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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
TESTAMENTO
post pubblicato in RACCONTI, il 24 marzo 2015


Ciao a tutti. Ciao mondo infame. Quello che sono io non importa, importa quello che non faccio, quello che faccio non importa a nessuno tranne che a me. Ma forse neanche a me. Che m’importa in fondo d’aver lavorato una vita, d’aver guadagnato una montagna di soldi – si fa per dire – di aver scopato, amato,convissuto, lasciato, essere lasciato, vissuto solo, in compagnia, d’aver vissuto nell’inerzia, nell’azione, nel lusso, in case lussuose o nella sporcizia, sulla strada, o appartamenti fatiscenti, in mezzo a manichini o a uomini, a donne brutte o belle, a carne viva o a statue, viziate o puritane,lesbiche, culattoni, bianchi, neri, rossi, atei cattolici, mussulmani, indù,che m’importa se la fine è sempre la stessa, se questo mondo cui liquida con un calcio in culo senza nemmeno ringraziare, se il ricordo non va più in la dei libri di scuola, se diverrò cibo per i vermi; ma che cazzo mi può importare!

Cosa vuoi che importi quello che faccio al mondo, al genere umano, al potente come al povero o al medio, per loro conta più quello che non faccio; se lavoro secondo il loro volere tutto bene; significa che faccio quello che vogliono, se lavoro secondo nessun volere esterno a me stesso, se cioè faccio solo per soddisfare il mio ego, esisto solo accidentalmente come immagine in una foto scattata ad altri dove per caso vengo ripreso e nessuno si chiede chi sono e cosa faccio perché quel che faccio è per loro il non fare. Pertanto, chi se ne frega del mondo!


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La pigrizia; il pigro e il laborioso.
post pubblicato in RACCONTI, il 10 giugno 2012


La pigrizia

Sto sdraiato sul letto, indifferente al mondo, in attesa che il mio stomaco digerisca ciò che o ingerito a pranzo. Non penso a nulla se non al fatto che, forse, sarebbe opportuno alzarmi e uscire a fare un passeggiata. Respirare aria all’aperto fa sicuramente bene, ne sono certo io e lo è anche la mia mente. Ma la pigrizia che ogni pomeriggio mi prende è difficile da vincere; le membra intorpidite non vogliono saperne di muoversi; stanno troppo bene nell’inerzia. Sembra quasi che traggano sollievo dal far niente ed io non ho la forza di impormi; ne sono travolto e, pur fingendo di resistere, mi adeguo lasciandomi cullare dal dolce movimento delle membra che si rilassano.

Il pigro e il laborioso

p. A che pro muoversi - pensa il pigro - tanto, qualsiasi cosa faccia, il mondo continua ottuso per la sua strada.

l. Si, quel che dici è vero - gli sussurra il laborioso, quello sempre in movimento perché non sa stare fermo - ma ricordati che se persisti nella tua pigrizia, nel tuo ozio, che è padre dei vizi, non riuscirai mai a realizzare qualcosa di importante nella tua vita.

p. Ah, ecco il laborioso, colui che non sa stare fermo, che ha bisogno di fare sempre qualcosa. Dimmi, faccio tutto io, cosa ti ha portato di buono il tuo fare qual’cosa a tutti i costi? Hai forse realizzato qualcosa di importante nella tua vita? o ti senti solo stanco. Io, nel mio ozio, penso, costruisco, immagino un mondo migliore. E lo posso fare perché sfrutto al meglio il mio tempo libero.
Dimmi, signor tutto fare, quando finisci il tuo lavoro, diciamo ufficiale, cosa ti spinge a lavorare ancora?

l. Chiedi cosa mi spinge? Mi spinge la voglia di contribuire al progresso. Ecco cosa mi spinge!

p. E pensi davvero di contribuire al progresso? A me sembri più una formica nel formicaio. Forse che la cicale s’è estinta stando sull’albero a cantare? A me sembra di no!
Il progresso, dici. Ma quale progresso! Tu, più lavori più invecchi, ma non ti sei guardato allo specchio? abbiamo la stessa età e tu ne dimostri almeno dieci più di me.

l. Ah, e secondo te, uno che si da da fare sarebbe una formica! Scommetto che tu ti vedi come un lavoratore onesto perché, dopo le ore sindacali, te ne vai a spasso o a divertirti o rimani a poltrire davanti alla tv o a leggere un libro o ad ascoltare musica. Di la verità, pensi d’essere onesto. Svegliati ragazzo, che chi dorme non piglia pesci e l’ozio ti porterà alla rovina.

