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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Piloti: in cassa integrazione in Italia e al lavoro all'estero
post pubblicato in LAVORO, il 9 febbraio 2015


Trentasei piloti sono stati denunciati per truffa perché, pur essendo in cassa integrazionein Italia, lavoravano regolarmente per una compagnia straniera. I piloti percepivano una cassa integrazione che andava dai 3 agli 11mila euro, e al contempo, lavorando, percepivano uno stipendio, in nero, dai 13 ai 15mila euro. 

Protagonisti della truffa agli italiani scoperta dalla Guardia di Finanza sono 36 piloti, tutti italiani e tutti con una lunga esperienza sugli aerei di linea: quando il settore aereo è andato in crisi,sono stati messi in cassa integrazione con una indennità pari all’80% degli stipendi calcolata sugli ultimi 12 mesi di lavoro con l’aggiunta della mobilità e del fondo volo per sette anni.

Una truffa, dunque. Una truffa perpetrata non tanto contro lo stato ma contro tutti gli italiani; almeno quelli che pagano le tasse tra cui operai e pensionati che, allo stato attuale delle cose, sono i più soggetti al degrado dell’Italia. Una truffa nata dall’egoismo che, nell’attualesistema economico/sociale, è assurto a modello di sviluppo. Parlo del liberismo che, basandosi essenzialmente sull’individualismo e sulla meritocrazia, ha creato la mentalità della ricchezza a tutti i costi erigendola a sistema sociale relegando la socialità ai margini.

Eh,si! Perché un comportamento simile non è da confondere con l’uguale perpetrato dai lavoratori con ottocento mille euro mensili. Costoro fanno si lavoro nero, togliendo anche lavoro a altri, ma possono essere in qualche modo giustificati dalla necessità. Cosa non giustificata in coloro che percepiscono una indennità che permetterebbe loro di vivere comunque agiatamente. Quanto appena detto non serve a giustificare il reato in se, il lavoro in nero, che sia fatto dall’operaio, dal pensionato o dal “ricco”, è sempre una truffa allo stato e ai cittadini ma, più di ogni altra cosa, un favore ai datori di lavoro che evitano le tasse.

Il comportamento dei piloti in questione,dimostra – sempre che ci sia un ulteriore bisogna di una dimostrazione -, unavolta di più, quanto sia radicato, nell’attuale sistema, il senso egoisticodella vita.

Gioco e dipendenza, dove lo stato trae profitto dal vizio.
post pubblicato in NOTIZIE, il 16 aprile 2011


           

In Trentino, sono stimati in quindicimila i giocatori di slot machines "malati di gioco", coloro per cui il gioco è una vera e propria dipendenza al pari della droga, alcol e tabacco. A questi vanno aggiunti i vari giochi "legali" come lotterie, gratta e vinci ecc..

Se si considera che la popolazione trentina è di circa 525 mila abitanti, è evidente la larga diffusione del "vizio del gioco". Diffusione che viene costantemente promossa dallo stesso stato in contrapposizione alla legge sul gioco d'azzardo - la differenza tra gioco d'azzardo legale e illegale consiste nel fatto che il primo è gestito dallo stato e società autorizzate e il secondo da privati, in massima parte criminali.

Ma non basta una regolamentazione per rendere il giocatore immune dalla dipendenza. E neanche la preparazione del giocatore basta a eliminare i meccanismi psicologici alla base del vizio.

 

Questo i governanti lo sanno benissimo, eppure, invece di combatterlo in tutto e per tutto, lo diffondono ulteriormente attraverso la promozione del gioco stesso illudendo il giocatore di vincite facili e ricchezze a portata di mano. Poiché il gioco è una fortissima fonte di guadagno per chi lo gestisce, e lo stato incamera parte di questo guadagno sotto forma di tasse, il benessere del giocatore passa in secondo piano, quando addirittura non viene utilizzato al fine di propagandare il gioco legale stesso spacciandolo come immune dal vizio.

Viene pertanto da pensare che la lotta al gioco clandestino sia solo il frutto di un calcolo economico - togliendo alla criminalità la gestione di parte del mercato, lo stato si accaparrerebbe l'intero mercato aumentando le sue entrate - e non l'eliminazione di un comportamento che danneggia l'individuo con tutte le conseguenze del caso. Conseguenze che non solo coinvolgono il giocatore ma anche tutto ciò che gli sta intorno e che spesso e volentieri lo spingono in mano agli usurai.

Province si province no.
post pubblicato in POLITICA, il 7 febbraio 2011


Si è parlato, e se ne parlerà ancora, nell'ambito dell'attuazione del federalismo dell'utilità delle province presupponendo la loro inutilità sia a fini strutturali sia di costi.

Mentre il dibattito avviene a livello nazionale, a livello locale si è già deciso di limitare, e forse?, sopprimere la regione. Si tratta della regione Trentino Alto Adige che, già da tempo, ha ridimensionato le sue competenze a favore delle due province autonome a statuto speciale di cui si compone la regione: Trento e Bolzano.

Si può comunque dire che le due regioni siano sempre state considerate alla stregua delle regioni - partecipano anche alla Conferenza Stato-Regioni, la cui denominazione ufficiale è, per l'appunto, Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le province autonome di Trento e Bolzano - e questo può essere stato il motore del processo in corso. Ciò non toglie l'importanza dell'evoluzione della regione, evoluzione che dovrebbe essere recepita anche a livello nazionale.

 

Il dato importante è il continuo spostamento delle deleghe dalla regione alle province, questo fa si che la regione vada gradualmente svuotandosi dei presupposti della sua esistenza.

 

Cosa significhi questo in termini nazionali è, o dovrebbe essere, di facile comprensione. Dato l'esempio di due province di cultura diversa (anche se va detto che su certi valori e tradizioni possono essere considerate simili, rimane, però, la differenza linguistica e la tendenza della popolazione bolzanina autoctona a considerarsi "austriaca") e dato i presupposti del nuovo corso federalista (che si basa appunto sulle diversità culturali e delle tradizioni), presupporre che le province siano la base naturale di un federalismo improntato sul territorio e le sue culture, sarebbe la cosa più naturale. Più il territorio è piccolo, maggiore e migliore è la possibilità di gestirlo nei modi e nei tempi più consoni alla cultura in essere.

A questo punto, anche il collegamento tra periferia e centro sarebbe più idoneo se avvenisse attraverso una "camera delle province". Collegamento tutto da definire ma, secondo me, fattibile anche dal punto di vista di un miglior rapporto tra cittadini, province e centro perché alla camera delle province ci sarebbero persone elette nel consiglio provinciale e appartenenti al territorio stesso (do per scontato che nel federalismo gli eletti facciano, necessariamente, parte del territorio), pertanto più inclini a soddisfare le esigenze degli elettori e non quelle di un qualche partito o interesse privato. Per i cittadini sarebbe più semplice individuare gli eletti che non rispettano il "patto elettorale" con gli elettori. sarebbe più facile analizzare gli interventi dell'amministrazione socio/politica ed economica sul territorio: verifica dei progetti delle spese e degli sprechi. Sarebbe più facile controllare la politica dei rappresentanti della regione alla camera perché dovrebbero rendere conto a un corpo elettorale ben preciso e identificato in luogo preciso.

 

Per concludere, l'esempio delle due regioni autonome dovrebbe essere preso in considerazione quando si parla di federalismo e competenze. Dati i loro requisiti e la loro esperienza decennale.

