discutendo insieme discutendoinsieme discutendo insieme DISCUTENDOINSIEME | discutendoinsieme | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Vietato il presepio a scuola. Ovvero, come conquistare l’Italia.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 7 dicembre 2014


Un tema che si sta rinnovando di frequente è quello dei simboli a scuola; anche nelle ricorrenze religiose. Ovviamente, avendo l’Itali a una cultura religiosa prevalentemente cattolica, pertanto, anche tradizioni cattoliche o, comunque, di radici cattoliche, le manifestazioni cattoliche sono frequenti e coinvolgono ogni aspetto, luogo e età della vita. Succede però, che a causa della presenza sul territorio nazionale di etnie di diversa estrazione religiosa e con tradizioni diverse, e per la volontà di integrare queste minoranze nella vita del paese, sta avanzando la tendenza a limitare le manifestazioni legate alla tradizione religiosa cristiano/cattolica in luogo pubblico e l’esposizione dei simboli a esse collegate, fulcro della cultura di milioni di italiani; anche non religiosi.

Si sta cercando, insomma, di limitare la libera espressione delle tradizioni del cattolicesimo. Quel che lascia perplessi è che questo limite venga imposto dalle strutture pubbliche italiane come la scuola.

Succede che, all’istituto De Amicis di Celadina a Bergamo, il preside vieti di allestire il presepe nell’aula perché: “La scuola pubblica è di tutti e non va creata alcuna occasione di discriminazione. In classe ognuno può portare il proprio contributo, ma accendere un focus cerimoniale e rituale può risultare soverchiante per qualcuno, che potrebbe subire ciò che non gli appartiene. Non sono l’anticristo, ma questo è l’orientamento che ho dato all’Istituto da otto anni, quando sono arrivato qua”. E ancora: “La favoletta che la cultura europea è figlia di tante cose, tra cui il cristianesimo, non sta più in piedi. A scuola non ci devono essere simboli che dividono”. Insomma, stando al preside, il fatto che una comunità sia formata da diverse culture indica la necessità di limitarne le loro espressioni.

Niente di più sbagliato e assurdo. se si considera che l’indirizzo prevalente è quello dell’integrazione delle culture immigrate.Se per integrazione s’intende che l’immigrato, portatore di altra cultura religiosa, deve integrarsi nella cultura esistente in un dato posto, casomai dovrà essere egli a dover rinunciare a parte delle sue manifestazioni che possono essere ritenute offensive e discriminatorie verso la nostra cultura (si veda, in tal senso, la tradizione di certi musulmani, ma non solo, a trattare la donna come merce e a imporre a essa comportamenti ritenuti offensivi della dignità e dei diritti dell’individuo – matrimoni combinati, copertura del corpo da capo a piedi, impossibilità di una vita sociale ecc. – nel mondo occidentale).Dunque, a doversi integrare in altra cultura deve essere l’immigrato. Ma per fare ciò deve, innanzitutto, recepire sia la nostra cultura –che comunque non è solo cattolica perché include anche altre forme di cristianesimo e altre religioni come l’ebraismo. Inoltre sono presenti anche culture diverse e non religiose come il socialismo, comunismo e ateismo - sia le nostre tradizioni che fanno riferimento alle varie culture presenti. Pensare, per fare spazio alle nuove culture, di limitare quelle tradizionali significa far pagare alla cultura e tradizione italiana il maggior costo dell’integrazione. Non solo,così facendo si andrà incontro alla distruzione e, pertanto, alla conquista dell’Italia delle culture immigrate.

Pertanto, limitare la libera espressione della nostra cultura è fuorviante rispetto al problema dell’integrazione perché, così facendo, si finirà col dover essere noi italiani a doverci integrare. Il che è assurdo!

Il paradosso italiano
post pubblicato in ELEZIONI 2013, il 28 febbraio 2013


Quella uscita dalle elezioni è un'Italia divisa in tre ma non nel senso di nord, centro e sud ma trasversalmente. Tutti e tre i partiti maggiori sono presenti, anche se non equamente - il Pdl è maggiormente presente al sud -, in tutte o quasi le regioni; praticamente, non esistono più le cosiddette roccaforti. In modo particolare, il PD ha perso molti consensi al centro dove era presente territorialmente da sempre. Di contro, la lega, ridotta al lumicino, con la vincita - grazie alla coalizione con il Pdl - di Maroni a Milano, praticamente controlla tutto il nord realizzando il sogno da sempre inseguito della padania; paradossalmente, però, in queste politiche ha più che dimezzato i consensi. La lega non è più il partito di maggioranza nelle tre regioni che controlla ma ha la possibilità di condizionare la cosiddetta macro regione (Piemonte, Lombardia e veneto).
Questo significa che, mentre a livello nazionale la coalizione di maggioranza relativa difficilmente riuscirà a fare un governo, a livello locale, un partito di minoranza - in queste politiche la lega ha ottenuto poco più del 4%; se consideriamo che i sostenitori sono per la maggioranza al nord, significa che anche la percentuale non è molto più alta. Maroni ha ottenuto la Lombardia con l'apporto del Pdl. - non solo ha la possibilità di governare, ma anche di condizionare la politica nazionale.
Mentre l'Italia si trova ad un bivio molto importante della sua storia con forze progressiste che spingono per un cambiamento sostanziale della politica nazionale, la lega, complice il pdl, può governare su presupposti territorialistici, le tre regioni economicamente più importanti d'Italia. E, se consideriamo la mai negata volontà scissionista della lega, ne consegue che un piccolo partito ha la possibilità di staccare il nord dall'Italia.
Certo, il pdl ha sempre e comunque il coltello per il manico; la possibilità di far cadere le amministrazioni delle tre regioni ma, considerando il leader, persona molto attaccata ai propri e molteplici interessi e implicato costantemente in processi come indagato, ha nessuno del pdl, considerando che nessuno, a parte il leader, comanda, viene in mente di contrastare le sue scelte che, come sempre, sono legate a interessi personali e, pertanto, anche passibili di inciuci con chiunque gli assicuri la governabilità che, come chiunque ormai sa anche se lo vota, gli serve per non finire in galera. 
La lega, dunque, dopo aver operato per cambiare l'assetto socio/politico dell'Italia con il cosiddetto federalismo fiscale e dopo aver cambiato la legge elettorale, il cosiddetto porcellum - definito così dal suo stesso creatore -, alla fine risulta l'unico partito vincente di queste elezioni.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. elezioni lega italia

permalink | inviato da verduccifrancesco il 28/2/2013 alle 15:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Per il premier Italiano “la guerra è un lontano ricordo”.
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 25 maggio 2012


Oggi, scorrendo il sito Unimondo, mi sono imbattuto in un articolo su Mario Monti e l’incontro che ha avuto con un gruppo di giovani provenienti da paesi in guerra, ospiti della Cittadella della Pace, a Rondine (Arezzo).
Nell’incontro, Monti ha detto che “per l’Italia, la guerra è solo un lontano ricordo”. Una frase a dir poco deviante dalla realtà; l’Italia è in guerra, solo che oggi la guerra ha cambiato nome. Oggi, quando le guerre vengono condotta fuori dai confini, si chiamano, molto eufemisticamente, missioni di pace.
Poco importa se a portare la pace si va col cannone, poco importa se dietro a dette missioni di pace s’annidano interessi di vario genere. Poco importa se le guerre vere, quelle a cui dopo si va a pacificare, sono possibili grazie al commercio di armi di cui l’Italia è all’avanguardia.
Ma d’altra parte, non si può certo dire a questi ragazzi che i colpevoli siamo noi, che il nostro benessere dipende anche dalle guerre e dalle missioni di pace nei loro paesi. Non si può certo dire loro che il mondo civile ne ha bisogno, che per sopravvivere ha bisogno del loro sacrificio.

La frase, e il messaggio in essa contenuto, rappresenta tutta l’ipocrisia d’un mondo politico che, ormai, non riesce più ad uscire dagli schemi economici del consumismo di cui l’economia capitalista/finanziaria ha bisogno per sopravvivere.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. monti premier guerra pace italia

permalink | inviato da verduccifrancesco il 25/5/2012 alle 13:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Di Paola: Italia disponibile ad addestrare esercito libico
post pubblicato in BREVI, il 16 gennaio 2012


(ANSA) - ROMA, 15 GEN - ''L'Italia ha dato sua disponibilita' ad addestrare le forze armate libiche se i libici lo vorranno''.
Lo ha detto il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, intervistato nella trasmissione di RaiTre 'In mezz'ora'. ''Mi sembra - ha spiegato Di Paola - che ci sia una certa disponibilita'. L'Italia ha storicamente rapporti con la Libia ed e' Paese cui la Libia guarda con amicizia''. Quanto alle spese dell'eventuale missione, ha aggiunto, ''la Libia e' disposta a contribuire''.

C’è qual’cosa che non va; la Libia potrebbe anche contribuire alle spese? Ma come, impegniamo uomini ad addestrare un esercito a nostre spese e speriamo che la Libia contribuisca come se fossimo noi a chieder loro il favore di aiutarli?
No! Decisamente non ci siamo!

In primo luogo, trovo strano che uno stato, nazione, popolo sovrano vada ad addestrare alla guerra un altro stato, nazione, popolo sovrano - certo, sicuramente alla base di una collaborazione simile c’è un tornaconto nel commercio di armi, ma a chi va il guadagno di tale commercio? sicuramente ai produttori, non di certo al popolo! Ah, si, le tasse; più si vende più tasse entrano nelle casse del fisco. Giusto, ma, così facendo, l’impressione che se ne ricava è che paghiamo per lavorare. E’ una cosa decisamente assurda!
In secondo luogo, insegnare a fare la guerra ad un altro popolo non mi sembra una scelta adeguata per una nazione che pretende di essere garante della pace - si vedano le missioni “di pace” ONU in cui siamo coinvolti. Un’azione del genere “””potrebbe essere accettabile””” se il popolo in questione fosse amico e affine alla nostra cultura e non un “semplice” partner economico. Questo significa che commerciamo morte in cambio di energia che, utile che sia, non giustifica lo scambio.

Uno scambio serio per una nazione che aspira alla pace non può che basarsi su idee e prodotti utili alle due popolazioni per il loro benessere e la guerra non risulta tra questi, anzi, acquisire armi e imparare a combattere è l’esatto opposto della pace e del benessere.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. guerra pace italia libia

permalink | inviato da verduccifrancesco il 16/1/2012 alle 11:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
S&P declassa l’Italia, perché?
post pubblicato in Riflessioni, il 15 gennaio 2012


IGN  La Presse   La Presse   Reuters

Europa in fibrillazione per un’ulteriore declassazione dell’Italia da A a BBB+ e altri 8 paesi europei  operata dall’agenzia di rating Standard & Poor’s.
Secondo S&P, "Crediamo che un processo di riforma basato solamente sul pilastro dell'austerità di bilancio rischi di diventare autolesionista, dal momento che la domanda interna si ridurrebbe a seguito delle crescenti preoccupazioni dei consumatori riguardo alla sicurezza dell'occupazione e ai redditi disponibili, erodendo il gettito fiscale".
Dalle motivazioni date dala società, emerge chiaramente l’azione politica nei confronti dell’Italia e degli altri paesi europei. Mentre il giudizio di queste società dovrebbe riguardare gli investimenti dei privati in società finanziarie, e comunque private, giudizi atti a mettere in guardia gli investitori, in questo caso si tratta di una vera e propria intrusione negli affari di stati sovrani che, invece di aiutare le politiche di risanamento degli stati in crisi, non fanno altro che gettare discredito sugli interventi dei governi.
Che le politiche di austerità adottate ridurranno inizialmente i consumi a causa della preoccupazione dei consumatori sulla sicurezza dei redditi e del lavoro è vero. Ma è altrettanto vero che le ultime aste dei titoli di stato in Italia sono andate a buon fine dimostrando, se non la fiducia, almeno la disponibilità degli investitori a sostenere gli sforzi del governo. Inoltre, gli interventi per la crescita, che comunque stanno per essere presi, avranno una valenza di medio e lungo termine, mentre il debito a bisogno di essere stabilizzato nell’immediato per dimostrare la solvenza dei debiti contratti in modo che gli investitori tornino a investire in Italia.
E’ più importante dimostrare la capacità di solvenza del debito prima di stabilizzare il rapporto tra debito e Pil, anzi, se non si riesce a dimostrare la capacità di solvenza, ogni sforzo di risulterà vano perché nessuno investirà mai senza la certezza della solvenza impedendo la crescita necessaria alla stabilità del rapporto debito e Pil.

