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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Perde casa e famiglia senza sapere il perché. Quando la burocrazia diventa oppressiva.
post pubblicato in NOTIZIE, il 16 gennaio 2012



Succede a Khaled, un tunisino di 49 anni da 27 in Italia. Khaled è commerciante e gestisce un negozio di abbigliamento. Nel 2010 si reca in Tunisia per lavoro, quando torna, dopo tre mesi, trova la sorpresa: gli viene proibito di avvicinarsi all’appartamento e alla famiglia che, nel frattempo, la moglie e la figlia erano state trasferite nel centro di Santa Chiara di borgo Padre Onorio, mentre il figlio in un appartamento comunitario da dove, poco dopo, sarebbe fuggito.
La storia sembra sia incominciata dopo che la scuola del figlio, nel 2010, ha inviato una relazione al tribunale dei minori segnalando l’indisciplina del figlio senza avvertire i genitori ne della relazione ne, tanto meno, del comportamento del figlio. Secondo Khaled, la scuola non avrebbe mai convocato ne lui ne la mogli per avvertirli del comportamento del figlio.

C’è da chiedersi almeno tre cose di questa vicenda.
1) Con quale competenza la scuola può prendere contatto col tribunale dei minori scavalcando la famiglia?
2) con quale competenza i servizi sociali possono allontanare figli e moglie, chiudere un appartamento mandando sulla strada il marito, senza una adeguata informazione e un adeguato tentativo di riconciliazione della famiglia - questo nel caso di difficoltà nella convivenza della stessa?
3) in base a quali prove il tribunale ha predisposto tutto ciò?

Da quanto si legge nell’articolo, la famiglia non aveva mei avuto problemi a parte la poca voglia di studiare del figlio che, comunque, non comporta nessun reato. In questi casi, la prassi sarebbe di convocare i genitori e discutere con loro la situazione del figlio, successivamente, se i genitori sono d’accordo, coinvolgere i servizi sociali e, se non si approda a nulla e se i genitori sono d’accordo, coinvolgere il tribunale dei minori. Qui, invece, si è agito esattamente all’opposto.
Con quale autorità non si sa. Sta di fatto che si è smembrata una famiglia in modo alquanto allegro.
Non è ammissibile che si possano prendere provvedimenti del genere senza coinvolgere la famiglia, senza discuterne con i genitori nel tentativo di risolvere il problema, sempre che ci sia un problema, senza arrivare a soluzioni drastiche.

Se questa è la prassi oggi, c’è da preoccuparsi non poco. Vedersi allontanato dalla propria famiglia senza che l’autorità ci dica il motivo - la figlia stessa afferma di non sapere perché è stata allontanata dal padre - e senza essere mai stati convocati è sicuramente un dramma per chiunque.
L’inseminazione artificiale e il giudice moralista.
post pubblicato in Riflessioni, il 18 settembre 2011


           

fonte

Una copia di genitori, lui 70 anni lei 57, decide di avere un figlio e si affidano alla fecondazione assistita fatta all’estero. La coppia, sposata dal 1990, aveva optato per la fecondazione artificiale dopo aver constatato l’impossibilità di lei di rimanere in cinta e dopo 10 tentativi di fecondazione assistita in Italia andati male. Inoltre aveva presentato due richieste di adozione, entrambi respinte.

Un mese dopo la nascita della figlia avvenuta il Maggio 2010, incorrono però in una brutta avventura: il tribunale dei minori, dopo la segnalazione di alcuni vicini che avevano visto la bambina piangere, lasciata sola in macchina per alcuni minuti, decide di darla in affido anche se, secondo gli stessi giudici, non in situazione di pericolo. Ora, la decisione del tribunale di Torino di farla adottare.

Le motivazioni del tribunale per le adozioni si basano su due punti connessi tra loro e molto discutibili in una società laica. In primo luogo, l’applicazione delle possibilità offerte dalla genetica viene applicata in modo distorto dalla coppia. Secondo, se si spinge la scelta di concepire oltre certi limiti, la scelta è basata sulla volontà di onnipotenza che si basa sul desiderio di soddisfare a tutti i costi i propri bisogni. Questo implicherebbe, per il giudice, l’accantonamento delle leggi della natura e indifferenza verso il futuro del bambino.

Pertanto, secondo il giudice, distorsione e volontà di onnipotenza sarebbero alla base della decisione di avere figli. Vale a dire che la coppia che non riesce ad avere figli, ed è il caso della coppia in questione che, come detto sopra, non ha la possibilità “naturale” di avere figli, deve rinunciarci. Eh si! poiché la fecondazione assistita è, di per se, una forzatura della natura a cui l’uomo ricorre quando la natura stessa non soddisfa la sua necessità di avere figli. Pertanto, secondo il giudice, detta forzatura denota una volontà di onnipotenza perché è finalizzata al soddisfacimento dei propri bisogni “narcisistici” senza tener conto di quelli del figlio che, secondo il giudice, si troverà “orfana in giovane età” e ancor prima “sarà costretta a curare i genitori anziani proprio nel momento in cui, giovane adulta, avrà bisogno del loro sostegno”.

Tutti hanno diritto ad esprimere la loro opinione, nessuno ha il diritto di imporla!

 Quella del giudice di Torino è, a tutti gli effetti, un’opinione personale. Se fosse altrimenti, il giudizio si sarebbe basato su fatti concreti come l’impossibilità, magari per l’età, di dare l’assistenza necessaria alla figlia, ma non è il caso della copia in questione.

Parlare di distorsione e onnipotenza significa aver spostato il giudizio su un piano puramente morale - anche se non viene mai nominata, la morale è insita, anzi, ne è la base poiché i termini usati la richiamano. In modo particolare quando parla dell’uso distorto della scienza genetica riferito all’aiuto per la nascita di un essere umano. Se si fosse trattato di clonazione o altre pratiche non propriamente ortodosse atte a riprodurre l’essere umano senza che lo stesso ne sia partecipe in alcun modo, il giudizio potrebbe anche essere accettabile perché, effettivamente, si tratterebbe di onnipotenza dell’individuo nel voler perpetuare se stesso all’infinito e non più la specie. Ma quando la genetica, al pari dei farmaci, serve ad aiutare la specie a riprodursi, non si capisce cosa serve parlare di onnipotenza e di distorsione. Perché allora, anche i medicinali che aiutano a mantenere in vita l’individuo, potrebbero passare per distorsioni e l’individuo che li usa per onnipotente.

C’è da chiedersi cosa avrebbe fatto, sempre ci fosse stato il giudizio, qualora il figlio fosse naturale, se, cioè, fosse nato da un normale rapporto sessuale tra i coniugi. Se avrebbe agito allo stesso modo, saremmo di fronte ad un giudizio che potrebbe preludere a successivi giudizi civili e penali lesivi dei diritti di ognuno di noi,   poiché, sul piano morale, ognuno deve essere libero di avere la propria.

In questa sentenza, appare chiaramente l’avversione alla pratica della fecondazione assistita, e questo non dovrebbe essere permesso a un giudice che, al contrario, dovrebbe giudicare in base ai fatti. Ovvero, avrebbe dovuto valutare la capacità della coppia di far fronte alle necessità della figlia. Al riguardo, il giudice si era avvalso anche di una consulenza tecnica che si era espressa considerando l’età dei genitori un fattore secondario rispetto all’appagamento del bisogno narcisistico di avere un bambino.

Come si vede, la sentenza si è basata esclusivamente sul fattore morale.  

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