p. Certo che penso d’essere onesto! E, comunque, chi dorme si riposa, altro che pesci. Quello che dici l’hanno inventato per quelli come te. Quelli che non sanno gustare la vita, che non sanno contemplare il mondo e, tanto meno, se stessi.
Vedi mio caro tuttofare, il riposo, così come lo svago, servono da sempre all’uomo per rigenerarsi, per essere più attivo quando ce ne bisogno. Serve per recuperare le forze che, altrimenti, non avrebbe più la forza, e nemmeno la volontà di agire.
Quello che gente come te non capisce è che il lavoro serve per produrre ciò che serve; dire, come fate voi tuttofare, che nobilita l’uomo è un’invenzione per spingerci a lavorare sempre più, a fare anche quando non è necessario.

Il laborioso, evidentemente a disagio, si porta la mano al mento per darsi un’aria riflessiva ma, in realtà, non sa ribattere alle ultime affermazioni del pigro. In realtà, non aveva mai affrontato il problema da quel punto di vista; in modo particolare riguardo all’utilità del lavoro.
Il pigro, fingendo di pensare ad altro, lo osserva attentamente conscio del suo vantaggio.

p. Beh, non dici più nulla? chiede
l. Beh, in certo qual modo, il tuo ragionamento può anche sembrare logico se non fosse che la pigrizia rimane, comunque, una furbata per non lavorare.
p. Se dici questo significa che non hai capito niente. Innanzi tutto io lavoro; quello che ci differenzia è che io lavoro per necessità, tu perché non ne puoi fare a meno. La tua è una necessità psichica inculcata nella mente affinché tu possa accettare di lavorare sempre e comunque al di la delle necessità.

l. Mah, quel che dici m’ha fatto venire il mal di testa.

p. Già, la verità fa male eh ...

Dopo anni, secoli e millenni, la cicala continua a cantare la formica a lavorare.

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Mi ami amore?
post pubblicato in RACCONTI, il 12 maggio 2012


Mi ami amore? mi chiede
si amore, ti amo
perché?
perché cosa?
perché mi ami, stupido!
- pizzicotto sul braccio -
bah, non saprei
come non saprei!
- altro pizzicotto -
beh, ti amo e basta!
mah, dice lei languida, se mi ami ci sarà un motivo, almeno credo
- un piccolo puffo sulla guancia -
beh, veramente ti amo perché quando non ci sei mi manchi
oh, veramente!? non l’avrei mai pensato
- un bacio sulla guancia -
come non l’avresti mai pensato?! chiedo
beh, sai, da tanto che viviamo insieme che avrei giurato che lo stare insieme era un’abitudine e, si sa, con l’abitudine non ci si accorge delle persone e cose che ci circondano
vuoi dire che dovrei vederti come un sopra mobile?
- un leggero diretto sul fianco , quasi una carezza -
hai, fingo di lamentarmi
ma va stupido, voglio dire che col tempo si diventa abitudinari e, sai, ci si rammollisce un po’.
ah! è questo che pensi, che mi sia rammollito
nooooooooooo, è quasi un ringhio seguito da un morsetto al naso
ma l’hai detto tu che mi sono rammollito, dico lamentandomi
questa volta il colpo arriva al basso ventre e abbastanza forte
cosa fai, sei impazzita? dico gentile
la devi smettere di prendermi in giro, risponde sorridendo
e chi ti prende in giro? dimmelo che lo aggiusto io
vedi? l’hai fatto ancora
cos’ho fatto ancora?
m’ai preso in giro e continui a farlo
a questo punto incomincia a pizzicarmi sulla pancia
scatto come una molla per evitarlo, ma lei mi blocca le gambe con le sue
non posso più muovermi e, allora, incomincio a ridere per il solletico
lei insiste perché sa che mi da un fastidio da matti sia il solletico che ridere
mi contorco nel tentativo di limitare il fastidio
lei insiste
cedo, la imploro di smettere
insiste
imploro di nuovo e giuro che non la prenderò più in giro
sorride trionfante e lascia la presa
sei una torturatrice, dico
così impari, dice con gentilezza
eh, già, dico, altro che gentil sesso
perché, hai qualcosa contro il gentil sesso?  
io! ma figuriamoci, se non ci fosse, bisognerebbe invenarlo
ah! l’hai capito finalmente
Eh si, però sarebbe opportuno che lo vendessero al supermercato
un attimo di esitazione, sguardo finto truce
poi piomba su di me come una bomba
- pizzicotti e pugnetti un po’ ovunque-
spero che si dimentichi della pancia, penso
macché, ricomincia con la tortura e va avanti per un bel po’
rido a crepapelle incapace di trattenermi, mi duole perfino lo stomaco
ma questa volta non imploro, so che lo fa non per quello che ho detto che sa essere una battuta ma per la promessa non mantenuta di non prenderla più in giro
continua
riesco a sfuggirle
mi rincorre per la stanza mentre io non riesco a controllare la risata
poi si calma
prendo fiato
aspetta la mia completa ripresa
vedi, l’hai rifatto ancora
bah, che c’è di male?
niente
come niente, quasi mi fai morire dal ridere
e allora, ne vendono tanti al supermercato.