Le province e la loro soppressione.
post pubblicato in ALTRO, il 24 gennaio 2011


Nel 2010 si è discusso tanto della possibilità di sopprimere le province e come sempre succede ci sono i pro e i contro. Ovvio e scontato il contro della lega che, essendo sostenitrice del federalismo, non poteva certo condividere l'idea - anche se nata dalla "necessità" di ridurre le spese e, di conseguenza, proposta dal ministro dell'economia Tremonti ,della lega, e che dovrebbe essere sostenuta dal ministro delle semplificazioni Calderoli ,anch'esso della lega - considerando che il federalismo a come base proprio l'autonomia del territorio.

 

A parte ciò, a cosa servono le province e quale guadagno si ricava nella loro soppressione?

 

Le province, come scritto nel titolo V della costituzione art. 117: "La potestà regolamentare spetta allo Stato nelle materie di legislazione esclusiva, salva delega alle Regioni. La potestà regolamentare spetta alle Regioni in ogni altra materia. I Comuni, le Province e le Città metropolitane hanno potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell'organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite." dunque, i comuni, le province e le regioni fanno parte dell'assetto istituzionale e, come si legge (è comunque utile leggere tutto il titolo V perché riguarda la modifica fatta nel 2001 collegata al federalismo), la base è, oltre all'autonomia, la divisione delle deleghe ovvero, lo snellimento delle procedure. Perciò, le province, al pari dei comuni e delle regioni hanno il ruolo di agevolare il rapporto tra cittadino e stato.

Detto questo, anche sopprimendo le regioni, i costi o non diminuiscono perché, comunque, nella maggior parte delle situazioni territoriali, e in modo particolare quelle montane, si dovrebbero aprire uffici regionali per agevolare il rapporto - Tanto per fare un esempio: il cittadino dell'alta bergamasca (i paesi montani), qualora avesse bisogno di documenti attualmente di competenza della provincia, se dovesse richiederli alla regione dovrebbe recarsi a Milano dovendo sobbarcarsi un viaggio anche di un centinaio di Km, a meno che, la regione non apra gli uffici a Bergamo -, o vengono addebitati al cittadino sia in termini di liquidi sia di tempo. Non mi sembra che ci sia un risparmio.

Da notare che, in Trentino e in Alto Adige, province completamente montane, per agevolare i rapporti tra stato e cittadini ci sono già da tempo uffici regionali e provinciali nei principali comuni delle rispettive regioni.

Pertanto, con la loro soppressione si aggraverebbe sia il costo che il rapporto.

La proposta per ora è stata accantonata, ma se dovesse ripresentarsi e accettata, non credo che i cittadini ne trarranno vantaggio.

 

Il federalismo, come scrivevo sopra, ha come base l'autonomia del territorio, e questo serve per poterlo gestire al meglio. Perciò mi chiedo: chi più dei residenti conosce i problemi inerenti alla gestione del territorio?

Questa domanda non significa che ogni comune o provincia o regione possa agire indipendentemente dalle leggi  dello stato o al di fuori delle regole costituzionali, anzi, è proprio per dare maggior valore ad esse che gli enti locali devono avere la possibilità di agire con un certo margine di libertà e indipendenza economica diversificando cosi le interpretazioni di modo che la costituzione si auto evolva in modo spontaneo. Per fare ciò, invece di sopprimere le province bisognerebbe incentivarle all'autonomia e alla cooperazione tra esse e tra i comuni e regioni. Non trovo sbagliato istituire una camera degli enti locali, anche se la proposta riguarda solo le regioni.

Non serve a nulla - o, sarebbe meglio dire che serve solo al potere centrale - il federalismo fiscale senza quegli strumenti di autonomia che delegittimino il controllo fiscale dello stato perché le tasse, in un sistema federale devono essere suddivise tra gli enti locali e lo stato; non può essere lo stato a decidere chi e quanto debba avere.

 

Per concludere, credo che gli enti locali, in una federazione, debbano essere il centro e non la periferia.

Alluvioni e la indisponibilità dello stato.
post pubblicato in TERREMOTO, il 5 ottobre 2010


 

 

    Nei giorni scorsi si è verificato, in Liguria, un disastro ambientale determinato da piogge torrenziali che hanno causato esondazioni di piccoli torrenti che normalmente non causano disagi.

    Le esondazioni sono sopravvenute dopo un'ora di pioggia, ciò fa pensare che la precipitazione non rientra nei normali standard. Considerando che la Liguria è una regione che, pur essendo situata al nord, presenta condizioni di tempo ottimali e un clima temperato (è sempre stata meta di vacanze invernali da parte di anziani) tipico del sud, dovrebbe far riflettere, in concreto, sull'andamento del clima.

    Ormai, tra terremoti e eventi climatici estremi (che per il momento non hanno ancora raggiunto livelli drammatici come avvenuto in Pakistan e altrove), non c'è stagione che non porti con se un qualche disastro.  Disastri che, inesorabilmente, trovano la popolazione impreparata ad affrontarli.

     

    Si è discusso molto, e molto si discuterà ancora, sul perché (cambiamento climatico) e sul come prevenirli, ma fino ad oggi poco o nulla si è fatto e, comunque, si pensa sempre a come evitare l'inondazione (argini ai fiumi, canali di scolo più capaci ecc.) e a come mettere in sicurezza il territorio - azioni sicuramente importanti ma che da sole non bastano a evitare il disastro perché nessuno conosce la portata dei cambiamenti che si stanno verificando e, di conseguenza, se le misure prese saranno idonee a evitarlo - e mai alla sicurezza della popolazione durante e subito dopo l'evento.

    Un modo di affrontare il problema alquanto limitato che porta le strutture di soccorso (protezione civile, soccorso sanitario, vigili del fuoco) ad operare in pieno caos dato che i cittadini non sanno quale comportamento tenere durante l'evento.

    Ed è proprio l'impreparazione dei cittadini unita alla mancanza di strutture (luoghi adibiti a rifugio temporaneo per la popolazione) di emergenza a creare i maggiori problemi; se l'evento si verifica, nulla si può più fare per evitarlo, però si può fare molto per evitare danni e ulteriori disagi alla popolazione.

     

    Basterebbero due strutture tipo:

  1. campi di raccolta permanenti attrezzati - in tutte le province è presente la protezione civile con le sue strutture, basterebbe ampliarle e dislocarle sul territorio in modo diverso.
  2. preparazione dei cittadini sulle procedure da seguire in caso di calamità -  ogni struttura esistente ha le sue procedure, basterebbe unificarle creandone una adatta alla popolazione.
  3.  

    Le due strutture, come risulta evidente, esistono già ma sono utilizzate dai soli volontari del soccorso che abbiano acquisito il brevetto o che lo vogliano acquisire. Tutti gli altri ne sono esclusi ( la C.R.I. sta cercando di ampliare la conoscenza del soccorso sanitario anche nelle scuole e questo è un notevole passo avanti).

    Certo, per ri-organizzare le strutture ci vuole tempo e impegno dei volontari.

     

     Innanzi tutto serve:

  4. procedure adatte e comprensibili alla popolazione.
  5. ri-organizzare i campi distribuendoli diversamente sul territorio di modo che siano accessibili dalla popolazione che vive nei dintorni.
  6. organizzare corsi per la popolazione sulle procedure da seguire.
  7. Inserire nelle materie scolastiche anche l'emergenza.
  8.  

    Sia le strutture sia la preparazione dei cittadini sono determinanti  perché  eviterebbero il caos che generalmente si instaura all'inizio dell'emergenza; se i cittadini sanno cosa fare e dove andare, si renderebbe più facile il compito della protezione civile (a cui sono collegate le strutture sanitarie, dei vigili del fuoco, della forestale, delle forze dell'ordine) e, di conseguenza, riuscirebbero a dare un contributo più qualificato.