Detto ciò, la domanda ovvia è: perché si declassa l’Italia se sta cercando di adottare politiche atte a ridurre il debito, causa dell’attuale sfiducia degli investitori?
Secondo l’Abi (associazione banche italiane) la decisione di S&P è ingiustificata, incomprensibile e irresponsabile e auspica che la BCE (banca centrale europea)  completi ed approvi nel minor tempo possibile la disciplina europea sulle agenzie di rating e che, assieme alle Autorità di vigilanza riconsiderino da subito l'utilizzo dei rating esterni nelle loro procedure e nei modelli di valutazione".
La questione, perciò, è politica prima che economica. Abbassare il rating non aiuta certo i paesi in difficoltà col debito, anzi, peggiorerà la situazione perché metterà gli investitori nella condizione di non sottoscrivere i titoli di stato ritenuti inaffidabili. Questo avviene proprio nel momento in cui, i paesi debitori hanno maggior bisogno di fiducia. Se all’inizio si trattava di mettere sull’avviso i paesi debitori per spingerli ad adottare misure adeguate, ora sta degenerando al punto che ogni decisione negativa servirà unicamente a peggiorare la situazione, almeno nelle intenzioni, vanificando le misure stesse.

A chi giova, dunque, questo “gioco”?
Considerando che sono coinvolti una buona parte dei paesi europei, è giusto sostenere che l’attacco, più che verso i singoli paesi, è rivolto alla moneta unica europea. Moneta che, da quando è in essere, viene valutata più del dollaro e, pertanto, ha maggior valore sul mercato. In modo particolare nell’acquisto delle materie prime che, con il cambio euro/dollaro, vengono a costare meno rispetto al prezzo di mercato.
Oltre a ciò, l’attacco, almeno nelle intenzioni, anche se non dichiarate, serve anche a impedire il formarsi di un’entita politica europea (stato sovrano), logica evoluzione dell’attuale assetto europeo, che porterebbe l’Europa, e i paesi aderenti, a essere maggiormente competitiva.
Considerando anche che le tre agenzie di rating sono americane, viene spontaneo chiedersi se non sia proprio l’america ad aver sferrato l’attacco.
In fondo, un’europa più competitiva sarebbe più forte anche nella diplomazia internazionale e potrebbe avere maggior voce in sede ONU.
Il primo ministro e l'ipocrisia della guerra umanitaria.
post pubblicato in POLITICA, il 24 marzo 2011


Che la guerra sia un evento da "eliminare" come metodo per affrontare le divergenze tra popoli e all'interno dei popoli è un'idea da sostenere a gran voce: NON SIA MAI PIU' GUERRA!!!

Dalle parole del primo ministro italiano sembra che l'Italia non sia mai entrata in guerra.

 

Secondo quanto detto dal primo ministro al Corriere della Sera in una telefonata: "Abbiamo ottenuto non solo il pieno coordinamento Nato di tutte le operazioni della missione - spiega al telefono - ma anche l'applicazione puntuale della risoluzione dell'Onu. La coalizione è impegnata a difendere la popolazione civile, l'Italia non è entrata in guerra e non vuole entrarci." sembrerebbe  che l'aver accettato la risoluzione ONU che permette di condurre azioni di guerra via cielo in difesa dei civili attuando così la "no-fly zone, l'aver permesso l'uso delle basi aeree nato e l'aver accettato il comando, la responsabilità operativa dell'embargo sul trasporto di armi e mercenari partecipando all'operazione con l'ammiraglia, tre navi e un sotto marino, l'Italia non sia entrata in guerra.

Da sola, la no-fly zone comporta attacchi a postazioni "nemiche", che vengano attuati via aerea; poco importa, sono sempre azioni di guerra. Inoltre, se Gheddafi, qualora rimanesse senza aerei, come sembra sia già successo, ma riuscisse comunque a entrare nei luoghi controllati dai ribelli, si verificherebbe comunque quello che si sta cercando di evitare impedendo il volo agli aerei. Senza contare poi che con i missili, Gheddafi può benissimo colpire la popolazione civile. Pertanto, in definitiva, non si riuscirà ad raggiungere l'obiettivo: impedire la strage di civili (va considerato anche che, comunque, Gheddafi ha promesso di non avere pietà degli insorti, ciò significa una sola cosa, il non rispetto degli accordi internazionali per i diritti dei prigionieri di guerra).

Oltre a ciò, dare disponibilità delle basi e delle navi è, di per se, un impegno a sostenere la guerra.

Perciò, L'ITALIA  È IN GUERRA A TUTTI GLI EFFETTI.

In una guerra che, come tutte le guerre, comporterà sacrifici di vite umane, l'ipocrisia del governo italiano è palese poiché la costituzione (va detto che con tutte le modifiche che si vorrebbero fare alla costituzione, l'articolo che, di fatto, proibisce all'Italia di partecipare ad azioni di guerra non è mai stato menzionato) impedisce la scelta di azioni di guerra  come soluzione dei problemi. Articolo che l'Italia non può rispettare dato gli enormi interessi in gioco.

Se non partecipasse rischierebbe di essere relegata ai margini quando si tratterà di rifare gli accordi fatti con Gheddafi.

Ecco che allora, per giustificare la sua partecipazione, s'inventa la storiella che in realtà l'Italia non è in guerra perché non partecipa ai bombardamenti, o quella sulla difesa dei civili.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. italia governo guerra libia

permalink | inviato da verduccifrancesco il 24/3/2011 alle 16:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Le preoccupazioni del governo sul nucleare e l'incapacità di prendere decisioni riguardo il benessere del popolo.
post pubblicato in POLITICA, il 18 marzo 2011


 

Devono proprio esserci dei morti accertati per obbligare il governo italiano a retrocedere dall'infausta decisione di costruire nuove centrali nucleari?

 

Una domanda lecita, dato che di fronte alle continue e negative notizie dal Giappone sulla possibilissima catastrofe nucleare, il governo continua a temporeggiare, a fare si passettini da passerotto indietro senza però decidersi - anzi, continua a ritenere il nucleare decisivo per lo sviluppo - a dichiarare la pericolosità delle centrali di qualsiasi classe siano.

 

È quanto emerge dalle dichiarazioni del ministro Romani che, pur ammettendo che "oggi non possiamo non dire che siamo preoccupati" premette però che "anche se la scelta del paese (il referendum del 1987) avvenne sull'onda dell'emozione per Cernobyl (incidente alla centrale nucleare)".

 

Dunque, secondo il ministro, chi è contrario al nucleare è affetto da "emozionismo cronico" pertanto non in grado di valutare i rischi (nonché i costi) che una centrale nucleare comporta.

Poco importa se l'esperienza c'insegna che ogni incidente provoca, se non morti immediate, malattie e nascite di persone con difetti che le segneranno per tutta la vita. Che le radiazioni, come avvenne a Cernobyl e sta avvenendo in Giappone, non conoscono confini e, pertanto, il loro effetto si estende anche a migliaia di km dal luogo del disastro.  Che i costi per riparare agli incidenti sono reali e altissimi.

 

Quello che deve capire il ministro, e il governo, non è tanto la sicurezza o no (che comunque una sicurezza al 100% non può esistere) ma l'impatto sulla vita del pianeta, non solo quella umana, e sull'ambiente che ha l'incidente. E queste sono cose risapute, anche a minimizzarle non si possono negare.

 

Parlare di emotività è completamente fuori luogo. Sono i fatti che, da soli, fanno dire che il nucleare è un pericolo. Se veramente al governo sta a cuore la salute e il benessere dei cittadini, dovrebbe spingere affinché l'industria italiana si orienti verso la produzione di impianti per le energie rinnovabili che, al di la dei costi di produzione e dell'energia prodotta, alla fine risulterà meno costosa dato che, ai costi del nucleare vanno aggiunti anche quelli per rimediare agli incidenti.

 

Per concludere, l'indecisione del governo ci porterà a rimanere sempre marginali in fatto di energia. Basti pensare che dal 1987 (data del referendum) ad oggi, se si fosse operato per potenziare le rinnovabili pulite non saremmo, o lo saremmo molto meno, dipendenti dall'energia fossile che, come si sa, ha costi elevatissimi.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. nucleare governo romani italia

permalink | inviato da verduccifrancesco il 18/3/2011 alle 12:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
La rivoluzione libica.
post pubblicato in Riflessioni, il 14 marzo 2011


Mentre in Libia si combatte, e si muore, contro un regime dispotico, schiavista e sanguinario - si veda il trattamento dei migranti e le azioni del regime contro i manifestanti - in Europa, e nel resto del mondo, si discute sul da farsi senza riuscire a prendere una posizione decisiva. Tutti dicono di aspettare la risoluzione dell'ONU prima di agire, risoluzione che dovrebbe comportare la no fly zone (divieto di volare in una determinata area del cielo).

Innanzi tutto, va considerato che gli stati uniti, nei confronti dell'Iraq, agirono unilateralmente contro la volontà dell'ONU trascinando con se altri paesi tra cui l'Italia e l'ONU iniziò la guerra in Afganistan. Le motivazioni ufficiali dell'invasione dell'Iraq furono molteplici e in crescendo; si incominciò dalla convinzione che Saddam Hussein stesse preparando armi di distruzione di massa, passando  alla lotta al terrorismo per approdare alla liberazione dell'Iraq dalla dittatura.  Per quanto riguarda l'Afganistan, la motivazione principale è stata il terrorismo che i Talebani sostenevano.

Ma le motivazioni reali erano altre. A partire dalla politica antioccidentale dei due paesi che li portarono a non commerciare - almeno ufficialmente - con l'occidente alla necessità di recuperare, da parte dell'occidente, le ricchezze di quei territori a partire dal petrolio.

 

Detto questo, è facile supporre che le resistenze a sostenere la lotta per la democrazia in Libia risiedono nella collaborazione e commercio con essa da parte dell'occidente. La Libia non presenta le caratteristiche dei primi due paesi, anzi, a ben vedere, molti governanti sarebbero contenti se Gheddafi ripristinasse la sua dittatura; in primo luogo l'Italia, che con gli accordi del 2008, oltre alla parte energetica e quella commerciale diede inizio alla politica dei cosiddetti respingimenti e che ora, se dovesse prevalere la democrazia, si troverebbe a dover rinegoziare tale politica e gli accordi energetici. Rinegoziazione che porterebbe ad accordi ben diversi dagli attuali.

 

Secondo il ministro degli Esteri Franco Frattini per la Libia ''l'unica soluzione è un cessate il fuoco immediato che si accompagni ad una misura internazionale'', "che la stagione del regime di Gheddafi è finita".

Belle dichiarazioni, però, sappiamo che, se alle belle dichiarazioni non seguono fatti concreti, non si approda a nulla.

 

Per concludere, se le invasione dell'Iraq e dell'Afganistan sono state dettate dalla lotta al terrorismo e alle dittature, come hanno cercato di farci credere, a maggior ragione si dovrebbe invadere, o comunque aiutare la popolazione in rivolta mandando armi - cosi come, a suo tempo, si vendevano al dittatore e che in questo caso sarebbero ben giustificate - , la Libia per destituire il dittatore colpevole anche di strage.

Aiuti dell'Italia alla Libia, o a Gheddafi?
post pubblicato in POLITICA, il 20 febbraio 2011


Il nord Africa, dall'Egitto al golfo, in fiamme. Il risveglio di una popolazione da decenni tenuta in ostaggio da dittature a volte evidenti a volte mascherate da democrazie a volte da rivoluzioni.

Tutto ciò col beneplacito dei governi occidentali.

 

In una situazione simile e dopo averci imbonito per bene con teorie tipo "esportare la democrazia", ci si aspetterebbe dai governi un più incisivo intervento a favore delle popolazioni in rivolta. In modo particolare, dal governo italiano visto la sua paura di una ripresa in massa degli sbarchi. Ma ciò non sta accadendo. A parte affermazioni di genere sul diritto alla liberà e sul passaggio alla democrazia in modo incruento, da parte di alcuni governi (americano, francese, inglese), sembra piuttosto che l'occidente rimanga in attesa degli eventi per poter ridisegnare la sua politica futura in quei paesi. L'unica preoccupazione sembra siano i loro interessi.