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Lievi le mie mani ...
post pubblicato in RACCONTI, il 7 maggio 2012


Lievi le mie mani sulla tua pelle ascoltano, nel buio della notte, la musica dolce che dalle pieghe del  silenzio si dipana
Ascolto sognando mondi impossibili, da te per me costruiti, nell’armonia d’un pensiero allegro e sereno, profondo e leggero, che mai lascia spazio alla banalità.
Ascolto! e mi lascio trascinare. Adagiato accanto al tuo lento respiro che lieve ottenebra la mente mia dilatando il tempo nel sogno che muta l’immobile mio desiderio fluttuando, per nulla m’accorgo del tempo che, dilatato dal sogno, s’annulla nello spazio infinito.

Attendo allora, ed è nell’attesa che avverto la necessità della tua vicinanza, della tua presenza nella mia vita. Del calore che infondi con la tua allegria. Della serenità che mi trasmetti. Del consenso che ad ogni mio pensiero esprimi senza riserve pur mantenendo saldi i tuoi.
E la mia mente si fonde con la tua. E i corpi s’incontrano nella nuova luce che s’esprime dal buio della notte che s’annulla. Ed è li, in quel frangente di attimo che si perde il senso dell’essere materiale. E’ li, ove il tempo si fonde nell’eterno divenire, che s’incrociano per sempre le nostre vite. E i mondi sognati svaniscono nella nuova realtà. E le mani a nulla più servono sulla tua pelle, e il silenzio s’apre, che la musica si dipana dalla nostra mente.
Nulla più serve a rendere armonico il nostro stare uniti che noi stessi avvinti come l’aria al mondo.

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Mattino d'ottobre.
post pubblicato in RACCONTI, il 19 dicembre 2011


Ha un che di irreale questo ottobre pieno di sole.

Già dal primo mattino, prima che il sole sorga sopra i monti, il cielo è limpido, quasi trasparente. La poca umidità che sale dal bosco non basta a intorpidirlo. Poi, coi primi raggi di sole, che da sopra i monti cadono verso il bosco e che s’infrangono sulle umide goccioline che dal bosco salgono, diventa diafano e le cose sembrano fantasmi attardati proprio per ammirare lo spettacolo prima di coricarsi.

Poi il sole s’alza a est in tutto il suo fulgore dando al cielo un aspetto slavato. Ma è solo un attimo perché, svanita l’umidità, tutto ridiventa azzurro e le cose risaltano come intagliate nell’aria. Anche le cime, e la montagna tutta, si staglia nel cielo come scolpita.

È uno spettacolo che mi ha sempre affascinato.  

È in quest’ora che mi soffermo a riflettere sul destino che mi ha condotto qui, tra questi monti che, se da una parte tolgono l’orizzonte infinito, o quasi, della pianura, dall’altra danno un senso di quiete e certezza.

Poi esco di casa convinto che sarebbe un delitto non approfittare di quest’ora per una passeggiata.

L’aria è fresca e ristoratrice. Penetra dentro di me come alimento essenziale – e lo è – rimuovendo i fantasmi della notte e le scorie dell’attività umana. M’incammino verso la campagna, tra prati e boschi nell’ora in cui gli animali ancora s’attardano prima di rifugiarsi lontano dall’uomo.

