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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Israele e il diritto alla vita. Negate cure a bambino di dieci mesi.
post pubblicato in NOTIZIE, il 27 maggio 2011


Arriva da Gaza la notizia di un bambino di dieci mesi a cui viene negato il trasferimento in un ospedale israeliano per le cure appropriate.

Da The Palestine telegraph

 Fonti mediche palestinesi hanno annunciato che le autorità israeliane bandito un neonato nella Striscia di Gaza per il trasferimento in un ospedale dentro ente israeliano per il trattamento medico in quanto l'assedio imposto da Israele soffocato per più di cinque anni ha continuato a influenzare la vita di centinaia di pazienti nella regione costiera.


Il bambino di 10 mesi, noto come Ismail Salam soffriva di una malattia pericolosa per la vita, e lui era in disperato bisogno di un intervento chirurgico immediato al di fuori della Striscia di Gaza per salvargli la vita.


madre di Ismail ha detto che tutte le procedure necessarie per farlo uscire in Israele sono stati organizzati, ma le autorità israeliane rifiutarono di permettere il viaggio di tutti i pazienti a ricevere farmaci là, come gli israeliani si stavano preparando per le loro feste ebraiche.


La madre ha espresso la sua preoccupazione per la vita di suo figlio bella che è apparso pallido e debole, chiedendo le istituzioni internazionali per i diritti umani di intervenire con urgenza per aiutare suo figlio e non morire nella prima infanzia.

Centinaia di bambini palestinesi sofferto di condizioni di salute critiche, come il governo israeliano ha limitato il movimento nei territori israeliani di ricevere cure, nel tentativo di rafforzare il blocco imposto soffocata nel 2007, quando il movimento Hamas ha preso il controllo sulla striscia di Gaza.


Ismail non è stato il primo bambino che è stato negato dal trattamento al di fuori della Striscia di Gaza come restrizioni e un aumento della povertà tra i palestinesi.

E 'da notare che diversi bambini nella Striscia di Gaza assediata perso la vita semplicemente perché sono stati respinti accesso ai farmaci necessari all'interno degli ospedali israeliani.


Come si può decidere di negare cure mediche a un neonato? Con quale coraggio?


Comportamenti simili non sono degni di una nazione civile; in modo particolare quando si parla di un popolo, quello ebraico/israeliano, che, nel corso della sua storia ha sperimentato, sulla sua pelle, l'odio di razza.


Se oggi, a sua volta, si comporta come a sua tempo si comportarono i suoi aguzzini, viene da chiedersi se il suo destino non sia determinato dalle sue stesse azioni. Fa pensare che l'odio dei palestinesi, e del mondo islamico in generale, possa derivare, almeno in parte, proprio da azioni di questo tipo.


Aiutare un neonato, ma anche un bambino o un anziano, nel momento del bisogno va , dovrebbe, al di la dei problemi socio/politico/economici tra i due paesi.

Non farlo significa anteporre il proprio egoismo di razza alla pace.

Attacco israeliano alle navi che portavano viveri e attrezzature ai palestinesi imprigionati a Gaza.
post pubblicato in POLITICA, il 31 maggio 2010


Di nuovo infiammato il medio oriente.

Da actionforpeace-palestina-israele: **Stanotte, come purtroppo saprete, le navi cariche di aiuti per Gaza sono state attaccate dalla marina israeliana, ci sono stati morti e feriti, a seguire trovate i link per seguire la situazione e il comunicato della Piattaforma ONG per il Medio Oriente.
A fine mail una lista di citta' italiane dove oggi pomeriggio si terranno dei presidi, partecipate, diffondete.

Il governo israeliano ha dichiarato che impedirà in tutti i modi possibili (anche con la forza se necessario) l’arrivo delle navi e la consegna dei materiali.  