     

    Purtroppo per noi, però, si preferisce lasciare i cittadini al loro destino piuttosto che investire soldi nella "prevenzione" e nella preparazione dei cittadini. Quello che è successo in Liguria è solo l'ultimo di una serie e altri, purtroppo, ne seguiranno.

    Sarebbe interessante sapere il perché dell'assenza dello stato nella preparazione delle strutture; ciò che posso ipotizzare è che la conoscenza dei metodi implica anche la capacità di analisi poi sugli stessi, vale a dire che il cittadino, messo a conoscenza delle procedure, avrà poi modo di criticare, nel concreto, l'operato delle strutture e, dal momento che le stesse dipendono dallo stato, lo stato stesso. Di conseguenza, preferiscono lasciare le cose come stanno!!!!

     

L’effetto del federalismo nella realtà.
post pubblicato in POLITICA, il 23 settembre 2010


Alto Adige.it

Nel bilancio 2011 della provincia di Bolzano è previsto una diminuzione di 200 milioni di euro rispetto all’anno in corso: 50 milioni per minori entrate a causa della crisi, 100 milioni saranno destinati alle competenze (60 milioni che dovrebbero finanziare Poste, Rai, conservatorio e università) e alle aree confinanti con l'Alto Adige (40 milioni). Complessivamente, si tratta di una cifra attorno ai 200 milioni, che equivale a una riduzione nell'ordine del 4,5% rispetto al bilancio del 2010 e altri 50 milioni circa dipenderanno dall’impatto che avrà sul bilancio l’accordo di Milano del 30 novembre scorso.

Ciò comporterà una riduzione degli interventi della provincia sul territorio. Il presidente Durnwalder ha ipotizzato una riduzione del personale di 200 unità attraverso il blocco del turn-over.

Sarà un bilancio totalmente nuovo, basato non più sulla spesa storica ma sugli effettivi fabbisogni, ha sottolineato l'assessore alle finanze Roberto Bizzo. Inoltre, l'assessore Bizzo ha sottolineato che la spesa ordinaria e quella per il welfare (e quindi per il settore sociale, la sanità e il lavoro) non subiranno tagli. Sugli altri capitoli ci sarà invece da discutere in base agli investimenti e alle spese che la Provincia riterrà strategiche.

Quello che colpisce è l’affermazione che le spese sociali, sanitarie e il lavoro, non subiranno tagli. Ciò significa che, bloccando il turn-over, per l’assessore, non implica la perdita di posti di lavoro; certo, intesa in termini tecnici, la frase significa che nessuno verrà licenziato, però impedirà l’assunzione di altro personale. Duecento persone che potrebbero essere impiegate si troveranno “a spasso” in una provincia di 500 mila abitanti non è poco.

Lo stesso vale per la sanità. È di oggi la notizia che i bolzanini, da ottobre, dovranno pagare il ticket anche nei consultori familiari - sono nati con l'obiettivo di sostenere le persone singole, le coppie e le famiglie rispetto a varie problematiche che spaziano dal benessere psicofisico alla genitorialità responsabile. Sono quasi 7.000 gli altoatesini che si sono rivolti nell'ultimo anno a loro. La richiesta maggiore di prestazioni arriva dalle donne (nell'86% dei casi di nazionalità italiana, nel 9% extracomunitaria).

Per il settore sociale credo che i due punti precedenti rientrino appieno.

Come si può intuire, la riduzione riguarda in massima parte il nuovo rapporto tra regioni e stato nato dal federalismo fiscale. L’intento del rapporto sarebbe quello di incentivare le regioni ad una gestione dei soldi pubblici più trasparente eliminando lo spreco derivato sia da infrastrutture inutili e lungaggini burocratiche, sia da possibili tentazioni di imbrogli da parte degli amministratori. Di fatto, servirà unicamente a ridurre le regioni a semplici strutture periferiche del governo centrale. Se da una parte è vero che avranno più competenze, dall’altra saranno costrette a “mendicare” ciò che serve per la gestione delle stesse.

 


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 23/9/2010 alle 18:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Attivazione numero tel. d'emergenza europea 112.
post pubblicato in BREVI, il 6 maggio 2010


Dal corriere della sera
BRUXELLES
- La Commissione europea ha deciso, mercoledì a Bruxelles, di adire per la seconda volta la Corte europea di giustizia contro l’Italia per non aver ancora attivato, unico fra gli Stati membri, il numero telefonico d’emergenza 112. L’Italia era già stata condannata dalla Corte per questo inadempimento il 15 gennaio 2009. Il secondo ricorso in Corte è accompagnato dalla richiesta di una forte sanzione pecuniaria: l’Italia dovrà pagare 39.680 euro al giorno per tutto il tempo che sarà intercorso fra la prima e la seconda condanna della Corte, più 178.560 euro al giorno, a partire dalla seconda sentenza di condanna e fino a quando il Paese non si metterà in regola. Gli stati sono tenuti a garantire che quando una persona chiama il numero unico di emergenza europeo, il 112, da un cellulare le informazioni sulla sua ubicazione siano trasmesse ai servizi di emergenza.

Secondo la commissione, in Italia si muore per il mancato adeguamento delle norme sull'emergenza.
Il n. 112, è predisposto affinché il cittadino che chiama sia localizzabile senza problemi dai mezzi di soccorso; questo significa, per l'intervento sanitario, un intervento più veloce che, in certi casi come l'arresto cardiocircolatorio, è determinante al fine di salvare una vita, anche pochi minuti possono essere determinanti.
Il governo italiano ha, finora, risposto alle sollecitudini della commissione prendendo tempo. il portavoce, Jonathan Todd dice: Ci hanno sempre assicurato che stavano provvedendo, ma le assicurazioni verbali non bastano. È necessario che l’Italia attivi il servizio d’emergenza del 112 come hanno fatto tutti gli altri paesi dell’Ue.

E' alquanto deprecabile che, su un problema cosi importante, il governo non si sia attivato immediatamente per adeguarsi alle normative europee., Se consideriamo che l'emergenza in Italia è molto attiva e che ci sono strutture in grado di intervenire in ogni campo, il mancato adeguamento risulta offensivo, e in modo particolare per il volontariato.

Decine di migliaia di persone, per la maggioranza volontarie, si impegnano ogni giorno per sostenere la popolazione nei momenti di emergenza, sia collettiva sia individuale; dare a queste persone un maggior apporto logistico significa aiutarle nello svolgimento della loro attività.
Inoltre, nel campo dell'emergenza sanitaria, il tempo è il nemico primo per la buona riuscita dell'intervento.

Purtroppo, attualmente in Italia, tutto viene fatto rientrare nel badget economico, i finanziamente devono essere necessariamente coperti dalle entrate, quando in settori come l'emergenza, anche quella individuale, il finanziamento dello stato dovrebbe essere a priori e indipendente dal badget economico.
Com'è possibile che una società civile faccia rientrare la "salute" dei cittadini (italiani o stranieri che siano) nel conto economico dello stato?

Questo comportamento, può benissimo essere considerato come un atto di arroganza del potere perché dimostra quanta poca attenzione ha nei confronti dei cittadini che dovrebbe tutelare.
 

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 6/5/2010 alle 22:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mafia e popolo
post pubblicato in Riflessioni, il 20 aprile 2010


Il dodici marzo, a Reggio Calabria, si sono svolti i funerali del bos mafioso Domenico Serraino a cui hanno partecipato miglia di persone pur essendo stato proibito dalla questura ogni forma di manifestazione pubblica. Il giorno dopo, alla manifestazione antimafia, tenuta sempre a Reggio Calabria, hanno partecipato alcune centinaia di persone (circa trecento). Qui l'artcolo del Manifesto.

