situazione in cui operavano i militari statunitensi (guerre senza prima linea come in Corea e Vietnam), le conseguenze furono pagate anche dalla popolazione civile che si trovò in mezzo senza esserne partecipe. Comunque sia, il signor Bagnasco,senza dirlo esplicitamente, chiede una guerra!

Pertanto, il signor Bagnasco, prima di lanciare accuse alle società laiche, dovrebbe, in merito alla guerra e alle sue implicazioni,innanzi tutto analizzare bene l’attuale assetto socio/politico/economico della parte di mondo coinvolta con l’Isis, in secondo luogo, dovrebbe cercare di ricordare/capire che la guerra tra islam e cristianesimo è nata con la nascita, o quasi, dell’islamismoe che, detta guerra, non è mai stata di religione ne da una parte ne dall’altra,piuttosto fu ed è una guerra di territorio e di “civiltà” – ovvero, si trovano di fronte due modi opposti di intendere la società umana.

In secondo luogo, in merito alla presunta “distruzione dell’uomo” che vorrebbe essere perpetrata dalle società laiche, capire che l’uomo,in quanto essere senziente, cerca sempre e comunque strade diverse per la sua realizzazione; pensare che la religione “cattolica” sia l’unica in grado di realizzare le aspettative umane, visto anche che in duemila anni non c’è riuscita e, tra l’altro,s’è adoperata a contribuire in modo alquanto consistente alle guerre, è alquanto irrealistico.

Dunque, il signor Bagnasco dovrebbe avere il coraggio di dire apertamente che, secondo lui e la chiesa cattolica, per rimettere a posto le cose, ovvero impedire all’islamismo radicale di affermarsi, c’è bisogno di un’azione forte e violenta: la guerra. Ma così facendo perderebbe consensi, lui, la chiesa e il papa.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. guerra laicità religione laico cardinal bagnasco

permalink | inviato da vfte il 6/4/2015 alle 17:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Guerra di religione o guerra di civiltà?
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 4 aprile 2015


 Il Messaggero

Ancora cristiani sotto attacco nel mondo musulmano da parte dei fondamentalisti jihadisti che hanno attaccato una scuola in Kenya e, dopo aver diviso i musulmani dai cristiani, quest’ultimi sono stati massacrati – sembra almeno 147 persone. Uccisi per il fatto di essere cristiani.

All’apparenza,quest’azione, che è l’ultima di una lunga sequenza, farebbe presupporre ad un peggioramento, della guerra in corso, tra la religione musulmana e quella cristiana, ovvero, una guerra di religione a tutti gli effetti. In pratica,però, non è affatto così, anzi… nel mondo musulmano, oltre ad essere in corso una guerra interna per l’affermazione di un islam delle origini – Isis e suoi alleati contro tutti i musulmani non allineati (in pratica l’islam sunnita contro quello sciita) -, c’è anche, come conseguenza, una guerra control’occidentalizzazione del mondo arabo.

Si sa che tra musulmani e occidente la guerra è in corso da sempre. Si sa che all’inizio era tra islam e sacro romano impero (cristianesimo). Si sa che nel corso dei secoli il cristianesimo ha prodotto l’attuale sistema e, pertanto, la guerra si è spostata dal presupposto religioso a quello ideologico ed economico.

Già con l’avvento di Khomeini in Iran si era verificato lo scontro sia all’interno che all’esterno nei termini attuali; lo scià di Persia era un musulmano occidentalista, Khomeini era invece un musulmano integralista. Da qui incominciò l’escalation della guerra tra occidente e musulmani che dal dopo guerra era una guerra di liberazione dal colonialismo europeo nato dopo la sconfitta dell’impero turcomanno, si trasforma in una guerra di civiltà.

Definirla una guerra di religione come si tende a fare, però, è una forzatura poiché i cristiani presenti non sono semplicemente portatori di una diversa religione ma, cosa più importante, di un altro modo di intendere i rapporti umani reali. Essi non vengono visti come i portatori di una visione, in termini religiosi, della vita assoggettata al volere di dio, ma, dato l’origine del nostro sistema economico e sociale, come i portatori della civiltà laica occidentale in quanto membri attivi di essa. Ciò significa che il cristiano, accettando la divisione tra stato e chiesa, ovvero, vivere la religione all’interno di una civiltà laica senza opporsi ad essa in nome dello stato teocratico più conforme alle religioni diventa, agli occhi del musulmano integralista, il portatore dei valori della civiltà laica stessa.

Pertanto, il nemico del musulmano integralista non è la religione cristiana in se, di per se è anch’essa integralista, ma l’occidente capitalista e laico.

Dunque, sarebbe opportuno interpretare l’attuale situazione come guerra di civiltà tra due sistemi opposti sul piano sociale, politico ed economico.

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. europa guerra cristianesimo laicismo islam

permalink | inviato da vfte il 4/4/2015 alle 10:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il ministro Gentiloni propone un intervento in Libia per fermare l’immigrazione; e l’Italia entra nel mirino dell’Isis:
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 16 febbraio 2015


La libertà di espressione ha valore se si rispetta l’altro. In termini di immigrazione, ogni individuo che si insedia in un paese straniero deve adeguarsi alle leggi, tradizioni e abitudini del paese ospite”. Questo dovrebbe essere il primo principio in una eventuale costituzione dei popoli perché se: “Ogni popolo ha il dovere di assistere il migrante, questi ha il dovere di portargli rispetto”. E come si porta rispetto all’ospite se non “rispettando le sue leggi, le sue tradizioni e abitudini?” 

Corriere della sera

Dopo l’intervento del ministro Gentiloni in merito all’avanzata dell’Isis in Libia,l’Isis ha messo l’Italia tra i paesi nemici dello stato islamico. Lo dice l’Isis in un comunicato al radiogiornale   ufficiale dell’Isis, diffuso dall’emittente al Bayan da Mosul nel nord dell’Iraq:Gentiloni, dopo l’avanzata dei mujaheddin in Libia, ha detto che l’Italia è pronta aunirsi alla forza guidata dalle Nazioni atee per  combattere lo Stato islamico”.

Dunque, che l’Italia faccia parte dei paesi nemici dell’Isis non è una novità, visto che

lo stesso ha affermato più volte che metterà la sua bandiera sul vaticano. 

La novità, invece, è la presa di posizione dell’Italia. Ha cominciare Renzi che, in merito all’ultima tragedia nel mediterraneo, e relative polemiche a livello europeo e italiano, ha affermato che il problema non è Triton o mare nostrum, ma la Libia perché è dali che partono i migranti. Renzi non fa cenno ad azioni di guerra, perciò l’affermazione di Gentiloni è una interpretazione dell’idea del premier.Sbagliata o giusta che sia come Interpretazione delle parole del premier, parte comunque dalla convinzione che, per fermare “l’avanzata” migratoria bisogna intervenire alla fonte. 

L’idea dell’uso della forza nasce dalla convinzione che il tentativo dell’Onu di pacificare le parti in lotta libiche è fallito e, pertanto, un intervento militare in Libia per mettere ordine nello stato che, tra l’altro, Gentiloni ritiene fallito, si rende necessario data l’attuale situazione di grande confusione e caos che sta facendo il gioco del fondamentalismo permettendo l’avanzata dell’Isis sulle coste del mediterraneo (non bisogna dimenticare che anche in Egitto i fratelli musulmani stanno operando per destabilizzare il sistema egiziano basato sulla separazione tra stato e religione). Gentiloni ha però affermato che un intervento è possibile solo sotto il controllo Onu.

La presa di Sirte pone il problema, che va ad aggiungersi a quello dei migranti, di avere il nemico ai confini. E di nemico si tratta, e non tanto per l’affermazione propagandistica di mettere la bandiera sul vaticano, quanto per la determinatezza dei fondamentalisti musulmani di allargare il proprio dominio in base alla convinzione che l’islam è stato scelto da dio come affermazione della sua volontà e, pertanto, l’islam deve essere esteso a tutta l’umanità anche con la forza. Inoltre, dalla Libia partono anche gli oleodotti e i gasdotti verso l’Europa.

Dunque, ci stiamo addentrando in una situazione di crisi nei rapporti tra occidente e mondo islamico nel suo insieme. Questa crisi, però, in parte l’ha voluta anche l’occidente sostenendole cosiddette “primavere arabe” che di primavere avevano solo il nome perché la realtà è risultata ben diversa. E non si tratta solo dei soliti intrallazzi internazionali per lo sfruttamento a basso costo delle risorse energetiche quanto dell’aver abbattuto due regimi (Iraq e Libia) che, in fondo,ostacolavano l’insorgere di una forza Jihadista ben organizzata figlia diretta di Al Qa ida dove, tra l’altro, la popolazione era abbastanza libera rispetto a certi alleati dell’occidente, tipo Arabia Saudita, dove è in vigore la legge coranica. Senza poi contare che la dove le primavere arabe vincenti hanno permesso libere elezioni, la popolazione ha scelto un qualche partito islamico - sconfessando i fautori laici della primavera – ed ora stanno tentando di inserire nella costituzione, appunto, la legge coranica; il che significa dare spazio al fondamentalismo. Un esempio è l’Egitto dove il leader dei fratelli musulmani, dopo essere stato eletto, ha,da subito, tentato di modificare la costituzione, scritta dai militari prima delle elezioni, inserendovi la legge coranica. L’abbattimento dei due regimi ha contribuito alla crescita di un islam fondamentalista dato che la popolazione si è rivelata più propensa a scegliere governi in linea con la legge coranica.Anche al di fuori della primavera araba si riscontrano le stesse scelte popolari. Nelle ultime elezioni turche ha vinto il partito musulmano che,appena arrivato al potere, ha cambiato la costituzione inserendo la legge coranica. Ma la cosa viene da lontano quando il leader dell’opposizione in Iran, l’ayatollah Khomeini, fu rifugiato e protetto in Francia e da li poté organizzare la sua rivoluzione anti occidente. Un caso strano dato che lo scià di Persia era filo occidentale e aperto alla democrazia.

Questo, però, non significa accettare l’avanzata del fondamentalismo, anzi, se errori ci sono stati,bisogna correggerli. Non significa neanche prendersela con quegli interessi particolari che gestiscono l’economia mondiale perché quella del fondamentalismo non è una guerra economica, di territorio, ma una guerra di civiltà tra due modi diametralmente opposti nell’interpretare il mondo che ci circonda. Una guerra dove i contendenti hanno le stesse responsabilità ma dove,attualmente, l’uso della forza senza nessuna regola e a oltranza è patrimonio di uno solo dei due: i fondamentalisti. Ed è a questi che va rivolta, a nostra volta, l’uso della forza nella misura in cui veniamo realmente minacciati.

Un altro errore, non meno importante degli altri, che si sta facendo ad oggi, è ritenere l’islam solo una religione quando, invece, è ben altro. Certo, l’islam è anche una religione, ma porta con sé, oltre a una filosofia basata sulla violenza, anche l’unità tra stato e religione, ovvero, lo stato è tutt’uno con la religione che ne detta i fondamenti. Questo fa dell’islam una società totalitaria data la loro propensione all’universalismo religioso, ovvero, ritengono la religione fondamentale anche per lo “sviluppo sociale”, o stasi sociale?. Inoltre, questo lo rende un interlocutore inaffidabile per le democrazie laiche occidentali dato che esse si basano sulla separazione e non ritengono la religione fondamentale per lo sviluppo sociale. Eppure, i nostri governanti continuano a dividere l’islam tra violenti e pacifici quando il problema è all’interno della filosofia dell’islam stesso.

A questo punto, come un serpente che si avvita su se stesso, si torna all’immigrazione che sta portando il popolo islamico in giro per il mondo. Un popolo convinto di essere il portatore della verità assoluta. Un popolo che, al di la di divisioni temporanee sul metodo, ha in comune la volontà di espandersi. Pertanto, che sia fondamentalista o moderato, non cambia il suo obiettivo.

  

Guerra in diretta sui social network: nuova frontiera nella propaganda guerrafondaia.
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 17 novembre 2012


Il fatto
Il 14 novembre, un raid israeliano effettuato con un drone uccide Ahmed Al-Jaabari, capo militare di hamas, mentre viaggiava con la sua auto. Pochi minuti dopo appare su You Tube il filmato dell’esplosione dell’auto e a seguire sul sito ufficiale dell’Idf (israel defense force) e su altri network come twitter e facebook.