Questa notte, come aveva annunciato il governo israeliano, sono state abbordate, in acque internazionali, le navi della Freedom Flotilla che stavano portando aiuti a Gaza. L’abbordaggio, fatto da militari in pieno assetto di guerra, ha provocato la morte di almeno dieci morti tra i passeggeri, tutti civili e pacifisti. Secondo il governo israeliano, i militari sarebbero stati provocati – come a dire che, abbordare una nave civile in acque internazionali e, per giunta, da militari, non è una provocazione. Questo fatto è un’ulteriore dimostrazione che Israele non vuole la pace e che le sue azioni militari sono coperte dall’occidente – al di la delle belle parole e delle condanne, che si sono sprecate dopo l’eccidio.

Secondo Israele “non volevano portare aiuti ma provocare”   "Noi abbiamo provato a fermarli, abbiamo provato a farli venire nel porto di Ahsdot per poi trasferire gli aiuti umanitari a Gaza. Ma non hanno voluto. Non volevano entrare in acque israeliane" - ha detto in un'intervista il portavoce del governo israeliano, Avi Pazner - "non erano interessati agli aiuti umanitari, erano interessati alla provocazione. Ma non potevamo immaginare che fosse una provocazione armata. Hanno ferito dieci dei nostri soldati. E i nostri soldati hanno dovuto difendersi". Solo che il governo israeliano tiene sotto controllo i territori occupati di Gaza attraverso un regime di controllo di tutte le merci che entrano – attuando, di fatto, un embargo - e impedisce l’entrata a chiunque voglia portare aiuti in modo indipendenti.

Tra Israele che sostengono la tesi della provocazione e i pacifisti che sostengono di essere stati attaccati senza motivo, a chi si può credere se non a persone che non agiscono in base a interessi particolari? I pacifisti portavano materiale utile alla vita in Palestina dove la popolazione deve, quotidianamente, fare i conti con l’embargo israeliano.

È ora che la comunità internazionale prenda atto delle violenze perpetrate da Israele nei confronti di un popolo inerme – è vero che i palestinesi lanciano missili su Israele, ma è altrettanto vero che la reazione di Israele è sproporzionata rispetto all’offesa subita – e che prenda seri provvedimenti affinché vengano liberati i territori occupati e si formi uno stato palestinese indipendente e sovrano, libero di commerciare con il mondo.

 

 

Israele, Palestina e l’occidente.
post pubblicato in POLITICA, il 30 maggio 2010


Da diversi anni c’è, in occidente, una sorta di censura su ciò che riguarda Israele; le sue politiche di difesa del territorio e quelle sociali nei confronti delle popolazioni dei territori palestinesi sono generalmente accettate dall’occidente mentre tutto ciò che riguarda le critiche o azioni miranti a boicottare tale politica sono sempre tacciate, quando va bene, di anti israeliano, quando va male di razzismo. L’ultimo fatto riguarda la questione dei prodotti Israeliani dell’Agrexco, provenienti dalle zone occupate e “boicottati” dalle coop che ha provocato proteste (anche con manifestazioni davanti ai punti vendita e gruppi su face book), mentre, Israele continua la sua guerra “personale” contro i palestinesi civili lanciando bombe su zone abitate con la scusa di colpire gruppi terroristici.

Secondo Peace Reporter, riguardo a due missili sganciati da aerei israeliani su Beit Hanoun il 26 Maggio 2010: Secondo testimoni presenti sul posto l'aviazione israeliana ieri mattina ha utilizzato dei particolari tipi di ordigni denominati "dumb bombs", gli stessi che utilizza quando bombarda i tunnel al confine di Rafah. Le "dumb bombs" sono missili a guida laser ad alta penetrazione, come il PB500A1, che secondo gli esperti conferisce un impatto esplosivo pari a una bomba a due volte la sua dimensione. Sopra un frammento del missile ripescato fra le macerie è ancora impresso il numero di serie dell'industria USA che lo ha fabbricato. Oltre al campo estivo innumerevoli sono stati i danni agli edifici vicini, sino a 500 metri dall'impatto dei missili a terra.
Un negozio di acconciature e una farmacia sono state seriamente danneggiate dopo l'esplosione.
 

