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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Il ministro del lavoro Giuliano Poletti e la riduzione delle vacanze scolastiche, ovvero, far lavorare gli studenti.
post pubblicato in POLITICA, il 24 marzo 2015


La stampa

Il ministro del lavoro Giuliano Poletti ha detto, a un convegno a Firenze sui fondi sociali europei, che tre mesi di vacanza per gli studenti sono troppi e che uno potrebbe essere impiegato a fare formazione(lavorando) o, comunque, a fare uno stage negli uffici o nelle fabbriche –dipende dall’indirizzo che lo studente a preso.

Una risposta positiva, che parte dal presupposto che le scuole restanoaperte anche d’estate, al ministro arriva dal vicepresidente dell’Anp (associazioneNazionali Presidi) Mario Rusconi: «Daanni, più o meno dai primi anni ’90, noi presidi chiediamo che ci siano pianiintelligenti per l’utilizzo della risorsa scuola durante l’estate. Nel ’95ricordo che collaborai anch’io a una direttiva del ministero dell’Istruzioneche presupponeva che si potessero aprire le scuole di pomeriggio avviandoattività alternative alla didattica con la collaborazione di associazioni digenitori e cooperative. L’idea di utilizzare i locali delle scuole durantel’estate per corsi di sostegno e recupero, per corsi di formazione particolari,per ospitare iniziative di giovani diplomati in cerca di lavoro ci trova dunque- osserva Rusconi - senz’altro d’accordo. Mi permetto di far notare, tuttavia,che Poletti è l’ennesimo ministro che si pronuncia sulla questione, ma mai,finora, alle parole hanno fatto seguito prassi organizzative coerenti». Unarisposta positiva per il ministro ma che si discosta dalla sua perché nonprevede la “formazione” al di fuori della scuola - come pensa il ministro – maal suo interno con un programma alternativo alla didattica che aiuti lostudente a orientarsi nel mondo del lavoro. Da quanto si può capire dalleparole del vicepresidente dell’Anp, la proposta non consiste nel mandare glistudenti nelle fabbriche o negli uffici di qualche azienda, ma nell’istruirlisul mondo del lavoro nel tentativo di aiutarli a prendere un indirizzo adattosia alla loro preparazione che al loro interesse di modo che, una volta finitala scuola, possano sapere già cosa vogliono e dove trovarlo.

Gli studenti, invece sono decisamente contro. Il portavoce nazionaledella rete degli studenti afferma che il piano del ministro non tiene contodella realtà di più della metà degli studenti che già lavorano nel periodoestivo e lo accusa di legalizzare lo sfruttamento degli studenti già in essere.

Tre mesi di stacco dallo studio, in linea di massima,e se non consideriamo i compiti a casa e eventuali esami di riparazione perrecuperare i crediti, può essere troppo e causare al rientro difficoltà nelriprendere da dove si è lasciato. Però, questo è vero se si pensa che tutti glistudenti passino le vacanze lontani dai libri, e questo non è vero perché aicompiti a casa e esami di riparazione va aggiunto il lavoro che molti studentifanno nei mesi estivi per mantenersi agli studi o anche solo per guadagnarequalcosa.

Dunque, la “riflessione” del ministro del lavoro, cheva a interferire con il ministero della scuola, diventa incomprensibile nelmomento in cui non tiene conto di tutte le variabili e conseguenze nel mondodel lavoro giovanile. La scuola dovrebbe pensare a istruire i giovani,l’inserimento dovrebbe essere concordato con le aziende alla fine del percorsoformativo, ovvero, dovrebbe esserci un collegamento tra scuola e aziende nellatrasmissione dei dati riguardanti gli studenti che permetta alle aziende diprendere contatto con lo studente anche durante il percorso di studio. Sarannopoi le aziende a scegliere chi e come assumere.

Che un giovane debba relazionarsi in anticipo con ilmondo del lavoro è giusto, e per questo ci sono già gli stage (STAGE, TIROCINI,ALTERNANZA SCUOLA LAVORO:lltermine tirocinio è spesso affiancato o sostituito dal termine stage, vocabolofrancese che significa “pratica”. Si tratta effettivamente di sinonimi:entrambi i termini rimandano infatti a un’esperienza di formazione praticasvolta all’interno di un contesto lavorativo, per favorire l’ingresso nel mondodel lavoro.
Il tirocinio formativo e di orientamento è regolato dall’art. 18 della legge n.196/1997, detta anche “Pacchetto Treu”, e dal relativo regolamento diattuazione contenuto nel decreto ministeriale n. 142/1998. 
È finalizzato alla creazione di momenti di alternanza tra studio e lavoro peragevolare le scelte professionali dei ragazzi mediante il contatto diretto conil mondo del lavoro e per offrire loro competenze di base, tecnico-operative etrasversali.

L’alternanzascuola-lavoro è stata introdotta dall’art. 4 della legge n. 53/2003:rappresenta una “modalità di realizzazione della formazione del secondo cicloprogettata, attuata e valutata dall’istituzione scolastica e formativa, incollaborazione con le imprese, le associazioni di rappresentanza e con leCamere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, che assicura aigiovani, oltre alle conoscenze di base, l’acquisizione di competenze spendibilinel mercato del lavoro”.
Il decreto legislativo n. 77 del 15 aprile 2005 ha definito le linee attuativeper la gestione delle attività di alternanza scuola-lavoro sia nel sistema deilicei, sia nel sistema dell’istruzione e della formazione professionale.Tuttavia, la disciplina sull’alternanza scuola lavoro sarà soggetta a unriesame
). Basterebbe partire da qua coinvolgendo le aziende eorganizzando il tutto durante l’anno scolastico distribuendo meglio le vacanzelasciando un mese di vacanza piena; ovviamente i periodi lavorativi devonoessere retribuiti. 


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permalink | inviato da vfte il 24/3/2015 alle 17:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L’educazione al rispetto delle diversità: indottrinamento o preparazione al rispetto?
post pubblicato in Riflessioni, il 11 marzo 2015


 InFriuli Venezia Giulia sta per partire, nelle scuole per l’infanzia, il progetto denominato: “pari o dispari, il gioco del rispetto” che si pone di risolvere l’annoso problema, partendo dall’infanzia, della parità di genere. Il progetto si basa sul presupposto che i bambini, attraverso determinati “giochi”possano capire le differenze di genere e, cosa più importante, il rispetto ditali differenze. Ovviamente, l’iniziativa ha innescato la polemica, tanto più che i ragazzi, durante i giochi, saranno filmati. La polemica è basata sul fatto che il cambio di ruolo potrebbe “disturbare” il bambino nel suo sviluppo.

Già in passato, nelle scuole primarie nazionali si è cercato di inserire un programma di “educazione alla diversità a scuola: scuola primaria”-  proposto dalla presidenza del consiglio dei ministri con la collaborazione dell’UNAR (Ufficio Nazionale Anti discriminazioni Razziali). Questo programma si propone di preparare il ragazzo ad una giusta percezione del mondo proprio nell’età in cui incomincia il processo di formazione dell’idea di se stesso, del mondo e delle persone. Questo processo è però inficiato dai messaggi che gli arrivano del mondo esterno sui rapporti umani attraverso il linguaggio che può porre in termini negativi certe categorie di persone solo basandosi sulla percezione personale di chi lo esprime. Il programmasi incentra in modo particolare sull’aspetto sessuale, ovvero, far capire ai ragazzi che l’essere diverso sessualmente: gay, lesbiche, bisessuali e transgender, non deve comportare una condanna, bensì la loro accettazione. Più ingenerale, evitare che certi stereotipi entrino nella mentalità del bambino.

Anche in questo caso ci sono state proteste, in modo particolare da parte di gruppi cattolici, incentrate sulla teoria che, così facendo, si “indottrinano” i ragazzi su una cultura non condivisa, cioè, si cerca di instaurare una nuova cultura usando i minori attraverso la scuola escludendo la famiglia.

Credo che il problema “dell’indottrinamento”dei bambini e ragazzi, in età preadolescenziale, fin dall’infanzia sia un comportamento antico quanto l’uomo.  