Camminando su sentieri conosciuti, osservo la natura ancora rigogliosa. Qua e la s’intravedono i primi colori dell’autunno che esploderanno in tutto il loro splendore col primo freddo.

A tratti mi fermo e mi siedo su di un masso. Ascolto il silenzio che infonde pace e tranquillità. Rifletto! Lascio che il pensiero si svolga indipendente dal mé che vorrebbe controllare tutto.

Chi mai può negare l’assoluta priorità che essa ha sul tutto? Chi può affermare che senza d’essa si può vivere? Lei, la genitrice, la madre di ogni cosa!

Trovo che sia un delitto porre la natura al di sotto dell’uomo; questo è il modo di vedere la natura che ha portato l’uomo a credere di poterla assoggettare. Di poterla sottomettere modificandone sia l’aspetto sia la struttura manipolandola attraverso la conoscenza che, invece, avrebbe dovuto salvaguardarla.

È triste constatare quanto danno l’uomo abbia fatto a se stesso proprio attraverso la sottomissione della natura. Ed è altrettanto triste constatare che, l’uomo, pur avendo compreso la necessità primaria della natura, continui ad assogettarla col solo scopo di trarne beneficio senza curarsi dei danni che vi arreca.


Ed è in giorni come questi che viene evidenziato quanto sarebbe bello se ascoltassimo la natura e agissimo di conseguenza.

È in giorni come questi che la riflessione mi porta a credere che l’eventuale esistenza di un paradiso o dell’inferno non può che dipendere dal nostro rapporto con il mondo in cui viviamo.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 19/12/2011 alle 15:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un giorno con tanta voglia di non fare niente.
post pubblicato in RACCONTI, il 19 dicembre 2011


Un giorno con tanta voglia di non fare niente.

Prima parte

Un uccello sul ramo che canta nel mattino.

Lo sguardo rivolto verso est  al sole nascente.
Il sole che penetra tra le persiane brillando sui granelli di polvere.
Il cielo trasparente che occhieggia dalla finestra.
L’assenza di nubi a rompere l’orizzonte.
Un uomo che si sveglia alla nuova giornata.
S’alza e apre la finestra.
L’aria pulita, che nella notte s’è rinnovata, penetra fresca  nei polmoni dilatandoli.
Rimane affacciato per qualche minuto come inebetito da tanto splendore.
Ma è una giornata di lavoro come tante, ore 7,00.
Ha un ora per prepararsi, uscire ed arrivare al lavoro.
Ma il nostro amico proprio non ne ha voglia; non ha voglia di rinchiudersi in un ufficio.
Tra carte e computer o sotto un capannone, tra macchinari nel caldo e nel rumore assordante.
Non ha voglia di parlare con i suoi colleghi sempre pronti a scherzi pseudo innocenti.
Non ha voglia d’impegnarsi, insomma!
Dopo breve riflessione, sognando lidi migliori ispirati dal giovane giorno, decide che forse val la pena di fare qualcos’altro che lavorare.
Manda tutto e tutti a quel paese, oggi, il nostro amico.
Si rimette a letto di nuovo.
Si rialza con calma, si rade a dovere come dovesse andare in discoteca. Invece della tuta o della cravatta, si mette comodi vestiti da passeggio.
Fa con calma la colazione mentre ascolta le notizie alla tv (cosa che non fa mai, guardare la tv intendo)

Dopo la colazione prepara il caffè, lo beve e si mette comodo sul divano a fumarsi una sigaretta.
Rimane inebetito davanti allo schermo. Un po’ segue un po’ s’addormenta. Non s’accorge del tempo che passa.
Temporeggia e riflette; che cazzo faccio adesso? In fondo, il nostro amico mica è uno che se la spassa! Certo, gli piace divertirsi, ma di solito lo fa al sabato sera.
Poi, di colpo s’alza. Si risiede, s’alza di nuovo. Non si sente sicuro della scelta.
Riflette ancora. Ma su cosa? Quando non si ha voglia non si ha voglia! Eh cazzo!
Finalmente si decide. Esce di casa felice d’aver finalmente detto no.
Forse la prima volta in vita sua che dice no, ma no a cosa?
Al lavoro, stupido! Alle convinzioni, alle abitudini, al dovere.
A tutto ciò che tiene legato l’uomo alla necessità sociale - non a quella necessità naturale a cui ogni essere è soggetto.

Seconda parte

Il primo impatto con la strada è il rumore delle automobili.