Inoltre, impedisce agli aiuti internazionali di arrivare entro i territori occupati. L’ultimo episodio riguarda 8 navi che trasportano materiali da costruzione, impianti di desalinizzazione dell'acqua, impianti fotovoltaici, generatori, materiale per la scuola e farmaci da consegnare alla società civile palestinese. Si tratta di un'azione di alcune organizzazioni e reti di solidarietà internazionale, necessaria per la sopravvivenza della popolazione di Gaza, che da più di tre anni vive sotto un assedio asfissiante, priva di generi di prima necessità e dei materiali indispensabili per ricostruire un territorio martoriato dall'operazione "piombo fuso" dell'esercito israeliano, che ha causato oltre 1400 morti, tra cui 400 bambini, e più di 5000 feriti dovuti anche all'uso di armi proibite dal Diritto Internazionale, quali l'uranio impoverito ed il fosforo bianco.

Il governo israeliano ha dichiarato che impedirà in tutti i modi
possibili (anche con la forza se necessario) l'arrivo delle navi e la
consegna dei materiali. Se ciò avvenisse sarebbero in pericolo anche i
600 passeggeri di oltre 40 nazionalità che sono imbarcati sulle navi.

Da questi avvenimenti sorgono spontanee diverse domande:

Come si può difendere uno stato che della guerra a fatto la sua unica politica di difesa sin dalla sua formazione? Solo se si considera il problema dal lato degli interessi  (e in medio oriente di interessi ce ne sono, a partire dal petrolio e tutto ciò che riguarda il suo prelievo  a costi bassi) si può capire la necessità dell’occidente di una politica a favore di Israele poiché rappresenta, in medio oriente, un fattore di destabilizzazione dell’area e, perciò, divisione delle nazioni arabe e conseguente miglior opportunità, per l’occidente, di appropriarsi delle materie prime.

Come è possibile che l’occidente, dopo l’esperienza diretta dello sterminio degli ebrei, ora si erga a difesa di uno stato che pratica gli stessi metodi usati contro il suo popolo nel passato (a parte lo sterminio programmato)? In effetti, all’occidente interessano di più le materie prime che la difesa dei diritti dei popoli; è vero che si sono scritte tante belle parole su di essi e che si sia arrivati alle “carta dei diritti”, ma se guardiamo alle guerre  nel mondo, ci accorgiamo che l’occidente vi è implicato alla pari dell’oriente, ciò significa che i diritti sono legati agli interessi.

Come è possibile che lo stato che subi lo sterminio, ora agisca con gli stessi metodi? Ogni stato ha il diritto di difendersi, ciò non implica l’utilizzo di metodi violenti; questa scelta è da valutare unicamente con la difesa, non dei confini, ma degli interessi legati al territorio.

Come è possibile accusare di razzismo coloro che operano per la pace? L’accusa di razzismo nei confronti di chi opera per la pace nell’area è da imputarsi alla necessità dell’occidente di mantenere quell’area instabile.

Sono gli interessi, dunque, alla base della situazione  Israele-Palestina, e di tutte le guerre, e non ciò che ci dicono – differenze culturali, economiche, difesa della libertà, lotta al terrorismo, divieto dellearmi atomiche ecc..

Mentre nel mondo le guerre proliferano, e le dichiarazioni a favore della pace si sprecano, in Italia si cerca di giustificare una situazione che tiene, di fatto, imprigionato un intero popolo. D’altra parte, l’Italia è direttamente coinvolta in azioni di guerra in Afganistan – anche se ufficialmente, lo si fa passare per “missione di pace”. Inoltre, è anche una delle maggiori esportatrici di armi; armi che vengono  vendute nelle aree del pianeta dove sono in corso guerre.

Non c’è da meravigliarsi, dunque, che l’Italia, se da una parte partecipa ai summit di pace firmando accordi internazionali, dall’altra si adoperi affinché le guerre continuino e accusi chi si oppone di disfattismo.