Che dire se non che, al sud, purtroppo, vuoi per paura o per convenienza, il territorio è sotto controllo della mafia, ma sarebbe troppo riduttivo e rischierebbe di snaturare l'evento, di per sè, gravissimo.
Non si tratta, in questo caso, di analizzare se lo stato faccia o no una VERA lotta alla mafia, ma di capire come mai, un'organizzazione criminale che, nella cura dei propri interessi, non tiene minimamente conto della situazione della popolazione che, sotto certi aspetti, ne esalta addirittura il ruolo; esalta perché, rendere omaggio ad un assassino, come fosse un eroe significa accettarlo come persona facente parte della propria cultura e, per ciò, aderire al suo progetto. Inoltre, porta in sè implicazioni di natura socio/culturale difficilmente comprensibili a chi, di questa cultura non ne fa parte. Ciò non significa giustificare l'atto, ma capirne le motivazioni.

Il sud
Si sa che la mafia interagisce con il territorio con metodi "brutali" e in contrapposizione con le leggi statali, cioè alimentando la paura attraverso il ricatto nei confronti delle persone, dei gruppi e delle attività economiche e politiche; attività politiche che hanno visto, nel tempo,la penetrazione di uomini controllati dalla mafia. Si sa che il radicamento sul territorio include anche la connivenza con istituzioni quali le banche per il riciclaggio del denaro derivante da traffici illeciti.
Si sa che tutto ciò porta ad una gestione del territorio a 360 gradi; la necessità di una gestione totale, nasce dalla necessità di togliere spazio a chi lo stato vorrebbe rispettarlo e conviverci.
La popolazione, da questo, non ne trae guadagno alcuno se non l'illusione di essere protetti dai mafiosi stessi: paga, altrimenti ti facciamo saltare l'attività (il raket è, purtroppo, approdato anche al nord), oppure, se vuoi lavorare lo devi fare per noi e alle nostre condizioni.

La situazione economica del sud, già precaria al tempo dell'unità, è sempre andata deteriorandosi  ; prima a causa della gestione piemontese (sabauda) che vedeva il sud "terra di conquista" (spostando le ricchezze del capitalismo terriero al nord) per allargare i propri confini e "contare di più" sul piano internazionale; dopo, dalla seconda guerra mondiale in poi, a causa dell'industria del nord che vedeva nelle popolazioni del sud una riserva di manodopera da contrapporre a quella autoctona. Contrapposizione che serviva a ridurre le istanze dei lavoratori del nord.
L'Italia - prima sabauda poi repubblicana - per poter raggiugere lo scopo, si è avvalsa della collaborazione, nascosta, di quelle forze del sud che nell'Italia non si identificavano (in genere latifondisti) perché, dopo la perdita di potere, avevano sviluppato un sistema "di potere" basato sull'omertà e dedito ai traffici illeciti, almeno per i nuovi padroni, che poi divennero azioni criminali.

Quanto detto sopra, se pur sinteticamente, può chiarire la "disponibilità", o, quanto meno   l'indifferenza, della popolazione nei confronti delle mafie che in essa si sono sviluppate.
Se, da una parte esiste uno stato che, oltre a non aver mai fatto una seria politica di sviluppo - si sono costruite si le industrie, senza però tener conto della necessità, a priori, per uno sviluppo di una mentalità "industriale" nella popolazione necessaria a fare da supporto all'industria stessa e, comunque volute, non dai politici ma dalle forze sindacali che, in esse, vedevano un'opportunità per le popolazioni di uscire dal loro impasse economico-, si è, nel corso di decenni, macchiato di connivenza con la mafia stessa, dall'altra, è sempre esistita, al sud, una tendenza a rigettare l'occupazione del nord come fatto positivo, questo non ha aiutato la popolazione a inserirsi nel tessuto sociale nazionale, inserimento che avrebbe agevolato un avvicinamento culturale del sud al nord e viceversa.
Questa situazione, ampiamente sfruttata dalla mafia nel momento in cui si proponeva/propone come sostituta dello stato in quanto assicura, a modo suo, posti di lavoro e "sicurezza" e un tenore di vita accettabile, invece di avvicinare le due anime italiane, le ha sempre più allontanate.
Nel contesto popolazione/mafia/stato, è logico supporre che, la popolazione, si senta più a suo agio con coloro che, al di la dei metodi, propongono un modello sociale che, se anche "costruito" da loro, per loro uso e consumo e in contrapposizione ad ogni logica civile, rappresenta, per il popolo, l'unico modello ""alternativo" a quello proposto da uno stato che, o risulta connivente o presente nella misura in cui deve raccogliere consensi e, perciò, latore di promesse che però vengono, in massima parte, disattese.

Conclusione
La mafia come stato (o antistato(?)), come organismo socio/economico/politico in grado di soddisfare le esigenze del popolo; esigenze che, pur non discostandosi dal resto del paese, non trovano risposte adeguate nelle istituzioni ufficiali.

La popolazione del sud non è mafiosa! e, in massima parte, non partecipa alle attività mefiose! e cerca, in ogni modo, di non affiliarsi ad essa!
la popolazione del sud agisce come ogni altro cittadino: partecipa alle elezioni, sceglie i candidati proposti, partecipa alle attività socio/politiche del territorio, ecc.
Se avesse, dallo stato, un riscontro positivo sulle aspettative, sicuramente tratterebbe la mafia per quello che è; ma questo non succede. I politici, in merito, si son sempre espressi in termini di arresti - cosa di cui, l'attuale governo, si va vantando a destra e sinistra - ma mai in termini di territorio. Perfino la famigerata "cassa del mezzogiorno" non è sfuggita alla logica della mafia per cui i soldi pubblici devono essere usati, se non direttamente da loro, comunque usando i loro sistemi.
L'adeguamento, in massima parte passivo, della popolazione ai metodi mafiosi, è il frutto della politica dello stato che, nel corso dei decenni a sempre, per interessi economici particolari, tenuto il sud subalterno al nord.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 20/4/2010 alle 17:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Legittimo impedimento.
post pubblicato in POLITICA, il 19 aprile 2010


Il legittimo impedimento è una delle riforme dibattute dall'attuale governo per migliorare il funzionamento dello stato. Ma è veramente così?
Continua a leggere l'articolo su Amando.it

Luca Zaia e la conquista del nord est
post pubblicato in POLITICA, il 8 aprile 2010


Dopo la vittoria alle regionali che lo ha eletto governatore della regione veneto, Luca Zaia sta facendo i primi passi concreti per annettere tutto il nord est alla causa federalistadella lega.

Nella lettera pubblicata su “Il Trentino”, Zaia propone di unire le forze del Trentino e dell'Alto Adige a quelle del veneto per una gestione più concreta del rapporto con Roma sul piano fiscale, ritenendo che: “Il federalismo fiscale è la soluzione possibile che dobbiamo perseguire uniti. E’ finalmente a portata di mano, mai come in questo momento le Regioni del Nord sono state vicine al raggiungimento di questo traguardo”.

Per aggiungere: Una serie di fattori facilitano questo processo: innanzi tutto la forza del movimento che di questo punto ha fatto una questione irrinunciabile del suo programma politico, la Lega. Poi, l’ormai diffusa consapevolezza nell’opinione pubblica, non solo del Nord della necessità di portare a compimento le riforme. Ancora: la coscienza che il federalismo è l’unica forza centripeta in grado di tenere unito il Paese.
Che il federalismo sia una forza in grado di tener unito il paese e che la lega abbia i numeri per portare a termine il processo facendo da forza motrice nei confronti delle altre forze politiche, è ad un tempo vero e falso.