Il secondo l’odore dei gas di scarico.
Il terzo la marea di gente che lo attornia come volessero aggredirlo.
Ormai sono le nove e la gente è già operosa. Le strade sono piene di persone indaffarate, quasi indifferenti a ciò che le circonda prese come sono dalla loro attività.
Si diverte a guardarle.
Vive la cosa come in un film, il nostro amico.
In una grande città dove è difficile conoscersi, vede volti sconosciuti o conoscenti che incontra di rado, donne con la borsa della spesa, negozi aperti.
La strada è intasata di macchine.
Cammina senza meta il nostro amico, felice d’essere libero, senza impegni. Ma quel che più conta, nessuno l’ha fermato, nessuno a chiedere come va, cosa fai, perché non lavori etcc.. etcc.
La città è grande, si può girare per ore senza annoiarsi; sono talmente tante le cose da vedere e ammirare che il tempo scorre senza accorgersi.
Ma il nostro amico oggi non ha problemi di tempo; “che scorra pure” – pensa – “il tempo. Tanto lo recupererò domani se ne avrò voglia”.
Ma neanche ha voglia di fermarsi ad ammirare i monumenti o entrare nei locali. Ha voglia solo di muoversi tra la gente.
Camminando camminando, si ritrova in una zona che non conosce affatto. Di li c’è passato alcune volte ma senza mai fermarsi. Una zona residenziale con pochi negozi e, così a occhio, nessun bar ristoranti discoteche. Niente! Gli sembra un deserto. L’attraversa quasi di corsa. Una lunga sgambettata per ritrovarsi dalle parti del centro.
A questo punto, sono appena le dieci, incomincia a pensare che, forse, avrebbe almeno dovuto avvisare della sua assenza dal lavoro. Non che faccia differenza. Lavorando in squadra con altri, l’assenza di uno o due persone di solito non crea problemi. Però non si sa mai, riflette. In fondo, anche se ne mancano altri due, cosa cambia? Continua a riflettere. Se avessi chiamato che non potevo andare – e una scusa avrei dovuta prenderla di sicuro, e in questi casi, cioè, quando si chiama la mattina, di solito la scusa è un qualche malessere – e m’avessero detto che ne mancavano altri due, mica potevo dire che si, va beh, non è poi così grave. Eh no! Perché sarebbe come ammettere che, in realtà, non ero ammalato. Perciò, conclude, meglio lasciar perdere; domani troverò sicuramente una scusa.
Decide allora di riprendere la sua escursione.
Prende una direzione qualsiasi andando verso il centro per evitare di rifare le strade di prima o di ritornare verso casa.
Strada facendo ha modo di fermarsi ad aiutare un’anziana che, ferma al passaggio pedonale, non si decideva ad attraversare la strada. Gli si avvicina e, gentilmente, chiede se ha bisogno d’aiuto. La signora lo guarda un po’ stupita da tanta gentilezza; si, grazie, risponde, con questo traffico diventa sempre più rischioso attraversare la strada anche sulle strisce pedonali. Il nostro amico, con cautela si mette sulla strada con le mani alzate imitando i vigili, le macchine si fermano.
L’amico invita la signora ad attraversare.
La signora, solerte, e quasi di corsa, attraversa.

-      Mille grazie, dice, peccato che al giorno d’oggi la gentilezza sembra scomparsa dal mondo.

-      Eh si, purtroppo, risponde l’amico, comunque sia le auguro un buona giornata, signora.

-      Grazie di nuovo, e buona giornata anche a lei, risponde.

E la signora s’incammina verso i fatti suoi forse un po’ più felice di prima.
Beh, pensa l’amico, un gesto gentile non guasta mai, anzi, aiuta a rendere la vita più accettabile sia a noi stessi che agli altri; e riprende il suo vagabondare.

Terza parte

Pian piano, senza accorgersene, il nostro amico ha attraversato la città fin quasi alla periferia, praticamente in campagna, ancora un isolato e incominciano i campi coltivati.

