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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Per il premier Italiano “la guerra è un lontano ricordo”.
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 25 maggio 2012


Oggi, scorrendo il sito Unimondo, mi sono imbattuto in un articolo su Mario Monti e l’incontro che ha avuto con un gruppo di giovani provenienti da paesi in guerra, ospiti della Cittadella della Pace, a Rondine (Arezzo).
Nell’incontro, Monti ha detto che “per l’Italia, la guerra è solo un lontano ricordo”. Una frase a dir poco deviante dalla realtà; l’Italia è in guerra, solo che oggi la guerra ha cambiato nome. Oggi, quando le guerre vengono condotta fuori dai confini, si chiamano, molto eufemisticamente, missioni di pace.
Poco importa se a portare la pace si va col cannone, poco importa se dietro a dette missioni di pace s’annidano interessi di vario genere. Poco importa se le guerre vere, quelle a cui dopo si va a pacificare, sono possibili grazie al commercio di armi di cui l’Italia è all’avanguardia.
Ma d’altra parte, non si può certo dire a questi ragazzi che i colpevoli siamo noi, che il nostro benessere dipende anche dalle guerre e dalle missioni di pace nei loro paesi. Non si può certo dire loro che il mondo civile ne ha bisogno, che per sopravvivere ha bisogno del loro sacrificio.

La frase, e il messaggio in essa contenuto, rappresenta tutta l’ipocrisia d’un mondo politico che, ormai, non riesce più ad uscire dagli schemi economici del consumismo di cui l’economia capitalista/finanziaria ha bisogno per sopravvivere.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 25/5/2012 alle 13:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La lega e il barbiere del premier Monti
post pubblicato in POLITICA, il 9 gennaio 2012


Fonte: lega nord per la conquista della pianura padana.

In merito alla resistenza della lega sul sostegno del governo al blitz dell'agenzia delle entrate, la lega critica aspramente il premier Monti riguardo a un fatto:

La lega, nella persona di Maurizio Fugatti, è indignata perché il premier Mario Monti non ha ancora risposto all'interrogazione parlamentare riguardo al pagamento del "famoso barbiere di Milano" a cui si era rivolto il premier per un taglio di capelli dopo la chiusura. La mancata risposta, secondo Fugatti, lascia dubbi sulla potenziale evasione fiscale di quello specifico episodio. Da qui trae la convinzione che il premier stia predicando bene e rozzolando male.

Che sia la lega a dire questo dopo l'esperienza di governo che l'ha vista comportarsi come un qualsiasi partito "magnando" a più non posso soldi pubblici e investendo i finanziamenti dei rimborsi elettorali in titoli di stato esteri e valuta straniera suona molto come il ladro che ruba al ladro. Quella lega che da una parte incita all'odio e dall'altra si, o cerca, di presentarsi ufficialmente come partito della legalità. L'esempio eclatante del dualismo ipocrita della lega è la legge sull'immigrazione dove l'immigrato è considerato al contempo lavoratore e criminale.

Se poi consideriamo le affermazioni dei suoi rappresentanti, ultima in ordine di tempo quella del consigliere della lega nord di Albenga in Liguria, Mauro Aicardi, - per gli immigrati servono i forni - scritto su Facebook, allora vien da pensare che debba essere la società civile tutta a chiedere ragione del suo comportamento.  La lega, non solo rozzola male, ma lo fa impunemente senza dover rendere conto a nessuno, mentre, in una società civile, dovrebbe essere messa al bando solo per il razzismo che esprime quotidianamente. La cosa peggiore, però, è che i rappresentanti vengono incitati dal boss che, a sua volta, usa lo stesso linguaggio.

Altro che interpellanza parlamentare sul barbiere, qui ce ne vorrebbe una bipartisan per decidere una volta per tutte l'esclusione della lega dal parlamento italiano. In fondo loro sono celti, pertanto soggetti alla legge sull'immigrazione.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 9/1/2012 alle 17:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Berlusconi, la costituzione e lo stato sociale
post pubblicato in POLITICA, il 10 giugno 2010


Articolo 41 della costituzione:

L'iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Cito l’articolo della costituzione in merito a quanto detto dal premier in occasione dell’assemblea di Confartigiato: "Sono due i progetti ai quali lavoriamo: lo statuto delle imprese, che è già depositato alla Camera e la proposta del ministro [dell'Economia, Giulio] Tremonti di sospendere per 2-3 anni tutte le autorizzazioni richieste per aprire le attività. Pensiamo a una legge ordinaria e a riscrivere l'articolo 41 della Costituzione che [in materia di lavoro e impresa] è datata", ha detto Berlusconi lamentando la matrice "catto-comunista" di questa parte della Carta. Questo al fine di: "riconoscere finalmente diritti agli imprenditori che finora hanno avuto solo doveri".

Di quali diritti “negati” parla? Se l’iniziativa economica privata è libera, significa che se ci sono dei diritti negati dipende dalle leggi, ma in questo caso cosa centra la costituzione? A meno che non si riferisca ai “programmi e controlli” che servono ad indirizzare l’attività economica a fini sociali. Forse è  questo che da fastidio al premier, non la mancanza di diritti degli industriali.

Ma cambiare questo aspetto, che comunque è regolato dalle leggi e, di conseguenza basterebbe modificare le stesse senza disturbare la costituzione, significa cambiare il fine; e quale fine metterebbe il premier? Quello del profitto? Credo proprio di si. Il premier fa riferimento anche alla mancanza del termine “mercato”. Vero, ma se l’economia è libera, è ovvio che operi in un mercato libero. Ma, allora, qual è il problema?

L’articolo parla esplicitamente di libertà, e gli industriali ne hanno sempre usufruito. Non solo, hanno anche avuto agevolazioni dallo stato, con soldi pubblici, quando entravano in crisi o dovevano ristrutturare l’azienda. Agevolazioni che andavano dalle tasse (chi investiva in zone “depresse”), al prepensionamento (quando, dopo le ristrutturazioni si trovavano nella necessità di ridurre il personale), dalla cassa integrazione (nei momenti di crisi sia aziendale sia generale) alla mobilità interna per evitare assunzioni temporanee. Inoltre, i finanziamenti che le aziende hanno ricevuto dallo stato, sono state usate anche per investimenti all’estero dove, però, non si è avuto nessun riscontro in termini di tasse (sempre che le paghino). A questo va aggiunta la legge sul contratto a termine che aggira in modo concreto il divieto di licenziamento e che regala alle aziende un diritto a senso unico.  I diritti, dunque, le aziende li hanno e ne hanno fatto uso in ogni modo; ciò che rimane, perciò, è il fine, lo scopo dell’economia sancito dalla costituzione: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.” Ecco quello che il premier, e gli industriali, vorrebbe/ro modificare, o meglio, sopprimere. il punto è che Il principio non sancisce solo l’indirizzo dell’economia, ma, di conseguenza, anche tutto l’impianto delle leggi che regolano il mondo del lavoro. Se venisse cambiato/soppresso, cadrebbero anche i presupposti alla base di tali leggi.

Questo non è altro che uno dei tanti tasselli che l’attuale primo ministro sta modificando con un unico scopo, quale?


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 10/6/2010 alle 17:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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