Da sempre, durante una guerra, ogni nazione da notizie dei “risultati” delle operazioni in corso attraverso la stampa controllata. Da sempre le notizie riguardanti le operazioni sono date in modo parziale per far credere ai cittadini che la guerra sta andando bene e che porterà benefici.
Pertanto, l’aver usato la rete per propagandare un’azione di guerra non dovrebbe meravigliare se non fosse che la rete non informa solo i cittadini della nazione in guerra ma tutto il mondo e lo fa nell’immediato, pochi istanti dopo l’azione stessa raccontando minuto per minuto gli avvenimenti.

C’è da chiedersi perché Israele ha scelto di rendere pubblica a livello mondiale quest’azione che, non solo ha portato alla morte Ahmed Al-Jaabari, ma ha anche innestato una reazione che potrebbe far ripiombare il medio oriente in una crisi totale.
Va detto che già domenica 11 novembre il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva preannunciato una escalation nella guerra contro Hamas, il che significa che “l’eliminazione” di Ahmed Al-Jaabari era stata programmata, ma anche che le motivazioni, qualunque siano, non danno il senso reale della situazione  Questo significa anche che la propaganda via internet era stata programmata.
Ma perché?
In generale, di solito, le notizie inerenti azioni di guerra date attraverso i tradizionali mezzi di comunicazione vengono filtrate dallo stato. Ora però, essendo Israele una democrazia, ogni mezzo di comunicazione è libero di dare la notizia a modo suo e di fare commenti sull’utilità o no di un’azione di guerra e sulla guerra stessa. Inoltre, i media hanno a disposizione i social network per una comunicazione immediata e non sempre conforme alle necessità dello stato. Inoltre, i media possono avere personale che segue da vicino le fasi di un’azione.
In un certo senso lo stato si sente preso in contropiede e deve correre ai ripari per evitare che le giustificazioni delle sue azioni vengano date al popolo in modo per lui stravolto prima ancora che lui stesso le dia.

Questo però non è il caso della guerra di Israele contro Gaza poiché, nella striscia di Gaza non sono ammessi i giornalisti. Pertanto, a quanto detto sopra va aggiunto che Israele, oltre a volere dare la notizia in prima persona per poterla manovrare al meglio, usa i network come mezzo di propaganda di regime. In una guerra, compatto che sia il popolo, c’è sempre la voce discordante, ed è contro questa voce che si vuole operare attraverso il network.
L’idea di base è quella di usare il network come mezzo di propaganda immediata per dare maggior risalto alle operazioni di guerra anche la dove a pagare il maggior costo sono i civili tutti e non solo i militari.
Attraverso il network, le notizie vengono date direttamente dai militari senza nessuna mediazioni da parte dei media civili; questo significa una maggior presa sulla popolazione e una maggior assimilazione delle notizie da parte del popolo.
Dare la notizia direttamente da chi prepara e fa l’azione è altra cosa che darla in modo indiretto; darla direttamente ha un impatto maggiore sula credibilità dell’azione stessa.

Il vantaggio maggiore che si ha è la creazione della convinzione popolare di essere guidati da un potere efficiente che non nasconde nulla e agisce per il bene del popolo. Ovvero, network è una potente macchina di propaganda che, se usata in modo efficiente, può essere usata dal potere per aggregare intorno alle sue azioni il maggior numero di persone contrastando in modo più efficiente l’opposizione sia a livello locale che internazionale.
Insomma, l’uso della rete e dei network come potente mezzo di propaganda non serve solo alle opposizioni ma anche al potere costituito; in modo particolare a quei regimi, che pur presentandosi come laici democratici, non disdegnano l’uso della guerra - non solo esterna ma anche interna - per risolvere i problemi ma, anzi, ne fanno un principio fondante della loro esistenza.
 
Per il premier Italiano “la guerra è un lontano ricordo”.
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 25 maggio 2012


Oggi, scorrendo il sito Unimondo, mi sono imbattuto in un articolo su Mario Monti e l’incontro che ha avuto con un gruppo di giovani provenienti da paesi in guerra, ospiti della Cittadella della Pace, a Rondine (Arezzo).
Nell’incontro, Monti ha detto che “per l’Italia, la guerra è solo un lontano ricordo”. Una frase a dir poco deviante dalla realtà; l’Italia è in guerra, solo che oggi la guerra ha cambiato nome. Oggi, quando le guerre vengono condotta fuori dai confini, si chiamano, molto eufemisticamente, missioni di pace.
Poco importa se a portare la pace si va col cannone, poco importa se dietro a dette missioni di pace s’annidano interessi di vario genere. Poco importa se le guerre vere, quelle a cui dopo si va a pacificare, sono possibili grazie al commercio di armi di cui l’Italia è all’avanguardia.
Ma d’altra parte, non si può certo dire a questi ragazzi che i colpevoli siamo noi, che il nostro benessere dipende anche dalle guerre e dalle missioni di pace nei loro paesi. Non si può certo dire loro che il mondo civile ne ha bisogno, che per sopravvivere ha bisogno del loro sacrificio.

La frase, e il messaggio in essa contenuto, rappresenta tutta l’ipocrisia d’un mondo politico che, ormai, non riesce più ad uscire dagli schemi economici del consumismo di cui l’economia capitalista/finanziaria ha bisogno per sopravvivere.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. monti premier guerra pace italia

permalink | inviato da verduccifrancesco il 25/5/2012 alle 13:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
A cosa serve la guerra?
post pubblicato in NOTIZIE, il 10 marzo 2012


La Presse

Undici anni di guerra non sono bastati a scalfire la società patriarcale Afghana.
E’ di alcuni giorni fa la notizia che il presidente Hamid Karzai ha approvato un nuovo codice di condotta proposto dal consiglio religioso Ulema (massimo organo religioso) che ripropone in massima parte il codice talebano.
Un atto distensivo verso gli insorti, tra cui i talebani, giustificato dal presidente come necessario per porre fine alla guerra, ma che risulta lesivo dei diritti delle donne afgane che si vedono catapultate nell’oscurantismo talebano dove la donna era considerata proprietà della famiglia patriarcale.
Questo ci riporta a considerare che le guerre, se pur avviate con tutti i buoni propositi dell’universo - cosa alquanto improbabile dato che le guerre hanno sempre avuto, e sempre avranno anche se mascherato dai buoni propositi, come scopo la conquista dei territori che oggi si traduce in conquista dei mercati -, alla fine producono sempre e solo morti e dolori alle popolazioni coinvolte.
Non fa eccezione quella in Afghanistan che, avviata ufficialmente dopo la distruzione delle torri gemelli a New York l’11 settembre 2001 con la giustificante di far fronte al dilagare del terrorismo internazionale e islamico, divenne gradualmente la base della teoria “dell’esportazione della democrazia” nei paesi a regime totalitario - ma solo nei paesi islamici, chissà perché!

Comunque sia e a parte le giustificazioni ufficiali, il punto rimane la sua crudeltà di fronte alla resistenza dei popoli interessati le cui culture millenarie, fortemente radicate nella popolazione - nel caso specifico e nel mondo mussulmano in generale -, non si lasciano coinvolgere dai presupposti su cui si basa la cultura degli “invasori” che pretenderebbero di imporre la democrazia senza tener conto della cultura preesistente.
La resistenza, in massima parte ,vale anche per le donne che, pur essendo fortemente penalizzate dalla cultura islamica - e pertanto, secondo noi, maggiormente motivate -, non si lasciano ammaliare dalle promesse di libertà pur desiderandola. Questo perché anch’esse vogliono il cambiamento in sintonia con la cultura islamica.
Un esempio reale ci viene dalla “primavera araba” dove, la dove si sono svolte le libere elezioni, hanno vinto i movimenti islamici.

Questo ci porta, o dovrebbe portarci, a considerare che ogni popolo ha il diritto di evolversi indipendentemente dal mondo circostante e in base alla propria cultura -  la storia italiana e europea dovrebbe insegnarci molto in proposito.
Che ogni popolo deve trovare da se la strada verso una società più giusta e equa. L’imposizione è sempre un fattore destabilizzante delle culture e, di conseguenza, si troverà sempre di fronte una forte reazione che invaliderà ogni tentativo di avvicinamento delle diverse culture esistenti.

Se, dopo 11 anni di guerra, non si è riusciti a scalfire - che anzi, rischia ora di riportare indietro la popolazione al punto di partenza - minimamente la cultura islamica in Afghanistan, la ragione sta proprio nel non aver rispettato la cultura esistente perché, al di la delle nostre convinzioni, rimane sempre il punto di riferimento di un popolo.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. afghanistan guerra donne culture

permalink | inviato da verduccifrancesco il 10/3/2012 alle 12:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Oggi giornata del ricordo (della Shoah). E gli altri milioni di morti della guerra?
post pubblicato in Riflessioni, il 27 gennaio 2012


Il diciassette Gennaio del 45, i russi entrarono per la prima volta nel campo di Auschwitz scoprendo l'orrore dell'olocausto nazista.

Ricordare per non dimenticare e per comprendere le origini dell'eccidio di milioni di persone commesso sul presupposto ideologico della supremazia di razza è giusto e sacrosanto. Però, andrebbe anche detto che i morti di quel periodo non riguardarono solo gli ebrei e, comunque, chi fini nei campi di concentramento. La Shoah è uno dei tasselli della ferocia nazista. Andebbero ricordati anche i tanti che dettero la vita per combattere il mostro e i civili caduti sotto le bombe sia naziste che alleate.

Oltre a ciò, andrebbero ricordati i milioni di russi periti nei campi di concentramento e i cinesi morti sotto il dominio giapponese, anch'essi a causa della follia ideologica umana. Ma anche i giapponesi morti sotto le due bombe atomiche - non può essere una giustificazione valida la teoria della necessità di porre fine alle ostilità per evitare altri morti; ad Hiroshima e Nagazaki morirono tra i 100mila e 200mila persone, quasi tutti civili in un sol colpo, più i morti causati dall'inquinamento radioattivo.


Dopo la guerra del 45 fu proclamato: mai più guerre ed eccidi! Ma non fu così! Anzi, le guerre e gli eccidi hanno continuato a moltiplicarsi e ad espandersi anche in luoghi  e popolazioni fino ad allora estranei alle dispute umane su larga scale. Di eccidi ce ne sono stati molti, il più famoso è quello in Vietnam. Ma altri meno conosciuti come quello cinese della rivoluzione e dei campi di lavoro e quello di Pol Pot in Cambogia, non sono da meno.


Tutto questo avviene seguendo la logica del dominio di una cultura su un'altra, esattamente come il nazismo. Vale a poco affermare che ci sono differenze sostanziali tra la lotta per la difesa dei propri principi e quella della conquista; nei due casi, l'obiettivo è la sottomissione di altri popoli.

E si continua ancora oggi a combattere seguendo la stessa logica.

Allora, a che servono le cerimonie se la conoscenza e comprensione non portano a una sostanziale modifica nei rapporti tra le diverse fazioni umane?


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. guerra nazismo shoah

permalink | inviato da verduccifrancesco il 27/1/2012 alle 22:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Caccia F35, uno spreco da impedire. FIRMA LA PETIZIONE.
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 20 gennaio 2012


Altri link per approfondire
F35. Un posto di lavoro costa 1,5 milioni di euro
Campagna: Taglia le ali alle armi!
Tranquilli, al futuro ci pensa il nuovo F35
Tagliamo i caccia, non il welfare
Nessuna penale se non si acquisteranno i caccia F-35:
“Errare è umano, perseverare...”. Il ministro Di Paola e il rischio di conflitto d’interesse

Sembra che anche il governo monti non sia intenzionato a rinunciare ai 131 caccia F35 del costo di 15-20 miliardi equivalenti a una manovra economica.
Il motivo di questa scelta è, secondo il ministro della difesa, che in questo modo si creeranno 10mila posti di lavoro per approntare le strutture industriali che toccano all’italia Sembra però, che, alla fine, ogni posto di lavoro costerà allo stato 1,5, milioni di euro all’anno.
Oltre a questo, il ministro della difesa afferma anche che le spese militari sono comunque da sostenere per la difesa del territorio anche se non si sa bene da chi.
Inoltre, gli Stati Uniti, capofila del progetto con il Canada, Norvegia e Australia stanno ridimensionando o cancellando la loro partecipazione al progetto sia per i costi sia per la crisi e per la poca affidabilità del caccia emersa durante i collaudi. Sembra quasi che l’acquisto dei caccia sia una questione di vita o di morte.
Un’altra motivazione dei sostenitori dell’operazione sono le penali da pagare in caso di regresso dal contratto, cosa che risulta errata alla lettura del contratto.
Insomma, questi caccia sembra abbiano abbagliato i nostri militari al pari delle sirene per i marinai.