 Che i bambini in età preadolescenziale, quandoli fai giocare, si divertono è fuori discussione. Che assimilino velocemente le informazioni è altrettanto fuori discussione. Su questo presupposto si possono creare ogni tipo di stereotipi partendo proprio dall’infanzia. Ai bambini si può far credere di tutto e di più e condizionare tutta la loro vita. Così come è stata condizionata la nostra in termini religiosi quando le famiglie, anche se non credevano, si sentivano in obbligo di mandarci a “catechismo”. Ciò non significa che rimangano fedeli agli insegnamenti ricevuti nell’infanzia, è però la loro cultura a rimanerne “inquinata”.

Pertanto, se si insegna al bambino che ci si deve comportare in un determinato modo in determinate occasioni, che non deve dire o fare determinate cose, che la vita è nata in un determinato modo, che esiste o no un creatore, che gli uomini sono uguali o diversi, che hanno tutti gli stessi diritti o che non li hanno, che il genere maschio deve accettare il genere femmina, e viceversa, per quello che sono e che non c’è disparità di ruolo o che c’è, il bambino, da adulto, anche se dovesse cambiare opinione, partirebbe sempre e comunque dall’assunto di ciò che ha appreso nell’infanzia. È difficile modificare i comportamenti se non a prezzo di sforzi a volte superiori alle proprie possibilità.

Questo fa si che ogni opinione, qualora ne abbia il potere, ha sempre cercato e cercherà di indottrinare il bambino nella quasi certezza – la certezza assoluta non esiste – che da adulto porterà avanti le sue, e di altri, istanze in base all’insegnamento ricevuto. Questo succede da sempre. Per quanto riguarda la nostra società è successo con il cristianesimo che, in un periodo di diversi secoli (e continua tutt’oggi), è riuscito a imporre, proprio attraverso questo modello di insegnamento, il proprio credo. L’uomo occidentale, dopo due secoli di tentativi, non è ancora riuscito ad annullare gli effetti di quell’insegnamento; l’uomo occidentale, anche se intriso delle moderne ideologie, o comunque teorie, continua a essere credente, a mantenere come base il cristianesimo. Difatti, i grandi pensatori che hanno negato l’esistenza di dio e la religione in generale – Marx definì la religione “l’oppio dei popoli” –e che hanno provocato grandi sommovimenti nella società occidentale creando sistemi che si basano, appunto, su questo tipo di insegnamento, non sono riusciti a scalfire la cultura cristiana nelle popolazioni condizionate da detta cultura. Pertanto, quello che sta facendo la regione Friuli Venezia Giulia e la presidenza del consiglio dei ministri, non è ne da biasimare o condannare ne da accettare a occhi chiusi. Tutto dipende dallo scopo che ci si prefigge e dal metodo.

Se lo scopo è quello di insegnare il rispetto degli altri, è logico presupporre che il sistema adottato sia critico, ovvero, porre di fronte al bambino, non la soluzione preconfezionata per instillare nella sua mente uno stereotipo da seguire, delle situazioni in grado di stimolare la sua fantasia e sviluppare il senso critico (capacità di sviluppare domande in risposta ai quesiti che nascono durante i giochi) per aiutarlo ad analizzare, nel limite delle sue possibilità, attraverso il gioco,le varie proposte postegli affinché arrivi da solo alla conclusione del problema; che ogni persona è degna di essere stimata al di la del suo modo di essere. In tal senso, oltre al giusto scopo c’è anche un metodo obiettivo e non soggettivo.

Se, viceversa, lo scopo è quello di inculcare nella mente del bambino uno stereotipo, ovvero, insegnare determinati modelli di comportamento - magari riferiti ad una certa idea,religione o ideologia - senza stimolare nel bambino la fantasia e sviluppare il senso critico affinché recepisca il messaggio automaticamente, certamente lo scopo è quello di indottrinare il bambino attraverso un insegnamento completamente soggettivo dell’insegnante.

Concludendo, ben venga l’educazione e il rispetto delle diversità e, ovviamente, la loro conoscenza a patto che non venga usata per l’indottrinamento.

Vietato il presepio a scuola. Ovvero, come conquistare l’Italia.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 7 dicembre 2014


Un tema che si sta rinnovando di frequente è quello dei simboli a scuola; anche nelle ricorrenze religiose. Ovviamente, avendo l’Itali a una cultura religiosa prevalentemente cattolica, pertanto, anche tradizioni cattoliche o, comunque, di radici cattoliche, le manifestazioni cattoliche sono frequenti e coinvolgono ogni aspetto, luogo e età della vita. Succede però, che a causa della presenza sul territorio nazionale di etnie di diversa estrazione religiosa e con tradizioni diverse, e per la volontà di integrare queste minoranze nella vita del paese, sta avanzando la tendenza a limitare le manifestazioni legate alla tradizione religiosa cristiano/cattolica in luogo pubblico e l’esposizione dei simboli a esse collegate, fulcro della cultura di milioni di italiani; anche non religiosi.

Si sta cercando, insomma, di limitare la libera espressione delle tradizioni del cattolicesimo. Quel che lascia perplessi è che questo limite venga imposto dalle strutture pubbliche italiane come la scuola.

Succede che, all’istituto De Amicis di Celadina a Bergamo, il preside vieti di allestire il presepe nell’aula perché: “La scuola pubblica è di tutti e non va creata alcuna occasione di discriminazione. In classe ognuno può portare il proprio contributo, ma accendere un focus cerimoniale e rituale può risultare soverchiante per qualcuno, che potrebbe subire ciò che non gli appartiene. Non sono l’anticristo, ma questo è l’orientamento che ho dato all’Istituto da otto anni, quando sono arrivato qua”. E ancora: “La favoletta che la cultura europea è figlia di tante cose, tra cui il cristianesimo, non sta più in piedi. A scuola non ci devono essere simboli che dividono”. Insomma, stando al preside, il fatto che una comunità sia formata da diverse culture indica la necessità di limitarne le loro espressioni.

Niente di più sbagliato e assurdo. se si considera che l’indirizzo prevalente è quello dell’integrazione delle culture immigrate.Se per integrazione s’intende che l’immigrato, portatore di altra cultura religiosa, deve integrarsi nella cultura esistente in un dato posto, casomai dovrà essere egli a dover rinunciare a parte delle sue manifestazioni che possono essere ritenute offensive e discriminatorie verso la nostra cultura (si veda, in tal senso, la tradizione di certi musulmani, ma non solo, a trattare la donna come merce e a imporre a essa comportamenti ritenuti offensivi della dignità e dei diritti dell’individuo – matrimoni combinati, copertura del corpo da capo a piedi, impossibilità di una vita sociale ecc. – nel mondo occidentale).Dunque, a doversi integrare in altra cultura deve essere l’immigrato. Ma per fare ciò deve, innanzitutto, recepire sia la nostra cultura –che comunque non è solo cattolica perché include anche altre forme di cristianesimo e altre religioni come l’ebraismo. Inoltre sono presenti anche culture diverse e non religiose come il socialismo, comunismo e ateismo - sia le nostre tradizioni che fanno riferimento alle varie culture presenti. Pensare, per fare spazio alle nuove culture, di limitare quelle tradizionali significa far pagare alla cultura e tradizione italiana il maggior costo dell’integrazione. Non solo,così facendo si andrà incontro alla distruzione e, pertanto, alla conquista dell’Italia delle culture immigrate.

Pertanto, limitare la libera espressione della nostra cultura è fuorviante rispetto al problema dell’integrazione perché, così facendo, si finirà col dover essere noi italiani a doverci integrare. Il che è assurdo!

Tre esplosioni davanti ad una scuola a Brindisi.
post pubblicato in NOTIZIE, il 19 maggio 2012


 Il fatto quotidiano
Stamattina, davanti all’istituto Morvillo-Falcone di Brindisi, sono state fatte esplodere tre bombe che hanno ucciso una ragazza di sedici anni e ferito altri sette studenti di cui uno, un’altra ragazza di sedici anni, versa in gravi condizioni.
A quanto sembra, la bomba è stata fatta esplodere con un telecomando, pertanto, si crede che si sia voluto uccidere.
Per ora, gli inquirenti, pur lasciando aperte tutte le strade, sono orientati verso quella mafiosa.