Vero perché, purtroppo, la coalizione di cui fa parte, – Pdl, lega, e altre formazioni minori – avendo il Pdl come partito di maggioranza relativa, sia nella coalizione sia nel paese, ma che non potrebbe governare senza la lega, la pone in una situazione di privilegio, in modo particolare, per quanto riguarda le riforme costituzionali che, pur essendo utili, avrebbero comunque bisogno di un consenso molto più ampio della sola maggioranza ma che la lega “pretende” siano attuate anche senza tale consenso.

Falso perché non tiene conto delle realtà storiche delle province autonome a statuto speciale. Queste province – Val d'Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia – essendo state, per secoli, zona di confine o zone incorporate nell'impero austroungarico, TrentinoAltoAdige, o in quello francese, Val d'Aosta, e zone di incontro tra le culture del nord e quelle del sud e essendo zone prevalentemente montane, da una parte hanno sviluppato una cultura ed una economia improntata sulla valorizzazione del territorio che difficilmente può essere paragonata a quella della pianura, d'altra parte hanno sviluppato un senso l'autonomia strettamente connesso a quello di nazione . Ciò ha portato ha sviluppare un rapporto privilegiato con il centro (Roma) e perciò, per loro, incorporarsi con regioni che stanno muovendo i primi passi, sarebbe un tornare indietro, una perdita in termini proprio di federalismo che qui, sotto molti aspetti, è vissuto spontaneamente.


La proposta di Zaia, se non tiene conto di quanto detto sopra, ha come presupposto, più che il federalismo, la conquista di territori che, per loro natura, pur essendo vicini, confinanti, sono storicamente lontanissimi.


Zaia dice: Il Nord-Est deve fare squadra per ottenere una più equa distribuzione del gettito fiscale, dobbiamo riuscire insieme al Nord-Ovest a presentare le nostre istanze a Roma. Tutto il Nord deve riuscire a dare un corpo reale e fattuale alla questione settentrionale, che è nell’agenda del Paese da sin troppo tempo.


In un constesto federalista, a cosa serve “fare squadra” quando è lo stesso federalismo, per definizione, a presupporre la divizione delle regioni?

Se ogni regione avrà dallo stato in base al suo rendimento, unirsi potrà essere vantaggioso per quelle attualmente in difficoltà ma per le altre sarà, sicuramente, uno svantaggio.

Inoltre, se le regioni autonome a statuto speciale, hanno già un rapporto privilegiato con Roma, a che giova loro allearsi con altre regioni che questo rapporto lo devono ancora creare?


E poi, a dire che esiste una “questione settentrionale” ( esiste quella meridionale che i leghisti vorrebbero risolvere negandola) sono i leghisti e non gli italiani, quegli stessi leghisti che hanno fatto la loro fortuna negando l'Italia come entità statale. Ed è proprio in questo contesto che va letta la proposta di Zaia; non riuscendo a ottenere quella autonomia (o secessione?) del nord (padania), cercano di aggirare il problema cercando di coinvolgere territori che non ne sentono il bisogno.


Brunetta e i suoi bamboccioni
post pubblicato in LAVORO, il 26 gennaio 2010


Brunetta insiste sui "suoi" bamboccioni lanciando la proposta di sostenere la loro autonomia con 500€ che, in mancanza di soldi nel bilancio statale, andrà a recuperarli dalle pensioni di anzianità ( che comunque con l'welfare non centra proprio perché il dipendente paga mensilmente una tassa specifica per la pensione, il che significa che, i soldi che percepisce, sono soldi suoi) aggiungendo cosi la beffa all'inutilità dell'azione.
Come ho già scritto, le motivazioni del problema sono altre rispetto a ciò che afferma il ministro, perciò, la proposta servirà unicamente ad incentivare il giovane a continuare, con altre forme, la sua dipendenza(?) dalla famiglia.

Incominciamo, però, con il recupero dei soldi necessari. Il ministro afferma:
La verità è che la coperta è piccola e quindi non ci sono risorse per tutti. Secondo me si deve agire sulle pensioni di anzianità, quelle che partono dai 55 anni di età. Facendo in questo modo si potrebbero trovare risorse che consentirebbero di dare ai giovani non 200 ma 500 euro al mese. per il ministro si deve andare nella direzione di dare "meno ai genitori e più ai figli", e che la sua proposta scatenerebbe le proteste dei sindacati, che sono quelli che difendono i genitori, cioè i pensionati.
Innanzi tutto, per quanto ne so, i genitori hanno sempre lavorato, salvo eccezioni e forse il ministro è una di queste, per il futuro dei figli, anche ha costo di sacrifici. Con la proposta, se un persionato percepisce 1500€ (ed è molto) mensili netti, può vivere con il figlio a carico dato che spese come: affitto, riscaldamento, spese condominiali, telefono ecc. sono uniche, mentre se il figlio uscisse di casa, alcune spese diventerebbero doppie: due affitti, due telefoni ecc..
Inoltre, il figlio che non lavora o che lavora a tempo determinato ( e sappiamo che di solito non si coprono, mediamente, tutti i giorni lavorativi, dovendo pagare l'affitto ecc. i 500 euro, che in certe realtà non bastano neanche per l'affitto, non gli basterebbero e neanche al genitore, che si vedrebbe diminuita la pensione pur continuando ad avere le stesse spese elencate sopra.
    
Come o detto sopra, il giovane, non potendo, comunque, mantenersi da solo, sarà costretto a trovare altre forme per poter continuare a vivere con i genitori.
Una di queste forme potrebbe essere quella di figurare indipendente, magari affittando, con altri giovani per dividere le spese (cosa per altro, in determinate occasioni, si fa già), un mini appartamento solo per dimostrare di avere una residenza diversa, e continuare la vita di sempre, vale a dire tutte quelle cose che normalmente fa la "mamma", con i genitori, eliminando cosi l'effetto desiderato dal ministro.
Il che ci porta alla considerazione che una legge simile è completamente inutile.
I giovani, oggi, tra mille difficoltà, sono costretti ad accettare lavori che non danno nessuna certezza del futuro (lavoro a tempo determinato o lavori autonomi che durano il tempo di una stagione come nel caso di località turistiche), questo li porta a rimanere in una sorta di aspettativa riguardo alla formazione di una famiglia propria o comunque di una vita indipendente.
Molte giovani coppie rimandano il matrimonio proprio per l'impossibilita materiale di reperire il necessario per il mantenimento della famiglia, oppure, si sposano o convivono ma aspettano ad avere figli sempre per lo stesso motivo.
Il problema dunque, non è l'incapacità derivante dalla cultura inculcatagli dai genitori, ma l'incertezza del futuro. Incertezza che nascie dalla mancanza di fiducia non tanto nelle proprie capacità, ma nell'attuale struttura sociale in cui si trovano ad operare.
La proposta, invece che mirare a modificare tale struttura (eliminare il lavoro a tempo determianto e rivedere l'welfare mettendolo al primo posto nelle spese) per agevolare l'inserimento nel lavoro e dare certezze, si affianca all'altra che vuole diminuire il periodo scolastico obbligatorio di un anno per inserire i giovani nel lavoro (quale?) a scapito della formazione culturale di cui oggi è impossibile fare a meno; creare dunque una massa di individui ai margini della società, il tutto per evitare spese allo stato
Inutile perché non inserisce i giovani nel lavoro, disincentiva la volontà allo studio e alla indipendenza, crea ulteriore povertà (genitoti e figli), alimenta la tendenza al ritenere che tutto "mi è dovuto" e all'abitudine alla dipendenza dallo stato.
La domanda che il ministro dovrebbe sforzarsi di fare è: chi a creato i presupposti che impediscono ai giovani d'oggi di avere fiducia nel futuro?
Credo che il ministro lo sappia benissimo.
 