 

NENA: nuova agenzia di stampa per il vicino oriente
post pubblicato in BREVI, il 3 maggio 2010


La NENA (NEAR EAST NEWS AGENCY Agenzia Stampa Vicino Oriente)  inaugura oggi il nuovo sito sul Vicino Oriente al fine di informare in modo indipendente ed accurato sugli avvenimenti di un'area soggetta a continui conflitti.

L'agenzia nasce dall'impegno di un gruppo di giornalisti che vivono e lavorano nel vicino oriente e in Italia, lo scopo prefissato è di dare un'informazione che faccia maggior chiarezza e approfondisca le tematiche della zona.

La Nena si propone di fornire aggiornamenti quotidiani sui conflitti in corso, sui processi politici di cambiamento, le dinamiche sociali, le lotte dei lavoratori, il protagonismo emergente delle donne, le condizioni dei giovani, le produzioni culturali. Lo fara’ sia attraverso la diffusione di news quotidiane, sia attraverso articoli, reportages, analisi e materiale multimediale.

I media tradizionali, di solito, danno notizie parziali e anche devianti sulla situazione sia dei conflitti sia della situazione socio/economiche dell'area; un'agenzia in grado di sviluppare e divulgare le notizie in modo inparziale e indipendente dagli interessi è della massima importanza per la conprensione dei rapporti tra i diversi popoli che popolano la zona che di solito ci viene presentata come unitaria mentre è molto diversificata.

Tutti sappiamo del conflitto israeliano/palestinese, pochi però ne conoscono le conseguenze per i palestinesi. Cosi come pochi sanno delle lotte per l'emancipazione dei popoli arabo/islamici dal torpore secolare che porta in sé la tendenza ad isolarsi.

L'agenzia, nasce proprio per sopperire a questa mancanza cronica dell'informazione occidentale; mancanza che porta molti a pensare che dall'altra parte ci siano solo fondamentalisti islamici, terroristi e petrolio da sfruttare ad ogni costo per mantenere il nostro status.

BUON LAVORO ALL'AGENZIA!!

Israele e la pace.
post pubblicato in Riflessioni, il 27 marzo 2010


In questi ultimi giorni si è riacceso il conflitto israeliano/palestinese. La causa è la decisione, presa dal governo di Benyamin Netanyahu, di costruire 700 alloggi nelle aree della Cisgiordania, che considera come appartenenti a Gerusalemme.
La decisione viene dopo quella di costruire 1600 nuovi alloggi a Gerusalemme est, in zona araba e che ha provocato violente proteste dei palestinesi di gerusalemme. QUesta decisione ha provocato reazioni negative anche negli stati uniti, il presidente Obama ha dichiarato che: l'annuncio di 1600 nuove costruzioni previste a Gerusalemme Est "non è stato di aiuto al processo di pace".

Continua dunque la politica di colonizzazione dei territori occupati di gaza e cisgiordania da parte di Israele; una politica che non si può certo addebitare tutta a Netanyahu ma che è la conseguenza diretta della politica di "rafforzamento dei confini" attraverso l'occupazione dei territori confinanti. Politica che, al di la delle belle parole, indica la volontà di Israele di arrivare alla pace solo dopo la colonizzazione dei territori, e conseguente estromissione dei palestinesi da ogni gestione, e di usare la stessa per questo scopo. La pace intesa come mezzo e non come fine; nel momento in cui i territori saranno colonizzati e gli israeliani si saranno insediati con le loro attività, parlare di pace diventerà superfluo.

Oggi si parla di pace nel senso di dare ai palestinesi un territorio loro senza l'influsso di Israele e non di pace nel senso di dare a Israele il "comando del territorio". Ma per Israele questo non conta, per esso, la pace significa unicamente la sua sicurezza.