Un atto criminale che non lascia dubbi sulla crudeltà degli attentatori e che ha provocato la reazione di tutto il mondo politico e civile.

NON SI POSSONO COLPIRE, DI PROPOSITO, I MINORENNI PER NESSUN MOTIVO!!!

Di fronte a tanta crudeltà, non servono parole per cercare di capire. Tutto è chiaro!
Che i colpevoli siano mafiosi o politici o altro, poco importa. Vanno presi e condannati alla pena più dura che esiste in Italia.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 19/5/2012 alle 14:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Perde casa e famiglia senza sapere il perché. Quando la burocrazia diventa oppressiva.
post pubblicato in NOTIZIE, il 16 gennaio 2012



Succede a Khaled, un tunisino di 49 anni da 27 in Italia. Khaled è commerciante e gestisce un negozio di abbigliamento. Nel 2010 si reca in Tunisia per lavoro, quando torna, dopo tre mesi, trova la sorpresa: gli viene proibito di avvicinarsi all’appartamento e alla famiglia che, nel frattempo, la moglie e la figlia erano state trasferite nel centro di Santa Chiara di borgo Padre Onorio, mentre il figlio in un appartamento comunitario da dove, poco dopo, sarebbe fuggito.
La storia sembra sia incominciata dopo che la scuola del figlio, nel 2010, ha inviato una relazione al tribunale dei minori segnalando l’indisciplina del figlio senza avvertire i genitori ne della relazione ne, tanto meno, del comportamento del figlio. Secondo Khaled, la scuola non avrebbe mai convocato ne lui ne la mogli per avvertirli del comportamento del figlio.

C’è da chiedersi almeno tre cose di questa vicenda.
1) Con quale competenza la scuola può prendere contatto col tribunale dei minori scavalcando la famiglia?
2) con quale competenza i servizi sociali possono allontanare figli e moglie, chiudere un appartamento mandando sulla strada il marito, senza una adeguata informazione e un adeguato tentativo di riconciliazione della famiglia - questo nel caso di difficoltà nella convivenza della stessa?
3) in base a quali prove il tribunale ha predisposto tutto ciò?

Da quanto si legge nell’articolo, la famiglia non aveva mei avuto problemi a parte la poca voglia di studiare del figlio che, comunque, non comporta nessun reato. In questi casi, la prassi sarebbe di convocare i genitori e discutere con loro la situazione del figlio, successivamente, se i genitori sono d’accordo, coinvolgere i servizi sociali e, se non si approda a nulla e se i genitori sono d’accordo, coinvolgere il tribunale dei minori. Qui, invece, si è agito esattamente all’opposto.
Con quale autorità non si sa. Sta di fatto che si è smembrata una famiglia in modo alquanto allegro.
Non è ammissibile che si possano prendere provvedimenti del genere senza coinvolgere la famiglia, senza discuterne con i genitori nel tentativo di risolvere il problema, sempre che ci sia un problema, senza arrivare a soluzioni drastiche.

Se questa è la prassi oggi, c’è da preoccuparsi non poco. Vedersi allontanato dalla propria famiglia senza che l’autorità ci dica il motivo - la figlia stessa afferma di non sapere perché è stata allontanata dal padre - e senza essere mai stati convocati è sicuramente un dramma per chiunque.
Disabili e la scuola italiana; storie di ordinaria follia.
post pubblicato in NOTIZIE, il 14 luglio 2011


Fonte notizia: la repubblica.it

In un normale asilo, un bambino di cinque anni, disabile e con l’insegnante di sostegno, viene picchiato quotidianamente dall’insegnante di sostegno e da altre 4 insegnanti.

Le indagini dei carabinieri sono iniziate dopo segnalazioni anonime e sono consistite nell’installare telecamere all’interno dell’asilo da dove i carabinieri hanno potuto constatare il fatto. A quel punto e, comunque, dopo la convocazione delle maestre, però, i maltrattamenti sono finiti; se prima il ragazzo veniva maltrattato ogni giorno, dopo l’inizio dell’indagine viene fatto oggetto di premure e accortezze, ovvero, visto che l’indagine inizia anche con la convocazione delle insegnanti con la conseguente comunicazione del motivo, le insegnanti, visto la mal parata, decidono di sospendere la loro azione nel tentativo di dimostrare che le testimonianze a loro carico sono false.

Comunque sia, sarà il corso delle indagini a determinare la realtà dei fatti. Ciò non toglie che, ancora una volta, ci troviamo di fronte a comportamenti violenti nei confronti di minori e, peggio ancora, di minore disabile. Cosa possa far scattare tanta violenza da parte di persone adulte – tra l’altro, predisposte proprio all’inserimento nella società dei ragazzi –, tra cui anche l’insegnante di sostegno che ricopre proprio il ruolo di difesa e miglioramento del comportamento dei ragazzi disabili, è un mistero. Quello che conta, però, è che questi comportamenti emergano e i colpevoli siano condannati.

A nulla serve l’affermazione del sindaco di Mileto che, al riguardo, dice: prima di esprimere un giudizio, è necessario conoscere bene i fatti – come a dire che i carabinieri hanno agito in base a semplici supposizioni –, che bisogna aver fiducia nella giustizia e perciò bisogna aspettare la fine delle indagini – ovvio, dimentica però che gli indagati lo sono grazie proprio alle indagini già condotte – e che fino a prova contraria, le persone indagate che “io (il sindaco) conosco bene”, sono innocenti – beh, io invece mi asterrei proprio dal dire che una persona non può aver commesso un qualche reato perché “la conosco bene”. L’affermazione del sindaco si basa, appunto, su un presupposto completamente estraneo alla giustizia.

Di diverso avviso è il ministro per le pari opportunità, Mara Carfagna, per cui il maltrattamento di un bambino è sempre un fatto grave specialmente se avviene nelle strutture preposte all’infanzia. La ministra dice che da tre settimane è stata creata “l’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza” col compito di segnalare situazioni di disagio e casi particolarmente gravi alla procura della repubblica presso il tribunale dei minori chiedendo l’intervento della magistratura. Può darsi che serva a qualcosa ma, già ora il tribunale dei minori, con la collaborazione degli assistenti sociali ( e un insegnante di sostegno ha anche questo ruolo), riceve le segnalazioni riguardo alle situazioni di disagio dei minori, ma questo non impedisce il verificarsi di tali situazioni, anzi, quando il tribunale riceve la segnalazione, la situazione di disagio è già esistente. Mettere un’autorità garante, cioè un’altra istituzione accanto a quelle esistenti non risolve il problema perché esso è a monte.

Ciò non significa che il problema sia risolvibile, anzi, il maltrattamento dei minori – come la violenza sugli adulti – è un fatto connaturato col senso di potenza di un individuo; senso di potenza che si sviluppa nell’individuo sin dall’infanzia ma che trova piena applicazione nelle situazioni di disagio, ovvero, nei confronti in stato di estrema vulnerabilità. Vulnerabilità che, in alcuni casi, viene creata appositamente per poter esprimere la propria potenza.

Tornando al caso in questione e alle soluzioni politiche, l’unico modo, a mio avviso, di “prevenire” il formarsi di queste situazioni senza creare continui controlli (il controllo del personale, del primo controllore, del secondo ecc.), è la formazione e scelta degli insegnanti sia quelli normali che quelli di sostegno. La formazione non deve basarsi unicamente su dati tecnico/psicologici ma anche sulla consapevolezza del ruolo dell’insegnate così come la scelta non deve basarsi unicamente sulla bravura ma, e in modo particolare, sulla moralità laica dello stesso.

Anche i genitori devono avere un ruolo primario nella formazione del ragazzo/a. Devono però avere a loro disposizione le strutture adeguate per la loro formazione che non deve essere solo tecnico/psicologica ma anche di controllo di quanto avviene nelle istituzioni preposte alla preparazione del ragazzo/a.

Per concludere, il rispetto dell’altro, sia esso minore o adulto, è una questione morale e di formazione degli individui addetti a tale compito ma, al contempo, anche una questione di pene più severe nei confronti di coloro che calpestano i diritti dei minori o comunque delle persone deboli.