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IL CROCIFISSO, LO STATO E LA CHIESA
post pubblicato in POLITICA, il 10 novembre 2009


Nel documento "Crocifisso nelle scuole: ricorso contro sentenza CEDU" di Palazzo Chigi trovo scritto:

"In particolare, gli articoli 159 e 190 lo includono tra gli arredi delle aule."
Crocifisso come arredo, non come simbolo di una religione, non portatore di significati profondi che "trascendono" lo steto laico sso concetto di laicismo questo, no, niente di tutto questo ma solo e semplicemente un ARREDO.

Questo mi fa pensare che i "padri fondatori", tra cui anche i cattolici, dell'Italia moderna abbiano, già allora, voluto porre un confine tra stato laico e religione.
Certo, si può affermare, senza ombra di dubbio, che la maggioranza degli italiani si definisce cattolica, ma siamo sicuri che tutti siano cattolici praticanti, che seguano i principi scritti nei vangeli, o non lo siano solo per cultura o, addirittura, per abitudine o, peggio ancora, per interesse? Se cosi fosse, la pretesa dell'esposizione del crocifisso, sarebbe unicamente una tradizione che nulla ha a che fare con la religione e di conseguenza, perderebbe il suo valore intrinseco di simbolo comunicante valori condivisi dalla popolazione tutta.

Inoltre, tale pretesa si giustifica col fatto che il "simbolo" è parte integrante e basilare della cultura moderna europea dimenticandosi, di proposito?, che in Europa sono esistiti, e esistono tutt’ora, movimenti di pensiero, illuminismo, liberalismo e socialismo, contrari alla religione stessa e che hanno influito sulla formazione dello stato laico in misura maggiore rispetto alle religioni.

Comunque sia, nello stato laico tutti hanno diritto di esistere entro i principi di libertà , uguaglianza e giustizia e nessuno può arrogarsi il diritto di prevaricare sulle altre forme di pensiero, anche attraverso l’esposizione dei simboli loro propri se questi comportano una maggiore “visibilità” rispetto agli altri.
Credo sia giunto il momento, per la società umana, di “TRASCENDERE” dalle appartenenze che, da sempre, generano conflitti anche di natura violenta.
L’unica strada percorribile, almeno alla luce dello sviluppo attuale del pensiero umano, non può che essere quella del potenziamento dello stato laico in grado di evitare ogni interferenza da parte delle singole correnti di pensiero; questo per evitare l’innalzarsi costante di MURI sempre più alti tra le varie componenti sociali.

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LA LEGA, IL PD E IL BURQA
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 7 ottobre 2009


Proposta di legge della lega per impedire il burqa in luogo pubblico.
La Lega Nord ha presentato una proposta di legge che modifica la norma 152 del 22 maggio 1975 in materia di indentificabilità delle persone. 
Tale legge prevede il divieto di indossare abiti che impediscono l'identificazione salvo giustificato motivo, ora, con la proposta, lo si vuole estendere a tutti eliminando il "giustificato motivo" come quello religioso, di conseguenza il burqa.
Il capogruppo Roberto Cota ha voluto precisare che non si tratta di un'azione ispirata da sentimenti razzisti, «non abbiamo niente contro i musulmani, ma la legge deve essere uguale per tutti. La nostra proposta è assolutamente generale, come deve essere una legge». «Nessuno - ha poi sottolineato Manuela Dal Lago, deputata leghista - è contro la religione islamica. Il Corano, tra l'altro, non parla del burqa e anche l'imam del Cairo, che si è schierato contro il "Niqab" ci dà ragione. Noi vogliamo solo dare un chiarimento affinché tutti siano riconoscibili nei luoghi pubblici». Mentre la Lussana ha infine spiegato che «tra la tutela della libertà religiosa e la tutela della sicurezza dei cittadini per noi la priorità è la sicurezza».
Queste le giustificazioni della lega. Da parte del PD invece, Donatella Ferranti, capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera ha infatti parlato di «norma incostituzionale che lede la libertà religiosa e sono del tutto strumentali i richiami all'ordine pubblico». Secondo la sua interpretazione della proposta di legge, quello che si vuol fare è: «colpire gli immigrati islamici nel loro intimo». «Come può una legge parlare di affiliazione religiosa? - ha proseguito la Ferrante - Le suore sarebbero affiliate? Ma stiamo scherzando? E poi: come si può pensare di modificare una cultura con una norma? - domanda la Ferranti - L'unico effetto dell'entrata in vigore di questa legge sarebbe quello di segregare in casa le donne islamiche. E' una legge cattiva contro gli immigrati, ma soprattutto è una legge razzista e soprattutto una legge contro le donne».  
Mi sembra che in merito ci sia, da parte della Ferranti una interpretazione piuttosto ideologica della legge. Il fatto che si renda estendibile a tutti l'applicazione di una legge è più che giusto; la lega probabilmente vuole, continuando nella sua politica anti islamica, colpire su una questione molto sentita a livello tradizioni, ciò non toglie che giuridicamente, la sua richiesta sia giusta.

Uno stato laico ha innanzi tutto il dovere di fare leggi che assicurino a tutti la libertà di esprimere le proprie idee religiose e altro, però questo non deve essere a discapito, ne delle idee altrui ne delle leggi che riguardano altri settori della vita pubblica. La libertà delle proprie idee non deve cioè mettere a rischio l'impianto giuridico di un paese; ci si chiederà come può tanto una singola legge.
Il presupposto delle leggi è che devono essere riconosciute e rispettate da tutti, nessuno deve avere la facoltà di dire: questa legge non la rispetto perché è contraria alle mie tradizioni.
Se cosi fosse, nessun legislatore riuscirebbe a soddisfare tutte le esigenze presenti nella società e tanto meno, coniugare tali esigenze con quelle che regolano la vita di tutti cioè, quelle penali.
Visto che l'attuale legge sulla sicurezza include anche il divieto di coprirsi il volto in luogo pubblico o comunque frequentato da altri, e se tutti devono rispettare le leggi, non si capisce come mai debba essere permesso il burqa. Permettendolo, tra l'altro, si penalizza chi di questa tradizione non ne usufruisce; se io entro in banca col volto coperto, vengo punito, chi entra col burqa no. Eppure, il risultato è uguale, tutte due abbiamo il volto coperto perciò, per la legge pericolosi.

Ma la cosa più importante è il pericolo che una situazione del genere comporta. Permettendo a singoli o gruppi di essere esentati dal rispetto delle leggi in base alle loro credenze, pertanto si andrebbe a snaturare la funzione dello stesso stato che, come dicevo sopra, deve si fare leggi che rispettano tutte le credenze ma, innanzi tutto, deve regolare lo svolgimento della vita comune in ogni suo aspetto e questo non lo potrà fare qualora vengano disattese proprio quelle leggi che per questo servono.
Inoltre, se rispettare tutti è giusto, è altrettanto giusto che l'ospitato rispetti le leggi dell'ospite e comunque, qualora voglia modificarle, deve agire nel rispetto della costituzione esistente.
Il problema è giuridico non religioso.
Berlusconi, Bossi e la democrazia
post pubblicato in POLITICA, il 13 settembre 2009


Riporto una frase di bossi pubblicata da repubblica del 12/9 (Immigrazione, scontro tra Fini e Bossi. Il senatur: "Senza di noi, elezioni anticipate")
"Fortunatamente la Lega è molto forte in Parlamento e sono costretti a seguirci tutti. E anche i nostri alleati devono dire sì perchè, se la Lega non dà i voti ai grandi progetti, non li avrebbero per andare avanti. E allora sì, che si andrebbe a votare. Ma noi non vogliamo andare a votare, vogliamo le riforme".

