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I PENSIONATI D’ITALIA e i criteri Imps.
post pubblicato in BREVI, il 3 gennaio 2012


            Fonte Ansa

700 euro di pensione, 450 di pensione sociale e 250 per gli anni lavorati all’estero, questa la pensione che percepiva l’anziano, di 74 anni, di Bari che si è tolto la vita dopo aver ricevuto dall’imps la richiesta di restituire parte dei soldi della pensione percepiti negli ultimi anni.

Questa notizia, se risultasse vera, la dice lunga sulla situazione attuale dell’Italia.
Anche se l’anziano avesse commesso delle “furberie” per ottenere le due pensioni, siamo comunque di fronte a un comportamento che non lascia dubbi su cosa ci dobbiamo aspettare.
Si, perché se si trattasse di certe cifre, come quelle di certe pensioni, sarebbe più che comprensibile la richiesta di restituzione, ma 700 euro, che non bastano neanche a sopravvivere decentemente, non è affatto accettabile.

E’ chiaro che bisognerebbe conoscere la reale situazione economica dela persona e il motivo della richiesta, rimane sempre, però, il fatto in se. Per arrivare alla decisione estrema di togliersi la vita, significa che almeno le condizioni economiche e famigliari erano agli estremi.

C’è da chiedersi con quali criteri, l’Imps, analizza le situazioni pensionistiche per richiedere il rimborso. Se nei criteri è prevista anche la situazione familiare dei pensionati o se si basa esclusivamente su calcoli matematici e l’interesse dell’istituto.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 3/1/2012 alle 10:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il problema pensioni e le pensioni dei parlamentari
post pubblicato in LAVORO, il 21 ottobre 2010


Il 21 settembre 2010 si è svolta alla camera la votazione per abolire il vitalizio (dare la pensione ai parlamentari al raggiungimento degli anni previsti dalla legge, equiparare cioè, la pensione dei parlamentari a quella dei cittadini e non come succede oggi che basta una legislatura, anche se dura un solo giorno, per percepire la pensione.

La proposta è stata fatta dall'onorevole Antonio Borghese dell'IDV ed è stata bocciata a larga maggioranza.

Il risultato della  votazione:

Presenti 525

Votanti 520

Astenuti 5

Maggioranza 261

Hanno votato si 22

Hanno votato no 498

Come si vede, i contrari all'abolizione sono stati la stragrande maggioranza, ovvero, una bocciatura trasversale di tutti (meno l'IDV) i partiti.

 

Percepire la pensione, e anche sostanziosa, dopo 5 anni di "lavoro" (si fa per dire) è una vergogna che va eliminata se si vuole essere una nazione democratica. Le considerazioni da fare sul perché sono tante, ma ne basta una: si chiede ai cittadini di lavorare fino ai 65, forse 70, anni con tutti i problemi che ne conseguono (tra cui, il principale, è il mancato turnover con conseguente disoccupazione giovanile) e poi un parlamentare, oltre al lauto stipendio, arrotondato (si fa per dire) dalle spese, può percepire la pensione dopo solo un mandato - che può anche durare un giorno. Il costo di queste pensioni è di 150 milioni di euro l'anno a carico dei cittadini.

Contraddizione e vergogna si mischiano nella difesa di una casta che, oltre a essere ormai staccata dal "Popolo sovrano", come ormai ci definiscono, si arroga anche il diritto di farsi leggi ad castam (diversa da ad personam). Credo che gli stipendi e pensioni dei parlamentari devono essere decisi in altra sede; un parlamento non deve essere il datore di lavoro di se stesso.

 

Ancor più vergognoso è l'aderenza del PD , a cui sono iscritto. Non è comprensibile e è contradditorio per un partito che persegue la politica del "tassare i redditi più alti", non si opponga a questi privilegi di casta. Privilegi che un partito veramente laico e moderno dovrebbe combattere.

PS: riguardo alle pensioni, Sarkozy ha dichiarato di non comprendere i giovani che stanno lottando con i lavoratori contro la riforma delle pensioni perché vivranno fino a 100 anni, evidentemente non ha capito il problema. Più si rimane sul lavoro, più tardi si libererà il posto, più tardi il giovane troverà occupazione. Naturalmente, questo non è l'unico problema che crea disoccupazione.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 21/10/2010 alle 23:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Pensioni: Le necessità dell’industria e quelle dello stato
post pubblicato in Riflessioni, il 23 maggio 2010


Le necessità dell’industria e quelle dello stato

Concludevo il post precedente con l’affermazione  che lo spostamento dell’età pensionabile non risolverà il problema dell’occupazione ne quello economico delle pensioni. 