La scuola secondo la ministra Gelmini.
post pubblicato in Riflessioni, il 5 marzo 2011


La scuola come supporto al mondo del lavoro, ovvero, la scuola al servizio dell'economia, ovvero, la scuola al servizio del capitale o, se preferite, al servizio delle aziende.

Questo il senso delle parole del ministro Gelmini ieri a Firenze al "convitto della calza".

 

Da la repubblica: "Il rilancio dell'istruzione tecnica e professionale va nella giusta direzione insieme anche ad altre misure che stiamo portando avanti, per esempio la riduzione degli indirizzi universitari che non producono occupazione, accanto alla formazione degli istituti tecnici superiori", il tutto per offrire al mercato profili particolarmente qualificati. "Sul piano tecnico - ha proseguito il ministro parlando con i giornalisti - per andare incontro alle esigenze del mercato del lavoro. Da qui anche una grande attenzione al tema dell'innovazione e della ricerca. E su questo abbiamo parecchie risorse". Il tutto lasciando perdere le polemiche inutili ed ideologiche "che sono figlie del secolo passato - ha concluso Gelmini - credo che possiamo dare un sostegno ai giovani e anche alla competitività del sistema Paese".

 

Che si vada a scuola per inserirsi nel mondo del lavoro è ovvio, la scuola però è anche altro. Ad esempio preparazione culturale generale e capacità di critica generale. Essere un buon tecnico è si importante, ma se manca una cultura di base e la capacità di analisi critica di ciò che si studia, si rischia di diventare una macchina che, pur eseguendo operazioni complesse, deve ricevere l'input per iniziare e lavorare.

Insomma, stando alle intenzioni del governo, si sta cercando di istruire i giovani a lavorare ma non a essere capaci di critica.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 5/3/2011 alle 16:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Gasparri e le riforme della costituzione.
post pubblicato in Riflessioni, il 1 gennaio 2011


Come si può aver fiducia in persone che affermano: "Questa e' sempre stata la nostra opinione ed e' quello che pensa l'intera maggioranza. Dopo gli inutili e falliti assalti al governo fatti da minoranze di sinistra nel Paese e nel Parlamento, e' tempo di prendere atto che c'è una maggioranza di centrodestra ampiamente legittimata che ha la volontà di riprendere il cammino delle riforme della Costituzione", affermazione che, secondo il sig. Gasparri, serve a sostenere quelle riforme di cui si parla da anni e mai iniziate veramente: elezioni diretta del premier, riforma del bicameralismo e senato federale. Gasparri sostiene che questo dovrebbe essere il programma da sostenere a 360 gradi da parte del governo e condiviso da tutte le forze politiche. Certo, ma dipende tutto da come si affrontano i problemi. Senza contare che, se le riforme istituzionali sono importanti, non lo possono essere più del problema giovani, e lavoro in generale (che include tutto il mondo della produzione e delle pensioni - come ho sempre affermato, l'aumento dell'età pensionabile va a svantaggio dell'occupazione giovanile.), dell'educazione, dello stato sociale  e dei diritti ormai diventati, a causa dell'inerzia ma anche della volontà del governo, un optional. Temi strettamente correlati tra loro che se non affrontati e risolti, le riforme istituzionali non servirebbero a nulla

 

Innanzi tutto va detto che quella "maggioranza del centrodestra ampiamente legittimata", nell'ultima fiducia è stata risicata per tre punti. Cosa questa, che dovrebbe far riflettere il centrodestra, visto che erano partiti con un "vero consistente vantaggio" (grazie anche alla famigerata legge elettorale di cui il sig. Gasparri si guarda bene dal mettere nella lista delle riforme) che è andato gradualmente affievolendosi - non certo a causa degli "attacchi della sinistra" - a causa di lotte interne al centrodestra.

In secondo luogo, fare riforme condivise significa discutere e ascoltare le forze politiche, ma anche sociali, che portano proposte diverse; significa arrivare, attraverso il confronto che Gasparri chiede, a una soluzione del problema mediata, cosa che il centrodestra a ampiamente dimostrato di non volere. Basare il confronto sul presupposto: queste sono le nostre proposte, discutiamone ma sappiate che l'impianto non è modificabile significa rifiutarlo.

Inoltre, se la riforma dell'elezione del premier (che comunque non può basarsi sull'aumento del potere dello stesso come proposto a suo tempo da Berlusconi pena il venir meno dei presupposti su cui si basa la democrazia parlamentare) e del bicameralismo si possono fare in parlamento, quella federalista no! Essendo una riforma che coinvolge tutta la struttura gestionale del territorio. È impensabile non coinvolgere, nella sua definizione, anche i poteri periferici essendone i destinatari.

Inoltre, la riforma dello stato in senso federale dovrebbe eludere e superare le altre due. Se lo stato verrà riorganizzato dalla base al vertice dando maggiori deleghe ai poteri periferici e creando un parlamento dove una delle due camere è formata da rappresentanti delle regioni, dare più potere al premier e riformare il bicameralismo non serve proprio a nulla. Queste riforme avverranno in modo naturale attraverso quella del federalismo.

 

Per concludere, sperare che le riforme istituzionali possano risolvere gli attuali problemi è semplice utopia, tutt'al più migliorerebbero (ma non come da proposte della maggioranza) i rapporti tra istituzioni e cittadini snellendo le procedure. Questo però non può avvenire attraverso i ridimensionamento del personale, come da riforma Brunetta e Gelmini,  senza un adeguato apporto di sostegno a quanti, nell'attuazione di queste politiche, perdono il posto di lavoro.

La sig.ra Gelmini e la rivolta studentesca.
post pubblicato in COMMENTI, il 26 novembre 2010


È con grande coraggio che il ministro dell'istruzione  lancia il suo messaggio agli studenti in rivolta attraverso il suo sito  su you tube.

Mentre il mondo della scuola è in fibrillazione proprio a causa della riforma "Gelmini", il ministro esorta gli studenti a non farsi strumentalizzare dai baroni e dai centri sociali perché questo ddl mette voi al centro, non c'è un solo punto del provvedimento che possa danneggiarvi. È per voi, per eliminare privilegi e sprechi, per spazzare via i concorsi-truffa, le parentopoli e aggiunge che bisogna avere il coraggio di fare le riforme. Io mi sono assunta questa responsabilità e non ho intenzione di tornare indietro. Voglio che l'Italia abbia questa riforma, che i nostri atenei non si piazzino più agli ultimi posti delle classifiche internazionali.. Non è vero che i soldi sono stati pochi. Purtroppo sono stati spesi male per finanziare corsi inutili, sedi distaccate di cui si poteva benissimo fare a meno, iniziative che sono servite a qualcuno ma non certo agli studenti.

 

Dunque,mentre gli studenti protestano a causa della sua riforma, il ministro se la prende coi baroni e i centri sociali accusando, di fatto, di inscenare la protesta per altri scopi.

Cara sig.ra ministra, non le vien proprio di pensare che gli studenti siano in grado da soli di analizzare e comprendere che la sua riforma non è affatto fatta per loro? Che la riduzione dei soldi e degli insegnanti, oltre a togliere loro la possibilità di avere più risorse, saranno la causa di licenziamenti? Che una scuola basata sulla meritocrazia avvantaggerà qualcuno a scapito di altri che avranno l'unica colpa di non avere ne soldi ne conoscenze?

Inoltre, lei dimentica che la scuola per tutti è stata introdotta non solo per dare lavoro ma anche per dare coltura a tutti; ma forse è proprio di questo che lei ha paura, di un popolo preparato e in grado di comprendere il mondo in cui vive.

Lei dice che i soldi sono stati spesi male, ebbene, perché allora non crea le condizioni per spenderli meglio? In fondo è compito suo, o no? Tagliare quando le cose vanno male lo sanno fare tutti, non crede? Un valido ministro dovrebbe essere in grado di far fruttare al meglio i soldi a disposizione impedendo lo spreco che, in fondo, siete voi politici a praticarlo.