Ma la vera novità consiste nel rifiuto dell'occidente, USA in testa, di accettare tale visione. L'obiettivo iniziale dell'occidente era quello di creare all'interno dei paesi arabi, oltre all'instabilità del territorio, tensioni tali da dividerli affinché potesse controllare quei territori ricchi di materie prime, in modo particolare il petrolio, e di penetrare in essi, con la scusa di portare le libertà tipiche dell'occidente, modificando l'assetto politico e sociale dei paesi dell'area islamica. Questa politica, con l'ostinazione di Israele, rischia di fallire perché potrebbe creare i presupposti per una ritrovata unità delle nazioni islamiche in difesa dei loro interessi comuni socioeconomici e politici. Interessi che, a causa delle diverse opinioni sulla gestione sociale, quasi sempre non coincidono con l'occidente. Ciò comprometterebbe l'obiettivo finale della politica occidentale in medio oriente, cioè l'occidentalizzazione dell'area, presupposto essenziale per un controllo totale.

Inoltre, la formazione di un blocco islamico che si contrapponga all'occidente, oltre a creare evidenti problemi di approvvigionamento di energia, si rifletterebbe anche sulle politiche migratorie adottate finora e tendenti a integrare in esso il migrante. Questo comporterebbe la formazioni di forti tensioni interne al mondo islamico che in un qualche modo lo stesso dovrà risolvere.

In questo contesto, la politica israeliana non conviene ne agli arabi ne all'occidente.
L'unica soluzione, se si vuole mantenere quuella parvenza di pace esistente, è la creazione di uno stato palestinese indipendente.
"Traditi da Netanyahu": coloni in piazza contro Netanyahu
post pubblicato in Riflessioni, il 21 dicembre 2009


 Gli israeliani e la palestina 
Oltre 10.000 israeliani si sono dati appuntamento mercoledì scorso a Paris Square (Gerusalemme) davanti alla residenza di Netanyahu, per manifestare contro il congelamento della costruzione delle colonie nei territori occupati. Congelamento annunciato dal Primo Ministro Israeliano per convincere l'Autorita' Palestinese a riprendere i negoziati. Il provvedimento, che sara' in vigore per i prossimi 10 mesi, non si applica a Gerusalemme Est ne' alle costruzioni gia' in corso d'opera.

Coloni israeliani in piazza contro la politica di Netanyahu; politica a sostegno della ripresa del dialogo con i palestinesi per la pace in medio oriente.

Tra gli intervistati in piazza, pochi sono a favore del processo di pace. Oli, colono di Gerusalemme Est dice "siamo arrivati a un vicolo cieco. Non vogliamo avere nulla a che fare con i palestinesi - aggiunge - non ci sara' mai pace, vogliono solo che ce ne andiamo ed e' la stessa cosa che vogliamo noi, che vadano via! Non cambiera' nulla, niente fermera' la costruzione delle nostre case, nulla puo' cambiare quello che e' scritto nella Torah, ne' Obama, ne' Netanyahu, nessuno".

Yitzhak, 23 anni, vive a Shamron (altra colonia in West Bank)dice; "Netananyahu ha dimostrato la  sua totale debolezza; con le armi e il potere per costruire possiamo dimenticare le parole di Netanyahu, Israele e' uno stato ebraico, compresa la Cisgiordania. Prima di tutto gli arabi non dovrebbero essere qui, ma dato che ci sono, gli daremo una stanzetta, ma non troppo grande. Obama vuole fare pressioni per dare loro piu' spazio di quello che gli serve."

Yehuda Shimon, un avvocato di Havat Gilad, (outpost in West Bank) e' anche lui della stessa opinione: "Quando siamo arrivati qui non c'erano palestinesi, non sono nemmeno nominati nella Bibbia. Possono andare in Giordania o in qualsiasi altro posto. Il potere musulmano vuole uccidere
tutti, ci sara' un genocidio in Europa un giorno."

Uno slogan ricorrente: "Obama vuole congelarci, Dio ci ha prescelti" oppure "Nessuno sara' piu' cacciato dalla propria terra."