CHIUNQUE ABBIA A CUORE LA PACE E LA SOLUZIONE DEI PROBLEMI IN MODO PACIFICO NON PUO’ FARE ALTRO CHE FIRMARE LA PETIZIONE.
Firma qui

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. guerra armi caccia sprechi

permalink | inviato da verduccifrancesco il 20/1/2012 alle 17:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Di Paola: Italia disponibile ad addestrare esercito libico
post pubblicato in BREVI, il 16 gennaio 2012


(ANSA) - ROMA, 15 GEN - ''L'Italia ha dato sua disponibilita' ad addestrare le forze armate libiche se i libici lo vorranno''.
Lo ha detto il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, intervistato nella trasmissione di RaiTre 'In mezz'ora'. ''Mi sembra - ha spiegato Di Paola - che ci sia una certa disponibilita'. L'Italia ha storicamente rapporti con la Libia ed e' Paese cui la Libia guarda con amicizia''. Quanto alle spese dell'eventuale missione, ha aggiunto, ''la Libia e' disposta a contribuire''.

C’è qual’cosa che non va; la Libia potrebbe anche contribuire alle spese? Ma come, impegniamo uomini ad addestrare un esercito a nostre spese e speriamo che la Libia contribuisca come se fossimo noi a chieder loro il favore di aiutarli?
No! Decisamente non ci siamo!

In primo luogo, trovo strano che uno stato, nazione, popolo sovrano vada ad addestrare alla guerra un altro stato, nazione, popolo sovrano - certo, sicuramente alla base di una collaborazione simile c’è un tornaconto nel commercio di armi, ma a chi va il guadagno di tale commercio? sicuramente ai produttori, non di certo al popolo! Ah, si, le tasse; più si vende più tasse entrano nelle casse del fisco. Giusto, ma, così facendo, l’impressione che se ne ricava è che paghiamo per lavorare. E’ una cosa decisamente assurda!
In secondo luogo, insegnare a fare la guerra ad un altro popolo non mi sembra una scelta adeguata per una nazione che pretende di essere garante della pace - si vedano le missioni “di pace” ONU in cui siamo coinvolti. Un’azione del genere “””potrebbe essere accettabile””” se il popolo in questione fosse amico e affine alla nostra cultura e non un “semplice” partner economico. Questo significa che commerciamo morte in cambio di energia che, utile che sia, non giustifica lo scambio.

Uno scambio serio per una nazione che aspira alla pace non può che basarsi su idee e prodotti utili alle due popolazioni per il loro benessere e la guerra non risulta tra questi, anzi, acquisire armi e imparare a combattere è l’esatto opposto della pace e del benessere.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. guerra pace italia libia

permalink | inviato da verduccifrancesco il 16/1/2012 alle 11:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Due parole su ... Anche gli orsi faranno la guerra.
post pubblicato in LIBRI: DUE PAROLE SU ..., il 16 gennaio 2012


Libera interpretazione del Romanzo di Paolo Alberti. Rizzoli editori Edizione del novembre 2011

Hai tredici anni, e giochi felice.
Libero per le vie del conosciuto quartiere
e hai un dono che tutti t’invidiano;
non sbagli un colpo.
Con la fionda o la cerbottana
il bersaglio non ha scampo.
Sei il migliore tra gli amici,
tutti lo sanno e t’ammirano.
L’unico in grado di farlo!
Ma non te ne vanti,
è solo un gioco
anche quando colpisci gli orsi degli zingari
quegli zingari tanto dileggiati …

Fosti contento
quando il tuo amato fratellone
ufficiale dell’esercito,
serio e rispettato,
in quel giorno d’agosto
ti diede il suo fucile.
Ricordi, la nel folto del bosco,
non riuscivi a crederci!
Un vero fucile,
con proiettili veri,
una cosa da uomini.
E tu,ancora ragazzino,
fu con quel fucile
che imparasti a mirare,
a centrare con arma che uccide.

Per mesi continuasti
ad ogni ritorno del fratello
a centrare, con sempre  
maggior perfezione, il bersaglio.
Perfezionasti il tuo dono
centrando lattine e bottiglie.

Poi venne il giorno
che non c’erano ne lattine ne bottiglie
ma un cane randagio raccolto per strada,
a cui, il tuo amato fratellone,
con tono serio e duro,
t’impose di sparare.

Piangesti quel giorno!
Per la prima volta pensasti
tuo fratello come essere cattivo.
Lo odiavi, quasi.
No! dicesti tra le lacrime.
Non si può uccidere un essere vivente.
Una cosa è il tiro al bersaglio
su lattine bottiglie e lampioni,
ma anche pure agli orsi
che la pallottola non entra,
non uccide.
Altra cosa è sparare per uccidere
con armi vere e pallottole che penetrano
mordendo la carne e togliendo la vita.

Nulla disse il tuo fratellone,
se non che pronto non eri ancora
che ci voleva ancora tempo
e tu, colpito nell’orgoglio,
sparasti d’istinto, e il cane stramazzzò
colpito dal proiettile che penetra e toglie la vita.

E qualcosa si ruppe dentro.
Percepisti il cambiamento
senza comprenderlo.
Sentisti la tua libertà fuggire
che uccidere significa essere soli.
Mai più libero di giocare alla guerra
ma uomo solitario nel mezzo del nulla.

Poi, di colpo, tutto cambia
il tuo adorato fratellone ti chiama.
E’ venuto il momento, dice,
i tempi precipitano, la festa è incominciata.
Capisti, tu, senza bisogno di altre parole,
ma senza comprendere il vero significato
che ancora ragazzino eri.
Senza comprendere quale sarebbe stato il tuo destino,
chiedesti al fratello che ti portasse con lui;
sono pronto! dicesti al fratello ancora incerto;
pensava alla crudeltà che già conosceva.
Ma solo due alternative aveva
e scelse quella che sembrava la migliore.
Lo fece per te, per non lasciarti solo
che, i genitori ormai stanchi,
più non potevano accudirti.

Vieni dunque, disse. E ti portò con se.
Strada facendo chiedesti il perché della guerra,
perché gente amica s’uccideva,
gente con cui si son divisi gli affanni della vita
ora era nemica.
non capivi quella necessità di combattere
i propri simili
Ma, pur non capendo le motivazioni del fratello,
lo seguisti convinto era nel giusto.

Prima di partire, saliste sui tetti
vicini all’accampamento degli zingari
e, nascosti dietro ad un comignolo,
t’indicò la feccia e ti disse: spara!
Sono pronto! rispondesti convinto
puntando la pistola che lui stesso ti regalò.
Il fratello, stupefatto, disse: che dici?
Non può essere, questa è cosa seria!
Non puoi essere pronto! la guerra è crudeltà,
e tu ancora troppo giovane sei.

Ma tu puntasti la pistola,
un colpo preciso nell’occhio
che neanche s’accorse,
lo zingaro, cos’era il bagliore che vide.

Sono pronto dicesti, e partisti verso l’ignoto.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia guerra

permalink | inviato da verduccifrancesco il 16/1/2012 alle 8:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Azienda israeliana vende sistemi di spionaggio all’Iran.
post pubblicato in NOTIZIE, il 27 dicembre 2011


Qui la notizia
Dopo la scoperta della società lombarda Area Spa specializzata nel settore della sorveglianza con sede a Milano, che ha venduto al regime iraniano gli strumenti necessari ad intercettare, leggere e catalogare ogni mail in entrata e in uscita dal paese, sembra che anche una società israeliana abbia venduto, a mezzo di una società distributrice danese, uguali strumenti per il monitoraggio della rete che permettono di identificare gli oppositori al regime iraniano. Sono cinque anni che la società danese acquista il sistema dalla società israeliana per spedirlo in Iran.
La notizia viene data dall’agenzia di stampa Bloomberg. Secondo l’agenzia, la società danese si sarebbe limitata a rimuovere le etichette originali e ha spedire il materiale in Iran.

Naturalmente, la società israeliana nega tutto affermando che i suoi prodotti vengono venduti a migliaia di società distributrici e, pertanto, non è possibile stabilire a chi vengano rivenduti. Inoltre, la società sostiene che il suo sistema non serve a scopi di sorveglianza intrusiva ma per ottimizzare il traffico in rete.
Però, secondo l’agenzia di stampa, le autorità danesi sarebbero in possesso dei registri delle transazioni tra la società israeliana e l’Iran.
Il ministro della difesa israeliano ha deciso di avviare un’indagine preliminare.

Considerando che Israele proibisce il commercio con l’Iran, è ovvio supporre che la società abbia agito così per aggirare il divieto.
Ma perché aggirare un divieto verso una nazione che, periodicamente, minaccia la distruzione di Israele?
Credo che l’unica risposta alla mia domanda non possa che essere una: mentre le popolazioni vengono imbottite di ideali astratti al solo scopo di metterle le une contro le altre, i signori - che poi sono gli stessi che hanno interessi negli armamenti e nelle guerre - ne traggono profitto con il commercio degli strumenti per reprimere le popolazioni stesse sia attraverso le guerre che con le rivolte interne.
Che sia un israeliano a vendere armi al suo nemico non cambia nulla per il semplice motivo che il commercio di armi serve proprio a rendere sempre più instabili le situazioni di conflitto, oltre che a crearne di nuove.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. israele guerra iran armi repressione

permalink | inviato da verduccifrancesco il 27/12/2011 alle 17:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Iraq, nessuna pacificazione: attentati multipli a Bagdad, almeno 57 morti e 150 feriti
post pubblicato in BREVI, il 23 dicembre 2011


qui la notizia
A qualche giorno dalla partenza degli ultimi militari dall’Iraq, ecco che esplode puntuale il terrorismo religioso che indica l’inutilità dell’intervento americano e della democrazia “importata”.
Gli attentati di Bagdad non lasciano dubbi sulla ripresa degli scontri tra le diverse etnie religiose e, in modo particolare, tra sciiti e sunniti. Gli attentati della capitale, a quanto sembra, si sono verificati in zone ad alta concentrazione sciita, il che lascia supporre l’inizio della lotta per il potere tra sciiti - lo sciismo rappresenta la maggioranza dei mussulmani in Iraq come in Iran - e sunniti - Saddam Hussein era di etnia sunnita.

A parte la lotta interna, di cui sicuramente sentiremo ancora parlare, sarebbe utile che l’occidente si facesse, prima di ogni altra analisi, un esame di coscienza per poter capire le conseguenze di certi interventi che, se anche fatti i con i migliori propositi - non è comunque il caso dell’Iraq, e, più in generale, non è mai il caso - non portano mai agli esiti sperati, anzi, portano sempre a esiti opposti. Che azioni invasive nella vita di intere comunità non sono mai la soluzione idonea a riportare la pace. Caso mai, la presenza di eserciti stranieri sospendono, momentaneamente, la lotta interna rimandandola più in la nel tempo.
L’esame di coscienza dovrebbe anche servire a far capire che gli interessi si possono raggiungere meglio con la diplomazia, anche quando si ha a che fare con le dittature, che con l’aggressione. Che è venuto il momento di tralasciare le false accuse per giustificare l’intervento militare dato che, alla fine il problema si ripresenta tale e quale.

Ciò che sta accadendo in Iraq ne è un esempio chiaro: i popoli devono trovare da soli la strada per la pace!!!!

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. iraq pace guerra terrorismo america

permalink | inviato da verduccifrancesco il 23/12/2011 alle 13:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Maroni, immigrati e la guerra libica.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 15 giugno 2011


Ecco che Maroni scopre che gli immigrati continueranno ad arrivare finché non si porrà termine alla guerra in Libia. Inoltre, chiede di non spendere più soldi per la guerra in Libia e ricorda che il parlamento Usa ha chiesto ad Obama di smettere di spendere i soldi in Libia. Inoltre, anche in Inghilterra si sta chiedendo la stessa cosa.  

Sono due dunque le notizie: gli immigrati arrivano, ma sembra che abbiano incominciato ad arrivare, a causa della guerra libica e la sospensione dei finanziamenti per la guerra in Libia.

Riguardo alla prima, ricordiamoci che gli immigrati arrivano in Italia da anni e che non sarà la fine della guerra libica a fermarli. Probabilmente, il ministro si riferisce al blocco degli sbarchi concordato con Gheddafi, si dimentica però, che gli immigrati hanno continuato ad arrivare per altre vie. Inoltre, dopo questa guerra, anche qualora dovesse vincere Gheddafi, non è detto che l’accordo continuerà, anzi, ci sono serie possibilità che Gheddafi, dopo il trattamento subito dall’Europa e Usa, ritorni ad essere quello dei missili a Lampedusa. Pertanto, lasciare la Libia dopo essere intervenuti, non sembra proprio la giusta politica per fermare gli sbarchi – da precisare che i migranti libici sono una esigua minoranza.