 

Per concludere, sig.ra ministra, invece di esortare gli studenti a non protestare, perché non valuta le loro richieste. Le assicuro che capirà che a volte tornare indietro è più redditizio che andare avanti a testa bassa come i …

 

 

 

 

 

 


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 26/11/2010 alle 23:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Banchi vuoti nella prima A della scuola Manzoni di Trento.
post pubblicato in NOTIZIE, il 16 novembre 2010


 

Quello che si può definire uno sciopero a tutti gli effetti, nasce dalla protesta dei genitori contro l'inerzia dei dirigenti scolastici nel far fronte a episodi di bullismo culminati con il pestaggio di un ragazzino che è dovuto ricorrere alle cure mediche nell'ospedale cittadino.

 

Succede nella scuola Manzoni di Trento. Da tempo i genitori si lamentano con le autorità scolastiche riguardo a episodi di bullismo nella prima A. i genitori, preoccupati si erano già rivolti alle autorità senza ottenere risposta e, sempre più preoccupati, hanno deciso l'azione di non mandare i figli a scuola.

Alcuni di loro avevano pensato di togliere i figli dalla Manzoni e mandarli in altre scuole, ma poi si sono ricreduti poiché sarebbe stata una fuga.

 

Quello che i genitori contestano, oltre agli episodi di bullismo, è l'inerzia delle autorità; si dicono convinti che sappiano tutto ciò che succede ma non fanno nulla per fermarli. È pur vero che i bulletti sono stati sospesi ma, dicono i genitori, in modo troppo blando (pur essendo sospesi, i bulletti hanno continuato a frequentare le lezioni.

Si dicono anche convinti che ci sarebbe bisogno di insegnanti di sostegno che però, sembra, vengono negati per mancanza di soldi. I bulletti vengono seguiti dagli "assistenti sociali che già da tempo conoscono la situazione famigliare dei ragazzi, ma che a scuola non possono praticamente fare nulla".


E così, i genitori hanno deciso che andare avanti in questo modo non è più possibile, lanciando il loro grido d'aiuto in maniera forte e plateale. Venerdì hanno informato della loro decisione la scuola, la Provincia e anche il Commissario del Governo e stamattina dodici dei 17 alunni della 1ª A non saranno in classe. In aula, con tutta probabilità, ci saranno i tre bulli in erba e due altri allievi di cui i genitori promotori dell'iniziativa non sono riusciti a contattare le famiglie. «Speriamo che arrivino risposte».


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Polemica inutile e fuori luogo
post pubblicato in Riflessioni, il 19 ottobre 2010


   Ecco che dopo i simboli leghisti nella scuola di Adro, non potevano mancare quelli comunisti in una scuola materna di Livorno.

Ne ha dato notizia il Giornale, famoso quotidiano della casata Berlusconi e già salito alle cronache per le sue tristi indagini su personaggi scomodi (ultimo in ordine di tempo la Sig.ra Marcegaglia, presidente di Confindustria) aventi lo scopo di delegittimare gli stessi e, eventualmente, spingerli alle dimissioni (caso Boffo).

 

Cosa è successo nella scuola materna sotto inchiesta da parte de il Giornale?

La scuola materna è l'ex teatro San Marco dove il 21 gennaio 1921 avvenne la fondazione del partito comunista italiano da parte di Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga, luogo di commemorazione da parte di coloro che, ancora oggi, credono in quei principi e che nessuno ha il diritto di contestare. Come ogni anno, il 21 gennaio, i comunisti italiani (che ancora esistono anche se si tenta in ogni modo, e questo è uno di quelli, di sotterrarli) ricordavano quella storica data ritrovandosi davanti al San Marco e affiggendo qua e là le loro bandiere. Solo che, quasi novant’anni dopo, quel che fu un teatro è diventato un asilo. Il muro dove sono state affisse e lasciate le bandiere, a dirla con il sindaco "per di più il muro di cui si parla è in un luogo completamente avulso rispetto alla scuola", cioè staccato.

Qui le cronache: il giornale leggendo l'articolo, la prima cosa che salta agli occhi è la sua natura IDEOLOGICA.       l'unità

 

Il giornale fa il paragone tra i fatti di Adro e quelli di Livorno: "Mentre in terra padana i simboli di partito, esposti in scuole e luoghi pubblici, hanno scatenato un putiferio mediatico nazionale, con tanto di proteste, prese di posizione e urla scandalizzate, manco si trattasse d’un colpo di stato, qui invece, nella terra del cacciucco, l’invasione di falce e martello è percepita come normale, almeno stando alla maggioranza cittadina. Questione di punti di vista. " la dove tre bandiere, dimenticate, diventano un'invasione.

 

Si dimentica che nella scuola di Adro i simboli leghisti erano ripetuti 700 volte a partire dall'esterno fin dentro sull'arredamento, inoltre, nel comune, anche le panchine del parco hanno i simboli leghisti e nessuno a protestato. In effetti, l'invasione è stata fatta ad Adro nel tentativo di attuare un vero e proprio "colpo di stato culturale".

Un paragone che per qualsiasi persona, anche la più sprovveduta (senza offesa) non può tenere, eppure …. Il nostro ministro dell'istruzione, dopo l'articolo de il giornale, decide di mandare ispettori per controllare.

Questo il comunicato: "Il ministero rende noto che è stata ordinata un'ispezione nella scuola dell'infanzia San Marco di Livorno. Il provvedimento si è reso indispensabile per verificare la notizia secondo cui sarebbe presente nell'istituto una bandiera del Partito dei Comunisti Italiani".

"Una bandiera del partito comunista italiano" neanche fosse il criminale più ricercato del mondo - o forse lo è. Il comunicato, per chi non l'avesse capito, riguarda la scuola di Livorno e non quella di Adro, come sarebbe giusto.

 

Quello che lascia perplessi, anche se scontato, è la celerità con cui la ministressa reagisce a un articolo di giornale mentre, a Adro, ci volle, come dice anche l'articolo de il giornale, una manifestazione  popolare per spingerla a dire che era un errore ma che, comunque, non era compito suo.

Con questo atto, la ministressa vorrebbe dimostrare che, ciò che vale per gli uni deve valere anche per gli altri, e fin qui posso anche essere d'accordo, quello che non condivido sono le diverse reazioni della ministressa: in un caso lo scarica barile, nel secondo il controllo immediato.

Per concludere, se le leggi valgono per tutti lo devono valere anche le reazioni e le misure. I controlli dovevano essere fatti anche ad Adro, ma forse non ce nera bisogno, era talmente evidente ………..


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 19/10/2010 alle 18:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il ministro dell’istruzione e come risolvere il problema disabili nelle scuole.
post pubblicato in Riflessioni, il 16 settembre 2010


Guidonia (RM) 14/09/10
Fax: 0658592057
E.mail: urp@istruzione.it

Pregiatissimo Ministro Mariastella Gelmini

Dalle varie mail che ci giungono presso il nostro Movimento Italiano Disabili, sembra che l’inizio della scuola per i bambini disabili in tantissime scuole, cominci veramente male.
Moltissime sono giunte le lamentele di genitori arrabbiati in quanto i vari tagli hanno diminuito il personale che dava assistenza ai bambini.
Quello che però ci lascia attoniti, è il misero discorso fatto dal Ministro della Pubblica Istruzione, riguardo al fatto che oltre i cinquanta giorni di assenza, si sarà automaticamente bocciati.
Ovvio che questo si ripercuoterà in primis, sulla categoria dei bambini disabili, in quanto molte volte più cagionevoli di salute, vedranno compromesso l’anno scolastico per il superamento di detti giorni.
Ma il fatto più grave sarà il loro reinserimento in quanto l’anno dopo, si ritroveranno, con una nuova classe e nuovo personale docente, e questo come ben sapete in parecchi casi può essere molto deleterio.
Quindi preghiamo il Ministro, di ripensare tale provvedimento, o almeno escludere la categoria degli alunni disabili da tale provvedimento.
Cordiali saluti
Il presidente del M.I.D.
Francesco Ferrara

Sede legale:
Via Favale 15, 00010 Tivoli (RM) - cod. fisc. 94051140583
Sede operativa Nazionale:
Piazzale Carlo Alberto Dalla Chiesa 12, 00012 Guidonia Montecelio (RM) - tel. 0774,343891 Fax.0774,404491- cel.3476546894
http://www.ilmid.it
info@ilmid.it

Quella riportata sopra è la lettera spedita al ministro dal M.I.D. (Movimento Italiano Disabili) per far presente che il provvedimento riguardante le assenze va a ripercuotersi sui disabili che, come tali, sono soggetti più di altri alle assenze.