Niente aiuti, comunque, se non quelli formali.

Dall'Italia, però, neanche quelli. A fare testo sono le dichiarazioni del premier: "Non ho sentito Gheddafi. La situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno". "Siamo preoccupati per quel che succede nel nord Africa e per quello che potrebbe accadere a noi se arrivassero tanti clandestini. Mi sto interessando direttamente e stiamo seguendo con il cuore in gola quello che succede."

 

Già, disturbare l'amico dittatore sarebbe fuori luogo perché, se dovesse spuntarla, potrebbero saltare gli accordi fatti nel 2008. Accordi che prevedono aiuti alla Libia, o, per meglio dire a Gheddafi, in cambio della collaborazione per fermare gli sbarchi. Ed è la ripresa degli sbarchi la maggior preoccupazione del governo italiano. Non la reazione violenta del regime libico, non i morti che, sembra, siano più di duecento. L'unica preoccupazione "ufficiale" è la ripresa degli sbarchi. La grande paura dell'invasione islamica dell'occidente. E per fermarla, nessuna remora sui mezzi usati dai regimi per fermare quello che, per l'occidente, dovrebbe essere un evento positivo: la fine della dittatura e l'instaurazione della democrazia. In fondo, quello che stanno facendo le popolazioni del Maghreb e del golfo è identico a quello che i militari statunitensi ed europei stanno facendo in Afghanistan e che hanno fatto in Iraq: instaurare la democrazia. C'è, però, una differenza di fondo; quello che sta succedendo oggi è determinato da un movimento popolare, ovvero non controllabile, almeno per il momento, ne dalle organizzazioni interne ne dal capitalismo. Un movimento che potrebbe sfociare in qualcosa di controproducente per l'occidente e determinare un rapporto ben diverso dall'attuale.

L'Italia, in tutto ciò ha una responsabilità non indifferente. Attraverso gli accordi ha contribuito ha mantenere regimi che avrebbe invece dovuto contrastare. Inoltre, attraverso il premier, ha costruito legami che vanno al di la degli interessi della nazione.

"Non ho sentito Gheddafi" ha tutto il sapore di una confidenza cameratesca tra i due. Confidenza che potrebbe, qualora la rivolta dovrebbe portare i suoi frutti, limitare, ma anche annullare, i rapporti, e in modo particolare quelli energetici, economici con la Libia.

 

In conclusione, l'aver creato rapporti con il dittatore e non con la nazione libica, porterà il governo a considerazioni estranee a una repubblica democratica come l'Italia avvicinandoci sempre più a quel baratro verso cui, ormai da una quindicina d'anni, ci siamo avviati.

La politica attuale dell'Italia nei confronti del Maghreb non è altro che il proseguo della politica interna.

Belluno e la voglia di autonomia... dal Veneto leghista.
post pubblicato in NOTIZIE, il 24 gennaio 2011


Nel bel mezzo della riforma federale dello stato italiano, c'è una provincia che vorrebbe staccarsi dall'attuale regione di appartenenza per aggregarsi ad un'altra regione.

 

Si tratta della provincia di Belluno, regione Veneta a maggioranza leghista, dove è previsto il referendum per passare dal Veneto al Trentino alto Adige.

 

Da Trentino.it: "Il referendum per trasformare la Provincia di Belluno in Provincia autonoma di Belluno nella regione autonoma Trentino - Alto Adige (T-A.A.) si farà. Le firme, 17.500, ci sono; il consiglio provinciale bellunese si è espresso in grandissima maggioranza, 22 voti su 24 (la Lega si è spaccata), per il via libera al voto. I bellunesi, come prevede l'articolo 132 della Costituzione, hanno diritto a votare ma sarà poi il Parlamento, in questo caso con la procedura prevista dalle leggi costituzionali, ad approvare o no, al di là dell'esito referendario, la fusione di Belluno con Trento e Bolzano. "

Le motivazioni che spingono la provincia, e prima alcuni comuni della stessa tra cui la nota località di Cortina d'Ampezzo, a far parte della regione T-A.A. sono da ricercare sia nella vicinanza ambientale - e di conseguenza a problemi simili di gestione del territorio - sia nel trattamento economico (finanziamenti regionali) che il bellunese riceve dalla regione veneta e che ritiene insufficiente.

La cosa curiosa, e che lascia alquanto perplessi, della richiesta è la diversa gestione amministrativa delle tre province; mentre l'Alto Adige è a maggioranza PATT (partito autonomista trentino-tirolese) che nulla a che fare, sia per storia che per cultura, con la lega e il trentino a maggioranza centro sinistra, il bellunese è a maggioranza leghista.

A qualcuno, questo potrebbe sembrare un problema minimo o, addirittura, un non problema poiché, e questo è vero, i problemi da risolvere sono simili o addirittura uguali. Ciò non toglie che la storia e la cultura, e di conseguenza i fini che le tre province si prefiggono, sono alquanto diversi e hanno, nel corso dei decenni, preso strade completamente diverse. E neanche va dimenticato che l'Alto Adige, ancora oggi, ha problemi specifici, come quella del bilinguismo, da risolvere.

Altra considerazione da fare è la resistenza sia dell'A.A. sia del trentino ad incorporare il bellunese proprio a causa delle differenze storiche e culturali che li dividono.

Inoltre, il nuovo corso verso il federalismo voluto dalla lega dovrebbe annullare le differenze tra regioni ordinarie, autonome e speciali.

 Allora perché tanto accanimento per avere un'autonomia che avrebbero comunque se si arriverà al federalismo?

Perché, se l'idea base della lega è la creazione di una regione/stato al nord basata su una identità  che fa riferimento a culture estranee all'area nord orientale alpina che, storicamente, è stata collegata all'Europa germanica (e non solo l'Alto Adige, ma anche il Trentino che, nel corso dei secoli e trovandosi sulla principale via di comunicazione tra l'Italia e il mondo germanico, ne ha sempre subito l'influenza al di la delle sue aspirazioni), si vuole incorporarla in una cultura diversa?

Se l'idea federale è di creare regioni autonome partendo dal principio che l'Italia non è culturalmente unita tenendo conto proprio delle diversità, che senso ha unire "popoli diversi"?

Considerando che il bellunese è a maggioranza leghista e fa parte del Veneto che a sua volta è a maggioranza leghista e che la giunta si è espressa a larga maggioranza per entrare nella regione autonoma a statuto speciale T.A.A. spaccando anche la lega, viene da dubitare seriamente sulle ragioni federaliste della lega stessa. Un partito che inizia la sua storia politica in nome della secessione e che trova nel federalismo un campo fertile per arrivarci dovrebbe, innanzi tutto, selezionare le regioni per storia e cultura e creare regioni storicamente affini invece di tentare di unire regioni con storie e culture diverse.

 

Per concludere, tutta la faccenda ha sapore di interessi economici. Interessi che, attualmente ancora esistono perché il T.A.A. usufruisce di agevolazioni particolari sia sui finanziamenti statali che sulle deleghe e la regione stessa sta lottando per mantenere la sua autonomia al di la del federalismo.

Pertanto,la risposta alle domande che mi son posto non può che essere la riconquista di una nazione che, sotto molti aspetti, non rispecchia quello che i padri fondatori avevano in mente; riportare, cioè, il centro del potere nelle mani e nei luoghi di coloro che ne prepararono e attuarono l'unità, il nord. Questo anche se Roma capitale è stata voluta dai Savoia stessi e non certo per la centralità geografica. Questo è lo scopo finale e per attuarlo bisogna che il nord sia unito, poco importa se culturalmente diviso, per dimostrare che è, a tutti gli effetti, degno di guidare una nazione. Ovviamente, il sud rimarrà …. Terra di riserva. Insomma, quello che si vuole costruire è un federalismo centrale con il centro di potere nelle mani del nord e non più, come è tutt'ora, nelle mani degli italiani che, democraticamente, eleggono i loro rappresentanti qualunque sia la loro origine.

 

PS: ci si dimentica, o si rimuove(?), che all'unità parteciparono anche le popolazioni del sud che lasciarono molti morti nella prima guerra mondiale e che il benessere del nord fu costruito anche con l'apporto del sud attraverso la manodopera immigrata negli anni sessanta e settanta. Che il sud fu, sin dall'inizio, penalizzato per ragioni sia geografiche che di interessi particolari e politici.

Tunisia, nord Africa e la globalizzazione.
post pubblicato in LAVORO, il 17 gennaio 2011


Esplode la rabbia nel Maghreb, una rabbia causata da pance vuote e diritti calpestati, di giovani (75% della popolazione) senza lavoro, di migrazioni frustrate da accordi limitativi con l'Europa, di incertezza del futuro. Una rabbia che neanche la paura della morte riesce più a contenere poiché l'alternativa rimane comunque la miseria.

 

Il Maghreb, che comprende il Marocco, l'Algeria Tunisia e Libia, è, attualmente, la fascia economicamente più sviluppata del nord Africa. Quella che più d'ogni altro paese nord africano ha stretti rapporti con l'Europa sia a livello istituzionale che economico. Viene da quell'area il petrolio e il gas, è in quell'area che si è indirizzata la penetrazione (delocalizzazione) industriale dell'Europa (la Francia in primis poiché parte di quelle regioni erano colonie).

In questo quadro si inserisce a pieno titolo anche L'Italia con accordi bilaterali con i quattro paesi.

leggendo sul sito del ministero degli esteri sui rapporti politici ed economici con i quattro paesi, non c'è ombra di dubbio che l'Italia, ma anche l'UE, hanno mantenuto e consolidato rapporti stretti con i suddetti paesi al fine di contenere il flusso migratorio e di allacciare rapporti economici - in prevalenza energetici ma anche industriali - senza tener conto delle situazioni sociali esistenti ma anzi, partecipando alla stabilità dei paesi stessi al punto da presentarli quasi come esempi di democrazia all'interno del mondo islamico.

Questo ha comportato, e comporta tutt'ora, una valutazione volutamente errata (ma anche rimozione per non vedere) della situazione. Valutazione dettata unicamente dagli interessi che l'Italia e l'UE hanno in quei paesi.

La meraviglia che ha accolto le notizie dalla Tunisia è, pertanto, fuori luogo. È impensabile che i governanti italiani ed europei non sapessero delle condizioni socio/economiche in cui versa la popolazione, dei soprusi del regime e delle restrizioni delle libertà. È impensabile che un governo (quello italiano) sempre pronto a denunciare sia al suo interno che all'esterno ogni tipo di pericolo contro la libertà. Un governo che vede sovversivi ovunque - e, purtroppo lo constatiamo quotidianamente -, sempre pronto a correre, anche con le armi, in difesa della libertà, è impossibile che non abbia capito ciò che stava succedendo, e che succede, nei paesi del Maghreb.

Tutti gli accordi bilaterali e non, firmati con quei governi, prendono allora il sapore di penetrazione economica del territorio. Penetrazione che ha come unico scopo la spoliazione di popolazioni dei loro beni naturali riducendole a meri strumenti di produzione di una ricchezza che, invece di servire loro, serve un capitalismo sempre più arrogante.

Ciò che sta accadendo nel nord Africa, anche se avviene con metodi diversi, non è diverso da quello che sta accadendo in Italia e altrove. Il filo conduttore è la globalizzazione dell'economia liberista con la sua pretesa di uniformare i popoli e di mercificare qualsiasi cosa incluso l'essere umano.

L'Italia, in questo processo ne è parte integrante perché anch'essa, attraverso accordi con i regimi, permette lo sfruttamento delle popolazioni con il solo scopo di produrre a minor costo senza curarsi delle conseguenze sociali (con la scusa ufficiale di portare lavoro, poco importa se l'industria che delocalizza lo fa a danno dei lavoratori italiani) e vendere i prodotti sul mercato a costi correnti. Perché in questo modo riesce a strappare accordi sull'energia a solo vantaggio nostro, a creare i presupposti di un terrorismo che loro stessi alimentano per tener alta la tensione e dividere le popolazioni. Il tutto incolpando quella globalizzazione che loro stessi hanno creato.