Leggendo queste affermazioni c'è di che preoccuparsi; come ho già scritto in un post precedente, la questione israelo/palestinese è da ricercare nella politica internazionale del secondo dopo guerra e non, come viene sostenuto nelle affermazioni citate sopra - "Quando siamo arrivati qui non c'erano palestinesi, non sono nemmeno nominati nella Bibbia" - che si riferiscono ad alcune migliaia di anni fa.

La preoccupazione maggiore viene dalla determinazione degli ebrei ad ancorarsi ad una concezione della storia ormai superata e che richiama alla mente un passato ancora troppo vicino; se dovessimo ragionare come loro, sarebbe più che giustificata la ghettizzazione nei loro confronti avvenuta a più riprese in Europa fino al secolo scorso ( eslusa la "soluzione finale, sia chiaro, quella non può mai essere giustificata nei confronti di nessun popolo ). "Quando siamo arrivati noi lloro non c'erano", questa frase vale per tutti, ogni popolo moderno è il frutto di secoli di penetrazione, pacifica o violenta che sia, in territori già occupati da altri, e questo vale anche per gli ebrei - nella bibbia, il popolo ebraico si inserisce in un territorio, la palestina, già occupato da altri popoli e lo fa con la violenza. Riferirsi a origini lontane può essere lecito, pretendere di occupare un territorio a scapito di altro popolo no!
Che dire, allora, di quegli ebrei che, ancora oggi, vivono sparsi per il mondo, all'interno di popoli diversi da loro, e che concedono loro gli stessi diritti di vivere secondo il loro credo?
Dovremmo forse relegarli di nuovo in ghetti senza diritti come avveniva in passato?
Non sarebbe, questa, una lettura esatta di quanto loro affermano?
Parlare, e trattare, dei palestinesi come fanno i coloni, significa considerarli indegni di vivere all'interno della loro società, e qui sorge un'ulteriore domanda: chi ci assicura che in futuro non trattino anche noi alla pari dei palestinesi?

La società moderna, grazie alle scoperte scientifiche degli ultimi secoli, ha sviluppato una capacità di interagire tra popoli senza precedenti. Ogni popolo è in grado di comunicare con altri nell'immediato, evitando che il perpetuarsi di situazioni illegali avvengano nella completa disiformazione. Questo permette il diffondersi di notizie utili a bloccare, o comunque a prendere coscienza, di ciò che accade ogni giorno aumentando, sia la conoscenza storica sia la capacità di analisi, portando ogni cittadino ad una presa di cosciernza superiore rispetto al passato. Ciò ha come conseguenza una maggior disponibilità ad una politica sia di integrazione sia di convivenza tra diverse culture.
Questo impedisce ai singoli, gruppi e popoli, di seguire ciecamente, basandosi unicamente sull'informazione data dal potere in essere, i loro capi.

Rimanere ancorati a concetti o idee, laiche o religiose, dimostra due cose: 1) incapacità di capire il processo socio/politico/economico e tecnologico in corso, 2) una forte volontà di dominio della propria idea.

Quello che avviene in Israele ad opera dei coloni, ma anche quello che avviene in ogni parte del mondo nei confronti di etnei culturalmente diverse, è da riferirsi ai due punti sopra descritti.
Come sempre accade, la società umana ha difficoltà ad adeguarsi ai miglioramenti utili ad una convivenza più consapevole.




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Il Parlamento brasiliano e israele
post pubblicato in POLITICA, il 30 settembre 2009


assopace

C'E CHI SOSTIENE ISRAELE, CHI BRUCIA LA SUA BANDIERA E CHI OPERA SERIAMENTE PER UNO STATO PALESTINESE.

La Commissione per le Relazioni Estere e per la Difesa Nazionale del parlamento brasiliano ha raccomandato che il Parlamento non ratifichi l'Accordo di libero scambio (ALS) tra il Mercosur e lo Stato di Israele fino a quando "Israele accetti la creazione dello Stato palestinese secondo i confini del 1967".

Posizione chiara da parte del Brasile sulla questione dello stato palestinese. Chiara al punto di opporsi all'accordo con Israele finchè, questo, non ne accetta la creazione.