Non ha importanza che sia una dimenticanza o no, sta di fatto che in ogni caso, l’aver equiparato gli studenti disabili ai normali è di per sé grave. Se poi si tratta di una dimenticanza è ancor più grave perché, nella stesura della legge, non si sono valutate tutte le complicazioni o, peggio ancora, si sono comportati come se i disabili non esistessero.

Quello dell’inserimento dei disabili nella scuola è un problema decennale che si è cercato di risolvere, oltre che con strutture adeguate, anche con insegnanti di supporto. Ora, con la riforma e i tagli annessi, tutte le soluzioni prese in passato verranno inficiate per mancanza di soldi. Inoltre, andranno a peggiorare quelle situazioni che, non avendo ancora trovato soluzioni adeguate, si vedranno accantonate sempre per mancanza di soldi.

Un altro provvedimento contenuto della riforma e che, pur non essendo di natura pratica, andrà a pesare sui disabili è la teoria del merito. Partendo da presupposto che solo chi merita a diritto a proseguire, il disabile, che proprio per i limiti impostigli dalla riforma, non potrà stare al passo dei suoi compagni e pertanto ne risentirà anche il suo inserimento nel mondo del lavoro. 

Al contempo, il ministro cerca sempre nuove strade per de-culturalizzare gli italiani. L’ultimo, in ordine di tempo, è la sua disposizione all’insegnamento della bibbia nelle scuole. Uno dei motivi, guarda caso, è l’origine cristiana della nostra attuale società. Di fatto, il ministro, da atleta perfetto, salta alcuni secoli della nostra storia, riportandoci al tardo medio evo. Per il ministro, tutti i movimenti socio/culturali nati a partire dai liberi comuni, che durano ancora ai giorni nostri, e che hanno prodotto la stato laico, non sono mai esistiti.

Che si può aspettare da un ministro simile?


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Il ministro dell’istruzione e la scuola di partito leghista
post pubblicato in POLITICA, il 14 settembre 2010


corriere della sera

Il ministro dell’istruzione liquida cosi la faccenda: «Francamente — dice il ministro — il sindaco Lancini ci ha abituato ad un certo folklore, ad un certo estremismo che non condivido ovviamente in quanto ministro dell'Istruzione» . E ancora: «Forse nemmeno tutto il partito della Lega può condividere queste esasperazioni che non fanno bene neanche a quel movimento».

È ovvio che il ministro, liquidando il fatto come estremismo folkloristico, non riesce ha comprendere appieno i problemi che derivano da questi comportamenti; problemi che non possono essere liquidati con un semplice aggettivo come fosse un gioco.

Ma è altrettanto ovvio che il ministro questi problemi li conosce benissimo anche se non li comprende nel loro significato socio/politico.

Nella seconda affermazione non riesce a cogliere il nesso tra l’azione e la teoria secessionista che la lega va predicando costantemente; cosa c’è di più valido, in politica, di creare le condizioni pratiche affinché le proprie idee possano crescere e svilupparsi sul territorio diventando la base del futuro potere?

Queste azioni servono proprio a questo. Ma il ministro preferisce fare paralleli con non bene specificati comportamenti simili, a suo dire di sinistra, invece che intervenire a sostegno di una scuola democratica e pluralista, una scuola dove si insegni il rispetto degli altri anche attraverso i simboli esposti.

Accettare una struttura come quella di Adro implica una volontà di spostare la lotta politica dalle sue strutture naturali per la democrazia a quelle naturali per una dittatura. Da Mussolini a Stalin a Hitler a Francisco  a Tito a Franco e tanti altri dittatori del novecento, la caratteristica della loro gestione del potere era proprio quella di innalzare la propria effige e i propri simboli nelle strutture pubbliche e nelle piazze – ad Adro, anche sulle panchine c’è il simbolo leghista. Certo, ad Adro non si è arrivati all’effige del boss, ma siamo solo agli inizi e, comunque, siamo ancora in democrazia.

Per concludere, riguardo all’affermazione dei leghisti sul simbolo che sarebbe parte della cultura della zona, ci si dimentica che, qualora un simbolo viene preso da un partito e fatto proprio, la parte culturale diventa secondaria.   


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Le mani della lega sulla scuola pubblica.
post pubblicato in POLITICA, il 12 settembre 2010


La notizia su il Corriere della sera

Un altro esempio di come sarà l’Italia federalista/leghista.

Succede ad Adro, comune in provincia di Brescia, dove il sindaco leghista ha messo il timbro della lega in ogni angolo della nuova scuola.

La scuola è stata costruita  da una ditta privata a cui il comune aveva ceduto gratuitamente le vecchie scuole con l’impegno, da parte della ditta, di costruire le nuove gratis, insomma uno scambio e, come sempre avviene negli scambi, qualcuno ci ha guadagnato. Mancando però l’arredamento, il sindaco si è rivolto ai cittadini chiedendo loro un “contributo” per contribuire all’acquisto dell’arredamento, e i cittadini vi hanno aderito, sembra, volentieri.

Fin qui, in periodo di federalismo, sembrerebbe tutto a posto se non si considera che il cittadino ha pagato due volte: le tasse e il contributo “volontario”.

Il problema che si pone sono i simboli leghisti messi all’interno della scuola. Eh si, proprio cosi. Il Sole delle Alpi (il simbolo leghista) compare ossessivamente riprodotto sulle finestre, agli ingressi, sugli arredi e persino sui contenitori dell'immondizia; il nastro dell'inaugurazione è verde e l'edificio da ieri aperto al pubblico è intitolato a Gianfranco Miglio. Sembrerebbe una scuola privata o un tempio leghista invece che una scuola pubblica. Ma è pubblica, costruita con soldi pubblici (le vecchie scuole).

Come è possibile che un partito si sia appropriato in questo modo di una struttura pubblica che dovrebbe essere uno dei massimi simboli di uno stato laico? È legale tutto ciò?

Va bene che il comune di Adro e a maggioranza leghista, ma ciò non autorizza ad appropriarsi dei luoghi pubblici. Se cosi fosse, in Italia ci troveremmo ad avere scuole con simboli che esprimono la maggioranza del momento e che verrebbero cambiati ogni qualvolta la maggioranza cambia. Inoltre, un comportamento del genere non è semplicemente una “rivalsa” del federalismo perché, i ragazzi che la frequentano vedrebbero in quei simboli gli unici validi. Questo sistema è usato da ogni dittatura. Da sempre, il dittatore mette i propri simboli nei luoghi pubblici per abituare la popolazione a credere che non ci sono alternative.

Il problema dunque è di natura politica e andrebbe affrontato con la massima solerzia da parte delle istituzioni. Non ci si può permettere di accettare azioni simili senza correre il rischio reale che la fiducia nelle istituzioni, almeno in quei luoghi dove vengono compiute, venga meno a favore di un’istituzione che, pur essendo importante, ha però carattere puramente locale.

Eppure, sembra che fin’ora nessuno si sia mosso. Forse perché lo vuole la gente?


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ISTRUZIONE E APPRENDISTATO
post pubblicato in LAVORO, il 25 gennaio 2010


Nella finanziaria 2010 è inserito un emendamento del relatore Giuliano Cazzola dove si legge che «l'obbligo di istruzione (fino a 16 anni, n.d.r.) si assolve anche nei percorsi di apprendistato per l'espletamento del diritto dovere di istruzione e formazione». Di fatto, dunque, si potrà cominciare a lavorare come apprendisti già a 15 anni e questo varrà come se si fosse stati in classe.

Un provvedimento che presuppone che si possa istruirsi lavorando mettendo sullo stesso piano la formazione professionale (apprendimento  delle tecniche utili alla produzione o alla gestione della stessa) e istruzione (apprendimento della cultura, principi base e loro approfondimento, delle discipline di cui è composto il sapere umano). Due cose completamente diverse.
Va considerato anche che, in Italia, esistono scuole tecniche per la formazione professionale e, i ragazzi che le scelgono, lo fanno per studiare.
Inoltre, l'apprendistato, nell'attuale assetto tecnologico industriale, può anche non richiedere una formazione approfondita - nella mia esperienza, lavorare su macchine a controllo numerico (compiuterizzate), comporta, al massimo, qualche mese di prova, perciò, l'apprendista passerà direttamente alla produzione e, dato che, i contratti di apprendistato comportano un trattamento peggiore dei contratti normali, egli lavorerà ne più ne meno come un operaio a un costo più basso. Questo vale anche per le ditte artigiane (tutte le aziende con meno di 15 dipendente al di la del tipo di produzione) che producono manufatti con mezzi tecnologici avanzati.