Della ricchezza creata da questa politica, poca rimane alle popolazioni che si vedono così, oltre che a essere sfruttate, spinte verso l'esterno alla ricerca di posti per sopravvivere ma che al contempo si vedono rifiutati proprio da quei governi che in quelle condizioni li hanno ridotti. Risulta ovvio, allora, che non trovando lo sbocco necessario alla loro necessità di sopravvivenza, rivolgano la loro protesta verso i paesi d'origine per chiedere più soldi e diritti.

 

Quello che succede nel nord Africa non è una semplice rivolta della fame e dei diritti, ma un malessere diffuso in tutto il mediterraneo e l'Europa. I conflitti interni alla Grecia, alla Spagna, all'Inghilterra, la protesta degli studenti in Italia, non si possono disgiungere dai fatti del nord Africa perché derivano tutti dalla stessa causa. La globalizzazione, che se in sé non è negativa perché prevede la libera circolazione delle merci e degli individui, pertanto, una società senza frontiere, se gestita dalla sola parte economica travalicando, ma anche con l'appoggio, la politica cioè i governi, se cioè prende piede una società dove a decidere è unicamente l'economia e tutti gli aspetti della società vengono sottomessi alle necessità economiche (liberismo), diventa quello che già oggi si può vedere: il peggior strumento globale di sfruttamento.

È in questo quadro che andrebbe inserita l'attuale politica (sostenuta dal governo) della fiat che, con la scusa della globalizzazione sta riducendo, e lo farà fino all'annullamento, le conquiste dei lavoratori, in modo particolare la loro possibilità, attraverso i sindacati, di interagire con le decisioni aziendali. La non rappresentanza dei sindacati che non firmano gli accordi serve proprio a questo.

 

 http://www.terranews.it/news/2011/01/tunisia-ancora-scontri-tra-polizia-e-manifestanti

 http://www.terrelibere.org/terrediconfine/4130-tunisia-radiografia-della-rivoluzione-rapida

Cronache dal mondo dell’irrealtà: il colon … e il cava ….
post pubblicato in diario, il 3 settembre 2010


I due leader maximum della politica regionale mediterranea si sono ritrovati a Roma per festeggiare l’anniversario degli accordi tra le due province orientali dell’impero amerikano, Italia e Libia. Gli accordi, come si sa, riguardano il controllo del territorio marino (mediterraneo) contro l’invasione dei barbari del sub impero amerikano dell’Africa e delle terre apparentemente libere del medio oriente e oriente. L’accordo, stipulato due anni fa contro ogni ragionevole logica sui diritti umani sanciti dall’ONU (presunto governo mondiale che, di fatto, è controllato dalle potenze:  Amerika, Cina e Russia), prevede il rimpatrio forzato – se sono in mare si riportano in Libia senza verificare se hanno le caratteristiche dei rifugiati, se riescono a raggiungere la terraferma vengono trasferiti  nei Cie (centri di internamento ed espulsione) e vi possono rimanere per sei mesi e poi, se non hanno le caratteristiche dei rifugiati, vengono espulsi (sempre in Libia) dove gli uomini del colon … , non essendo sottoposti agli obblighi del trattato ONU sui diritti umani perché il colon … , molto furbescamente, non l’ha firmato, potranno farne uso a loro piacimento finché non verrà organizzata una nuova spedizione verso le coste italo/europee - dei clandestini che, per sfuggire ai loro aguzzini, tra cui i sudditi forzatamente fedeli del colon … , tentano la traversata del mare, non più nostrum, per approdare sulle spiagge italo/europee convinti, dalla propaganda criminale, di trovare la libertà e un certo benessere o comunque un lavoro. La traversata, che prima avveniva normalmente su gommoni o carrette (trainate dai ventisette puledri, guidati dalle amazzoni del colon … ), ora, dopo l’accordo - e il continuo sviluppo tecnologico oltre che ai lauti affari dei commercianti -, avviene su panfili di lusso e sembra, dopo un momento di smarrimento dei commercianti di carne umana, abbia ripreso il suo corso normale per rifornire le aziende italiane, e non solo, sia industriali che agricole, di schiavi a costi fuori mercato.

Un evento straordinariamente ordinario dato che questa è la quarta visita del colon …  in Italia nell’ultimo anno. Evento destinato, per la sua impronta circense, a suscitare scalpore tra certi politici e certa popolazione – i soliti cattoKommunist - che non vedono di buon occhio l’amicizia tra i due.

L’intenso programma della visita ha visto il colon … impegnato a fare lezione di corano a 500 veline selezionate, e pagate, appositamente per ascoltare il suo proclama islamico, che di islamico, visto da chi viene, non ha proprio niente, e poi la cerimonia dell’anniversario alla presenza di tutto, o quasi, il governo italiano impegnato, sembra, ad islamizzare l’Italia in favore di maggiori, e lauti, compensi agli affaristi italiani anch’essi presenti - sembra però che la presidente(le)ssa di CONFINDUSTRIA non fosse presente causa allergia generale – che costeranno al popolo italico la piccola somma di venti miliardi di EURO (la cifra può essere sbagliata. Si pregano i signori lettori di verificare).

Naturalmente, dopo gli usuali scambi di cortesie e apprezzamenti tra i due, e i discorsi di rito (islamico) – sembra che il colon … si sia lasciato sfuggire, per i più maligni, di proposito, come monito ai governi del sottosub continente europeo, l’ormai scontato ricatto allargato a tutta l’Europa: se non ci date cinque miliardi l’anno, non saremo in grado di gestire il flusso dei migranti che passano dalla Libia (tutti quelli africani e medio orientali), pertanto, l’Europa si troverà, nel prossimo futuro, invasa da ogni sorta di gente perlopiù mussulmana, il che, secondo il colon … (grande amazzone del deserto), vuol dire islamizzazione dell’Europa – e vabbe, questo dovrebbe dirlo alla chiesa e non ai governi perlopiù laici.

Tra una cerimonia e l’altra, tra un giro turistico e l’altro, tra altre cose non viste e dette e scritte, i romani, come al solito, invece di accorrere in massa ad applaudire l’ospite, si son visti fermi agli incroci tutti imbronciati e arrabbiati a causa delle soste forzate causate dal passaggio del regale corteo indegno di una repubblica; ah, romani canaglie. A che vi giova essere del mondo la capitale se poi dei vostri luoghi padroni non siete?

Alla fine, il colon … , dopo aver tolto le tende e fattosi un lungo bagno per purificarsi dalle visioni peccaminose, se ne è ripartito col suo esercito verso il deserto libico lasciando l’Italia in preda a convulsioni tipiche dei mal di pancia da diarrea, mentre il cava ….  che, va detto per inciso, aveva chiesto al colon … di regalargli un puledro per poterlo montare nelle sue crisi di astinenza senza ottenere risposta, raccoglieva gli apprezzamenti dei suoi e degli industriali e molti impropri sia dai cattokommunist che dai padanii. Inoltre, il cava …. , non sazio del risultato ottenuto con il colon …, si appresta a condurre l’ennesima battaglia per giustificare la sua presenza come kapò nel parlamento del popolo sovrano senza poteri (il popolo) con la fiducia ai cinque punti programmatici - alla base della sua politica ormai da venti anni, sempre gli stessi e periodicamente riciclati – che dovrebbero riconfermarlo quale kapò più ammirato e inseguito- dalla giustizia – del secondo ventennio (fenomeno che si verifica periodicamente in Italia tra una fase di molta relativa democrazia e l’altra).

Della visita del colon … , agli italiani – quelli che italiani lo sono solo quando devono servire la patria, e qui bisogna specificare che, ultimamente, è stato inserito nella costituzione materiale (concetto inventato di sana pianta per giustificare gli attacchi del cava … contro la costituzione legale) il concetto che vuole, dato che il militare di leva è stato abolito a favore di quello professionale, che la patria la si serva anche standosene a casa senza stipendio per agevolare il capitale – ne verrà in tasca men che meno e che, anzi, il costo gli sarà addebitato, ovviamente in modo occulto, nella prossima finanziaria.

Beh, che dire d’altro se non che, anche stavolta, ce l’hanno messo tutto.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. accordo libia italia

permalink | inviato da verduccifrancesco il 3/9/2010 alle 16:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tagli alle forze dell’ordine e milioni alla guardia di finanza impegnata in Libia.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 23 luglio 2010


Due milioni di euro per mantenere la partecipazione della Guardia di Finanza e delle navi cedute dall’Italia al governo libico. Intanto proseguono gli sbarchi a Linosa, l`isola più vicina a Lampedusa, Portopalo e Porto Empedocle. Sono organizzati e gestiti da scafisti e basisti, italiani e stranieri. Ecco l`effetto immediato della politica dei respingimenti”

Questa la politica italiana sulla giustizia; ridurre i finanziamenti interni alle forze dell’ordine e dare soldi alla Libia del dittatore Gheddafi per controllare – e poco importa con quali mezzi – l’immigrazione verso l’Italia. Mentre le categorie delle forze dell’ordine attraverso i sindacati vanno ripetendo da mesi che la finanziaria “Tremonti” metterà a rischio la sicurezza in Italia, il governo stanzia due milioni di euro per il prolungamento della presenza dei nostri finanzieri in Libia; invece di dare concretezza all’esigenza di sicurezza della popolazione, si preferisce collaborare, spendendo i nostri soldi, con un dittatore che di diritti umani non vuol neanche sentir parlare. Sono ormai noti i mezzi usati dai libici per il controllo dei migranti – deportazioni, carcere,torture, lavoro forzato e schiavitù -  ma ciò non ferma la politica italiana. Si continua a preferire una politica di “rifiuto” e “separazione” delle popolazioni” a una di cooperazione internazionale basata su presupposti di “globalizzazione – unificazione” delle culture.

I costi di tale politica sono evidenti: da una parte, lo spreco di soldi per mantenere un contingente di uomini (militari) in terra straniera  , dall’altra, i tagli della finanziaria avranno serie ricadute sull’operatività delle forze dell’ordine sul territorio con conseguente devastanti per la sicurezza dei cittadini.

 

 

La Libia chiude l'ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr)
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 11 giugno 2010


 

Riporto per intero l’articolo apparso sul sito Programma integra:

“In una nota diffusa nei giorni scorsi, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha espresso profondo rammarico per la decisione del governo libico di chiudere l'ufficio dell'Agenzia. Molto preoccupato anche il Cir.

Da anni l'ufficio dell'Unhrc in Libia si occupa di proteggere, assistere e trovare soluzioni durevoli per i rifugiati che si trovano nel paese. L'Agenzia Onu è inoltre impegnata in un programma per il reinsediamento verso paesi terzi dei rifugiati presenti in Libia. Al momento, riferisce la nota, l'Unhcr è impegnata in trattative con le autorità libiche per il mantenimento della sua presenza.
Sull'avvenimento è intervenuto anche il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) che in un a lettera inviata lo scorso 1° giugno al Ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha chiesto l'intervento dell'Italia affinché l'Unhcr possa riprendere le proprie attività e ottenga dal Governo libico formale riconoscimento diplomatico.”

 

Già si sa del trattamento riservato ai migranti in Libia, dove subiscono torture e li fanno lavorare come schiavi. Lo  si sapeva già quando il governo italiano fece l’accordo per i respingimenti.

Ora, con la chiusura dell’ Unhcr, si rischia di perdere anche le poche informazioni che si è riusciti ad avere fin’ora.

 

L’accordo sui respingimenti tra Italia e Libia rientra nel trattato di amicizia, partenariato e cooperazione. Accordo che pone fine al contenzioso tra i due stati sul passato regime coloniale, ovvero, sul pagamento, da parte dell’Italia, di una somma per riparare ai danni della colonizzazione.

Un problema, in fondo, economico e di mercato, dove, però, a farne le spese sono le migliaia di migranti che transitano dalla Libia e che, con la legge sui respingimenti, vi vengono rimandati con buona pace, e affari, dei loro aguzzini.

 

Il ministro Frattini chiede che il governo italiano intervenga a favore della riapertura dell’ufficio dell’ Unhcr e per ottenere il formale riconoscimento diplomatico della Libia. Ciò indica che, al momento dell’accordo, l’Italia, pur essendo a conoscenza dell’avversione libica nei confronti dell’ Unhcr, non ne tenne conto. Ma d’altra parte, era a conoscenza anche delle condizioni degli immigrati in Libia.

