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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Un marocchino viene aggredito a sangue e finisce in ospedale da un italiano.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 17 marzo 2015


Giorni fa si è parlato di un marocchino che, a Terni, aveva aggredito a bottigliate un giovane italiano uccidendolo. Ieri è successo il contrario a San Severo, foggia; un italiano ha aggredito un marocchino spedendolo in ospedale con prognosi riservata. Due atti esecrabili dal momento che le azioni violente vengono usate contro sconosciuti, a parte la nazionalità.

Dove sta il problema di tanta violenza?

Cercarlo nell’attuale situazione internazionale che vede il mondo musulmano in fibrillazione sia internamente che esternamente; con l’Isis che minaccia in continuazione l’occidente e i gruppi islamici fondamentalisti che prendono di mira tutto ciò che non aderisce alla loro visione del mondo,sarebbe dare troppo peso ai fatti in se che potrebbero anche essere determinati da situazioni stressanti personali.

Potrebbero, ma non è detto che non dipendano proprio dalla paura che si sta diffondendo nelle popolazioni occidentali visto i metodi usati dai fondamentalisti islamici e che vengono emulati anche da immigrati senza essere per questo parte della strategia fondamentalista; i cosiddetti cani sciolti.

Hanno un bel da dire i nostri politici che da noi il pericolo terrorista non c’è o è minimo, che il governo sta facendo di tutto per evitare l’entrata in Italia dei terroristi. Belle parole ma che non convincono nel momento in cui i potenziali terroristi sono già in Italia.

Ha un bel dire il papa che la violenza non va contrastata con altra violenza ma che bisogna cercare il dialogo con quella parte dell’islam “pacifico”.Belle parole anche queste ma che, purtroppo, si scontrano con una realtà sempre più inaccettabile dalla popolazione nel momento in cui, sotto certi aspetti,vengono messi in discussione i suoi diritti, la sua cultura e le sue tradizioni proprio da coloro che ospita.

Perché il problema sta proprio nell’immigrato musulmano che pretende che gli venga riconosciuto lo stesso diritto alla libertà di cui godiamo noi. Diritto che potrebbe comportare lo sconvolgimento della nostra cultura e tradizione. Questo, non nel senso di un divenire, spontaneo,musulmano del popolo italiano, quanto nel divenire musulmana la nostra legislatura e, di conseguenza, la società e noi stessi contro il nostro volere.

È risaputo l’odio che i fondamentalisti nutrono nei confronti della nostra civiltà, sia essa laica che religiosa. La dimostrazione di ciò sono le notizie che arrivano di attentati in due chiese in Pakistan e la distruzione di chiese e simboli cristiani da parte del califfato in Iraq, nonché delle esecuzioni di civili occidentali.

Di fronte a tanta violenza fisica e mediatica – non dimentichiamoci dei video che l’Isis usa per diffondere le sue azioni più cruente e dove vengono proposte immagini di esecuzioni capitali con taglio della gola eseguite anche da ragazzi – la rabbia non può che salire, e continuare a parlare di “islam pacifico” e “islam violento” è fuori luogo. Prima di arrivare a ciò bisognerebbe verificare la disponibilità pratica dei musulmani residenti in occidente al rispetto delle nostre leggi; tenendo in considerazione che nei loro paesi d’origine, anche quando sono “moderati”, il residente straniero deve rispettare le loro leggi e tradizioni e non può avanzare richieste di modifica delle loro leggi e tradizioni. Da qui la necessità di una seria e continua verifica della loro disponibilità. Uno straniero può naturalizzarsi italiano solo se dimostra di accettare il nostro modo di vivere senza pretese di modificare le nostre leggi per rendere “costituzionalmente legale” il suo modo di vivere che porterebbe l’Italia, non a una condizione di multiculturalismo ma ad essere culturalizzata da altri. 


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permalink | inviato da vfte il 17/3/2015 alle 15:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lo sport e la violenza
post pubblicato in POLITICA, il 22 febbraio 2015


Grande scalpore  e sdegno sta facendo la vicenda dei tifosi del Feyenoord che, a Roma, hanno tenuto sotto pressione le forze dell’ordine in occasione della partita contro la Roma devastando il centro storico con atti di guerriglia e vandalismo. Uno scalpore e uno sdegno più che giustificato anche se la tifoseria del Feyenoord non è nuova a questo tipo di tifo calcistico e pertanto, prevedibile.

Ma, oltre allo scalpore e alle sdegno, in Italia, caso non strano che,anzi, è un’abitudine, scoppia la polemica politica. Polemica che convogli al’attenzione su eventuali mancanze della prefettura e la questura che non sarebbero state in grado di affrontare in modo adeguato la situazione. Una situazione alquanto confusa, sia per i tifosi olandesi che non si muovevano certo in modo prevedibile, che per la presenza di cittadini inermi e di molti turisti nel centro storico teatro degli scontri, invece che sui tifosi violenti che, a quanto sembra, sono stati condannati solo al risarcimento dei danni e alcuni anche a pene detentive ma tramutate in pene pecuniari. Ma questo, in un’Italia politicamente, eticamente e moralmente allo sbando, è una reazione normale; dato che ogni personaggio, movimento e partito agisce in solitario innescando, appunto, polemiche al solo scopo di portare acqua al suo mulino.Ovviamente, per fare ciò non c’è bisogno di analizzare i fatti nel tentativo di trovare una soluzione. L’importante è prendere la palla al balzo per condannare la politica dell’altro.