Dunque, ridurre gli anni di scuola, comporta, necessariamente, anche ridurre la cultura generale di quanti, per vari motivi, tra cui, sicuramente, il più importate è la necessità economica famigliare di recepire un ulteriore reddito e non la poca volontà, decideranno di lasciare la scuola un anno prima.
Incentivare, da parte dello stato, la rinuncia all'istruzione - ma anche alla formazione professionale perché, i ragazzi che escono dalla scuola, difficilmente ne rientreranno e comunque, coloro che lo fanno saranno in numero minore - tra l'altro in controtendenza con le direttive europee che portano la scuola dell'obbligo a 18 anni ( e bisogna dire che, QUESTO GOVERNO, si richiama alle direttive UE quando ne ha interesse e se ne dimentica quando non ne ha) anziché incentivarla, significa creare una classe operaia meno preparata sia sul piano culturale che quello professionale.
Questo, se valutiamo anche lo spostamento dell'età pensionabile a 65 anni per tutti, ci porta a chiederci di quale lavoro stiamo parlando. Se una persona incomincia a lavorare a 15 anni e lavora fino a 55 se va in pesione con 40 anni di contributi - sempre che lavori senza interruzione e comunque, andrà con una pensione che difficilmente gli consentirà di vivere - oppure fino a 65, il che è più probabile, occupa il posto per molto più tempo rispetto al passato, conseguenza di ciò sarà l'impossibilità, per il ragazzo, di trovare lavoro, a meno che non si facciano contratti per un solo anno, e poi?
Magari entreranno a far parte del "PIANO BRUNETTA" che propone, per far fronte ai suoi bamboccioni, uno stipendio da 500€ togliendoli alle pensioni di anzianità, cioè ai genitori, ma qui entriamo in altro problema.
Il nodo più importante di questa emendamento rimane, comunque, la volontà dell'attuale maggioranza di ridurre la cultura nelle classi meno abbienti (e qui va considerato che il numero di tali classi sta aumentando) che dovrebbero, secondo loro, limitarsi ad una cultura professionale a sua volta limitata a certe branche dell'attività umana: produzione di beni, distribuzione degli stessi e quelle attività che non comportano un'elevata conoscenza, escludendo naturalmente il lato dirigenziale delle stesse.
Emendamento, dunque, che mira, non tanto all'inserimento dei ragazzi nel lavoro, ma ad escluderli dall'istruzione.


 



RIMOZIONE DEL CROCIFISSO NELLE SCUOLE
post pubblicato in Riflessioni, il 4 novembre 2009


Italia in rivolta. Destra e sinistra contestano la decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo di rimuovere dalle scuole il crocifisso perché: “è una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni".

E’ una sentenza, questa, che oltre a essere in linea con la costituzione europea, firmata anche dall’Italia, è la dimostrazione pratica di come uno stato laico si muove nei rapporti con le entità culturali/politiche/religiose che operano al suo interno. Un comportamento, questo, non gradito alle istituzioni religiose e ai politici italiani.

Per quanto riguarda i politici, a destra si afferma che la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione (Gelmini). Sulla stessa linea il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli e quello della Giustizia Angelino Alfano. E' critico il presidente della Camera Gianfranco Fini: "Mi auguro che la sentenza non venga salutata come giusta affermazione della laicità delle istituzioni, che è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del Cristianesimo nella società e nella identità italiana".

Questo ci porta a credere che il crocifisso, per i cattolici laici, non è più un simbolo religioso ma semplicemente un aspetto della cultura secolare dell’Italia. In questo modo si azzera il significato vero del simbolo stesso e pertanto non si capisce più la sua importanza. Inoltre, va anche considerato che, nell’Italia di oggi, i simboli storico/culturali sono molteplici, e che la maggior parte di essi si riferiscono ad avvenimenti e a idee laiche. Certo, come dice Fini, il cristianesimo è parte integrante nello sviluppo della cultura italiana, ciò non toglie che essa abbia, nel corso dei secoli, sviluppato un sistema di idee (laiche) completamente autonomo e perciò non più dipendenti dal cristianesimo; inoltre, proibire il simbolo non significa affatto proibire il cristianesimo anzi, in privato – e ciò vale anche nei comportamenti individuali - ognuno è libero di esternare i propri simboli. Con questa sentenza non si vuole negare proprio niente, o almeno niente di ciò che conta veramente, cioè la fede.
A sinistra, è cauto il segretario del Pd: "Un'antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno. Penso che su questioni delicate come questa, qualche volta il buonsenso finisce di essere vittima del diritto".
Per quanto riguarda il clero, invece, in una nota, la Cei parla di "sopravvento di una visione parziale e ideologica". Per l'Osservatore Romano "tra tutti i simboli quotidianamente percepiti dai giovani la sentenza colpisce quello che più rappresenta una grande tradizione, non solo religiosa, del continente europeo''. E in serata, a nome della Santa Sede, parla padre Federico Lombardi, secondo cui la decisione rivela un'ottica "miope e sbagliata", "accolta in Vaticano con stupore e rammarico. Stupisce che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all'identità storica, culturale, spirituale del popolo italiano".
Come si vede, la rinuncia a interpretare la sentenza come atto dovuto in una società sempre più multi religiosa è pressoché totale. Ciò significa che, se deve esserci confronto, questo non deve mettere in discussione il ruolo primario del cristianesimo nella società, vale a dire che il cristianesimo deve essere sempre il punto di riferimento per ogni possibile confronto tra stato e “cittadini”. Per i cristiani cattolici, lo stato laico, al di la delle belle parole sulla libertà di espressione, deve essere inteso come un prolungamento di quello religioso e non come garante delle libertà di tutti i cittadini qualunque idea professino.

Link di riferimento

http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/crocefissi-aule/crocefissi-aule/crocefissi-aule.html

http://it.notizie.yahoo.com/4/20091103/tts-oittp-corte-strasburgo-crocefissi-ca02f96.html

http://europa.eu/scadplus/constitution/objectives_it.htm#PRINCIPLES


Gelmini, la scuola e la realtà
post pubblicato in POLITICA, il 16 settembre 2009


Nell'intervista fatta da Lorenzo Salvia al ministro della scuola Gelmini, ci sono tre cose che saltano subito all'occhio: 1) politica nella scuola, 2) precari, 3) numero chiuso per gli stranieri. Sono, questi, tre problemi che, oltre essere di primaria importanza per mantenere uno sviluppo democratico dello stato, per essere risolti dovrebbero trovare una soluzione "trasversale".
Al primo punto, il ministro se la prende con quanti, non concordando con il nuovo corso, si rifiutano di applicarlo, accusandoli di fare politica all'interno della scuola. Ma come si può non fare politica? Se per politica s'intende la gestione della cosa pubblica, e se in una democrazia Intende forse dire che chiunque non condivide la linea del governo deve tacere? Certo, forse è sbagliato non applicare la nuova direttiva, ma l'accusa di "fare politica" mi sembra fuori luogo; dove mai impareranno i nostri ragazzi a farlo? se la scuola è momento di apprendimento, come ella stessa dice, non è ovvio che imparino anche la politica? e non solo teorica, ma anche pratica.
Al secondo punto, il ministro afferma che i precari saranno reinseriti entro 5 anni, bene, ma fino ad allora cosa faranno? vivranno della carità dello stato? e perché una persona onesta e intelligente che ha dedicato la sua vita ad un determinato ruolo, deve starsene tranquilla ad aspettare la "manna" dal cielo? forse il ministro crede che i dipendenti, sino a ieri, abbiano guadagnato quanto basta per vivere tranquilli senza lavorare. Beh, si sbaglia, come scritto in altro post, la quasi totalità dei dipendenti, per guadagnare quanto guadagna lei, devono lavorare almeno dieci anni con contratto indeterminato, figuriamoci i precari.
Al terzo punto, il ministro pone un numero chiuso al 30% per i figli di immigrati. Ci sono delle realtà, già oggi, dove più del 90% degli alunni sono figli di immigrati, presupponendo che vivano tutti nelle vicinanze della scuola, o che comunque, quella che frequentano sia la scuola più vicina, cosa farà il 60% che non potrà frequentarla? a mio avviso, i genitori, o molti di essi, rinunceranno; in questo modo, si rischia di avere la seconda generazione di immigrati impreparata ad affrontare la realtà italiana. Inoltre, si rischia di creare le condizioni per un proliferare di scuole islamiche dove i ragazzi, invece di studiare quelle materie necessarie ad inserirsi nella società, impareranno l'islam (beninteso, non ho nulla contro l'islam, e ritengo che ognuno debba avere le strutture necessarie per apprendere la propria cultura). Ciò porterebbe ad una alienazione che difficilmente aiuterà i ragazzi ad inserirsi.
Queste tre linee di condotta, unite a quella del sindaco di Milano, Letizia Moratti, chiudere il liceo pubblico serale Gandi frequentato da lavoratori,  possono bastare a delineare la politica reale della scuola attuata dalla maggioranza.