Ma, d’altra parte, di fronte a interessi economici, si sa che l’essere umano passa sempre in secondo ordine.

Poco importa se l’immigrato in Italia, se regolarizzato, porterebbe ricchezza nelle casse dello stato  

, di fronte agli interessi particolari delle imprese, questo non è neanche considerato un problema. Le imprese, in un regime liberista, si sa che hanno il potere dalla loro, anzi, il potere sono loro.

 

 

 

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. libia italia immigrazione Unhcr

permalink | inviato da verduccifrancesco il 11/6/2010 alle 16:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Israele, Palestina e l’occidente.
post pubblicato in POLITICA, il 30 maggio 2010


Da diversi anni c’è, in occidente, una sorta di censura su ciò che riguarda Israele; le sue politiche di difesa del territorio e quelle sociali nei confronti delle popolazioni dei territori palestinesi sono generalmente accettate dall’occidente mentre tutto ciò che riguarda le critiche o azioni miranti a boicottare tale politica sono sempre tacciate, quando va bene, di anti israeliano, quando va male di razzismo. L’ultimo fatto riguarda la questione dei prodotti Israeliani dell’Agrexco, provenienti dalle zone occupate e “boicottati” dalle coop che ha provocato proteste (anche con manifestazioni davanti ai punti vendita e gruppi su face book), mentre, Israele continua la sua guerra “personale” contro i palestinesi civili lanciando bombe su zone abitate con la scusa di colpire gruppi terroristici.

Secondo Peace Reporter, riguardo a due missili sganciati da aerei israeliani su Beit Hanoun il 26 Maggio 2010: Secondo testimoni presenti sul posto l'aviazione israeliana ieri mattina ha utilizzato dei particolari tipi di ordigni denominati "dumb bombs", gli stessi che utilizza quando bombarda i tunnel al confine di Rafah. Le "dumb bombs" sono missili a guida laser ad alta penetrazione, come il PB500A1, che secondo gli esperti conferisce un impatto esplosivo pari a una bomba a due volte la sua dimensione. Sopra un frammento del missile ripescato fra le macerie è ancora impresso il numero di serie dell'industria USA che lo ha fabbricato. Oltre al campo estivo innumerevoli sono stati i danni agli edifici vicini, sino a 500 metri dall'impatto dei missili a terra.
Un negozio di acconciature e una farmacia sono state seriamente danneggiate dopo l'esplosione.
 

Inoltre, impedisce agli aiuti internazionali di arrivare entro i territori occupati. L’ultimo episodio riguarda 8 navi che trasportano materiali da costruzione, impianti di desalinizzazione dell'acqua, impianti fotovoltaici, generatori, materiale per la scuola e farmaci da consegnare alla società civile palestinese. Si tratta di un'azione di alcune organizzazioni e reti di solidarietà internazionale, necessaria per la sopravvivenza della popolazione di Gaza, che da più di tre anni vive sotto un assedio asfissiante, priva di generi di prima necessità e dei materiali indispensabili per ricostruire un territorio martoriato dall'operazione "piombo fuso" dell'esercito israeliano, che ha causato oltre 1400 morti, tra cui 400 bambini, e più di 5000 feriti dovuti anche all'uso di armi proibite dal Diritto Internazionale, quali l'uranio impoverito ed il fosforo bianco.

Il governo israeliano ha dichiarato che impedirà in tutti i modi
possibili (anche con la forza se necessario) l'arrivo delle navi e la
consegna dei materiali. Se ciò avvenisse sarebbero in pericolo anche i
600 passeggeri di oltre 40 nazionalità che sono imbarcati sulle navi.

Da questi avvenimenti sorgono spontanee diverse domande:

Come si può difendere uno stato che della guerra a fatto la sua unica politica di difesa sin dalla sua formazione? Solo se si considera il problema dal lato degli interessi  (e in medio oriente di interessi ce ne sono, a partire dal petrolio e tutto ciò che riguarda il suo prelievo  a costi bassi) si può capire la necessità dell’occidente di una politica a favore di Israele poiché rappresenta, in medio oriente, un fattore di destabilizzazione dell’area e, perciò, divisione delle nazioni arabe e conseguente miglior opportunità, per l’occidente, di appropriarsi delle materie prime.

Come è possibile che l’occidente, dopo l’esperienza diretta dello sterminio degli ebrei, ora si erga a difesa di uno stato che pratica gli stessi metodi usati contro il suo popolo nel passato (a parte lo sterminio programmato)? In effetti, all’occidente interessano di più le materie prime che la difesa dei diritti dei popoli; è vero che si sono scritte tante belle parole su di essi e che si sia arrivati alle “carta dei diritti”, ma se guardiamo alle guerre  nel mondo, ci accorgiamo che l’occidente vi è implicato alla pari dell’oriente, ciò significa che i diritti sono legati agli interessi.

Come è possibile che lo stato che subi lo sterminio, ora agisca con gli stessi metodi? Ogni stato ha il diritto di difendersi, ciò non implica l’utilizzo di metodi violenti; questa scelta è da valutare unicamente con la difesa, non dei confini, ma degli interessi legati al territorio.

Come è possibile accusare di razzismo coloro che operano per la pace? L’accusa di razzismo nei confronti di chi opera per la pace nell’area è da imputarsi alla necessità dell’occidente di mantenere quell’area instabile.

Sono gli interessi, dunque, alla base della situazione  Israele-Palestina, e di tutte le guerre, e non ciò che ci dicono – differenze culturali, economiche, difesa della libertà, lotta al terrorismo, divieto dellearmi atomiche ecc..

Mentre nel mondo le guerre proliferano, e le dichiarazioni a favore della pace si sprecano, in Italia si cerca di giustificare una situazione che tiene, di fatto, imprigionato un intero popolo. D’altra parte, l’Italia è direttamente coinvolta in azioni di guerra in Afganistan – anche se ufficialmente, lo si fa passare per “missione di pace”. Inoltre, è anche una delle maggiori esportatrici di armi; armi che vengono  vendute nelle aree del pianeta dove sono in corso guerre.

Non c’è da meravigliarsi, dunque, che l’Italia, se da una parte partecipa ai summit di pace firmando accordi internazionali, dall’altra si adoperi affinché le guerre continuino e accusi chi si oppone di disfattismo.

 

Ol senadur e l'italia unita.
post pubblicato in BREVI, il 11 maggio 2010


Una cosa la dice giusta ol senadur: "Bisognerebbe scrivere bene la storia, dire la verità. E’ stata troppo semplificata mentre invece la storia è una partita doppia. Da una parte c'è il popolo, dall’altra c'è la classe dirigente dominante; da una parte c'è chi spende, dall’altra c'è chi paga". Eh, si signor senadur, dall'altra c'è chi paga, cioè, noi, non certo lei. :Lei è dalla parte di chi spende.
Ma quale verità, la sua? Se la storia la scrivono i vincitori, significa che la scrivono a modo loro, tutti!!
Ma per fortuna esistono gli storici, quelli veri, quelli non condizionati dalle ideologie. Loro dovrebbero scrivere la storia e per fortuna la scrivono.

Ol senadur ritiene le celebrazioni dell'unità cose inutili, un po' retoriche, però, se ci fosse il federalismo, allora si che diventerebbero degne di essere celebrate, magari partendo dalla sorgente del po con l'anfora celtica fino alla foce, lasciando tre quarti dell'italia a se stessa. Diventerebbero la celebrazione della nuova rivoluzione, della nuova padania, nazione creata a tavolino senza nessun apporto popolare, condivisa solo da coloro che non credono nell'Italia.
Ah, dimenticavo. C'è il federalismo, quella vecchia idea di Cavour - chissa poi perché il sig. Cavour si è adeguato alla monarchia, mistero.
Già il federalismo, dare alle regioni competenze maggiori in modo che possano gestire il loro territorio indipendentemente, peccato che le tasse vadano comunque a Roma - quella Roma ladrona di cui i leghisti si sono fatti tantissima propaganda - e che sia la stessa vecchia Roma ladrona a distribuirli. Certo, li distribuirebbe in modo adeguato, secondo una certa, vecchia, meritocrazia, chi paga più tasse avrà un maggior premio (biscottino). Peccato che anche in questo caso a decidere chi e come sarà la stessa, vacchia Roma ladrona.
Una cosa non gli si può obiettare al Senadur: che in realtà non vuole distruggere l'italia, "ma solo" dividere gli italiani.
DIVIDE ET IMPERA

Eh si, la imparata bene la lezione.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Italia unità ricorrenza

permalink | inviato da verduccifrancesco il 11/5/2010 alle 23:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
BERLUSCONI,ISRAELE E LA REALTA' NEGATA
post pubblicato in POLITICA, il 8 febbraio 2010


Nella sua visita a Israele, il presidente del consiglio italiano, dopo aver elogiato Israele: "questo Parlamento rappresenta la più straordinaria vicenda del Novecento. Voi rappresentate ideali che sono universali, siete il più grande esempio, se non l' unico, di democrazia e di libertà nel Medio Oriente, un esempio che ha radici profonde nella Bibbia e nell' ideale sionista. Grazie di esistere",
ha espresso la sua totale adesione alla politica di Israele nei confronti di gaza arrivando a  giustificare, senza nessuna incertezza, l' operazione «Piombo fuso» che un anno fa mise a ferro e fuoco la striscia di Gaza come "giusta reazione" in risposta ai missili Kassam di Hamas.
Questo senza tener minimamente conto dell'inchiesta in corso per determinare le responsabilità dei militari sull'utilizzo di armi proibite e dell'uccisione di civili durante le operazioni. Nell'inchiesta condotta dalle Nazioni Unite

Inoltre, il primo ministro, ha chiesto scusa per le leggi marziali del 1938 messe in atto in Italia perché: " contraddissero secoli di civiltà cosmopolìta e di rispetto umanistico della persona e della sua dignità" (non so a che periodo si riferisca, sta di fatto che, a suo tempo, papa Giovanni Paolo secondo, chiese perdono agli ebrei "per le mancanze e i peccati dei cristiani verso i "fratelli maggiori" nel corso dei secoli, riferendosi alle persecuzioni da essi subite in Europa").
Il suo discorso alla Knesset, durato venti minuti, ha riscosso molti consensi in campo israeliano.

In questo contesto, le sue affermazioni sull'errore delle colonie e la necesssità di due stati per arrivare ad una pace tra Israele e palestina lasciano il tempo che trovano. Il punto centrale rimane la necessità per l'occidente di avere un garante in territotio straniero e poco importa con quali mezzi il garante operi.

Al giornalista che gli chiedeva la sua opinione sul muro, che di fatto rende Gaza una prigione, il primo ministro risponde: "non me ne sono accorto. Ero concentrato sulle cose che avrei detto ad Abu Mazen ed ero intento a prendere appunti"; chiaro che una domanda simile è molto più complessa di quanto sembri perché mette a nudo la politica di Israele nei confronti della palestina, ma quel "non me ne sono accorto", propio mentre si apprestava a un colloquio con Abu Mazen, chiarisce molto la sua posizione di come deve essere intesa la pace tra Israele e Palestina. Ed è altrettanto chiaro che le affermazioni si basano sulla non conoscenza? della situazione di Gaza e della politica di israele sul controllo del territorio fatta , oltre che con le armi, anche di arresti arbitrari espropri di case ecc..
Una cosa detta che dovrebbe preoccupare molto chiunque ha a cuore la pace è l'idea di portare Israele nell'UE.
All'articolo I-41 (Disposizioni particolari relative alla politica di sicurezza e di difesa comune) paragrafo sette della costituzione europea si legge:
Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri. Gli impegni e la cooperazione in questo settore rimangono conformi agli impegni assunti nell'ambito dell'Organizzazione del trattato del Nord-Atlantico che resta, per gli Stati che ne sono membri, il fondamento della loro difesa collettiva e l'istanza di attuazione della stessa.
Questo comporterebbe, alla luce della situazione del medio oriente, la seria possibilità dell'entrata in guerra dell'Europa a difesa di Israele qualora i confini di questi venissero compromessi.
Questo non riguarda solo l'Iran, fermamente ostile a Israele al punto di dichiarare la volontà di distruggerlo, ma anche una possibile radicalizzazione della questione palestinese. 
Questa politica contraddice la stessa costituzione italiana la dove all'articolo 11 dei principi fondamentali sta scritto: L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Leggi anche:
viaggio a gaza
Gli strascichi della guerra in Iraq, e altrove.
post pubblicato in Riflessioni, il 19 ottobre 2009


Come si può leggere nell'articolo  allegato, le guerre moderne con le loro armi, non finiscono con la fine delle ostilità. Esse lasciano strascichi durevoli anche dopo e per lungo tempo.

