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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Per il premier Italiano “la guerra è un lontano ricordo”.
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 25 maggio 2012


Oggi, scorrendo il sito Unimondo, mi sono imbattuto in un articolo su Mario Monti e l’incontro che ha avuto con un gruppo di giovani provenienti da paesi in guerra, ospiti della Cittadella della Pace, a Rondine (Arezzo).
Nell’incontro, Monti ha detto che “per l’Italia, la guerra è solo un lontano ricordo”. Una frase a dir poco deviante dalla realtà; l’Italia è in guerra, solo che oggi la guerra ha cambiato nome. Oggi, quando le guerre vengono condotta fuori dai confini, si chiamano, molto eufemisticamente, missioni di pace.
Poco importa se a portare la pace si va col cannone, poco importa se dietro a dette missioni di pace s’annidano interessi di vario genere. Poco importa se le guerre vere, quelle a cui dopo si va a pacificare, sono possibili grazie al commercio di armi di cui l’Italia è all’avanguardia.
Ma d’altra parte, non si può certo dire a questi ragazzi che i colpevoli siamo noi, che il nostro benessere dipende anche dalle guerre e dalle missioni di pace nei loro paesi. Non si può certo dire loro che il mondo civile ne ha bisogno, che per sopravvivere ha bisogno del loro sacrificio.

La frase, e il messaggio in essa contenuto, rappresenta tutta l’ipocrisia d’un mondo politico che, ormai, non riesce più ad uscire dagli schemi economici del consumismo di cui l’economia capitalista/finanziaria ha bisogno per sopravvivere.

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La bandiera.
post pubblicato in ALTRO, il 27 aprile 2012


E’ in questo cielo azzurro che s’innalza,
sventolando, la triplice bandiera.
Carica di ricordi tristi s’alza;                        
leggero dolce vento di primavera.

Dal tempo che remoto fu s’avanza,
- mai più nel buio sarà prigioniera! -
con sicurezza e solenne baldanza,
di tristi foschi ricordi foriera.

Della speranza di verde vestita,
d’un popolo gagliardo è messaggera!
Da pace e purezza nasce la vita.

Del sangue rosso d’eroi intrisa,   
la codardia vigliacca ripudia                     
di quanti nel tempo l’hanno derisa.

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Di Paola: Italia disponibile ad addestrare esercito libico
post pubblicato in BREVI, il 16 gennaio 2012


(ANSA) - ROMA, 15 GEN - ''L'Italia ha dato sua disponibilita' ad addestrare le forze armate libiche se i libici lo vorranno''.
Lo ha detto il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, intervistato nella trasmissione di RaiTre 'In mezz'ora'. ''Mi sembra - ha spiegato Di Paola - che ci sia una certa disponibilita'. L'Italia ha storicamente rapporti con la Libia ed e' Paese cui la Libia guarda con amicizia''. Quanto alle spese dell'eventuale missione, ha aggiunto, ''la Libia e' disposta a contribuire''.

C’è qual’cosa che non va; la Libia potrebbe anche contribuire alle spese? Ma come, impegniamo uomini ad addestrare un esercito a nostre spese e speriamo che la Libia contribuisca come se fossimo noi a chieder loro il favore di aiutarli?
No! Decisamente non ci siamo!

In primo luogo, trovo strano che uno stato, nazione, popolo sovrano vada ad addestrare alla guerra un altro stato, nazione, popolo sovrano - certo, sicuramente alla base di una collaborazione simile c’è un tornaconto nel commercio di armi, ma a chi va il guadagno di tale commercio? sicuramente ai produttori, non di certo al popolo! Ah, si, le tasse; più si vende più tasse entrano nelle casse del fisco. Giusto, ma, così facendo, l’impressione che se ne ricava è che paghiamo per lavorare. E’ una cosa decisamente assurda!
In secondo luogo, insegnare a fare la guerra ad un altro popolo non mi sembra una scelta adeguata per una nazione che pretende di essere garante della pace - si vedano le missioni “di pace” ONU in cui siamo coinvolti. Un’azione del genere “””potrebbe essere accettabile””” se il popolo in questione fosse amico e affine alla nostra cultura e non un “semplice” partner economico. Questo significa che commerciamo morte in cambio di energia che, utile che sia, non giustifica lo scambio.

