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Jobs act, demansionamento con tagli stipendio per salvare posto
post pubblicato in LAVORO, il 11 aprile 2015


Jobsact, demansionamento con tagli stipendio per salvare posto

Le nuove regole del dimensionamento delle professionalità che, a detta del governo, hanno come obiettivo "anche quello di rendere più flessibile la gestione del rapporto di lavoro e l'esercizio del potere organizzativo del datore di lavoro" prevedono che: “il lavoratore potrà essere assegnato a qualunque mansione del livello di inquadramento e non più soltanto a mansioni equivalenti (cioè a quelle che implicano l'utilizzo delle stesse professionalità); in caso di mutamento degli assetti organizzativi dell'azienda il lavoratore potrà vedersi modificare unilateralmente e in peius le mansioni con un livello di inquadramento inferiore pur salvando il livello di inquadramento stesso e la retribuzione. Ma, e qui sta l’inghippo, “in cosiddetta sede protetta il lavoratore potrà concordare con il datore di lavoro nuove mansioni e un taglio dello stipendio se ciò dovesse rispondere alla "necessità di conservare il posto di lavoro",ovvero, se il datore, ha la necessità di reinquadrare il lavoratore, potrà ,mettere il lavoratore di fronte alla scelta di poter continuare il rapporto di lavoro con altra mansione a patto che rinunci anche allo stipendio della mansione precedente, di conseguenza, cambierà anche il suo livello di inquadramento.

Mah! Ma quale sede protetta, qui si sta prendendo in giro il lavoratore!Non c’è bisogno di essere dei geni per capire che la seconda parte, salvo eccezioni, eliminerà la prima; quale datore, avendo la possibilità di diminuire lo stipendio, non usufruirà del “potere” che gli viene messo nelle mani? Che si tratti di assetto organizzativo o di crisi dell’azienda o di automazione, il datore sfrutterà sempre e comunque la seconda opzione.

Licenziamento per giusta causa a rischio.
post pubblicato in LAVORO, il 8 marzo 2010


Il tre marzo, il senato a approvato in via definitiva il testo della legge 1167-B sui lavori usuranti ma che contiene anche la riforma delle procedure di conciliazione e arbitrato ((articolo 31).  
La riforma fatta nell'articolo 31 prevede la possibilità di scegliere se usare, in una eventuale vertenza, l'arbitrato o il giudice; scelta che però viene vanificata dalla possibilità del datore di lavoro di chiedere di scegliere al momento dell'assunzione e dato che per il datore è più conveniente l'arbitrato - , è ovvio supporre che il lavoratore si troverà indebolito sin dall'inizio perché, se dovesse scegliere il giudice, la possibilità che non venga assunto è alta. Inoltre, la scelta fatta non può più essere cambiata.

Una modifica, questa, che va ad aggirare l'articolo 18 - peraltro già aggirato con i contratti a termine - dello statuto dei lavoratori anche se nell'articolo 31 non se ne fa menzione.
Secondo Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, "è una norma di carattere generale che interviene sul complesso delle procedure per la difesa dei diritti dei lavoratori. Nella prima versione della legge era addirittura prevista l'obbligatorietà del ricorso all'arbitrato che poi è diventato facoltativo. Tuttavia il punto vero è che nel momento dell'assunzione il datore di lavoro può chiedere a un lavoratore di rinunciare alla via giudiziale per la tutela dei propri diritti. E, in quel particolare momento, il lavoratore è più debole e più "ricattabile". Per questo potrebbe accettare la proposta precludendosi per tutta la durata del rapporto di lavoro di ricorrere al giudice".

Questa legge assieme ad altre come la privatizzazione dell'acqua e dell'esercito, indicano la volontà di spogliare - attraverso modifiche che, tra l'altro, vengono proposte all'interno di altre leggi (nel caso specifico la legge sui "lavori usuranti") - il cittadino dei suoi diritti reali (la modifica in questione, di fatto, elimina il "licenziamento per giusta causa" dato che, sin dall'assunzione, il cittadino lavoratore sarà chiamato a decidere tra le due possibilità e, chiaramente, dovrà, se vuole essere assunto, scegliere l'arbitrato) attraverso metodi che, all'apparenza, sembrano democratici, ma che, in realtà, si basano sul ricatto.

Inoltre, per mascherare questa linea politica, si usano anche forme di "deviazione" dai problemi reali inventandosi problemi che, con quelli reali, non hanno nulla a che fare. L'ultimo, in ordine cronologico, quello delle schede elettorali che segue a presunti scandali privati. Ciò che lascia perplessi è la "disponibilità" dell'opposizione a una "collaborazione" inconscia a questa politica.
Le manifestazioni - che con le schede a raggiunto toni, anche violenti,  di repulsa nei confronti del governo e del suo leader, lasciano il tempo che trovano se a farne le spese sono poi i cittadini che, dei programmi elettorali dei partiti in gara, non avranno la minima conoscenza, voteranno in base a simpatie personali o in base a convinzioni nate dalla propaganda dei mas media. Propaganda fatta attraverso programmi presunti di svago ma che, in realtà, trasmettono comportamenti a sostegno dell'idea base del liberismo: il più forte vince. 
Se questa è la politica post ideologica, c'è da rimpiangere la "prima repubblica".

I problemi reali e la loro soluzione rimangono appannaggio dei politici che, seguendo una logica estranea alla democrazia, si sono appropriati del diritto di decidere arbitrariamente il destino del popolo.
E' vero che la democrazia partecipativa è di difficile applicazione, ma, perlomeno, portare a conoscenza dei cittadini i programmi in modo che possano valutare, sia prima che dopo, l'operato del partito scelto è sicuramente facile e gradito.





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