Due sono le cause: Uranio impoverito (Per invadere l'Iraq la coalizione guidata dagli Usa ha utilizzato l'uranio impoverito come "penetrante" per mettere fuori uso i blindati irakeni e dopo le denunce (e le malattie) di numerosi veterani occidentali, anche italiani, una campagna mondiale chiede il divieto delle armi all'uranio impoverito) e mancanza di aiuti ai governi nella gestione del dopo guerra, sia a livello di decontaminazione sia dello sviluppo industriale, attraverso l’apporto delle tecnologie necessarie ad uno sviluppo sostenibile già sviluppate nei paesi che parteciparono alla guerra, con conseguente inquinamento incontrollato del territorio e aumento dei tumori.

L’Italia, paese aderente alla coalizione, attualmente ha in Iraq 120 uomini impegnati in attività di consulenza, formazione ed addestramento e cooperazione militare nel settore navale, ma sembra non sia impegnata in un lavoro di ripristino del territorio, e con essa anche gli altri paesi aderenti alla coalizione, mentre l’Iraq si trova a dover affrontare un problema inquinamento molto diffuso nel paese e che coinvolge non solo le grandi città ma anche la provincia; tutto ciò succede al di la delle belle affermazioni dei governi della coalizione, in testa gli usa, sulla lotta all’inquinamento.

La domanda che mi pongo è: se la guerra è stata fatta per evitare che l’Iraq di Saddam Hussein producesse armi di distruzione di massa (mai provato, perciò la giustificazione ultima è l’abbattimento della dittatura e l’instaurazione della democrazia ), ci si aspettava che l’esercito, dopo la vittoria, lasciasse il posto a persone qualificate ad indicare agli iracheni i mezzi migliori per evitare gli errori commessi dallo sviluppo occidentale? 

Sembra, invece, che l’unico interesse sia stato quello di creare un governo in grado di collaborare per lo sfruttamento incondizionato del proprio territorio senza valutarne le conseguenze.




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. guerra iraq italia usa inquinamento

permalink | inviato da verduccifrancesco il 19/10/2009 alle 22:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
RISPETTO E PROTESTA SONO COMPATIBILI? SI!!
post pubblicato in POLITICA, il 17 settembre 2009


Nel Ffwebmagazin Filippo Rossi scrive: "vi prego no. Non un'altra volta. E soprattutto non con la tragedia appena successa, con sei ragazzi italiani uccisi lontano dalle loro famiglie, con le lacrime che bagnano le guance di parenti, amici e colleghi. Non un'altra volta, così tanto per approfittare di un minuto di visibilità. Non ci interessa adesso affrontare il merito della questione su quanto sia giusto o meno stare in Afghanistan: lasciamo la questione agli esperti, agli strateghi, ai geopolitici."
Certo signor Rossi, la tragedia va rispettata, e io come tanti italiani, la rispettiamo.
Lei però, non può dire " Non un'altra volta, così tanto per approfittare di un minuto di visibilità." Nessuno vuole approfittare per avere un momento di visibilità, nessuno! e lei non ha il diritto di accusare nessuno.
Cosa ci facciamo in Afganistan, gli italiani se lo sono chiesto ieri, l'altro ieri e l'altro ieri ancora, praticamente, ce lo stiamo chiedendo da quando ci siamo andati e continueremo a chiedercelo fino alla fine della guerre anzi, di tutte le guerre.
Certo, veder morire giovani fa sempre male, sapere che stanno morendo per motivi che non condividiamo e che loro ci sono andati, alla guerra, convinti - da una propaganda ingannevole - di fare cosa utile agli Afgani, fa ancora più male.
Ma, d'altra parte, fa male anche vedere morire persone sul lavoro per l'incuria dei loro datori di lavoro, o vederli morire sulla strada per mancanza di riferimenti o per aver riferimenti - cosa più probabile - sbagliati; anche queste sono stragi che si trascinano da decenni, però, poco se ne parla, o se ne parla quando la strage diventa evidente per il numero di persone coinvolte. Inoltre, nell'attentato sono morte altre persone (Afgane), di loro che si dice? quanti sono i civili Afgani morti nella guerra, e non solo per mano del "nemico" ma anche per mano "dell'amico" , non si dovrebbe aver rispetto anche per loro?
Rispettare il dolore dei famigliari è una cosa, condividere ciò che sta succedendo in Afganistan è tuttaltra cosa. Ed è contro ciò che chi non condivide protesta ieri, oggi, domani, cioè sempre!!!!!!!!

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. guerra afganistan italia pace

permalink | inviato da verduccifrancesco il 17/9/2009 alle 21:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POVERA ITALIA
post pubblicato in Riflessioni, il 5 settembre 2009


Tra le tante cose dette dal premier, una sicuramente è giusta: "POVERA ITALIA"
Anche se lui, chiaramente, si riferisce ad altro, val la pena di vedere perché l'Italia sta diventando, sotto alcuni aspetti POVERA.
Certo, povera Italia; con tanta gente che sta perdendo il lavoro, penso ai precari, a causa di una politica tutta  tesa, da una parte al riaparmio, dall'altra a riempire le casse del privato a scapito del pubblico. 
Ma non solo la scuola ne sta facendo le spese, anche l'industria che, come previsto prima di agosto, con settembre molti operai dell'industria stanno stanno perdendo il posto di lavoro; certo, c'è la cig o la mobilità ma, forse, il governo se ne è dimenticato, c'è anche, per l'essere umano, la dignità. La dignità di guadagnare attraverso un lavore onesto, di sostenere la propria famiglia attraverso il proprio operato senza dipendere dallo stato. Quella dignità che, nel passato, a fatto muovere tanta gente quando i nostri politici non si curavano di loro, quando, ad ogni simtomo di pericolo per loro e le loro famiglie, si mettevano in marcia uniti per chiedere quello che gli era dovuto. 
Quelle stesse persone che oggi vedono i propri figli perdere il lavoro o, addirittura, impossibilitati a trovarlo, si stanno chiedendo il perché, l'Italia, dopo aver conosciuto un periodo, non dico d'oro, ma che comunque ha dato loro una certa certezza nel futuro, oggi, con il nuovo corso politico - tanto per intenderci, quello uscito da tangentopoli che avrebbe dovuto fare una pulizia di tutte le "magagne" del potere - si sta deteriorando sempre più, stia affondando nel più truce dei difetti umani: l'INDIFFERENZA.
Penso anche a quanti, in passato, abbracciando le vostre teorie liberal/capitaliste, si trovano oggi in difficoltà con le loro piccole aziende, in modo particolari i piccoli commercianti, perché, da una parte, con la diminuzione dei redditi, automaticamente, diminuiscono anche i loro affari dall'altra, non trovano più la disponibilità delle banche a far loro credito, ma anche alla mancata promessa di diminuir loro le tasse. Dette banche che, dopo aver ricevuto pingui finanziamente dallo stato, non li cedono perché, cedendoli, non realizzerebbero maggior guadagni.
La dignità, dicevo pocanzi, che, per l'essere umano, è la cosa più importante, è quella cosa che sta per essere messa in seria discussione dal nuovo corso politico; dopo tante parole spese contro il sistema della "prima repubblica", da voi definito "comunista" - e su questo argomento, lasciatemelo dire, risulta evidente la vostra poca dimestichezza con la storia (forse deriva da ciò il vostro interesse verso quella specie di "federalismo" venduto dalla lega come l'unico modo di uscire dall'impasse provocato da tangentopoli < dico forse perché, io, sono convinto che sapete benissimo che non è vero e che vi adeguate solo perché vi fa comodo >) - ma che in realtà mirava a soddisfare "TUTTI", ora state cercando di instaurare un sistema che sembra molto vicino al comunismo ( quello che voi condannate: centralizzazione del potere e controllo di ogni aspetto della società, inclusa l'economia ).
La dignità umana - Con il termine dignità, si usa riferirsi al sentimento che proviene dal considerare importante il proprio valore morale, la propria onorabilità e di ritenere importante tutelarne la salvaguardia e la conservazione.
Per i modi della sua formazione e le sue caratteristiche intrinseche, questo sentimento si avvicina a quello di autostima, ovvero di considerazione di sé, delle proprie capacità e della propria identità. Pertanto il concetto di dignità dipende anche dal percorso che ciascuno sceglie di compiere, sviluppando il proprio "io". -, signori, è quel sentimento che spinge l'essere umano ad agire per se e per gli altri, a pretendere rispetto per se e per gli altri, a sentirsi libero tra liberi. Pertanto, togliendo loro la DIGNITA' significa ucciderlo.
Questo è quello che state facendo con la vostra politica, attraverso il controllo dei mezzi d'informazione e la scuola ( non è vero che in Italia la cultura di sinistra si è imposta a scapito delle altre; in Italia, tutte le culture hanno sempre, dal secondo dopo guerra in poi, avuto pari opportunità di esprimersi. A dimostrazione di ciò è il fatto che la vostra politica ha oggi modo di esprimersi; se fosse vero ciò che dite, oggi non sareste al governo.), state togliendo ogni dignità agli italiani asservendoli attraverso falsi messagi costruiti ad arte e miranti ad illudere che la libertà consista nel fare ciò che si vuole e che tutti hanno le stesse possibilità.
Si, signori politici, POVERA ITALIA
  
SINISTRA E IDENTITA'
post pubblicato in POLITICA, il 20 luglio 2009


Due aspetti "negativi" della politica dei partiti della sinistra :

1) Le varie "sinistre presenti oggi e la volontà (pretesa) di ognuna di essere la vera rappresentante dell'elettorato di sinistra deriva, a mio avviso, dalla mancanza di una definizione concettuale, della stessa, che porta alla disgregazione.
Se da un lato c'è una sinistra che si richiama ai valori tradizionali tipici delle avanguardie del novecento, dall'altra, negli ultimi 2 decenni, si è andata formando una sinistra meno ortodossa e per questo più aperta alle esigenze degli elettori di diverse tendenze ideologiche. Questa sinistra - che io identifico ne PD, poiché intorno ad esso si sono raccolti, oltre che alla sinistra tradizionale, anche liberali e cattolici progressisti - è a tutt'oggi in fase di formazione, in cerca cioè di una sua identità politico/ideologica, che dovrebbe portarla alla formazione di una realtà (partito?) variegata nel suo insieme politico/ideologico, ma omogenea negli obiettivi di base e nei programmi che mano a mano elaborerà. 

Di sicuro la frammentazione attuale della sinistra "ortodossa" non porterà nulla di positivo dal momento che ha come risultato la dispersione dei voti, non solo, dimostra anche che, attualmente, non è in grado di rapportarsi direttamente con l'elettorato che, a causa dei cambiamenti avvenuti nel contesto socio/economico, non risponde più ai criteri del passato. 
Ciò che serve oggi è un movimento politico in grado di recepire a fondo, non solo le esigenze immediate, ma, cosa più importante, i cambiamenti che si verificano in modi e tempi assai diversi dal passato. Tali cambiamenti non riguardano il capitalismo, che di per se rimane ancorato ai vecchi schemi liberisti, ma la società nel suo insieme.
Con la continua evoluzione della tecnologia, le popolazioni sono in grado di comunicare molto più rapidamente e con esse anche le notizie di avvenimenti che accadono altrove, e il potere, anche dittatoriale, a serie difficoltà ad intervenire. Ciò permette alle popolazioni di trasmettere, nell'immediato, notizie riguardanti il loro stato socio/politico/economico ed avere appoggi a livello mondiale. Inoltre, nei paesi occidentali, la classe media è ormai la maggioranza della popolazione e preme per restare ancorata al proprio status di relativo benessere. 
Questo comporta, necessariamente, una maggior coscienza  in ogni strato della popolazione a livello politico, sociale ed economico. La conseguenza è una popolazione più preparata che, anche se più soggetta a forme di controllo mediatiche, la porta ad assumenre posizioni via via sempre più critiche nei confronti delle formazioni politiche che non capiscono, o non vogliono capire(?) che , per essa, è più importante l'informazione - attraverso la partecipazione - sui cambiamenti sociali, sia nazionali che internazionali - si veda l'interesse che c'è per internet -, e che appoggierà chi saprà, in futuro, rapportarsi in modo positivo nei confronti dei nuovi mezzi.