Questo ci porta a fare una considerazione sulla guerra libica. Iniziata dopo le manifestazioni popolari e conseguente repressione delle forze di Gheddafi, non ha mai preso veramente l’aspetto di una vera e propria guerra. Sin dall’inizio, gli interventi si sono basati sull’aviazione con l’intento di distruggere le basi di Gheddafi – incluso i suoi rifugi - evitando di colpire i civili. Interventi mirati, insomma, ma che non hanno mai prodotto il risultato sperato: la resa di Gheddafi. Questo continua da mesi. Una guerra che, nelle intenzioni, doveva durare il battito di un’ala, si sta protraendo oltre ogni misura prevista.

Ma perché questo? Veramente non si sarebbe potuto invadere la Libia come l’Afganistan e l’Iraq?

Non sembra logico che un territorio ricco di risorse naturali venga trattato in modo militarmente diverso da altri meno ricchi. Vero che Gheddafi era “amico” dell’occidente (economico e politico), ma è altrettanto vero che la decisione di combatterlo implica anche la fine dell’amicizia. Ciò avrebbe dovuto spingere l’Europa e Usa a una soluzione più drastica. Ma cosi non è stato. E non perché Gheddafi sia più difficile da sconfiggere, anche considerando che dispone di armi moderne, vendutegliele proprio da noi, non si giustifica quella che sembra, o si cerca di far passare, per una sconfitta. Considerando anche gli enormi interessi europei e Usa (tralascio i paesi che non partecipano alla guerra) nel nord Africa in termini di petrolio, e la Libia è uno dei più ricchi, il fatto che si stia cercando di defilarsi fa presupporre che i giochi siano stati diversi sin dall’inizio. Giochi costati milioni ai contribuenti senza che, probabilmente, non sapremo mai il motivo reale.

Per concludere, se la guerra, anche qualora si potesse giustificare, già di per se un’avventura aberrante, se la si fa per gioco, che cosa diventa?

AHI AHI MARONI, ALTRO CHE IMMIGRATI!!!!!!!


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. maroni immigrati guerra libia

permalink | inviato da verduccifrancesco il 15/6/2011 alle 18:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Berlusconi: a Bossi glielo spiegherò io.
post pubblicato in POLITICA, il 27 aprile 2011


           

Di fronte al rifiuto della lega, espresso da Calderoli, sulla decisione del premier di usare gli aerei in Libia per azioni di guerra, decisione presa dopo il colloquio telefonico col presidente Obama - che viene presa dopo i ripetuti rifiuti del governo italiano di usare armi in Libia -, il premier s'impegna a spiegare al leader leghista il perché della decisione.

 

Dice il premier: "A Bossi spiegherò che non potevamo più tirarci indietro. Ma non cambia nulla nella nostra missione, attaccheremo solo carri armati e postazioni di artiglieria".

Ma come, se fino ad ieri il problema era "considerata la nostra posizione geografica ed il nostro passato coloniale non sarebbe comprensibile un maggior impegno militare". E ancora: "Pensate cosa potrebbe accadere se un pilota italiano finisse in mano ai libici?", cosa può aver fatto cambiare idea al premier? Considerando anche la possibilità di una crisi interna alla maggioranza?

 

Calderoli sostiene che la lega non voterà mai un intervento armato in Libia, il premier sostiene invece che non ci sarà crisi perché una votazione non è necessaria - il che non implica che la lega sia d'accordo. Allora, com'è la storia?

 

Ma,, al di la di una possibile spaccatura nella maggioranza, rimane il fatto che l'Italia entrerà direttamente in una guerra di cui non si conoscono ancora i possibili sbocchi e dove, ne gli USA ne l'UE hanno chiaro il loro obiettivo - a parte il petrolio -, sul ruolo libico nello scacchiere.

 

Forse si può chiarire con il problema che esiste con la Francia, quello dei migranti. Entrare in guerra significherebbe porsi sullo stesso piano dei francesi che, fin dall'inizio, hanno optato per l'intervento armato a sostegno della rivolta. Il che, forse, l'Italia potrà avere aiuti sul problema immigrazione, convincere, cioè, la Francia a prendersi l'impegno di ospitare quanti, pur passando per l'Italia, hanno come destinazione la Francia. Forse, dico, perché, nascosto dietro agli aiuti europei e americani, rimane sempre il problema di gestire il nord africa a vantaggio dell'occidente.

Certo che, se la lega non dovesse accettare la guerra come soluzione del problema, sarebbe una bella batosta per il premier che, sul versante internazionale, si troverebbe immischiato in una guerra che forse potrebbe avere risvolti tipo Afganistan e, sul versante interno, si troverebbe a fare i conti con una lega riottosa perché il suo elettorato non vede di buon occhio, su istigazione della stessa lega, l'aiuto a un paese arabo.

La lega, però, è perfettamente cosciente che una rottura significherebbe la fine del suo sogno federalista - suo obiettivo principale -, e come ha sempre sostenuto, preferisce cedere a patto che la riforma vada avanti. Perciò, ne consegue che la paventata rottura non sia altro che l'ennesimo specchietto per le allodole (opposizione), un gioco già giocato in passato che è servito a dimostrare la compattezza della maggioranza.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. berlusconi libia bossi guerra

permalink | inviato da verduccifrancesco il 27/4/2011 alle 11:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La Libia chiede riunione urgente del consiglio di sicurezza dell'ONU.
post pubblicato in NOTIZIE, il 27 marzo 2011


 

Il regime libico si lamenta perché l'offensiva della coalizione internazionale è sanguinosa,immorale e illegale,  e, per questo, ha lanciato un appello per una riunione urgente del consiglio di sicurezza dell'ONU. Nell'appello chiede la sospensione degli attacchi.

 

Eh già, come dice il proverbio: non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te. Oppure: chi la fa l'aspetti. O ancora: chi di spada ferisce di spada perisce.

Si, perché la guerra non è un video gioco. La guerra è qualcosa di più serio e determinante, una volta iniziata - e in Libia è stata iniziata dal regime con il tentativo violento di sopprimere le manifestazioni, incominciate pacificamente e quando ancora si svolgevano pacificamente, che chiedevano unicamente più libertà e diritti - chiederne la fine implica pagarne comunque tutte le conseguenze.

 

Ma non sembra questo il significato. Alla luce delle dichiarazioni di Gheddafi stesso che, in sintesi, non cederà mai; più che una mossa diplomatica sembra un gioco: fermiamoci perché mi fai troppo male.

Troppo comodo! E sarebbe assurdo, dopo le vite costate fin'ora, se tutto ritornasse come prima.

 

L'offensive della coalizione non è più sanguinosa, immorale e illegale dell'attacco che Gheddafi ha portato al popolo libico: è semplicemente la guerra!


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. libia guerra onu

permalink | inviato da verduccifrancesco il 27/3/2011 alle 15:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Il primo ministro e l'ipocrisia della guerra umanitaria.
post pubblicato in POLITICA, il 24 marzo 2011


Che la guerra sia un evento da "eliminare" come metodo per affrontare le divergenze tra popoli e all'interno dei popoli è un'idea da sostenere a gran voce: NON SIA MAI PIU' GUERRA!!!

Dalle parole del primo ministro italiano sembra che l'Italia non sia mai entrata in guerra.

 

Secondo quanto detto dal primo ministro al Corriere della Sera in una telefonata: "Abbiamo ottenuto non solo il pieno coordinamento Nato di tutte le operazioni della missione - spiega al telefono - ma anche l'applicazione puntuale della risoluzione dell'Onu. La coalizione è impegnata a difendere la popolazione civile, l'Italia non è entrata in guerra e non vuole entrarci." sembrerebbe  che l'aver accettato la risoluzione ONU che permette di condurre azioni di guerra via cielo in difesa dei civili attuando così la "no-fly zone, l'aver permesso l'uso delle basi aeree nato e l'aver accettato il comando, la responsabilità operativa dell'embargo sul trasporto di armi e mercenari partecipando all'operazione con l'ammiraglia, tre navi e un sotto marino, l'Italia non sia entrata in guerra.

Da sola, la no-fly zone comporta attacchi a postazioni "nemiche", che vengano attuati via aerea; poco importa, sono sempre azioni di guerra. Inoltre, se Gheddafi, qualora rimanesse senza aerei, come sembra sia già successo, ma riuscisse comunque a entrare nei luoghi controllati dai ribelli, si verificherebbe comunque quello che si sta cercando di evitare impedendo il volo agli aerei. Senza contare poi che con i missili, Gheddafi può benissimo colpire la popolazione civile. Pertanto, in definitiva, non si riuscirà ad raggiungere l'obiettivo: impedire la strage di civili (va considerato anche che, comunque, Gheddafi ha promesso di non avere pietà degli insorti, ciò significa una sola cosa, il non rispetto degli accordi internazionali per i diritti dei prigionieri di guerra).

Oltre a ciò, dare disponibilità delle basi e delle navi è, di per se, un impegno a sostenere la guerra.

Perciò, L'ITALIA  È IN GUERRA A TUTTI GLI EFFETTI.

In una guerra che, come tutte le guerre, comporterà sacrifici di vite umane, l'ipocrisia del governo italiano è palese poiché la costituzione (va detto che con tutte le modifiche che si vorrebbero fare alla costituzione, l'articolo che, di fatto, proibisce all'Italia di partecipare ad azioni di guerra non è mai stato menzionato) impedisce la scelta di azioni di guerra  come soluzione dei problemi. Articolo che l'Italia non può rispettare dato gli enormi interessi in gioco.

Se non partecipasse rischierebbe di essere relegata ai margini quando si tratterà di rifare gli accordi fatti con Gheddafi.

Ecco che allora, per giustificare la sua partecipazione, s'inventa la storiella che in realtà l'Italia non è in guerra perché non partecipa ai bombardamenti, o quella sulla difesa dei civili.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. italia governo guerra libia

permalink | inviato da verduccifrancesco il 24/3/2011 alle 16:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Scritte "anteguerra"
post pubblicato in Riflessioni, il 12 ottobre 2010


Scritte sui muri delle brigate rosse o, comunque, è stato usato il simbolo della stella a cinque punte.

 

Questa mattina, sui muri di Torino, sono comparse scritte firmate col simbolo delle brigate rosse.

Le scritte "quattro a zero per gli afghani" - "Afghanistan 4 Italia 0" richiamano alla mente il periodo buio del terrorismo italiano che ha visto uccisi anche operai sindacalisti per il solo fatto di non essere in linea con la "rivoluzione" propugnata dalle BR.

Un fatto sicuramente da condannare perché, la violenza, anche se al momento solo verbale, non ha mai prodotto una società più giusta, anzi ….

Si può non essere d’accordo con la guerra in Afghanistan e con i militari che la combattono - io non lo sono - e per questo la si deve criticare anche fino alla nausea, ma frasi come quelle scritte risultano offensive anche a chi quella guerra non la condivide e con essa tutte le guerre.

In primo luogo denotano una forte volontà di usare la violenza per far fronte ad essa, il che produrrebbe altra violenza in un circolo che non si chiuderà mai.

In secondo luogo, i giovani morti non fanno certo parte della classe dirigente che questa guerra la vuole, anzi, sono giovani che probabilmente hanno scelto quella strada o per necessità o perché caduti nell'inganno della propaganda.

 

Certo, scegliere la carriera militare potrebbe apparire come un atto cosciente fatto in sintonia con le proprie idee, ma, considerando il mondo in cui viviamo dove, oltre alla violenza esiste anche tanta voglia di azioni per il bene comune e dove l'appartenenza a idee ben definite e organizzate (ideologie organizzate in partiti ) che in passato hanno fatto da "casa" a molti giovani impedendo loro di cadere nella violenza sembra svanita nel nulla ci può dare un'idea dello smarrimento dei giovani e, di conseguenza, delle loro scelte.

Decretare la "fine delle ideologie" è stato il più grande inganno nei confronti dei giovani cosi come lo è stato togliere loro la certezza del futuro con l'abolizione del lavoro fisso. È scontato che il potere cerchi consenso distorcendo la realtà, cosi come è scontato che cerchi in ogni modo di far apparire "bene comune" ciò che in realtà è interesse di pochi.

 

Questo, però, non può essere una giustificazione per azioni, o dimostrazioni, violente (i fischi negli stadi e contestazioni verbali violente) nei confronti di personaggi che, secondo la propria idea personale, non agiscono per il bene comune.

Chi è contro la guerra lo deve essere fino in fondo, deve essere contro tutte le guerre!!! Altrimenti, non si fa altro che cambiare padrone!