In questa frase è evidente l'anomalia italiana; qui Bossi dice chiaramente che l'attuale governo non avrebbe i numeri per governare senza la lega e fa capire che essa è l'unica formazione a trarne vantaggio.
I vantaggi sono tanti e "concreti". Riguardano, in prevalenza, la natura stessa della costituzione italiana poiché mirano a destabilizzarne l'unità, sia in termini fisici che in termini culturali, attraverso politiche di divisione tra le varie regioni (federalismo fiscale, differenze salariali, autonomie dipendenti dallo stato centrale ) e differenziazione culturali (introduzione dei dialetti come lingua primaria, obbligo degli insegnanti di conoscere i dialetti della località dove insegnano).
Ma anche la politica immigratoria e di integrazione degli immigrati attraverso politiche di rifiuto degli stessi.
Roberto Cota dice sul sito della lega nord:
“Sulla cittadinanza ci parleremo a livello di maggioranza e troveremo una posizione comune, tra l’altro non c’è fretta. La fretta ce l’ha solo la sinistra che sogna di far entrare milioni di immigrati, ma il loro resterà un sogno. Adesso siamo in una fase in cui sono state presentate diverse proposte alla Camera che sono sul tappeto e che esprimono delle opinioni (quali? nda). Quello che posso dire è che noi siamo contrari all’introduzione dello ius soli e all’abbassamento del termine di dieci anni, cioè la cosiddetta cittadinanza breve. Il termine di dieci anni previsto dall’attuale legge è più che ragionevole. Del resto questo stravolgimento delle regole non fa parte del programma di Governo e anzi va nella direzione contraria”
A questo, va aggiunto la loro ferma determinazione ad impedire ogni libera espressione culturale degli immigrati (vedi loro posizione sulle moschee).

Pertanto, in Italia, abbiamo un partito di maggioranza relativa P.D.L. che è costretto a sottostare alla volontà di un partito, la lega, che nelle elezioni politiche ha ottenuto l'8%, delle preferenze.
Naturalmente, il primo ministro, "capo/padrone" del P.D.L., nega tutto ciò; secondo lui, la politica dell'attuale governo, è fatta in pieno accordo con le altre formazioni componenti la maggioranza.
Ma se cosi fosse, perché ad ogni scostamento del P.D.L. o di una delle altre formazioni o di un singolo - ultimo in ordine Fini - essa ricorre al ricatto "o fate come diciamo noi o il governo cade"?

Viene da chiedersi quale sia, oggi in Italia, la linea politica della maggioranza, se quella della lega o quella del P.D.L. (sempre che ci sia).
Ma sarebbe una domanda retorica. Da sempre, il partito di maggioranza relativa, per assicurarsi il potere, si basa sulle alleanze - e questo vale , in certa misura, anche nelle dittature - tra varie componenti politiche.
In passato, la DC si alleava, a secondo delle convenienze, coi liberali, socialisti ma anche comunisti; oggi, il P.D.L. si allea con la destra e con, almeno finché ne avrà bisogno, la lega.
Ciò dimostra che i partiti, oggi come ieri, una volta raggiunta la maggioranza relativa, fanno/faranno di tutto per non perderla anche a scapito della democrazia, se poi il partito di maggioranza è di destra - non che con la sinistra cambi molto - c'è anche il rischio che si arrivi ( o ci siamo già arrivati? per me si!!! ) a legiferare in termini di soffocamento delle libertà necessarie per uno sviluppo democratico. E' quanto sta succedendo oggi. Con la legge sulla stampa (che include anche i blogger ); si sta cercando in tutti i modi di impedire un dibattito ampio e trasversale che, attraverso la rete, coinvolge anche non professionisti dell'informazione.
Sulla rete ognuno esprime il proprio pensiero senza problemi di "convenienza" politica, in piena libertà e in base alle loro conoscenze, ciò implica una massa di informazioni non riscontrabile su nessun media tradizionale, cartaceo o on line che sia, poiché, i media sono legati sia a interessi economici sia a interessi culturali (intesi come difesa dei diritti di autore). Tale massa di informazioni viene letta quotidianamente da milioni di persone in tutto il mondo,creando cosi una rete immensa dove si possono leggere fatti e idee che avvengono anche molto lontano da noi.
Con la legge sugli immigrati si vuole impedire (oltre che alla libera circolazione degli individui ) il contatto fisico con culture diverse dalla nostra affinché prevalga la "storia" ufficiale dello stato.
Con la legge sul testamento biologico ( e in genere sull'etica ) si vuole impedire la realizzazione di una società laica ove le leggi siano fatte per regolare e non per imporre.
Queste sono le leggi simbolo dell'attuale governo; per chi, invece, vuole vivere in una società libera, queste devono essere le leggi simbolo contro cui impegnarsi in una lotta democratica e civile a favore delle libertà.

Impegnarsi nella lotta democratica e civile significa, innanzi tutto, evitare ogni contrapposizione di parte creando un "laboratorio di idee" capace di convogliare le menti (di qualsiasi colore politico/ideologico esse siano) su temi inerenti, non solo alle tematiche "reali", ma, in special modo, su quelle che da sempre dividono, cioè sullo stato laico.
Per far ciò è necessario rompere con i vecchi schemi ideologici e religiosi, accettare che nella società possano convivere diverse culture con esigenze diverse e che le leggi siano fatte, non a favore di una componente, ma che lascino la libertà di rispetto degli altri.

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Il vaticano e la censura sulla libertà di espressione
post pubblicato in Riflessioni, il 1 settembre 2009


Si sa che la chiesa cattolica è, innanzi tutto, un'istituzione religiosa con il compito, oltre che diffondere il vangelo "evangelizzazione", di organizzare i fedeli in modo che la fede non si disperda in miriadi di interpretazioni che minerebbero alla base il ruolo stesso del vaticano, si sa anche che ogni religione porta in se i germi dell'"integralismo", poiché la dottrina in essa contenuta, essendo parola di dio, non può essere modificata. Si sa anche che non ci si può aspettare un allineamento, sempre e comunque, alle regole, che uno stato democratico e laico si da affinché ogni componente sociale possa eprimersi liberamente senza imporre nulla alle altre, quando queste non sono conformi al loro credo. Essa ha il diritto, sancito dalla sua costituzione (?) di stato sovrano, di deliberare leggi, all'interno dei suoi confini, che limitino la libertà dei suoi diretti aderenti (dai preti al papa) di imporre loro l'obbedienza.
In questa ottica, non si può muovere nessuna critica al vaticano in merito ai provvedimenti che vogliono prendere nei confronti dei 41 religiosi che, in merito alla legge sul testamento biologico, hanno preso posizione contraria alle sue direttive, leggi Micromega.