2) la prassi da applicare per il raggiungimento degli obiettivi, e credo che questo sia uno dei grossi problemi della sinistra.
Ancora oggi, i partiti, si comportano, sia all'interno della struttura sia verso i sostenitori, come entità separata dalla popolazione - il partito usa l'elettore come mezzo per il raggiungimento dell'obiettivo  - e non come espressione diretta della stessa - il partito è il mezzo con cui l'elettore cerca di raggiungere l'obiettivo; nel primo caso la gestione della politica è direttamente e unicamente espressa dal partito con l'unica eccezione delle elezioni, nel secondo caso, la gestione è mediata tra politici di "professione" e popolazione attraverso meccanismi quali: 
a) assemblee di approfondimento sia dei problemi sia dell'evolversi della società, 
b) attività culturali aventi come scopo la propagazione delle idee, degli obiettivi e delle azioni per attuarli.
Questi meccanismi, per essere validi, devono essere rivolti a tutta la popolazione, creando cosi un dibattito di base che vada a coinvolgere anche coloro che di politica non si interessano.
Il partito, perciò, deve essere inteso come motore propulsivo in grado di spingere la società, e non come la macchina; deve condurre la lotta sugli obiettivi reali espressi dalla popolazione e non creati a tavolino da una dirigenza che conosce i problemi della popolazione in base a conoscenze teoriche.
Per agire in tal senso, l'unico modo è il contatto diretto con la popolazione.

Se la destra, negli ultimi quindici anni, è riuscita ad emergere cosi vistosamente è grazie alla mancanza di realismo della sinistra che ha continuato ad operare in base ai vecchi schemi, limitandosi a cambiare nomi senza riuscire a darsi una identità veramente nuova e moderna.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica italia sinistra partiti

permalink | inviato da verduccifrancesco il 20/7/2009 alle 17:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
CONTRORIVOLUZIONE
post pubblicato in Riflessioni, il 20 maggio 2009


Di solito la politica del sig. brunetta viene definita rivoluzione nel settore pubblico.
Non credo proprio, la sua, caso mai, è contro rivoluzione, il suo modo di intendere la lotta ai "furbi" richiama un antico modo di affrontare i problemi, dare 5 anni di carcere ai "fannulloni" - chi poi decide quando una persona è fannullone? - implica un sistema basato sul terrore; certo, cosi facendo - tagliando la testa al toro, come dice un adagio popolare - si risolvono tutti i problemi, qualsiasi sbaglio fai finisci in galera.
Naturalmente, certe categorie, tra cui i politici che disertano il parlamento - perché hanno altri interessi da curare - non verranno toccate, anzi, magari applicheranno il "nodo Alfano" anche a loro.
Attenti Italiani, se continua cosi - oggi il pubblico, domani... tutti - ci ritroveremo a fare i conti con una dittatura, magari parlamentare, che ci impedirà anche di respirare.
Ricordo ancora i vecchi del paese, che di fronte al continuo aumento dei prezzi, dicevano che ci avrebbero fato pagare anche l'aria.
Bene, penso proprio che abbiano avuto ragione, solo che alla loro paura si è aggiunto anche quella di passare per criminali per azioni che al massimo dovrebbero comportare il licenziamento.

Certo, emettere certificati medici falsi è truffa nei confronti dell'ente pubblico, ma ad emetterli sono i medici, i pazienti possono essere consenzienti o meno, il certificato in se non può essere la prova del loro coinvolgimento, l'unico ad essere perseguibile dunque è il medico, ma di questo non si parla.



L'Italia grida vendetta
post pubblicato in Riflessioni, il 30 aprile 2009


MOTOVEDETTA MALTESE CON 66 MIGRANTI PUNTA SU LAMPEDUSA: L'ITALIA DICE NO.

Sicuramente per il governo Italiano è più importante dimostrare la sua suoeriorità ai Maltesi che aiutare 66 persone. La nave maltese distava 23 miglia da Lampedusa e 120 da Malta, qualsiasi persona di buon senso avrebbe accettato lo sbarco, anche solo per evitare altri disagi a persone già cosi provate.
Invece... 
Inoltre, durante la vicenda della Pinar, il ministro Maroni aveva invocato l'intervento dell'UE, cosa giusta e sacrosanta, visto che il problema, oltre che a riguardare direttamente anche la Spagna e la Francia, dovrebbe diventare di pertinenza dell'UE come entità politica federale degli stati apparteneti, ma, dopo la soluzione della vicenda, tutto è caduto nell'oblio, quasi a far pensare che l'UE fosse stata solo una scusante e non un obiettivo politico da raggiungere.

Libertà e difesa
post pubblicato in diario, il 24 aprile 2009


In ogni democrazia che si rispetti, la libertà di espressone è un fattore determinante per misurare la validità, nella pratica, della democrazia stessa; ciò implica anche la possibilità che, componenti sociali e politiche avverse alla democrazia, abbiano la possibilità di eprimersi. Questo si può considerare un grosso difetto della democrazia, difetto a cui, fino ad oggi, nessuno ha saputo porre rimedio.
Come è possibile che un sistema sociale crei, da se, la forza che potrà porre fine alla sua esistenza? Eppure, se guardiamo la storia umana, è evidente il suo ripetersi costante; sin dall'antichità, ad esempio, nella grecia antica, l'organismo democratico aveva la facoltà di eleggere il "tiranno" ovvero una figura che prendeva in se tutti i poteri dello stato per meglio far fronte a particolari emergenze, la legislazione prevedeva che, finita l'emergenza, il tiranno si facesse da parte e si reinstaurasse la democrazia, ma non sempre ciò avveniva. 
http://it.wikipedia.org/wiki/Tirannide#La_nascita_della_tirannide
Questo modo di fare ha comportato la nascita della figura politica del "dittatore" che può raggiungere il potere anche con il consenso del popolo e che non necessariamente è negativa.
Ma questo poco a a che fare con le moderne dittature nate esclusimamente per la difesa di interessi particolari e non per la difesa della democrazia da attacchi esterni e interni. Oggi, come nel secolo scorso, la dittatura è un mezzo usato da un singolo individuo per appropriarsi del potere con l'esclusivo scopo di creare un sistema sociale che rifletta la sua immagine, creare cioè un mondo a sua immagine e somiglianza.
E' in questo quadro che, a mio avviso, va analizzato il problema degli attacchi alla democrazia da qualunque parte essi vengano, poiché tali attacchi mirano a demolire il quadro istituzionale democratico.
Se da una partre è lecito reagire in modi anche duri e decisi per porre un freno agli attacchi, d'altra parte non bisogna dimenticare che travalicare i principi stessi della democrazia può comportare comunque la sua stessa fine.
I movimenti di destra che inneggiano al passato nazista e che lo vorrebbero ripristinare non sono più dittatori di quelli di sinistra che, richiamandosi al passato del socialismo reale vorrebbero ripristinarlo, il tutto in nome di una migliore società.
Di per se, questi movimenti, pur essendo offensivi nei confronti di chi crede nelle libertà individuali, non rappresentano un reale pericolo immediato per la democrazia, il pericolo maggiore viene dal suo interno, da coloro che, sostenendo la necessità di un miglioramento della costituzione a fini benefici, stanno di fatto, con le modifiche, affossandola.
E' nei confronti di queste forze che le istituzioni dovrebbero reagire in modo fermo e deciso.
Purtroppo queste forze sono al governo e con una maggioranza che forse non si era mai verificata prima in Italia; oltre a ciò, l'opposizione, che dovrebbe essere l'unico punto di riferimento per noi, non riesce a trovare un punto di accordo per porre un freno allo sciempio che si sta perpetrando nei confronti della costituzone.
Che fare allora? aspettare che in Italia si instauri di nuovo la dittatura o reagire in ogni modo possibile insistendo nel denunciare e facendo sentire la voce di quanti vorrebbero continuare a vovere in un mondo libero anche se pieno di problemi?
  
  
25 aprile e il diritto di partecipazione
post pubblicato in Riflessioni, il 23 aprile 2009


Leggendo i giornali di questi giorni m'è venuto da pensare che il 25 aprile stia ormai perdendo il suo significato originale.
Il fatto che tutti se ne vogliano appropriare, inclusi coloro che da sempre sostengono idee contrarie ai principi emersi da quei fatti, non sta certo a indicare che l'evento sia, finalmente, recipito da tutta la popolazione come evento fondante della nostra democrazia anzi... sicuramente è vero il contrario.
Quando i vari Berlusconi, La Russa, ecc. dicono che non è giusto che sia solo una parte dei cittadini a parteciparvi, come secondo loro è sempre successo, lo fanno pur sapendo che la verità è un'altra; i comitati sorti negli anni hanno sempre aperto le porte a quanti si identificavano nell'antifascismo, se poi alcune formazioni politiche e certi individui non hanno mai voluto parteciparvi, significa solo che non vi si sono mai identificati.
C'è da chiedersi allora: perché solo ora hanno la pretesa di indicare la ricorrenza come patrimonio di tutti, inclusi i fascisti, il che è una forte contraddizione? 
La risposta può essere semplice: l'interesse oggi è unicamente politico, come dice giustamente Di Pietro, a questa gente dell'antifascismo non gliene frega niente, però, essendo un buon palcoscenico, val la pena di sfruttarlo ottenendo cosi due "piccioni con una fava" come dice il vecchio proverbio, da una parte danno visibilità alla loro immagine di persone interessate ai valori, dall'altra snaturano proprio quei valori,
 

25 Aprile e la partecipazione di Berlusconi
post pubblicato in diario, il 22 aprile 2009


Purtroppo, con l'avvicinarsi della ricorrenza, la destra con a capo il 1° ministro, invece di contribuire ad una seria riflessione sul significato primo del 25 Aprile, prendendo spunto proprio da esso, continua la sua politica di diffamazione della democrazia, nascondendosi dietro presunti diritti di legalità di quelle forze che contribuirono all'occupazione nazista dopo l'armistizio; il 1° ministro, affermando che parteciperà perché "di questa festa non se ne appropri soltanto la sinistra", vuol dimostrare che il 25 non deve più essere considerato come ricorrenza specifica di quell'evento storico che portò alla liberazione dalla dittatura e all'affermazione dei diritti su cui si basa la carta costituzionale, ma deve essere inteso come momento di ricordo "eroico" dei caduti della guerra civile inclusi i repubblichini che combatterono contro i partigiani a fianco dei nazisti. 
Anche La Russa si pone sullo stesso piano quando afferma che "i partigiani rossi meritano rispetto ma non possono essere celebrati come portatori di libertà" dimenticando che i "rossi" furono parte integrante del movimento a cui parteciparono, oltre ai "rossi", sia i cattolici che i liberali e che ci fu una sintonia, se non di idee politiche, di ideali che portarono alla stesura concordata della costituzione.
Inoltre, questi signori, con le loro affermazione che la costituzione fu decisa in sintonia con il regime russo e che la "prima repubblica" è stata un regime comunista, oltre a dimenticare che fu proprio
Togliatti, qualche decennio prima di Fini, ad allontanarsi dal socialismo reale instaurato da Stalin, e a iniziare una revisione storica delle idee comuniste e che in base a questa revizione nacque "la via italiana al socialismo", intesa come percorso democratico per una società più umana, dimenticano anche i vari tentativi di riportare il fascismo in Italia da parte di alcuni esponenti della D.C. vedi legge truffa http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_truffa del 1953, e che solo grazie a una forte opposizione, politica e popolare, si riusci a evitarla.
E' vero che Fini ha fatto e sta facendo una revisione del movimento fascista in Italia, però è altrettanto vero che molti esponenti di A.N. e F.I., ora riuniti nel P:D:L: sono tuttora legati a tematiche decisamente illiberali; a partire dalla legge sulla sicurezza, dalla loro determinazine, assieme alla lega, di negare ogni diritto ai migranti e vedere in essi tutto il male d'Italia, alla legge sulla sicurezza sul lavoro, ecc..
Tutto ciò implica la determinazione di appropriarsi di ricorrenze, non perché convinti della loro validità, ma per snaturarne i valori; valori che, essendo conttrari al loro costume ideologico, mettono costantemente sotto accusa il loro tentativo di stravolgere la costituzione. 
Credo che l'invito di Franceschini al premier non sia da considerare un cedimento, ma un ulteriore tentativo di richiamo ai valori della resistenza per tutti gli Italiani e in particolar modo per chi li rappresenta.
Naturalmente il tentativo è, sin da ora, da ritenere fallito, poiché il 1° ministro ha già deciso che parteciperà si alla ricorrenza ma nel modo che gli è più congeniale, cioè sciegliendo un "palcoscenico" che possa proiettarlo sulla scena senza nessun contraddittorio diretto; il "palcoscenico" è l'Abruzzo. Considerando le sue dichiarazioni in merito alla presenza dei politici sulla scena del terremoto, è lecito pensare che, per l'ennesima volta, il premier intende sfruttare le disgrazie altrui e, in questo caso, anche la ricorrenza, per porre la sua immagine in primo piano.  