Per concludere, azioni di questo tipo non fanno altro che giustificare la reazione violenta del potere, ma forse è proprio quello che vogliono.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. br violenza guerra

permalink | inviato da verduccifrancesco il 12/10/2010 alle 0:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Eroismo e guerra
post pubblicato in ALTRO, il 10 agosto 2010


La morte degli otto volontari della ONG International Assistance Mission lascia esterrefatti. Di fronte a comportamenti di una violenza cosi inaudita, vien da pensare che l’essere umano sia l’unico essere vivente capace di tanto e pertanto l’unico essere fuori posto sul pianeta.

Questo eccidio, l’uccisione di persone a sangue freddo non può che esserlo, purtroppo, va ad aggiungersi ai tanti accaduti dopo l’ultima guerra mondiale; guerra che, a causa della crudeltà con cui era stata condotta, avrebbe dovuto mettere le basi a una riflessione costante sui modi di condurre le divergenze tra i popoli. Ma cosi non è stato! Questo episodio non è che uno dei tanti noti e non noti (vedi i documenti segreti svelati di recente da Wikileaks su come conducono la guerra gli USA in Afganistan) commessi dalle parti in guerra.

Di eccidi, nella seconda metà del secolo scorso e in questo scorcio del nuovo ne sono stati commessi tantissimi e a farne le spese, anzi, se si chiamano eccidi e proprio per questo,  sono sempre i più deboli che con la guerra magari neanche c’entrano o chi, come nel caso dei volontari, si adopera per aiutare chi si trova nel bisogno senza distinzione di bandiera.

Dire che la guerra andrebbe bandita sarebbe retorico – d’altra parte, per fermare i contendenti in armi servono armi. Dire che bisogna trovare soluzioni pacifiche ai problemi, forse, lo è altrettanto, almeno finché il mondo è diviso e a decidere le politiche nazionali sono gli interessi particolari siano essi economici, ideologici o religiosi.

Ma, al di la di questo, ciò che lascia esterrefatti è il continuo utilizzo dei cosiddetti “segreti di stato” utilizzati per nascondere ai popoli, non solo le azioni, ma anche la vera essenza delle guerre; quegli stessi popoli che, periodicamente, vengono chiamati a commemorare le vittime delle guerre e che, con discorsi “roboanti” , li si invita a vigilare affinché il mondo non ricada in quegli orrori come se gli orrori riguardino un passato lontano e che non si è più verificato proprio grazie alla vigilanza. A ciò va aggiunto il continuo richiamarsi a valori storico/nazionali che invece di avvicinare, allontana i popoli e li pone in una situazione di conflittualità permanente che viene utilizzata proprio per giustificare le guerre.

Se da una parte si cerca di creare una cultura “globale” per il bene di tutti, dall’altra si opera in modo che detta cultura si verifichi esclusivamente a favore degli interessi particolari e non delle popolazioni; si afferma che l’economia è globale e pertanto le vecchie regole non valgono più e che bisogna allargare il proprio orizzonte d’azione, e, allo stesso tempo, si afferma che i popoli devono stare entro i loro territori e, se si spostano, devono “integrarsi” – cioè diventare – nella cultura che li ospita. Questo significa che la globalizzazione, invece di essere intesa come dibattito aperto tra le diverse culture – il che presuppone il mescolarsi dei popoli affinché possano dialogare che a sua volta presuppone l’apertura, o la loro definitiva eliminazione, delle frontiere –, viene intesa unicamente come possibilità degli interessi particolari di commerciare (o rapinare?) liberamente dettando le loro leggi (con la costituzione in loco di governi a loro asserviti) anche la dove vige un diverso modo di intendere l’economia. I popoli, anzi, vengono tenuti all’oscuro dei mezzi usati.

Gli eccidi perpetrati da ambo i contendenti dovrebbero, secondo le intenzioni dei fautori, essere vissuti dalle popolazioni dei rispettivi paesi come azioni lesive della loro libertà e non come atti criminali.

Essere uccisi in terra straniera a causa di guerre che non si condivide o essere uccisi in terra nostra a causa di politiche dissennate, non implica nessun eroismo. Implica, invece, un continuo martirio delle popolazioni e individui coinvolti che, loro malgrado, si trovano ad affrontare situazioni estreme per scelte altrui.

Si potrebbe obiettare che i volontari conoscono la situazione dei paesi dove operano e, pertanto, anche i rischi, e ciò è vero. Ma se si considera che, dell’intera popolazione mondiale, solo una piccola parte condivide la guerra, ne consegue che i volontari, operando in quei luoghi, danno testimonianza della loro fede nella libertà dei popoli e nella pace tra essi e non come portatori di valori non condivisi dalle popolazioni di quei territori. In tal caso li si può considerare antieroi e … martiri.

Essere per la pace significa rifiutare la guerra, cercare di fermarla con metodi pacifici, implica un impegno a cui, chi vi partecipa, lo fa in considerazione dell’inutilità della stessa. Cosi agendo, rifiuta anche tutto ciò che ne deriva: l’eroismo, oltre agli onori e la ricchezza.

Per concludere, non esistono eroi!!!!!!!


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. guerra eroismo martirio

permalink | inviato da verduccifrancesco il 10/8/2010 alle 15:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Attacco israeliano alle navi che portavano viveri e attrezzature ai palestinesi imprigionati a Gaza.
post pubblicato in POLITICA, il 31 maggio 2010


Di nuovo infiammato il medio oriente.

Da actionforpeace-palestina-israele: **Stanotte, come purtroppo saprete, le navi cariche di aiuti per Gaza sono state attaccate dalla marina israeliana, ci sono stati morti e feriti, a seguire trovate i link per seguire la situazione e il comunicato della Piattaforma ONG per il Medio Oriente.
A fine mail una lista di citta' italiane dove oggi pomeriggio si terranno dei presidi, partecipate, diffondete.

Il governo israeliano ha dichiarato che impedirà in tutti i modi possibili (anche con la forza se necessario) l’arrivo delle navi e la consegna dei materiali.  

Questa notte, come aveva annunciato il governo israeliano, sono state abbordate, in acque internazionali, le navi della Freedom Flotilla che stavano portando aiuti a Gaza. L’abbordaggio, fatto da militari in pieno assetto di guerra, ha provocato la morte di almeno dieci morti tra i passeggeri, tutti civili e pacifisti. Secondo il governo israeliano, i militari sarebbero stati provocati – come a dire che, abbordare una nave civile in acque internazionali e, per giunta, da militari, non è una provocazione. Questo fatto è un’ulteriore dimostrazione che Israele non vuole la pace e che le sue azioni militari sono coperte dall’occidente – al di la delle belle parole e delle condanne, che si sono sprecate dopo l’eccidio.

Secondo Israele “non volevano portare aiuti ma provocare”   "Noi abbiamo provato a fermarli, abbiamo provato a farli venire nel porto di Ahsdot per poi trasferire gli aiuti umanitari a Gaza. Ma non hanno voluto. Non volevano entrare in acque israeliane" - ha detto in un'intervista il portavoce del governo israeliano, Avi Pazner - "non erano interessati agli aiuti umanitari, erano interessati alla provocazione. Ma non potevamo immaginare che fosse una provocazione armata. Hanno ferito dieci dei nostri soldati. E i nostri soldati hanno dovuto difendersi". Solo che il governo israeliano tiene sotto controllo i territori occupati di Gaza attraverso un regime di controllo di tutte le merci che entrano – attuando, di fatto, un embargo - e impedisce l’entrata a chiunque voglia portare aiuti in modo indipendenti.

Tra Israele che sostengono la tesi della provocazione e i pacifisti che sostengono di essere stati attaccati senza motivo, a chi si può credere se non a persone che non agiscono in base a interessi particolari? I pacifisti portavano materiale utile alla vita in Palestina dove la popolazione deve, quotidianamente, fare i conti con l’embargo israeliano.

È ora che la comunità internazionale prenda atto delle violenze perpetrate da Israele nei confronti di un popolo inerme – è vero che i palestinesi lanciano missili su Israele, ma è altrettanto vero che la reazione di Israele è sproporzionata rispetto all’offesa subita – e che prenda seri provvedimenti affinché vengano liberati i territori occupati e si formi uno stato palestinese indipendente e sovrano, libero di commerciare con il mondo.

 

 

Israele, Palestina e l’occidente.
post pubblicato in POLITICA, il 30 maggio 2010


Da diversi anni c’è, in occidente, una sorta di censura su ciò che riguarda Israele; le sue politiche di difesa del territorio e quelle sociali nei confronti delle popolazioni dei territori palestinesi sono generalmente accettate dall’occidente mentre tutto ciò che riguarda le critiche o azioni miranti a boicottare tale politica sono sempre tacciate, quando va bene, di anti israeliano, quando va male di razzismo. L’ultimo fatto riguarda la questione dei prodotti Israeliani dell’Agrexco, provenienti dalle zone occupate e “boicottati” dalle coop che ha provocato proteste (anche con manifestazioni davanti ai punti vendita e gruppi su face book), mentre, Israele continua la sua guerra “personale” contro i palestinesi civili lanciando bombe su zone abitate con la scusa di colpire gruppi terroristici.

Secondo Peace Reporter, riguardo a due missili sganciati da aerei israeliani su Beit Hanoun il 26 Maggio 2010: Secondo testimoni presenti sul posto l'aviazione israeliana ieri mattina ha utilizzato dei particolari tipi di ordigni denominati "dumb bombs", gli stessi che utilizza quando bombarda i tunnel al confine di Rafah. Le "dumb bombs" sono missili a guida laser ad alta penetrazione, come il PB500A1, che secondo gli esperti conferisce un impatto esplosivo pari a una bomba a due volte la sua dimensione. Sopra un frammento del missile ripescato fra le macerie è ancora impresso il numero di serie dell'industria USA che lo ha fabbricato. Oltre al campo estivo innumerevoli sono stati i danni agli edifici vicini, sino a 500 metri dall'impatto dei missili a terra.
Un negozio di acconciature e una farmacia sono state seriamente danneggiate dopo l'esplosione.
 

Inoltre, impedisce agli aiuti internazionali di arrivare entro i territori occupati. L’ultimo episodio riguarda 8 navi che trasportano materiali da costruzione, impianti di desalinizzazione dell'acqua, impianti fotovoltaici, generatori, materiale per la scuola e farmaci da consegnare alla società civile palestinese. Si tratta di un'azione di alcune organizzazioni e reti di solidarietà internazionale, necessaria per la sopravvivenza della popolazione di Gaza, che da più di tre anni vive sotto un assedio asfissiante, priva di generi di prima necessità e dei materiali indispensabili per ricostruire un territorio martoriato dall'operazione "piombo fuso" dell'esercito israeliano, che ha causato oltre 1400 morti, tra cui 400 bambini, e più di 5000 feriti dovuti anche all'uso di armi proibite dal Diritto Internazionale, quali l'uranio impoverito ed il fosforo bianco.

Il governo israeliano ha dichiarato che impedirà in tutti i modi
possibili (anche con la forza se necessario) l'arrivo delle navi e la
consegna dei materiali. Se ciò avvenisse sarebbero in pericolo anche i
600 passeggeri di oltre 40 nazionalità che sono imbarcati sulle navi.

Da questi avvenimenti sorgono spontanee diverse domande:

Come si può difendere uno stato che della guerra a fatto la sua unica politica di difesa sin dalla sua formazione? Solo se si considera il problema dal lato degli interessi  (e in medio oriente di interessi ce ne sono, a partire dal petrolio e tutto ciò che riguarda il suo prelievo  a costi bassi) si può capire la necessità dell’occidente di una politica a favore di Israele poiché rappresenta, in medio oriente, un fattore di destabilizzazione dell’area e, perciò, divisione delle nazioni arabe e conseguente miglior opportunità, per l’occidente, di appropriarsi delle materie prime.

Come è possibile che l’occidente, dopo l’esperienza diretta dello sterminio degli ebrei, ora si erga a difesa di uno stato che pratica gli stessi metodi usati contro il suo popolo nel passato (a parte lo sterminio programmato)? In effetti, all’occidente interessano di più le materie prime che la difesa dei diritti dei popoli; è vero che si sono scritte tante belle parole su di essi e che si sia arrivati alle “carta dei diritti”, ma se guardiamo alle guerre  nel mondo, ci accorgiamo che l’occidente vi è implicato alla pari dell’oriente, ciò significa che i diritti sono legati agli interessi.

Come è possibile che lo stato che subi lo sterminio, ora agisca con gli stessi metodi? Ogni stato ha il diritto di difendersi, ciò non implica l’utilizzo di metodi violenti; questa scelta è da valutare unicamente con la difesa, non dei confini, ma degli interessi legati al territorio.