Un altro aspetto della vicenda, inerente al primo, è la tendenza, almeno in Italia, non tanto a “giustificare” la tifoseria violenta che, si sa per esperienza, c’è anche da noi e provoca danni come quella straniera, e anche morti,ogni qualvolta si muovono, quanto a non intervenire drasticamente contro l’aspetto negativo e violento della tifoseria. Considerando che quello della tifoseria nostrana è molto più inquietante della violenza stessa perché coinvolge le stesse società sportive che lasciano margini di manovra, fino al ricatto, alle tifoserie per loro interessi. Inoltre, c’è l’aspetto “sociale”: si pensa che lo sport sia una valvola di sfogo per i giovani. Insomma, con lo sport si irreggimenta il giovane violento nella convinzione che così facendo lo si allontani dai problemi reali; ma questa è altra storia.

Questo significa che quello successo ieri non è altro che la conseguenza della sottovalutazione del problema tifoseria dei cosiddetti ultras di ogni tipo, grado e nazionalità. Sono, pertanto, del tutto inutili le accuse e controaccuse che si stanno lanciando i politici; il problema non sono le forze dell’ordine come sostiene qualcuno, il problema è a monte, è l’incapacità di comprendere il limite fino a cui si possono spingere i tifosi perché oltre quel limite bisogna intervenire a priori. E chi deve decidere il limite? Non certo i tifosi ultras, non certo le forze dell’ordine, ma le società stesse che non devono più lasciarsi ricattare ma, caso mai, denunciare ogni tentativo in questo senso. Ma l’ultima parola spetta alla politica poiché,senza una legislatura forte contro la violenza sportiva, a nulla servono le denunce.

Se non si prendono decisioni, coraggiose e senza la paura di scontentare parte dei tifosi “paganti”, per quanto riguarda le società, e dell’elettorato,per quanto riguarda i politici, ad ogni azione violenta ci ritroveremo a indignarci senza mai trovare la soluzione.


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permalink | inviato da vfte il 22/2/2015 alle 10:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La violenza come sfogo delle proprie debolezze
post pubblicato in Riflessioni, il 26 dicembre 2011


Fa male, fa veramente male leggere la cronaca di assurde liti che sfociano in drammi e di sequestri che, sfociano in crudi pestaggi. Fa male anche perché avvengono alla vigilia di una giornata che, se pur vissuta laicamente, rappresenta comunque un momento di riflessione.

Un vicino, per un vecchio dissidio, uccide tre persone (madre e due figli), suoi vicini di casa, e ne ferisce gravemente un quarto (marito). Due balordi sequestrano uno straniero originario dell’India e lo massacrano di botte.
I due episodi, pur rappresentando due situazioni diverse, hanno in comune la violenza. Una violenza cieca, incapace di mediazione nel confronto col prossimo, sia esso vicino come nel primo caso, o lontano come nel secondo.
Il confronto, che è alla base di ogni rapporto umano, diventa, per certi individui, motivo di odio invece che di sviluppo delle proprie idee. I motivi visibili dell’aggressione sono, però, solo il pretesto, il motore che fa scattare la molla della violenza.
Come nel caso del razzismo, è la paura che rende l’uomo intollerante e, di riflesso, violento; è essa la causa prima che fa montare dentro la rabbia. Ma la paura, a sua volta, deriva dall’incapacità di comprendere ciò che sta accadendo.
Una incompressione che, a sua volta, deriva dall’ignoranza (nella sua accessione di non conoscenza). Questo non implica necessariamente che il portatore di violenza sia asociale, anzi, il più delle volte vive una condizione di normale socialità, ovvero, conduce una vita all’interno delle istituzioni partecipandovi. Implica , però, una tendenza a credere che le proprie idee siano le uniche, le sole in grado di risolvere ogni problema, che tutto ciò che è diverso è pericoloso per il mondo in cui vive. Questo, a sua volta, implica la repulsione verso ogni avvenimento che possa implicare un cambiamento nel sul modo di vivere, nella sua quotidianità.

Quello del violento è’ un mondo chiuso dove le proprie idee sono poste al centro dell’universo per evitare che siano contaminate dal diverso. Vive, cioè, in un circuito chiuso dove paura e ignoranza si alimentano a vicenda col solo scopo di escludere/escludersi dal mondo esterno così diverso dal suo.