Uno scambio serio per una nazione che aspira alla pace non può che basarsi su idee e prodotti utili alle due popolazioni per il loro benessere e la guerra non risulta tra questi, anzi, acquisire armi e imparare a combattere è l’esatto opposto della pace e del benessere.

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Iraq, nessuna pacificazione: attentati multipli a Bagdad, almeno 57 morti e 150 feriti
post pubblicato in BREVI, il 23 dicembre 2011


qui la notizia
A qualche giorno dalla partenza degli ultimi militari dall’Iraq, ecco che esplode puntuale il terrorismo religioso che indica l’inutilità dell’intervento americano e della democrazia “importata”.
Gli attentati di Bagdad non lasciano dubbi sulla ripresa degli scontri tra le diverse etnie religiose e, in modo particolare, tra sciiti e sunniti. Gli attentati della capitale, a quanto sembra, si sono verificati in zone ad alta concentrazione sciita, il che lascia supporre l’inizio della lotta per il potere tra sciiti - lo sciismo rappresenta la maggioranza dei mussulmani in Iraq come in Iran - e sunniti - Saddam Hussein era di etnia sunnita.

A parte la lotta interna, di cui sicuramente sentiremo ancora parlare, sarebbe utile che l’occidente si facesse, prima di ogni altra analisi, un esame di coscienza per poter capire le conseguenze di certi interventi che, se anche fatti i con i migliori propositi - non è comunque il caso dell’Iraq, e, più in generale, non è mai il caso - non portano mai agli esiti sperati, anzi, portano sempre a esiti opposti. Che azioni invasive nella vita di intere comunità non sono mai la soluzione idonea a riportare la pace. Caso mai, la presenza di eserciti stranieri sospendono, momentaneamente, la lotta interna rimandandola più in la nel tempo.
L’esame di coscienza dovrebbe anche servire a far capire che gli interessi si possono raggiungere meglio con la diplomazia, anche quando si ha a che fare con le dittature, che con l’aggressione. Che è venuto il momento di tralasciare le false accuse per giustificare l’intervento militare dato che, alla fine il problema si ripresenta tale e quale.

Ciò che sta accadendo in Iraq ne è un esempio chiaro: i popoli devono trovare da soli la strada per la pace!!!!

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La guerra e i disastri secondari
post pubblicato in Riflessioni, il 13 settembre 2010


Ecco perché un solo giorno di guerra, in Afghanistan, vale la costruzione di dieci ospedali in Africa.

Lo spiega Gino Strada alla conferenza su ‘Guerra medicina e diritti umani’ all’incontro nazionale di Firenze.

Secondo Gino Strada, la guerra in Afganistan costa 200 milioni di euro al giorno, lo stesso costo per la costruzione, equipaggiamento e funzionamento per i primi 3 anni di dieci ospedali in africa.

Strada dice: si prendessero un giorno libero, intendendo che se non ci fossero le guerre …..

 La guerra, oltre ad avere un costo diretto, ne ha anche uno indiretto. Oltre a quello in vite umane civili, esiste il costo in termini di strutture mancate perché i soldi, invece di essere usati per migliorare, vengono usati per distruggere. È di questo che alla conferenza si è parlato. Strada fa l’esempio di un giorno di guerra in Afganistan, ma se immaginiamo che non ci sia la guerra (utopia? Forse), se i capitali investiti nella guerra – che danno si profitti e lavoro, ma tali profitti si avrebbero con altri prodotti – venissero dirottati nel campo civile, quante cose utili si potrebbero fare oltre agli ospedali? Un numero infinito. Inoltre, queste cose creerebbero molto più lavoro e profitti, darebbero un maggior impulso alla ricerca in campi utili all’umanità, metterebbero a posto i conti pubblici. Per dire alcuni dei problemi che assillano il mondo di oggi.