Come è possibile accusare di razzismo coloro che operano per la pace? L’accusa di razzismo nei confronti di chi opera per la pace nell’area è da imputarsi alla necessità dell’occidente di mantenere quell’area instabile.

Sono gli interessi, dunque, alla base della situazione  Israele-Palestina, e di tutte le guerre, e non ciò che ci dicono – differenze culturali, economiche, difesa della libertà, lotta al terrorismo, divieto dellearmi atomiche ecc..

Mentre nel mondo le guerre proliferano, e le dichiarazioni a favore della pace si sprecano, in Italia si cerca di giustificare una situazione che tiene, di fatto, imprigionato un intero popolo. D’altra parte, l’Italia è direttamente coinvolta in azioni di guerra in Afganistan – anche se ufficialmente, lo si fa passare per “missione di pace”. Inoltre, è anche una delle maggiori esportatrici di armi; armi che vengono  vendute nelle aree del pianeta dove sono in corso guerre.

Non c’è da meravigliarsi, dunque, che l’Italia, se da una parte partecipa ai summit di pace firmando accordi internazionali, dall’altra si adoperi affinché le guerre continuino e accusi chi si oppone di disfattismo.

 

LA NATO E LA CRISI ECONOMICA
post pubblicato in POLITICA, il 25 maggio 2010


Premessa

In un documento  redatto dalla nato e che verrà approvato a novembre, si invitano i paesi membri a non diminuire le spese militari poiché potrebbe venir meno la sicurezza internazionale; questo a fronte della grave crisi che sta attraversando il mondo.

 Secondo il segretario generale dell'Alleanza atlantica, Anders Fogh Rasmussen che, Lunedì, ha presentato con grande enfasi a Bruxelles il nuovo 'Concetto strategico', il documento di orientamento politico-strategico con cui periodicamente la Nato ridefinisce il suo ruolo e le sue funzioni alla luce dei cambiamenti occorsi nello scenario internazionale, si sta assistendo ad un abbassamento delle spese militari nell’area del patto. Nella sua presentazione, Rasmussen, fa pressione sugli alleati a non abbassare la spesa perché “questo produce un profondo gap tra gli Stati Uniti e il resto della Nato, uno sbilanciamento che se perdura può minare la coesione dell'Alleanza''. A preoccupare il segretario generale dell’alleanza, non è solo il pericolo della sicurezza, ma anche il divario tra la spesa Usa (4,7% del Pil) e quella europea (in media l’1,7% del Pil).

Riferendosi alla crisi economica in corso afferma che “sarebbe un errore diminuire la spesa, perché avrebbe ripercussioni anche sull’economia”. Il che è vero; l’Italia, che, tra guerre e armamenti, ha una spesa di 23 miliardi annui (1,5% del Pil), a in corso l’acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 che, se disdetti, sarebbero un buon risparmio per l’Italia (13 miliardi di euro) - ma non per Alenia aeronautica che li costruisce. Nella stessa situazione si trova la Grecia. La Grecia spende il 3,2% del Pil; al riguardo, il ministro della difesa ha annunciato un modesto ridimensionamento (0,4) del budget militare. Però, in questo caso, a differenza dei plausi ricevuti per i tagli imposti al popolo, ha ricevuto critiche e proteste di Francia e Germania per acquisti in corso che potrebbero venir meno. La Francia pretende che la Grecia confermi l’acquisto di sei navi da guerra (costo 2,5 miliardi) e la Germania che la Grecia comperi altri sotto marini (costo 150 milioni).

Nato e politica economica

Dunque, per la Nato, la “difesa”  dei confini è più importante del benessere dei popoli. A questo punto mi sorgono alcune domanda: a chi serve armare i popoli? Serve forse  ai popoli spendere soldi per la difesa dei confini, diventare potenti, far parte di un impero se, a casa loro non hanno di che sfamare la famiglia? Chi crea le condizioni che portano alla guerra?

Considerando che i soldi spesi annualmente in Italia, e non solo, per le armi e le guerre, basterebbero, da soli, a salvaguardare il benessere generale che avrebbe come conseguenza il ritorno alla spesa dei cittadini e alla produzione, sarebbe più opportuno pensare a risparmiare proprio in settori come quello militare. Certo, nell’attuale assetto geopolitico,  non si può negare il problema difesa. Va però ricordato che tale assetto è stato voluto dalle stesse potenze e che le reazioni degli stati “poveri” nei confronti dei ricchi, anche se non possono essere condivise, devono comunque essere viste nell’ottica della spartizione del territorio e affrontate con diplomazia e non con la forza e la Nato ne dovrebbe essere l’artefice.

Perciò, la richiesta di maggiori investimenti in armamenti, deve essere intesa come volontà di continuare sulla strada intrapresa con l’invasione dell’Iraq. Ciò significa che l’impoverimento delle popolazioni avviene non per ragioni intrinseche alle economie ma per ragioni che stanno al di sopra di esse.  

L’attuale crisi economica, come tutte le altre, parte da speculazioni finanziarie e non da saturazione di mercato (crisi cicliche) (anche le crisi di settore per l’ammodernamento delle strutture produttive, sotto certi aspetti, aderiscono a questa politica); questo implica una volontà esterna all’economia intesa come rapporti di scambio. Questa volontà, rappresentata da poteri occulti che si annidano  ovunque ci sono soldi da manovrare,, per sua natura, non è interessata al benessere dei popoli ma al loro dominio. Dominio che, però, per essere attuato, ha bisogno anche di forze capaci di gestire i conflitti che ne scaturiscono e queste forze non possono che essere militari.

È qui che entra in gioco la Nato, e non solo da oggi, anzi,si può dire è stata fondata a questo scopo. Con la scusa di difendere i “confini” – prima dal comunismo, adesso dai terroristi islamici (e qui ci sarebbe da analizzare il comportamento degli americani in Afganistan nel periodo dell’occupazione russa e della guerra tra Iraq e Iran) domani … - ha sempre operato a favore di una politica di divisione dei popoli; divisione che porta in sé il germe del dominio e della guerra.

Conclusione

Considerando che i popoli vengono indirizzati costantemente a credere nella loro superiorità rispetto agli altri e verso un sentimento di paura verso qualsiasi cultura diversa dalla propria, è facile capire la facilità con cui certe spese, anche se fatte in periodi di crisi e sacrifici, vengano accettate un po’ da tutti, sia essi singoli individui, sia movimenti politici. Un esempio è l’Italia del governo Prodi, che rifiutò di ritirare le truppe dal fronte iracheno su richiesta fatta da alcune componenti del governo stesso. E non serve a nulla pensare che il disastro dell’ultimo conflitto mondiale possa essere di monito, sarebbe come credere che una dittatura come il nazismo non possa più ripresentarsi.

La Nato, nel suo insieme, rappresenta tutti, o quasi, i paesi dell’UE, questo contribuisce molto a creare una sorta di unità “nazionale” in campo difensivo, al punto di ritenere utile la guerra e le spese che comporta arrivando a destinare una percentuale fissa del Pila costo di diminuire gli interventi a favore della popolazione.

 

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. nato armi guerra crisi

permalink | inviato da verduccifrancesco il 25/5/2010 alle 23:19 | Versione per la stampa
Israele e la pace.
post pubblicato in Riflessioni, il 27 marzo 2010


In questi ultimi giorni si è riacceso il conflitto israeliano/palestinese. La causa è la decisione, presa dal governo di Benyamin Netanyahu, di costruire 700 alloggi nelle aree della Cisgiordania, che considera come appartenenti a Gerusalemme.
La decisione viene dopo quella di costruire 1600 nuovi alloggi a Gerusalemme est, in zona araba e che ha provocato violente proteste dei palestinesi di gerusalemme. QUesta decisione ha provocato reazioni negative anche negli stati uniti, il presidente Obama ha dichiarato che: l'annuncio di 1600 nuove costruzioni previste a Gerusalemme Est "non è stato di aiuto al processo di pace".

Continua dunque la politica di colonizzazione dei territori occupati di gaza e cisgiordania da parte di Israele; una politica che non si può certo addebitare tutta a Netanyahu ma che è la conseguenza diretta della politica di "rafforzamento dei confini" attraverso l'occupazione dei territori confinanti. Politica che, al di la delle belle parole, indica la volontà di Israele di arrivare alla pace solo dopo la colonizzazione dei territori, e conseguente estromissione dei palestinesi da ogni gestione, e di usare la stessa per questo scopo. La pace intesa come mezzo e non come fine; nel momento in cui i territori saranno colonizzati e gli israeliani si saranno insediati con le loro attività, parlare di pace diventerà superfluo.

Oggi si parla di pace nel senso di dare ai palestinesi un territorio loro senza l'influsso di Israele e non di pace nel senso di dare a Israele il "comando del territorio". Ma per Israele questo non conta, per esso, la pace significa unicamente la sua sicurezza.

Ma la vera novità consiste nel rifiuto dell'occidente, USA in testa, di accettare tale visione. L'obiettivo iniziale dell'occidente era quello di creare all'interno dei paesi arabi, oltre all'instabilità del territorio, tensioni tali da dividerli affinché potesse controllare quei territori ricchi di materie prime, in modo particolare il petrolio, e di penetrare in essi, con la scusa di portare le libertà tipiche dell'occidente, modificando l'assetto politico e sociale dei paesi dell'area islamica. Questa politica, con l'ostinazione di Israele, rischia di fallire perché potrebbe creare i presupposti per una ritrovata unità delle nazioni islamiche in difesa dei loro interessi comuni socioeconomici e politici. Interessi che, a causa delle diverse opinioni sulla gestione sociale, quasi sempre non coincidono con l'occidente. Ciò comprometterebbe l'obiettivo finale della politica occidentale in medio oriente, cioè l'occidentalizzazione dell'area, presupposto essenziale per un controllo totale.

Inoltre, la formazione di un blocco islamico che si contrapponga all'occidente, oltre a creare evidenti problemi di approvvigionamento di energia, si rifletterebbe anche sulle politiche migratorie adottate finora e tendenti a integrare in esso il migrante. Questo comporterebbe la formazioni di forti tensioni interne al mondo islamico che in un qualche modo lo stesso dovrà risolvere.

In questo contesto, la politica israeliana non conviene ne agli arabi ne all'occidente.
L'unica soluzione, se si vuole mantenere quuella parvenza di pace esistente, è la creazione di uno stato palestinese indipendente.
BERLUSCONI,ISRAELE E LA REALTA' NEGATA
post pubblicato in POLITICA, il 8 febbraio 2010


Nella sua visita a Israele, il presidente del consiglio italiano, dopo aver elogiato Israele: "questo Parlamento rappresenta la più straordinaria vicenda del Novecento. Voi rappresentate ideali che sono universali, siete il più grande esempio, se non l' unico, di democrazia e di libertà nel Medio Oriente, un esempio che ha radici profonde nella Bibbia e nell' ideale sionista. Grazie di esistere",
ha espresso la sua totale adesione alla politica di Israele nei confronti di gaza arrivando a  giustificare, senza nessuna incertezza, l' operazione «Piombo fuso» che un anno fa mise a ferro e fuoco la striscia di Gaza come "giusta reazione" in risposta ai missili Kassam di Hamas.
Questo senza tener minimamente conto dell'inchiesta in corso per determinare le responsabilità dei militari sull'utilizzo di armi proibite e dell'uccisione di civili durante le operazioni. Nell'inchiesta condotta dalle Nazioni Unite

Inoltre, il primo ministro, ha chiesto scusa per le leggi marziali del 1938 messe in atto in Italia perché: " contraddissero secoli di civiltà cosmopolìta e di rispetto umanistico della persona e della sua dignità" (non so a che periodo si riferisca, sta di fatto che, a suo tempo, papa Giovanni Paolo secondo, chiese perdono agli ebrei "per le mancanze e i peccati dei cristiani verso i "fratelli maggiori" nel corso dei secoli, riferendosi alle persecuzioni da essi subite in Europa").
Il suo discorso alla Knesset, durato venti minuti, ha riscosso molti consensi in campo israeliano.

In questo contesto, le sue affermazioni sull'errore delle colonie e la necesssità di due stati per arrivare ad una pace tra Israele e palestina lasciano il tempo che trovano. Il punto centrale rimane la necessità per l'occidente di avere un garante in territotio straniero e poco importa con quali mezzi il garante operi.