Politica e terremoto
post pubblicato in diario, il 20 aprile 2009


<>Santoro viene accusato dal Minculpop di faziosità e di travalicare il confine che dovrebbe perimetrare lo spazio di intervento di un cosiddetto “servizio pubblico”. Santoro può piacere o meno, può esser considerato o no un buon giornalista; ma quel che è certo è che non è possibile, se non in un regime, definire a-priori quale debba essere lo spazio all’interno del quale possa muoversi un “servizio pubblico” di informazione.>
«La prevenzione non porta voti». Il capo della Protezione Civile ricorda anche le reazioni alle sue parole di due anni fa, in occasione delle celebrazioni per il terremoto di Marche e Umbria. «Dissi - sottolinea - che si doveva fare prevenzione, ma temevo che non si sarebbe mai fatta perchè con la prevenzione non si vincono le elezioni. La prevenzione non porta voti, evita i disastri di questo genere e nessuno poi si può mettere la medaglietta del soccorso immediato. Fui aspramente redarguito per queste affermazioni: mi venne detto “se vuoi fare la politica partecipa alle elezioni e non fare il funzionario dello Stato”».
<Continueremo a fare bene>. Quanto alla Protezione Civile, conclude, «noi siamo il pronto soccorso di un paese, non siamo noi che dobbiamo imporre regole, discipline e leggi che poi devono essere rispettate. E credo che come pronto soccorso abbiamo agito bene e continueremo a farlo»
.
Qui il problema non è se Santoro sia fazioso o meno o che la protezione civile abbia agito in modo adeguato, ma l'uso che se ne sta facendo da parte del governo.
Dalle affermazioni di Berlusconi sui tempi di ricostruzione e sulle indagini alle dichiarazioni di Calderoli, che accusa di sciacallaggio quanti si sono permessi di criticare, anche rifacendosi al passato, la mala gestione del territorio, si può facilmente dedurre che la maggioranza intende gestire da sola, come se fosse un affare, la ricostruzione. 
Non si può prescindere dalle responsabilità inerenti la gestione del passato se si vuole evitare, nel futuro che si ripeta, perciò l'indagine deve essere condotta con i tempi e i modi propri, non solo per capire il perché ma anche per capire chi e le connivenze occorse pe poter agire al di fuori della legge.
Sicuramente questo modo di agire da molto fastidio a una persona che sugli abusi ha costruito la sua fortuna e che conosce bene; ecco allora la necessità, da una parte, di agire in fretta con la scusa di dare agli sfollati una casa, anche non conforme alle leggi, dall'altra quella di ricusare, quanti hanno criticato, per nascondere sia le responsabilità passate sia quelle future della ricostruzione.
Ha ragione Bertolaso, prevenire costa e non solo in soldi ma anche in politiche che possono apparire impopolari e perciò non convenienti a fini politici, e questo governo è un maestro nel disperdere soldi in questo senso, si veda la rinuncia alle consultazini elettorali in un unico giorno per evitare la caduta del governo e prima lo schierarsi con la parte più conservatrice del cattolicesimo sulla legge del T.B. 
Inoltre una politica di prevenzione dovrebbe riguardare, non solo l'edilizia, ma tutti quei settori dove la vita, se non tutelata con leggi apposite, può essere messa a rischio, cosa che il governo, non solo non intende fare, ma addirittura cerca di snaturare le leggi esistenti "si veda la legge sul lavoro".
Tutto ciò ci porta solo a pensare che i fautori del "nuovo corso" non sono altro che dei veri e propri "sciacalli" che agiscono solo e unicamente per il proprio interesse prima personale poi, forse, di partito.
francesco
http://www.spazioliblab.it/?p=991#comment-120

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica italia società terremoto

permalink | inviato da verduccifrancesco il 20/4/2009 alle 14:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 Aprile e antifascismo
post pubblicato in diario, il 18 aprile 2009


Il 25 Aprile, ricorrenza della liberazione, ci saranno festeggiamenti in tutta Italia, tante passerelle o riflessione?


continua
SICUREZZA
post pubblicato in diario, il 9 aprile 2009


La Lega è furiosa e il ministro dell'Intero Roberto Maroni alza i toni: "Sono furibondo. Dal 26 aprile dovremo rimettere in libertà 1.038 clandestini". Poi la secca chiamata in causa del premier: "Intervenga, serve il suo impegno per le scelte del governo. Per due volte le nostre iniziative sono state smentite dal voto dei franchi tiratori. Chiederò a Berlusconi di farlo lui, perchè evidentemente io non riesco a farlo e lo ammetto. O ci riesce il presidente del consiglio o dovrò prendere atto che sull'immigrazione clandestina la maggioranza, o una parte di essa, non la pensa così severamente come la pensiamo noi".

Ma le parole di Maroni non piacciono al Pdl. "Nessuno scagli la prima pietra, nessuno faccia il primo della classe, bisogna rimediare prima che sia troppo tardi, questo provvedimento è necessario" dice Ignazio La Russa - Semmai bisogna cercare di capire chi siano stati i 12 franchi tiratori e parlargli in separata sede. Piuttosto che lamentarsi bisogna adesso cercare di rimediare".

C'è stato un incidente parlamentare, sarà pure grave dal punto di vista della Lega, ma non bisogna neppure esagerare, senno così facciamo un ulteriore danno di immagine alla maggioranza"Questa Roberto non me la doveva proprio fare. E sì che, giusto ieri sera, gli avevo dato il via libera a mettere il voto di fiducia. Non è colpa mia se è saltato per ragioni tecniche. Adesso basta, stanno veramente esagerando". 
Appena tornato a Roma, s'è messo al lavoro con Gianni Letta per studiare una soluzione sicura che salvi i Cie, rimetta in serenità Maroni, riequilibri i rapporti con la Lega.

Da quanto riportato sopra <estratto da due articoli de la repubblica" appare chiaramente l'inconsistenza dell'attuale maggioranza che, più che basarsi su una coalizone con alla base un programma politico condiviso, si basa su un'alleanza fatta di scambi di favori riconducibili alla logica di spartizione del potere da parte delle singole componenti tipica della prima repubblica. 
Da una parte il PDL con maggioranza relativa che vorrebbe indirizzare il paese verso una politica centralizzata al fine di poter meglio controllare le singole realta, in questo contesto va inserito anche il federalismo visto dal PDL come momento indispensabile poiché crea, a livello regionale e provinciale, i presupposti per un conflitto di interessi fra le regioni e province dando modo allo stato, con la scusa di coordinare, di controllare direttamente le stesse.
Dall'altra la lega, minoritaria all'interno del governo, che vorrebbe invece una politica decentralizzata con poteri regionali e provinciali autonomi, dando modo di incanalare le risorse la dove esiste maggior sviluppo causando cosi un pericolo di arretramento di quelle realtà che già oggi hanno difficoltà a reperire i fondi necessari per il loro sviluppo; inoltre, l'ostinazione leghista mirante a impedire una politica di integrazione degli stranieri è in netto contrasto con quanti, anche di destra e in particolare, artigiani, piccoli inprenditori, ma anche famiglie benestanti che utilizzano il lavoro degli stranieri per sopperire alla mancanza di manodopera in determinate realtà produttive.

Le due componenti, per mantenere in piedi il governo, necessario ai loro scopi, sono costrette a fare accordi sulla politica da seguire sui vari problemi del paese, ma che, come nel caso degli immigrati, si devono scontrare su alcune componenti individuali, che, per ragioni di cascienza, vanno e andranno a votare contro qualora l'opposizione gliene darà l'opportunità. 
Ciò sta a indicare che l'attuale maggioranza essendo composta da due entità opposte fra loro, pur avendo i numeri in parlamento per far passare, almeno in linea teorica, tutte le leggi, di fatto si ritroverà sempre a dover fare i conti con la componente cattolica al suo interno poiché, essendo la rappresentante di una visione morale del paese, si troverà a dover fare i conti con la propria coscienza.

Una chiarificazione sulla vera identità del PDL viene da La Russa, quando, replicando a Maroni, ipotizza la possibilità di indagare su chi ha votato contro, come a dire che una divergenza di idee all'interno del partito non può esistere pena, probabilmente, la rimozione dall'incarico.
Questo da anche la misura dell'andamento del parlamento qualora il PDL dovesse raggiungere la maggioranza assoluta.












Governo, scioperi e la destra
post pubblicato in diario, il 5 aprile 2009


<Ma da parte delle istituzioni cittadine è arrivata una secca decisione di non intervento. "Sono manifestazioni di idee, se non ci sono problemi di ordine pubblico io non mi sento di intervenire", aveva detto il sindaco Letizia Moratti.>

Dopo la manifestazione della cgil di ieri, vari esponenti del governo si sono sbizzarriti a definirla in vari modi tipo, scampagnata, carnevalata, politica ecc., inoltre, il primo, rispondendo alla richiesta di Epifani di un tavolo di confronto dice "glielo do in testa il tavolo" e aggiunge "non si può discutere con i sordi", e definendo "comunista" la manifestazione, questo dopo una manifestazione che a visto sfilare per le vie di roma in modo ordinato e senza incidenti centinaia di migliaia di persone, lavoratori, disoccupati, precari, pensionati, estracomunitari.
Fin qui niente di drammatico, abbiamo già molte volte avuto l'occazione di sentire tali affermazioni ogni volta che viene criticato il governo, se non fosse che oggi, a milano, si è svolta la manifestazione di forza nuova, partito politico dichiaratamente fascista, dove sono intervenute altre organizzazione europee, anchesse di natura nazifascista, e intorno ad esse non si è sentito nemmeno un soffio da parte del governo; a parte il sindaco di milano che comunque da la dimostrazione pratica di come viene affrontato il problema "DEMOCRAZIA" in italia.
E' vero che in democrazia tutti hanno il diritto di esprimersi, ma è altrettanto vero che la democrazia a il diritto/dovere di difendere i propri principi fondanti e, dato che uno dei più importanti è l'anti fascismo, il governo aveva l'obbligo di impedirre tale manifestazione, anche se avveniva in privato, perché i gruppi organizzativi si richiamano a principi di negazione delle liberta e al razzismo; una democrazia che si rispetti ha l'obbilgo di salvaguardare i diritti di ogni individuo che vive e lavora, ma anche ai criminale, al suo interno anche limitando o reprimendo tutto ciò che è contrario ai principi di libertà. Oltre a ciò, va considerato che questi comportamenti sono una grave offesa a quanti nella loro vita hanno subito direttamente la violenza del fascismo e dei loro discendenti.
Il comportamento del governo sta a dimostrare, peraltro già ampiamente anticipato con l'idea del premiarato, che la destra italiana, nascondendosi dietro a presunte necessità di snellimento delle procedure e a un anti comunismo che solo loro riescono a vedere, vuole creare un sistema sociale basato sul presupposto che solo l'economia capitalista possa risolvere tutti i problemi anche se a scapito dei diritti di ognuno; per attuare il proprio disegno è disposta a far uso anche di quei movimenti politici che sono la negazione dei principi su cui si basa la democrazia italiana.
Sfoglia novembre        gennaio
calendario
adv