Si sa che la guerra esiste per avere potere su territori ritenuti utili a un popolo ma controllati da un altro popolo, ma è proprio necessaria? È proprio necessario uccidere e distruggere per avere le materie necessarie?

Non credo proprio, anzi, non è affatto vero che cessate le guerre cessi anche il potere (non mi riferisco al potere dei singoli ma a quello dei gruppi), anzi, il potere in tempo di pace potrebbe essere più prolifico di quello della guerra: sarebbe più facile mantenerlo se le popolazioni avessero tutte il necessario e la possibilità di circolare liberamente, avrebbe anche meno costi perché non si distruggerebbe, ci sarebbe meno bisogno di energia e di conseguenza ci sarebbe meno inquinamento. Le popolazioni, trovandosi a vivere in un ambiente ottimale “creerebbero” meno problemi – al riguardo, va aggiunto che, i costi di una guerra si riflettono anche sulla qualità della vita di tutte le nazioni interessate, anche quelle più ricche.

Se invece di aggredire - usando pretesti, come la religione, che tendono a dividere i popoli proprio per convincere il popolo della giustezza dell’aggressione - ci si sedesse ad un tavolo a discutere delle necessità di ogni popolo e trovare un modo equo per dividere le risorse rinunciando ognuno a qualcosa – per il cosiddetto mondo civile (occidentale), si tratterebbe di rinunciare, in massima parte, agli sprechi – sicuramente ne trarrebbe vantaggio il mercato perché si creerebbe molto più spazio per il commercio.

Se se se, troppi se, direbbe qualcuno, la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà. Pensare di superarla è pura utopia che, incanalando le risorse in quel senso, diventerebbe un maggior spreco.

Certo, la guerra è antica come l’uomo. Ma anche la lancia con la punta di pietra, il cavallo per il trasporto, il tornio a pedale, ecc., sono cose antiche, che l’uomo ha però superato con il suo progresso; perciò, si può benissimo credere che anche la guerra si possa superare senza cadere nell’utopia – che comunque, l’utopia, rimane sempre una costane nello sviluppo umano in qualsiasi campo – bisogna però crederci.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 13/9/2010 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Attacco israeliano alle navi che portavano viveri e attrezzature ai palestinesi imprigionati a Gaza.
post pubblicato in POLITICA, il 31 maggio 2010


Di nuovo infiammato il medio oriente.

Da actionforpeace-palestina-israele: **Stanotte, come purtroppo saprete, le navi cariche di aiuti per Gaza sono state attaccate dalla marina israeliana, ci sono stati morti e feriti, a seguire trovate i link per seguire la situazione e il comunicato della Piattaforma ONG per il Medio Oriente.
A fine mail una lista di citta' italiane dove oggi pomeriggio si terranno dei presidi, partecipate, diffondete.

Il governo israeliano ha dichiarato che impedirà in tutti i modi possibili (anche con la forza se necessario) l’arrivo delle navi e la consegna dei materiali.  

Questa notte, come aveva annunciato il governo israeliano, sono state abbordate, in acque internazionali, le navi della Freedom Flotilla che stavano portando aiuti a Gaza. L’abbordaggio, fatto da militari in pieno assetto di guerra, ha provocato la morte di almeno dieci morti tra i passeggeri, tutti civili e pacifisti. Secondo il governo israeliano, i militari sarebbero stati provocati – come a dire che, abbordare una nave civile in acque internazionali e, per giunta, da militari, non è una provocazione. Questo fatto è un’ulteriore dimostrazione che Israele non vuole la pace e che le sue azioni militari sono coperte dall’occidente – al di la delle belle parole e delle condanne, che si sono sprecate dopo l’eccidio.