Le necessità dell’industria di fronte ai problemi posti dall’occupazione sono molteplici e seguono una precisa direzione. A partire dalla necessità del ricambio per arrivare alla necessità di gestirlo in modi e tempi non conformi a una seria politica dell’occupazione. l’industria, se da una richiede manodopera sempre più qualificata, dall’altra, proprio a causa del crescente sviluppo tecnologico,  tende a  diminuire il personale partendo proprio dagli anziani. Ma non basta; affinché l’industria possa operare senza impedimento alcuno, ha bisogno di gestire l’occupazione in modo libero, cioè, con la possibilità di gestire in prima persona sia le assunzioni che i licenziamenti - Al riguardo, fanno testo i vari tentativi fatti dal governo Berlusconi di modificare lo statuto dei lavoratori nella parte riguardante i licenziamenti (art. 18 dello statuto), ultimo in ordine di tempo quello di introdurre l’obbligo di scegliere, all’atto dell’assunzione, in caso di licenziamento, se affidarsi al giudice del lavoro o al giudice privato creando uno stato di inferiorità del lavoratore nei confronti del datore;  tentativo bocciato dall’opposizione in parlamento, ma che il governo insiste a riproporre .

 Già nel 2003, si mise a punto un sistema di assunzioni con contratto a termine (legge Biagi), che aggira l’articolo 18 perché permette al datore di assumere per un tempo determinato senza l’obbligo di integrare il lavoratore alla fine del periodo. La legge, che aveva il compito di introdurre maggiore flessibilità nel mondo del lavoro, si è invece tramutata in una situazione di lavoro precario perché,ad essa, non ha fatto seguito una riforma perpendicolare sugli ammortizzatori sociali.

È ovvio supporre che questo stato di cose è a esclusivo vantaggio del datore che, non avendo l’obbligo di reintegro,  non ha più il problema del licenziamento di “giusta causa”.

Questo sta creando, già ora, una schiera di lavoratori che, probabilmente, dato l’impossibilità di mantenere il lavoro costante, non riusciranno ad avere i requisiti per la pensione neanche a 65 anni. Perciò, l’industria non ha nessun interesse ne a mantenere l’anziano al lavoro, ne tantomeno a creare un sistema capace a portare il cittadino alla pensione visto la sua necessità di avere a disposizione manodopera da utilizzare a piacimento.

In questo quadro, la pensione a 65 anni non può essere la soluzione ai problemi dell’economia ne tantomeno a quelli della spesa pubblica perché per poter attuare un programma del genere servono almeno due cose:

1)      La disponibilità dell’industria a utilizzare la manodopera a tempo indeterminato

2)      La capacità dello stato ad assicurare agli esclusi dal lavoro uno stato sociale adeguato.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 23/5/2010 alle 16:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Rapporto tra mondo del lavoro e pensioni
post pubblicato in Riflessioni, il 19 maggio 2010


Nel post precedente mi ero posto alcune domande riguardo il rapporto tra età pensionabile, lavoro giovanile e necessità dell’industria.

Il mondo del lavoro, di per sé, è un mondo che ha bisogno di ricambio (turnover) continuo della sua componente umana; ricambio che serve, sia a preparare i giovani attraverso l’esperienza degli anziani (in termini di anzianità lavorativa)sia a dare modo all’industria di rinnovare, attraverso le nuove generazioni, le conoscenze necessarie al suo sviluppo (le nuove generazioni sono portatrici “spontanee” di quelle tecnologie necessarie oggi in ogni campo produttivo). Con lo spostamento dell’età pensionabile, questo ricambio viene a mancare o, comunque, si diluirebbe nel tempo.  

Detto questo, che è cosa importantissima ma non determinante in termini di posti di lavoro, la domanda prima è: se l’uscita dal lavoro passa a 65 anni - prima era a 50, perciò un operaio lavora 15 anni in più -  come si può pensare di dar lavoro ai giovani? L’entrata dei giovani nel mondo del lavoro è regolata dalla necessità di nuovo personale da parte dell’industria, necessità che si forma, oltre che per ragioni  intrinseche all’industria stessa (aumento del mercato), anche con l’uscita degli occupati attraverso il pensionamento. Perciò, più si dilata, nel tempo, il pensionamento, meno spazio rimane all’industria per nuove assunzioni – a ciò va aggiunto anche il continuo sviluppo tecnologico che ha come effetto, sia a breve che a medio termine, la riduzione della presenza umana nella produzione. Questo comporterà una dilatazione, nel tempo, dell’entrata nel mondo del lavoro dei giovani; se prima, mediamente, si entrava a sedici anni, col nuovo sistema non si entrerà prima dei venti e oltre.