Al giornalista che gli chiedeva la sua opinione sul muro, che di fatto rende Gaza una prigione, il primo ministro risponde: "non me ne sono accorto. Ero concentrato sulle cose che avrei detto ad Abu Mazen ed ero intento a prendere appunti"; chiaro che una domanda simile è molto più complessa di quanto sembri perché mette a nudo la politica di Israele nei confronti della palestina, ma quel "non me ne sono accorto", propio mentre si apprestava a un colloquio con Abu Mazen, chiarisce molto la sua posizione di come deve essere intesa la pace tra Israele e Palestina. Ed è altrettanto chiaro che le affermazioni si basano sulla non conoscenza? della situazione di Gaza e della politica di israele sul controllo del territorio fatta , oltre che con le armi, anche di arresti arbitrari espropri di case ecc..
Una cosa detta che dovrebbe preoccupare molto chiunque ha a cuore la pace è l'idea di portare Israele nell'UE.
All'articolo I-41 (Disposizioni particolari relative alla politica di sicurezza e di difesa comune) paragrafo sette della costituzione europea si legge:
Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri. Gli impegni e la cooperazione in questo settore rimangono conformi agli impegni assunti nell'ambito dell'Organizzazione del trattato del Nord-Atlantico che resta, per gli Stati che ne sono membri, il fondamento della loro difesa collettiva e l'istanza di attuazione della stessa.
Questo comporterebbe, alla luce della situazione del medio oriente, la seria possibilità dell'entrata in guerra dell'Europa a difesa di Israele qualora i confini di questi venissero compromessi.
Questo non riguarda solo l'Iran, fermamente ostile a Israele al punto di dichiarare la volontà di distruggerlo, ma anche una possibile radicalizzazione della questione palestinese. 
Questa politica contraddice la stessa costituzione italiana la dove all'articolo 11 dei principi fondamentali sta scritto: L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Leggi anche:
viaggio a gaza
Gli strascichi della guerra in Iraq, e altrove.
post pubblicato in Riflessioni, il 19 ottobre 2009


Come si può leggere nell'articolo  allegato, le guerre moderne con le loro armi, non finiscono con la fine delle ostilità. Esse lasciano strascichi durevoli anche dopo e per lungo tempo.

Due sono le cause: Uranio impoverito (Per invadere l'Iraq la coalizione guidata dagli Usa ha utilizzato l'uranio impoverito come "penetrante" per mettere fuori uso i blindati irakeni e dopo le denunce (e le malattie) di numerosi veterani occidentali, anche italiani, una campagna mondiale chiede il divieto delle armi all'uranio impoverito) e mancanza di aiuti ai governi nella gestione del dopo guerra, sia a livello di decontaminazione sia dello sviluppo industriale, attraverso l’apporto delle tecnologie necessarie ad uno sviluppo sostenibile già sviluppate nei paesi che parteciparono alla guerra, con conseguente inquinamento incontrollato del territorio e aumento dei tumori.

L’Italia, paese aderente alla coalizione, attualmente ha in Iraq 120 uomini impegnati in attività di consulenza, formazione ed addestramento e cooperazione militare nel settore navale, ma sembra non sia impegnata in un lavoro di ripristino del territorio, e con essa anche gli altri paesi aderenti alla coalizione, mentre l’Iraq si trova a dover affrontare un problema inquinamento molto diffuso nel paese e che coinvolge non solo le grandi città ma anche la provincia; tutto ciò succede al di la delle belle affermazioni dei governi della coalizione, in testa gli usa, sulla lotta all’inquinamento.

La domanda che mi pongo è: se la guerra è stata fatta per evitare che l’Iraq di Saddam Hussein producesse armi di distruzione di massa (mai provato, perciò la giustificazione ultima è l’abbattimento della dittatura e l’instaurazione della democrazia ), ci si aspettava che l’esercito, dopo la vittoria, lasciasse il posto a persone qualificate ad indicare agli iracheni i mezzi migliori per evitare gli errori commessi dallo sviluppo occidentale? 

Sembra, invece, che l’unico interesse sia stato quello di creare un governo in grado di collaborare per lo sfruttamento incondizionato del proprio territorio senza valutarne le conseguenze.




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. guerra iraq italia usa inquinamento

permalink | inviato da verduccifrancesco il 19/10/2009 alle 22:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
RISPETTO E PROTESTA SONO COMPATIBILI? SI!!
post pubblicato in POLITICA, il 17 settembre 2009


Nel Ffwebmagazin Filippo Rossi scrive: "vi prego no. Non un'altra volta. E soprattutto non con la tragedia appena successa, con sei ragazzi italiani uccisi lontano dalle loro famiglie, con le lacrime che bagnano le guance di parenti, amici e colleghi. Non un'altra volta, così tanto per approfittare di un minuto di visibilità. Non ci interessa adesso affrontare il merito della questione su quanto sia giusto o meno stare in Afghanistan: lasciamo la questione agli esperti, agli strateghi, ai geopolitici."
Certo signor Rossi, la tragedia va rispettata, e io come tanti italiani, la rispettiamo.
Lei però, non può dire " Non un'altra volta, così tanto per approfittare di un minuto di visibilità." Nessuno vuole approfittare per avere un momento di visibilità, nessuno! e lei non ha il diritto di accusare nessuno.
Cosa ci facciamo in Afganistan, gli italiani se lo sono chiesto ieri, l'altro ieri e l'altro ieri ancora, praticamente, ce lo stiamo chiedendo da quando ci siamo andati e continueremo a chiedercelo fino alla fine della guerre anzi, di tutte le guerre.
Certo, veder morire giovani fa sempre male, sapere che stanno morendo per motivi che non condividiamo e che loro ci sono andati, alla guerra, convinti - da una propaganda ingannevole - di fare cosa utile agli Afgani, fa ancora più male.
Ma, d'altra parte, fa male anche vedere morire persone sul lavoro per l'incuria dei loro datori di lavoro, o vederli morire sulla strada per mancanza di riferimenti o per aver riferimenti - cosa più probabile - sbagliati; anche queste sono stragi che si trascinano da decenni, però, poco se ne parla, o se ne parla quando la strage diventa evidente per il numero di persone coinvolte. Inoltre, nell'attentato sono morte altre persone (Afgane), di loro che si dice? quanti sono i civili Afgani morti nella guerra, e non solo per mano del "nemico" ma anche per mano "dell'amico" , non si dovrebbe aver rispetto anche per loro?
Rispettare il dolore dei famigliari è una cosa, condividere ciò che sta succedendo in Afganistan è tuttaltra cosa. Ed è contro ciò che chi non condivide protesta ieri, oggi, domani, cioè sempre!!!!!!!!

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. guerra afganistan italia pace

permalink | inviato da verduccifrancesco il 17/9/2009 alle 21:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fondazione Craxi e soldi pubblici
post pubblicato in ALTRO, il 18 agosto 2009


"Di Pietro, cancro della politica"
Stefania Craxi:"Non è un moralizzatore"
Dura presa di posizione di Stefania Craxi contro Antonio Di Pietro, che ha definito "una porcata estiva" il finanziamento della Fondazione Craxi per il 2009 da parte del ministrero dei Beni culturali. "Di Pietro non è certo nelle condizioni di ergersi a moralizzatore - ha dichiarato la figlia del leader socialista . - E' un cancro della politica italiana e come tale va isolato.

Queste le dure parole di Stefania Craxi in risposta alle parole di Di Pietro pubblicate sul suo blog 
Di Pietro, che nell'articolo critica Il ministro della Cultura Bondi per aver rifinanziato per il 2009, con soldi pubblici, la Fondazione Craxi. Nell'articolo fa riferimento alla politica di Craxi sull'utilizzo "dei finanziamenti illeciti ai partiti, un incallito corrotto e corruttore che ha distrutto il sistema economico italiano fondandolo sul meccanismo clientelare piuttosto che su quello meritocratico. Un meccanismo per cui appalti e lavori pubblici finirono nelle mani del miglior offerente invece che del più capace", lamentando il mancato finanziamento ad altre fondazioni come quella di "Pertini, Di Vittorio e D'Annunzio" che non riceveranno un euro.
Si indigna Di Pietro, e noi con lui, ma per motivi diversi.

Quello che lascia perplessi, e che ci dovrebbe veramente indignare, è lo spostamento di capitali la dove, ne sono sicuro, anche qualora si rimandasse, non comporterebbe un danno all'Italia.
L'utilizzo di soldi pubblici, cioè dei soldi che lo stato riceve dai cittadini sotto forma di tasse, dovrebbe/deve, innanzitutto servire per il bene dei cittadini, cioè per quei servizi atti a rendere la vita accettabile per tutti, in modo particolare, i meno abbienti (sanità-lavoro-scuola-casa-ecc.). Certo, si può obiettare che anche la "cultura" è un bene, vero. Però, come in ogni cosa, ci sono delle priorità  e non mi sembra che finanziare fondazioni culturali lo sia, a meno che non facciano ricerca.
Va detto a favore di Di Pietro che, basando parte della sua politica sulla denuncia dei comportamenti "scorretti" che affiggono la classe dirigente (politica e non ) italiana, ci porta a conoscenza, oltre che dei mali, anche dei meccanismi alla base di questi comportamenti, e, considerando che, la "lezione" ci viene data da un esperto (è procuratore), le sue informazione sono tecniche prima che politiche perciò, di sicuro, la signora Stefania Craxi non può sostenere che Di Pietro è un moralizzatore..
Attualmente, la politica dei finanziamenti pubblici, ha come priorità il soddisfacimento di esigenze legate più a interessi particolari - incluse le missioni di "pace" (?),che, in afganistan, si sta avviando sempre più ad essere una guerra vera e propria, poiché comunque devono avere a disposizione un armamentario che ci costerà entro la fine del 2009 28.000.000 di € - che a soddisfare le esigenze reali di quanti pagano le tasse (presupponiamo che siano la maggioranza dei cittadini ) e in modo particolare i lavoratori dipendenti. Quando si tratta di finanziare, come in questo periodo di crisi economica dove migliaia di lavoratori sono costretti in cig e altri, come i precari, neanche quella, si fanno conti su conti senza riuscire a coprire le necessità, mentre quando si tratta di finanziari operazioni, tipo quella in afganistan, vengono finanziate senza problemi ( il 4 agosto è stato approvato un finanziamento di 28.000.000 <LEGGE 3 agosto 2009 , n. 108 .> vedi link  http://www.gazzettaufficiale.it/gunewsletter/dettaglio.jsp? redaz=009G0117&datagu=2009-08-06&numgu=181&service=1).
Questo, ci dovrebbe far riflettere quando i governi ci dicono che non ci sono soldi per coprire le necessità primarie tagliando, di conseguenza, i fondi per sanità, scuola, casa, lavoro, forze dell'ordine, ecc. poiché i soldi ci sono, ma vengono usati in nome di non ben identificate esigenze di difesa del cittadino da attacchi interni ed esterni. L'attuale politica italiana tende a creare problemi -come la criminalità comune con la legge sui clandestini, che per essere attuata ha bisogno di potenziare strutture come i Cie e le carceri per far fronte all'aumento degli arresti, o come l'uso delle forze armate in guerre (volute da altre nazioni che vedono nella guerra l'unico modo di risolvere i problemi) che, di per se, non comportano un rischio per l'Italia -, per poter instaurare un clima di insicurezza e che, per fare ciò, ha bisogno di soldi che sottrae ai bisogni fondamentali.
In questo contesto, ogni polemica sulle "fondazioni", diventa sterile; altra cosa, però, sono le polemiche innescate dalla lega poiché fanno parte dello stesso disegno sopra descritto.


L'Italia e la guerra
post pubblicato in POLITICA, il 3 agosto 2009


Commenti su alcune dichiarazioni del Ministro La Russa:

Il ministro La Russa dice in merito all'affermazione di Bossi sul ritiro dei soldati dall'Afganistan:
"Se pensassimo da papà come ha fatto Bossi, è il primo sentimento. Ma noi come anche Bossi pensiamo da ministri e sappiamo che quello che stanno facendo i ragazzi della Folgore insieme agli altri contingenti internazionali è un compito importante, imprescindibile, irrinunciabile".
Le parole "Pensare da ministri" lasciano chiaramente dei dubbi su quale sia la vera natura degli attuali governanti italiani; non sono padri, perciò neanche uomini o comunque non fanno parte di nessuna specie conosciuta, e allora cosa sono? sono forse degli dei? ma se cosi fosse, come mai non riescono a risolvere i problemi?
E ancora:
"dare all'Afghanistan la possibilità di gestire autonomamente il territorio, consentendo condizioni di sicurezza per il Paese e per quella parte del mondo che vuole combattere il terrorismo".
Qui il messaggio è chiaro: finché l'Afganistan (ma anche l'Irak) non si conformerà all'occidente e ai suoi interessi, noi non ce ne andremo; perciò, visto che i paesi arabi sono comunque "SOVRANI" a casa loro, e detengono il POTERE del PETROLIO, cercheranno sempre di gestirlo secondo i LORO interessi, la guerra andrà avanti ALL'INFINITO.
E poi ancora:
"Non è cambiata la natura della missione. E' solo diventato più frequente il contatto e quindi le possibilità di pericolo".
Qui, il sig. La Russa, dovrebbe chiarirci bene il suo concetto di " MISSIONE DI PACE".