Secondo Israele “non volevano portare aiuti ma provocare”   "Noi abbiamo provato a fermarli, abbiamo provato a farli venire nel porto di Ahsdot per poi trasferire gli aiuti umanitari a Gaza. Ma non hanno voluto. Non volevano entrare in acque israeliane" - ha detto in un'intervista il portavoce del governo israeliano, Avi Pazner - "non erano interessati agli aiuti umanitari, erano interessati alla provocazione. Ma non potevamo immaginare che fosse una provocazione armata. Hanno ferito dieci dei nostri soldati. E i nostri soldati hanno dovuto difendersi". Solo che il governo israeliano tiene sotto controllo i territori occupati di Gaza attraverso un regime di controllo di tutte le merci che entrano – attuando, di fatto, un embargo - e impedisce l’entrata a chiunque voglia portare aiuti in modo indipendenti.

Tra Israele che sostengono la tesi della provocazione e i pacifisti che sostengono di essere stati attaccati senza motivo, a chi si può credere se non a persone che non agiscono in base a interessi particolari? I pacifisti portavano materiale utile alla vita in Palestina dove la popolazione deve, quotidianamente, fare i conti con l’embargo israeliano.

È ora che la comunità internazionale prenda atto delle violenze perpetrate da Israele nei confronti di un popolo inerme – è vero che i palestinesi lanciano missili su Israele, ma è altrettanto vero che la reazione di Israele è sproporzionata rispetto all’offesa subita – e che prenda seri provvedimenti affinché vengano liberati i territori occupati e si formi uno stato palestinese indipendente e sovrano, libero di commerciare con il mondo.

 

 

RISPETTO E PROTESTA SONO COMPATIBILI? SI!!
post pubblicato in POLITICA, il 17 settembre 2009


Nel Ffwebmagazin Filippo Rossi scrive: "vi prego no. Non un'altra volta. E soprattutto non con la tragedia appena successa, con sei ragazzi italiani uccisi lontano dalle loro famiglie, con le lacrime che bagnano le guance di parenti, amici e colleghi. Non un'altra volta, così tanto per approfittare di un minuto di visibilità. Non ci interessa adesso affrontare il merito della questione su quanto sia giusto o meno stare in Afghanistan: lasciamo la questione agli esperti, agli strateghi, ai geopolitici."
Certo signor Rossi, la tragedia va rispettata, e io come tanti italiani, la rispettiamo.
Lei però, non può dire " Non un'altra volta, così tanto per approfittare di un minuto di visibilità." Nessuno vuole approfittare per avere un momento di visibilità, nessuno! e lei non ha il diritto di accusare nessuno.
Cosa ci facciamo in Afganistan, gli italiani se lo sono chiesto ieri, l'altro ieri e l'altro ieri ancora, praticamente, ce lo stiamo chiedendo da quando ci siamo andati e continueremo a chiedercelo fino alla fine della guerre anzi, di tutte le guerre.
Certo, veder morire giovani fa sempre male, sapere che stanno morendo per motivi che non condividiamo e che loro ci sono andati, alla guerra, convinti - da una propaganda ingannevole - di fare cosa utile agli Afgani, fa ancora più male.
Ma, d'altra parte, fa male anche vedere morire persone sul lavoro per l'incuria dei loro datori di lavoro, o vederli morire sulla strada per mancanza di riferimenti o per aver riferimenti - cosa più probabile - sbagliati; anche queste sono stragi che si trascinano da decenni, però, poco se ne parla, o se ne parla quando la strage diventa evidente per il numero di persone coinvolte. Inoltre, nell'attentato sono morte altre persone (Afgane), di loro che si dice? quanti sono i civili Afgani morti nella guerra, e non solo per mano del "nemico" ma anche per mano "dell'amico" , non si dovrebbe aver rispetto anche per loro?
Rispettare il dolore dei famigliari è una cosa, condividere ciò che sta succedendo in Afganistan è tuttaltra cosa. Ed è contro ciò che chi non condivide protesta ieri, oggi, domani, cioè sempre!!!!!!!!

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 17/9/2009 alle 21:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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