Gli vien voglia di evadere definitivamente, di andare in campagna – chissà se riesco a ritrovare i luoghi dell’infanzia.
Sta per essere sopraffatto dai ricordi ma si ferma. Non vuole nostalgie. Niente nostalgie oggi!
Prima di immergersi nella natura, però, si ferma  al primo bar che incontra per un caffè.
Entra e si siede a un tavolino in disparte. Il locale è tipico delle periferie: i clienti sono prevalentemente pensionati e operai. Giocano a carte. In una saletta separata sente, attutito, il tipico tac delle boccette da biliardo che si scontrano. Una nota di colore si muove dietro al banco e tra i tavolini. Prepara le bevande e le serve muovendosi con armonia  come seguisse una musica che solo lei sente.
Si avvicina al tavolino.
Il nostro amico, che sin dal primo momento, nel vederla era  rimasto senza fiato, riesce con fatica a dire:   

-      Buon giorno.

-      Buon giorno a lei, signore. Cosa le posso servire?

Voce flautata, piena di tenerezza.

-      Un caffè ristretto, grazie. Sempre a fatica

-      Un po’ di pazienza e la servo subito.

-      Grazie. Faccia con comodo, non ho fretta. Dice cercando di ostentare indifferenza.

-      Non è che per caso avete il giornale? Chiede sempre a disagio.

-      Si, aspetti che guardo se ce n’è uno libero.

La ragazza, avrà più o meno 20anni, nel tornare al banco per preparare il caffè al nostro amico, si ferma ad ogni tavolino per ritirare i bicchiere e le tazzine vuote e pulendo il piano, rispondendo, sempre con cortesia, alle battute dei clienti.
L’amico la guarda fingendo indifferenza. Guarda i movimenti tranquilli di quel corpo così armonioso e al contempo forte, sicuro, senza incertezze. Ogni suo movimento da l’impressione di un passo di danza nell’etere talmente è leggero – o così sembra all’amico.
Il suo sguardo insistente, anche se mascherato dall’indifferenza, non sfugge però all’anziano seduto al tavolino accanto che, osservando l’amico, pensa a quando lui giovane, si divertiva a fare avance alla ragazze.

-      Bella donna, eh.

La voce, quasi un sussurro, gli arriva di fianco e lo prende alla sprovvista. Si gira e vede un anziano seduto tranquillo al tavolino di fianco; strano che non l’abbia notato prima, pensa.

-      Eh, si, proprio bella

Il nostro amico sorride all’anziano che a sua volta si mostra contento d’aver, forse, trovato un po’ di compagnia.

-      Non ti fare troppe illusioni. Dice.

-      Perché? È già forse impegnata? Chiede l’amico.

-      Oh no, solo che ha un carattere piuttosto difficile.

-      Difficile? Chiede l’amico conscio d’essersi espresso in modo interessato.

Cosa che all’anziano non sfugge,

-      Se ti piace, dice, devi andarci coi piedi di piombo; come si diceva una volta. Poi, sorridendo, sussurra: arriva.

L’amico intuisce la faccenda dei “piedi di piombo” e ne fa tesoro.
Intanto la ragazza, arriva al tavolino e gli pone il caffè e il giornale dicendo: ecco il suo caffè e il giornale. Il volto sorridente.
L’amico ricambia il sorriso. Grazie mille. Risponde sperando in uno di quei gesti che preludono a un principio di interessamento   La ragazza, però s’era già allontanata verso le sue incombenze. Peccato, pensa l’amico. Forse ha ragione il signore; è troppo difficile e, solitamente, le persone difficili sono anche problematiche.

-      Visto?

L’anziano lo stava guardando incuriosito. L’amico era sicuro che gli avesse letto in volto la delusione.

-      Eh, si! sembra proprio difficile. O, magari, è solo timida.

-      Anche. Se proprio sei interessato e, se posso darti un consiglio, ti conviene farti vedere più spesso di modo che si abitui a te. Voglio dire, se fai delle avance adesso che non ti conosce, rischi di comprometterti.

L’amico rifletté un attimo sul perché di tanto interesse del signore nei suoi confronti e realizzò che, forse, lo trattava come un figlio.
Poi disse: grazie per il consiglio. E aggiunse: è la prima volta che vengo da queste parti e non conosco la zona.
Lo disse anche per cambiare discorso riproponendosi di seguire il consiglio del signore. Si! sarebbe ritornato ancora. Sentiva dentro di se una sensazione diversa dal solito. Una sensazione, nuova, che non aveva mai sentito prima. Di avance alle donne ne aveva fatte tante, e alcune erano andate felicemente in “Porto”. Ma una sensazione come quella che sentiva in quel momento non l’aveva mai avvertita; neanche con le donne che più rispettava.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 19/12/2011 alle 13:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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