La guerra

Le guerre sono SEMPRE fatte per il controllo del territorio in difesa di interessi particolari, e gli USA, di interessi particolare, petrolio in Irak e, in generale, controllo dei canali di commercio, in giro per il mondo ne hanno moltissimi, ma l'Italia?

Che interessi ha l'Italia nelle guerre degli usa?

La versione ufficiale è la difesa dal terrorismo attraverso l'esportazione della democrazia.
Ma è possibile sconfiggere QUESTO TERRORISMO?- che, tra l'altro, in Italia, a differenza della Spagna, non a mai agito direttamente - un terrorismo che ha sempre più una connotazione di lotta per l'indipendenza - non dimentichiamo che i Talebani furono, durante l'occupazione russa dell'Afganistan, finanziati dagli usa proprio perché forza di liberazione nazionale - di un territorio attualmente occupato. Certo, la gestione del potere da parte dei talebani è sicuramente da condannare cosi come quella di Saddam Hussein, ciò non toglie che, i cambiamenti interni ad una nazione, devono essere risolti dal popolo stesso e non da un esercito straniero, se si vuole che i problemi di quei paesi siano risolti e che si instauri una democrazia nel rispetto delle loro culture.

Ed è possibile esportare la democrazia?

In Europa, per arrivare alle democrazie moderne, ci son voluti diversi secoli caratterizzati da continue lotte interne (all'Europa), e solo dopo l'enorme dramma della seconda guerra mondiale si è arrivati a comprendere appieno la necessità di uno sistema sociale dove i diritti di tutti siano salvaguardati e che, comunque, ancora oggi, l'attenzione deve essere tenuta alta se vogliamo evitare una ricaduta. La democrazia, che è lo stato sociale alla base di ogni civiltà civile e libera, affinché si attui pienamente, deve essere "conquistata" dal popolo stesso e non imposta, Solo il libero movimento delle idee, possono dare la garanzia dell'affermarsi di un sistema sociale basato sulla libertà. Perciò, la versione ufficiale non può essere presa a giustificazione.

Allora, cos'è che spinge i governi italiani ad allearsi con gli USA in guerre di cui è evidente la loro natura di "CONQUISTA"? 

E' stato detto, in diverse occasioni, dai nostri ministri, che ora l'italia è maggiormente considerata a livello internazionale proprio per la sua determinazione a continuare l'alleanza; può darsi che questo conti, non si capisce, però, come mai la Spagna che, con la vittoria della sinistra alle ultime elezioni, si ritirò dall'Irak, sia a tutt'oggi tenuta in considerazione. Inoltre, "essere tenuti in considerazione", dovrebbe significare un maggior peso della nostra politica a livello internazionale, cosa che dovrebbe portare a un maggior incremento degli investimenti in Italia e a una maggior richiesta dei nostri prodotti; ma se anche cosi fosse, una nazione che, per contare di più, opta per la guerra come soluzione dei problemi, invece di potenziare quelle azioni civili, che già esistono a livello di volontariato, non è una nazione civile. 
Allora, che vantaggio ne trae l'italia, come popolo, dalla guerra? Stando alle dichiarazioni ufficiali nessuno, anzi, a parte gli alleati degli USA, il resto del mondo ci potrebbe considerare alla pari dei colonialisti americani, solo che noi, dai territori occupati rischiamo di portare a casa solo dolore. 

Ultima breve considerazione

Di guerre e dittature nel mondo ce ne sono tante, dall'Asia all'Africa all'America latina, guerre dove si perpetuano eccidi, dittature spietate, dove l'individuo è trattato alla stregua di un animale; però non vengono neanche menzionate dai nostri governanti, chissa perché????

Conclusione

La guerra, di per se, è un'azione che va messa al bando, ma, anche ammettendo, in linea ipotetica, la sua necessità in determinate occasioni, quali la difesa da un attacco esterno, questo non giustifica, in nessun modo, l'attacco preventivo in ragione di supposti tentativi del "nemico" di preparazione di azioni violente nei nostri confronti, come successo con l'Irak.
I MEZZI SONO ALTRI, BASTA AVER VOGLIA DI INDIVIDUARLI, MA FORSE, AI NOSTRI GOVERNANTI, INTERESSA PIU' IL LORO ORGOGLIO CHE IL BENE COMUNE.



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. GUERRA IRAK AFGANISTAN

permalink | inviato da verduccifrancesco il 3/8/2009 alle 22:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
24 maggio... di gloria?
post pubblicato in Riflessioni, il 4 giugno 2009


La riflessione m'è stata ispirata dal post "24 MAGGIO ...DI GLORIA? scritto da asia1958a su Libero
http://blog.libero.it/ASIA1958A/7122307.html

Se la seconda guerra mondiale produsse l'olocausto - sterminio programmato di milioni di ebrei e altri popoli - in nome di una mai ben definita superiorità di razza e di una volontà di dominio su tutti e tutto, la prima produsse milioni di morti in nome di presunti diritti territoriali derivanti da presunte eredità dinastiche.
Ciò che determinò, nella prima guerra mondiale, secondo gli storici, l'eccidio fu l'incapacità dei comandanti - generali - di trovare nuove strategie per affrontare una guerra che, a differenza del passato, si basava, non più su battaglie campali - comunque sempre distruttive di vite umane - ma su posizioni fisse - trincee -, fino ad allora sconosciute.
Questo, beninteso, non assolve minimamente i responsabili.
Va, inoltre, ricordato che chi non rispondeva alla chiamata, veniva accusato di tradimento e perciò passato per le armi.
Parlare di eroismo, in una situazione simile, dove il non eseguire gli ordini significava morire, mi sembra alquanto fuori luogo - l'eroismo, in se, comporta l'approvazione, dell'azione, da parte di chi la compie. 
Parlerei piuttosto di martirio - martire, in generale, è colui che, non accettando di condividere idee a lui estranee e che ritiene non conformi al suo modo di vita, vi si oppone anche a costo della sua vita, nello specifico, i soldati che andavano all'attacco, sapendo di morire, non si rifiutavano perché vigliacchi, ma perché non sentivano l'azione, da una parte perdente dall'altra non conforme alle loro idee, non va dimenticato che erano in prevalenza contadini e che l'istruzione a quel tempo non era affatto diffusa, perciò non potevano, nella stragrande maggioranza, avere un sentimento nazionale.

Ma, a parte quello detto sopra, che magari potrebbero sembrare delle sottigliezze, ciò che lascia perplessi è che, in Italia, si fa un gran parlare dell'olocausto della seconda guerra mondiale - cosa importante -  e nulla o quasi si dice sulla tragedia della prima guerra mondiale che provocò la morte di milioni di innocenti allo scopo di completare il disegno di unificazione iniziato con la prima guerra d'indipendenza e voluto dalla monarchia sabauda con l'appoggio di parte dei movimenti rivoluzionari del tempo.
Si tende, oggi, a lasciar credere che l'Italia sia nata sulle ceneri del fascismo, il che ci porta a riflettere sulla natura reale della democrazia degli ultimi decenni; da una parte, il movimento partigiano composto in prevalenza da comunisti che, seguendo la logica rivoluzionaria, hanno cercato, sin dall'inizio, di dare un'impronta diversa da quella che era originariamente cioè liberale, dall'altra parte i movimenti liberali e socialdemocratici che non hanno saputo recuperare le tematiche proprie nate con i movimenti di liberazione dell'ottocento.
Questo ha creato una situazione di stallo - con continue lotte intestine al potere - che a impedito il formarsi di una coscienza nazionale unitaria creando, di fatto, una frammentazione, sia nella struttura sociale che in quella culturale, di valori invece dell'unità necessaria per il formarsi di un'entità unitaria. 
Credo che sia in questo contesto che va valutata la mancanza di informazione sulla prima guerra mondiale e che tanti martiri siano caduti in disgrazia.
AGLI UOMINI CHE CADDERO VITTIMA DELLA GUERRA, SENZA AVERNE CONDIVISO, PERCHE' INCOSCIENTI DEI MOTIVI REALI, MINIMAMENTE LA PASSIONALITÀ, VA TUTTO IL NOSTRO RISPETTO E ANDREBBERO RICORDATI COME MARTIRI DI UN REGIME, CHE GIÀ ALLORA ANTEPONEVA INTERESSI PARTICOLARI ALLA VITA UMANA.


BENJAMIN NETANYAHU E LA QUESTIONE PALESTINESE
post pubblicato in diario, il 20 maggio 2009


In merito alla politica del leader israeliano di destra Benjamin Netanyahu poco incline a riconoscere lo stato palestinese come soluzione del problema medioorientale. La politica israeliana, nei confronti dei palestinesi, a spinto molti a schierarsi dalla parte palestinese in nome dei diritti dei popoli ad esistere come entità indipendente, altri, si sono schierati dalla parte degli israeliani, questi hanno la tendenza ad accusare i primi di antisemitismo, ma è vero? o è possibile essere anti israeliani senza essere anti semiti?

CREDO PROPRIO DI SI.

Essere anti-israeliani significa essere contrari allo stato d'israele - molti ebrei lo sono sin da quando si incominciò a parlarne - , invece anti-semita significa essere contrari al popolo di israele, di conseguenza anche alla sua cultura socio/religiosa - anti-semita era la chiesa in passato e l'olocausto si basò sull'anti-semitismo.
Sono due cose completamente diverse, gli ebrei come popolo va rispettato come tutti gli altri popoli, come stato, dipende dalla sua politica, che, da quando è nato, con la scusa di difendere i confini, a sempre praticato una politica di aggressione nei confronti dei paesi vicini.
Inoltre, la sua nascita, ha comportato l'occupazione di territori occupati dai palestinesi.
Sperare che, il problema palestinese, si risolva pacificamente è lecito, che ciò avvenga veramente è impossibile.
Israele è stato creato appositamente per destabilizzare il mondo arabo, l'unica soluzione è il totale allineamento degli arabi alla politica occidentale. 

Da quando è stato creato è iniziata la guerra tra Israele e il mondo arabo, e, in occidente, tutte le volte, non si fa altro che parlare di responsabilità, chi sostenendo gli uni chi gli altri,nessuno però riesce o non vuole risalire alle origini delle ostilità. 

PERCHE PROPRIO LI?

Mi riferisco all’insediamento dello stato moderno d’Israele in una zona completamente islamizzata, a parte qualche comunità di cristiani e di ebrei che da secoli ci vivevano, anche se controllata dagli inglesi e mi chiedo, come mai un popolo, che da circa duemila anni vive sparso per il mondo, tutto d’un tratto si è insediato proprio nel bel mezzo del mondo islamico? quali motivazioni reali ci possono essere in una azione del genere dal momento che il mondo islamico non l’ha mai accettato e da allora la guerra non e mai cessata?
Prendere a giustificazione il fatto che il territorio in questione corrisponde alla terra di caanan del vecchio testamento e perciò terra dei patriarchi mi sembra molto forzato, duemila anni sono tantissimi per la storia umana e in quei territori di popoli ne sono passati tanti, sarebbe come pretendere che i Galli tornassero nel nord Italia perché ci vivevano al tempo dei romani o che l’Austria pretendesse di tornare a comandare in Lombardia e triveneto o che Venezia pretendesse di ricostituire la repubblica annettendo i territori a suo tempo annessi ecc., insomma, gli ebrei anno si tutti i diritti di esistere come stato, ma non quello di pretendere di vivere su un territorio che, storicamente (dal 6° secolo), non gli appartiene più, e che, per giunta, crea non pochi problemi alla comunità internazionale. 
Neppure problemi di controllo del territorio legati a possibili materie prime ( petrolio ) poiché di petrolio non ce nè sul territorio o problemi legati a una certa volontà di dominio (sarebbe/è più comodo gestire il potere nell’anonimato ) possono essere valide giustificazione. Rimane, come possibilità reale, la politica occidentale, che nel tentativo ultimo, dopo l’indipendenza dei popoli nord africani e medio orientali, di controllare quei territori, creano un “momento di instabilità” per tenere divisi tali popoli e cosi gestire al meglio i propri interessi economici (gestione del petrolio ). tutto ciò sulla pelle delle popolazioni civili che di guerre, sante o no , non ne vogliono sapere.

 
Sfoglia marzo        ottobre
calendario
adv