Mentre, in Italia e Europa, ci si lascia trascinare da emozioni derivanti dalla drammatica storia degli ebrei durante l'ultima guerra mondiale, da eventuali collegamenti di frange palestinesi con il terrorismo (?) arabo e dalla possibilità di una pace basata su rapporti di forza favorevoli ad Israele, dall'altra parte dell'atlantico arrivano segnali decisi, chiari e senza ipocrisie per la soluzione del problema con posizioni nette: o date ai palestinesi lo stato o andate a commerciare con altri.

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BASTA ESPULSIONI DI PALESTINESI DA GERUSALEMME EST
post pubblicato in Riflessioni, il 4 agosto 2009


La guerra d'Israele contro la palestina continua anche quando tacciono le armi, la conquista di Gerusalemme e del suo territorio, attraverso l'espulsione dei palestinesi, non lascia dubbi alle intenzioni di Israele sulla natura del conflitto.
Non è bastato l'eccidio
 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/07/03/amnesty-accusa-israele-hamas-crimini-di-guerra.html perpretato durante l'ultimo conflitto - i militari israeliani, secondo le loro stesse ammissioni, ebbero l'ordine di sparare su chiunque, militari o civili, donne o bambini- a far loro intendere che l'unica soluzione è la convivenza. 
Purtroppo, rimangono convinti che quella terra sia loro di diritto e che solo loro ci possono vivere come popolo sovrano. 
Lo scopo, mai dichiarato, è di tornare in possesso, a tutti i costi, di quei territori che nel lontano 70
d.c. gli furono tolti dai romani; ma in questo, cosa c'entrano i palestinesi? essi vivono su quel territorio da sempre, anche se non sono ebrei e comunque, gli ebrei stessi, secondo la loro storia, quei territori li conquistarono con la forza e li persero in un peirodo storico che nulla a da spartire con l'attuale.
Oggi, mentre il mondo sta cercando, sempre con più convinzione, la strada per risolvere i problemi pacificamente, essi si ostinano a preferire lo scontro armato; si può obiettare che sono i palestinesi a provocare il conflitto col lancio dei missili, e molti lo fanno, dimenticando la grave situazione in cui versano i palestinesi nella striscia di Gaza, dove tutto ciò che entra e esce è controllato dagli israeliani.
Sotto, l'appello di actionforpeace, inviato ai diplomatici perché venga fermata l'espulsione dei palestinesi dai quartieri di Gerusalemme.

Estratto dall'appello
La nuova amministrazione statunitense e l'Unione Europea hanno condannato la confisca, la demolizione delle case palestinesi a Gerusalemme Est e la costruzione di nuovi insediamenti. Chiediamo pertanto al Governo Italiano e piu' direttamente alla rappresentanza diplomatica del Consolato Generale di Italia a Gerusalemme di condannare severamente il governo israeliano per le espulsioni delle famiglie al Ghawi e al Hanoun, e di richiedere al Governo Israeliano che venga cancellato l'ordine di espulsione, che le famiglie cacciate possano rientrare nelle proprie case, che vengano cancellati gli ordini di espulsione per le altre famiglie e che vengano fermati i piani di costruzione degli insediamenti a Gerusalemme Est, come previsto dal rispetto del Diritto Internazionale.
In quanto cittadini italiani chiediamo al Consolato Generale di Italia a Gerusalemme di visitare le famiglie al Ghawi, al Hanoun e al Kurd per portare un messaggio di solidarieta' e sostegno umano e soprattutto politico, come gia' fatto da altri rappresentanti diplomatici europei e statunitensi.

Sopra, l'appello contro le espulsioni di palestinesi dalle case di Sheik Jarrah e di altri quartieri di Gerusalemme Est.
L'appello sara' inviato alla stampa e alle rappresentanze diplomatiche
in Israele/Palestina questa sera. 

Sotto il link sulla mia analisi del conflitto



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permalink | inviato da verduccifrancesco il 4/8/2009 alle 22:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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