Molto, invece, si può dire sul rapporto tra stato italiano e vaticano. Lo stato italiano, laico e democratico, sancisce che tutti i cittadini, di qualsiasi fede politica o religiosa, che vivono sul suolo italiano, hanno eguale diritto di esprimere la propria opinione in merito ai problemi che insorgono nella società e, dato che il vaticano ha una posizione di privilegio in Italia, sancita dal "concordato", qualsiasi provvedimento, preso da esso nei confronti di cittadini italiani, non in linea con le direttive espresse dalla costituzione italiana, riguarda l'Italia e, pertanto, deve essere sottoposto a critica.
Considerando che i cattolici, che vivono in Italia, sono in massima parte cittadini italiani, significa che lo stato italiano ha il dovere di difenderli, qualora venga meno, da parte del vaticano, il rispetto dei diritti fondamentali di ogni cittadino italiano.
Inoltre, il vaticano, attraverso le formazioni politiche "cattoliche", ha già la possibilità di "condizionare" la politica italiana attraverso il normale svolgimento democratico, perciò, il suo intervento, anche se indiretto, è espressione di una volontà mirante al controllo dello stato italiano; controllo che, visto il suo comportamento lesivo dei diritti dei cittadini, porta a considerare che esso voglia instaurare, in Italia, una società antidemocratica e antilaica imponendo, attraverso queste azioni, una visione religiosa della stessa .
L'attuale "dirigenza" della chiesa cattolica sta cercando di riportare "l'organizzazione" allo stato in cui si trovava prima del concilio vaticano secondo, cioè, ripristinare la funzione centrale del clero nella vita italiana.
Lo stato italiano, attraverso le sue istituzioni, dovrebbe impedire queste interferenze da parte del vaticano nella politica italiana perché, un conto è criticare l'Italia da stato a stato, un conto è impedire a cittadini italiani di esercitare i propri diritti.

  
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FEDE E REALTA' prima parte
post pubblicato in Riflessioni, il 8 agosto 2009


LATTO DI FEDE
"La fede è il rifugio di coloro che, incapaci di affrontare la realtà, si affidano a sistemi filosofici/ideologici chiusi e gestiti da un organismo che pensa per tutto il gruppo, che permettono loro di non fare nessun sforzo intellettuale per migliorare l'esistenza."

Normalmente, la fede, si basa su un sistema etico/morale chiuso, cioè non aperto a eventuali modifiche nella sua struttura teorica di base.

La fede presuppone il completo abbandono dell'individuo ai principi da essa espressa, vale a dire che, l'individuo che fa atto di fede, deve rinunciare a tutto ciò che è stato fino a quel momento. Fin qui nulla da obiettare, ma se "la fede" assurge a guida, avendo essa, come base, la "verità assoluta", tende, in modo naturale, a operare affinché tutti gli individui si conformino ad essa arrivando, qualora fosse necessario, all'obbligo di tutti a conformarsi.
Ogni individuo che vi aderisce, diviene un tutt'uno con l'insieme delle regole accettate, chiunque se ne discosti, cade nel "peccato" e, qualora non si ravveda, può anche venire espulso o, come succedeva in passato - e succede tutt'ora nelle dittature, soppresso.

La fede, come tutto ciò che è umano, ha bisogno, per esistere, di una organizzazione in grado di garantire continuità ai suoi principi; tale organizzazione viene di solito rappresentata con una struttura a piramide.
La piramide consiste in una figura con un'ampia base e un vertice ristretto; il vertice è rappresentato da un piccolo gruppo di fedeli - di solito i più ortodossi - con il compito di coordinare tutta l'attività, inclusa la redazione delle regole da seguire per meglio praticare la fede (programma politico), tutto ciò che sta sotto deve eseguire, alla lettera, le direttive del vertice.
Sotto il vertice, tutta una serie di strutture atte a mantenere "l'ordine" deciso dal vertice, alla base i fedeli comuni, coloro che hanno deciso (?) di conformarsi.


Quando, un sistema di idee richiede un atto di fede, significa che non ci sono prove concrete della sua rispondenza alla realtà delle cose che in essa (la fede) si sostengono.Solitamente, latto di fede, viene richiesto proprio per la mancanza di tale rispondenza.
I sistemi comunista/marxista e fascista, sviluppatisi nel secolo scorso, pur basandosi su presupposti razionali - il primo derivava dall'analisi scientifica di Marx, il secondo dall'analisi scientifica del liberismo economico - di fatto, essendo, dette analisi, ridotte a semplici nozioni dottrinali, impedirono agli individui ogni possibilità di partecipare attivamente e in modo critico alla loro attuazione, divenendo, cosi, dei semplici sistemi politici di controllo del potere a favore di interessi particolari - nel comunismo la classe dirigente, nel fascismo la classe capitalista.

Tutto ciò è successo e succede in nome di una società migliore, la dove, la classe (?) intellettuale o economica di una data società, interviene nella gestione della stessa in nome di ideali basati su di "una verità" assoluta. In passato - e anche oggi - portatori della verità assoluta erano le religioni, con l'avvento delle ideologie, queste si sono sostituite alle religioni sostenendo la necessità di analizzare lo sviluppo sociale ed economico in termini scientifici, proponendo la libertà di pensiero come metodo di confronto tra le diverse soluzioni proposte mano a mano che nella società si presentano problemi. Vale a dire che, inizialmente, le ideologie si basavano su presupposti "laici" per la gestione sociale; la dove per "laico" si intende un sistema politico in grado di redarre leggi a loro volta in grado di coordinare - e non "obbligare" - le varie componenti sociali all'interno della società. Purtroppo, alcune delle componenti, che per la natura stessa dello stato laico hanno avuto modo di agire liberamente, sono riuscite, con la forza e con l'inganno, a rendere, attraverso la riduzione dell'ideologia a sistemi dottrinali, la stessa un sistema chiuso; vale a dire, non più basato sul confronto ma su schemi rigidi dove gli individui, invece di essere gli attori principali dello sviluppo, non sono altro che gli strumenti.

A tutt'oggi, lo stato laico si trova a dover affrontare una serie di emergenze create da attacchi alla sua esistenza da parte di forze politico/economiche con lo scopo di delegittimarlo. Questo attacco passa attraverso:

1) la creazione di forze politiche, apparentemente democratiche, dove gli individui che vi aderiscono non sono chiamati a discutere della politica da attuare, ma devono accettare - con un atto di fede - i presupposti teorici e politici del vertice che non deve rendere loro conto del suo operato,

2) la conquista del parlamento attraverso i meccanismi "democratici" utilizzando però strutture (come la stampa che normalmente dovrebbero agire autonomamente) in grado di creare problemi anche la dove non esistono o di rendere (artificialmente) i problemi esistenti molto più gravi di quelli che sono - un esempio per tutti è la propaganda contro i clandestini, creando la convinzione errata che fossero tutti delinquenti, istillando nella gente la paura del diverso e utilizzando soldi privati pur esistendo leggi che lo vietano,

3) l'utilizzo del parlamento per promuovere e approvare leggi contrarie alla laicità dello stato con l'utilizzo, in modo indiscriminato, della fiducia qualora il risultato positivo sia in dubbio - questo dimostra due cose: a) che una maggioranza "netta" uscita dalle elezioni, non sempre risulta tale nell'approvare le leggi, b) che il programma elettorale non era condiviso da tutti.

Questo ci deve far riflettere sulla necessità di difendere la laicità dello stato anche attraverso leggi che, all'apparenza, non risultano conformi ai principi su cui si basa. Questo lo si può fare, ma in modo più incisivo di quanto fatto finora, solo con la costituzione. Proibire l'utilizzo della democrazia al solo scopo di curare i propri interessi, dovrebbe essere la base fondante di ogni stato laico; la libertà, sacrosanta in ogni società civile, quando viene usata per delegittimare se stessa, va condannata, pena la ricaduta in una società basata "sull'atto di fede", ovvero, piramidale.

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