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Napoli, bravissima a scuola e clandestina
post pubblicato in Riflessioni, il 8 giugno 2009


Triste storia quella di Daria, giovane donna (20 anni) ucraina con tanta voglia di studiare - in ucraina ha gia perseguito il diploma - e di lavorare, ma, in base alla nuova legge scolastica, stava per perdere il diritto a dare l'esame perché non in possesso del codice fiscale che non può ottenere perché clandestina come i genitori.
Sembra che la ministra Gelmini sia intervenuta assicurando che in casi come questo non c'è bisogno di presentare il codice fiscale. 

Ma allora che razza di legge è?

Daria studia e lavora per aiutare i genitori - papa fa il saldatore, mamma le pulizie ad ore, eppure sono clandestini; ciò significa che sono costretti a lavorare in nero contro la loro volontà, e anche Daria naturalmente.
Daria parla 6 lingue e a scuola dicono che è molto brava, oltre che a impegnarsi molto.
Daria e genitori vivono nella paura di essere scoperti e di finire in carcere.
Daria non va mai a fare gite scolastiche sempre per paura di essere scoperta.
Fa una vita da carcerata, Daria, e anche i genitori.

La legge dice: lo straniero che non ha lavoro deve essere rimpatriato; bene la famiglia di daria il lavoro ce l'ha e di conseguenza anche un reddito, eppure.... non ottengono il permesso di soggiorno.
La legge dice che tutti i minori devono avere accesso all'istruzione, inclusi i figli dei clandestini, ma poi chiede documenti che i clandestini non possono avere.
La legge dice che i prof non sono obbligati a denunciare i figli dei clandestini, ma poi il ministero dell’Istruzione, per compilare l’anagrafe dello studente, rileva i dati relativi a ogni singolo candidato, compreso il codice fiscale che passerà al vaglio dell’Agenzia delle entrate  e, dal momento che uno studente non ce l'ha, risulta automaticamente clandestino.

In Italia, situazioni come quella di Daria e famiglia, probabilmente sono molte.
C'è da supporre che al governo faccia comodo avere persone oneste che lavorano sensa permesso, in questo modo sono più controllabili.
Si può anche supporre che faccia comodo ai datori di lavoro che in questo modo non pagano le tasse.
Si può altresi supporre che rimandare indietro i clandestini prima dello sbarco serva solo a regolare il flusso, non per evitare la clandestinità, ma per gestirla meglio.
I clandestini dunque, sono forza lavoro conveniente per i datori di lavoro.
Ma per lo stato? considerando che non pagano tasse, si suppone che non lo siano.
E allora perché non interviene con leggi che regolarizzano chiunque lavori? anche se clandestino?e che penalizzino quei datori di lavoro che li sfruttano senza pietà?
Dal comportamento dell'attuale governo, si può facilmente supporre che, il trattamento riservato agli stranieri, non sia basato su problemi di ordine pubblico, come ci vuol far credere, ma su presupposti di razza, o perlomeno, di apparteneza culturale, comportameto questo, che non si confà minimamente a un popolo che vuol essere civile.
Tenere sotto controllo persone attraverso il ricatto non può essere degno di un popolo civile.
Quanti, oggi, sostengono o, peggio, chiedono al governo un comportamento simile, sono da biasimare.

Le elezioni europee, purtroppo, hanno visto il partito che maggiormente a sostenuto l'attuale llegislatura in merito all'immigrazione, aumentare di parecchio l'adesione alla sua politica, questo ci dovrebbe far riflettere sul futuro che ci aspetta, considerando anche che, un po' in tutta Europa, la destra xenofoba, ha aumentato i consensi.

La storia di Daria e famiglia dovrebbe spingere chiunque abbia a cuore la democrazia e la libertà a fare molto di più sul territorio cercando di individuare e aiutare queste persone.
Certo non è facile, ci vuole volontà e competenza, e un partito che si decida a essere presente fisicamente sul territorio, ma se ci limitiamo a protestare non riusciremo mai a concludere gran che.
 


  

  

il clero e la religione nella scuola pubblica
post pubblicato in Riflessioni, il 25 aprile 2009


"L'insegnamento della religione cattolica è parte integrante della storia della scuola in Italia, e l'insegnante di religione costituisce una figura molto importante nel collegio dei docenti", ha detto Benedetto XVI, come dimostra anche il fatto che "con lui tanti ragazzi si tengano in contatto anche dopo i corsi".
Lungi dal costituire "un'interferenza o una limitazione della libertà", la presenza nella scuola pubblica italiana degli insegnanti di religione selezionati dalla Chiesa cattolica "è, anzi, un valido esempio di quello spirito positivo di laicità che permette di promuovere una convivenza civile costruttiva, fondata sul rispetto reciproco e sul dialogo leale, valori di cui un paese ha sempre bisogno", ha aggiunto il Papa.
Quelle sopra sono parole di Papa Benedetto 16° dette al Meeting degli insegnati di religione promosso dalla Cei.
E' giusto insegnare la religione nelle scuole Italiane essendo parte integrante dello sviluppo intellettuale e spirituale dell'umanità, però quando si indica una sola religione, escludendo tutte le altre, ciò che si vuol perseguire non è la conoscenza del pensiero umano bensi il suo indottrinamento.
E' pur vero che l'Italia, come parte dell'Europa, proviene dalla cultura cattolica o comunque cristiana, è altrettanto vero però, che negli ultimi due secoli, la cultura, si è andata allargando arricchendosi di nuove idee e esperiense, prima fra tutte quella laica.
Questo a permesso ai popoli di creare strutture sociali dove tutti possono esprimersi liberamente senza interferire tra loro in modo negativo; in questo contesto, il cattolicesimo, ha già dei vantaggi econmici che, aggiunti alla libertà, gli consentono di sviluppare all'interno della società strutture adeguate per la sua diffuzione.
Insistere, come fa il clero, sulla necessità di insegnare il cattolicesimo nella scuola pubblica, sta a indicare la volontà di andare oltre quello che è la divulgazione della propria cultura.
Una cultura libera, oltre che basarsi sull'insegnamento di tutto il pensiero umano, deve anche preparare l'individuo a poter sciegliere, dopo una riflessione interiore, liberamente il credo a cui far riferimento. 
Riguardo al cattolicesimo come "esempio di spirito positivo" per un dialogo costruttivo ho dei seri dubbi, basta vedere come si sono comportati sul problema del testamento biologico per capire cheper loro il dialogo si limita ad esporre le proprie opinioni senza tener conto di quelle degli altri, nel caso specifico, sono addirittura spinti ad azioni che nulla hanno a che fare con la parola di Gesù.
  
  

SCONTRI ALL'UNIVERSITA DI ROMA
post pubblicato in diario, il 20 marzo 2009


Il ministro Brunetta definisce guerriglieri gli studenti dell'università di Roma
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permalink | inviato da verduccifrancesco il 20/3/2009 alle 14:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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