Al riguardo, si è pensato di incentivare i giovani a entrare nel mondo del lavoro come liberi professionisti o come piccoli imprenditori in aziende, perlopiù, situate nel terziario. Questo, perché l’industria, con il continuo miglioramento tecnologico, ha sempre meno bisogno di fornitori esterni e, comunque, non assicura continuità a questo tipo di aziende. Comunque molti lo hanno fatto.  

Ma non basta. Per creare attività redditizie e ,comunque, durevoli, bisogna che il mercato sia disponibile. Ma, come può essere disponibile un mercato che ha come presupposto il terziario? Traendo esso la sua ragione di esistere dalla ricchezza prodotta dalla produzione, se questa si trova in difficoltà, il primo settore a pagarne le conseguenze è proprio il terziario.  

Va anche detto che l’industria, per ragioni intrinseche, preferisce assumere giovani non più a tempo indeterminato ma con contratto a termine; questo per non dover affrontare il problema della riduzione di personale legata sia alla fluttuazione del mercato sia all’ammodernamento continuo degli impianti; ma anche per poter spostare, senza troppi problemi, la produzione in ambienti meno onerosi sul piano dei costi.

Per concludere, se il rapporto tra pensioni e dipendenti non può superare il punto critico, è altrettanto vero che, spostando l’età pensionabile, non si risolverà il problema perché, diminuirebbe comunque il gettito fiscale a fini pensionistici a causa della riduzione dell’occupazione.

 

 

 


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 19/5/2010 alle 22:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
PENSIONI: Dimezzamento delle "finestre" di uscita per la pensione di anzianità e per quella di vecchiaia nel 2011.
post pubblicato in LAVORO, il 18 maggio 2010


Una delle misure per recuperare i 25-27 miliardi occorrenti alle casse dello stato per rimettere a posto i conti è la riduzione delle finestre di uscita per chi deve andare in pensione di anzianità e vecchiaia; in questo modo si recuperano 1,6 miliardi. Attualmente sono previste 2 finestre, gennaio e luglio, perciò si ridurranno a una con un'attesa minima di 6 mesi. Questo è l'ipotesi allo studio del governo. Un'altra ipotesi è il blocco, sin da quest’anno, per chi deve uscire a luglio con la pensione di anzianità, con un recupero immediato di 800 milioni.

Inoltre, è previsto, per le pensioni di vecchiaia, (  65 anni di età per gli uomini) la riduzione delle finestre da 4 a 2 con ulteriore recupero di soldi.

In merito a queste ipotesi, il ministro della funzione pubblica Brunetta dice, confermando la riduzione: "Il ritardo di qualche mese per chi aveva deciso di andare in pensione, è un sacrificio? Chiamiamola piccola iattura, ma non mi sembra una cosa insopportabile di fronte a tutto quello che sta succedendo in Europa e in giro per il mondo", ha dichiarato in una intervista."

Iattura, la chiama il ministro, cioè sfortuna. Peccato però, che detta "sfortuna" abbia anche dei nomi.
A partire dai parlamentari che, si guardano bene dal ridurre i propri privilegi - non considero le affermazioni dei giorni scorsi sugli stipendi (vedi post precedente) perché hanno tutta l’aria di presa in giro - cioè, eliminare le loro pensioni acquisite con due legislature, cioè 8 anni di presenza (si fa per dire perché i più continuano a fare il proprio lavoro pre-elezioni) in parlamento e tutti i bonus che hanno oltre allo stipendio, per arrivare a quegli investimenti fatti unicamente per vanagloria di qualche ministro tipo ponte sullo stretto di Messina passando per gli “sprechi” degli appalti, condoni fiscali, edilizi, senza parlare del personale che lavora nei vari ministeri che guadagnano quasi, se non come, i parlamentari stessi e che percepiscono pensioni da nababbo.

Ma quello che lascia perplessi è il rapporto tra pensione a 65 anni, come prevede la legge in corso e il mondo del lavoro. Come pensano di dare lavoro ai giovani se si esce dal mondo del lavoro a 65 anni? E come pensano di far fronte alle esigenze dell’industria che, di fatto, tende a dimissionare gli ultracinquantenni? Come pensano di risolvere quella che è a tutti gli effetti, una contraddizione?

Il turnover  era un ricambio “naturale” che permetteva l’inserimento nel lavoro dei giovani, ma con lo spostamento dell’età pensionabile, viene a mancare il presupposto concreto perché si possa attuare.



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