Concludendo, il violento, non vuole condividere se stesso col mondo, anzi, cerca in tutti i modi di isolarsi da esso creandone uno a sua misura dove possa vivere tranquillo. Il grande problema che deve affrontare è l’impossibilità di escludersi perché, l’uomo, pur essendo un individuo, dipende comunque dagli altri per la sua sopravvivenza. E allora ...



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permalink | inviato da verduccifrancesco il 26/12/2011 alle 14:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Storie di quotidiano razzismo
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 24 dicembre 2011


Fonte notizia
Mouhamadou Diop è un senegalese che vive e lavora in Italia da 26 anni. Lavora come padroncino in una cooperativa di trasporti, una delle tante a cui la Sda ha dato in appalto alcune attività. Una vita dura, fatta di ore interminabili di lavoro per poter pagare il furgone che ha dovuto comperare e mantenere la famiglia che vive in Italia. Diop ha moglie e tre figli che stanno crescendo in Italia e che impareranno a vivere alla maniera occidentale.
Ma Diop non può vivere tranquillo. E nemmeno i suoi figli potranno un giorno dire di essere Italiani. Su di loro, come su tutti gli stranieri in Italia, rimarrà sempre appiccicato addosso il marchio infame dell’essere straniero, e nero.  

E’ successo che Diop, dopo l’aggressione mortale subita da due suoi connazionali a Firenze, decide di far visita alla famiglia di una delle vittime dell’aggressione - cosa che ogni essere umano farebbe in situazioni simili. Al suo rientro al lavoro, senza nessun motivo, viene aggredito dall’incaricato al controllo merci dove doveva caricare il furgone per le consegne. Inizialmente, l’aggressione è verbale ma sfocia subito in aggressione fisica, da parte di un altro lavoratore presente, con percorse che provocano una diagnosi di 15 giorni. Dopo l’aggressione, invece di chiamare l’ambulanza e denunciare l’accaduto, il principale cerca di dissuadere Diop a perdonare gli aggressori e a non metterli nei casini. Diop però non ci sta e denuncia il fatto. Ora sono in corso le indagini.

La particolarità del fatto appena esposta è, come evidenziato nel titolo, il lato razzista. Dior è stato aggredito verbalmente a suon di frasi tipo: “Non nominare il mio nome perché sei un negro bastardo. A Firenze dovevano ammazzarvi tutti quanti”. fin qui l’aggressione rimane solo verbale. Diop si limita a dare del razzista al suo collega e continua il suo lavoro. Ma a quel punto interviene un altro uomo, Calogero, padroncino come lui: “Io sono più razzista di lui negro di merda. Io ti ammazzo”.
Dopo ventisei anni di lavoro in Italia, e chissà quanto tempo passato a fianco dei suoi aggressori, ecco che a un certo punto scatto la rabbia, una rabbia repressa che emerge al primo segnale e il segnale è l’aggressione di Firenze e la reazione dei connazionali degli aggrediti.

Va detto, però, che la rabbia esplode perché c’è, perché dentro ognuno di noi alberga quel sentimento di ripulsa nei confronti del diverso. Ma va altresi detto che, se esplode, è anche merito delle idee che noi stessi sviluppiamo nei confronti dei diversi.
Pertanto, l’episodio riportato sopra, non è altro che un sentimento spinto all’estremo e, di conseguenza, incontrollabile. Diventa, altresi, un sentimento ineluttabile dal momento che siamo noi stessi a erigerne le difese. Difese che nascono proprio dalla necessità di rendere ancor più forte il nostro sentimento.

Di tutto questo, Diop non ha nessuna colpa se non quella di rappresentare il diverso, ovvero, l’oggetto dei nostri sentimenti. Colui su cui riversare la nostra rabbia.
Diop è una persona normalissima, ne inferiore ne superiore ne diversa se non per le sue origini culturali. Ed è proprio da questo che nasce e si sviluppa quel sentimento negativo che ce lo fa sembrare nemico perché potatore di una cultura a noi estranea e di cui ci sentiamo minacciati; e questo vale per tutti. Quello che distingue il razzista dal non razzista è l’incapacità (del razzista) di razionalizzare la paura che nasce dall’essere minacciato, tanto più se in quella che crediamo casa sua. Il razzista, in pratica, si lascia sopraffare dalle sue stesse paure che sono anche alla base delle sue stesse idee.

Quello che il razzista non capisce è l’ineluttabilità della storia intesa come movimento, sia delle idee che dei popoli. Tantomeno non capisce che Diop, come essere umano e proprio per questo, continuerà il suo viaggio perché questo è il destino dell’uomo.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 24/12/2011 alle 23:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
Esplode la rabbia degli operai.
post pubblicato in LAVORO, il 24 maggio 2011


Dopo la comunicazione della Fincantieri di ridurre il personale di 2550 operai (che andranno a rimpinguare la già nutrita schiera di disoccupati e precari) nell'ambito della politica di ristrutturazione dell'azienda - è previsto la chiusura del cantiere navale di Genova, dell'impianto di Castellamare di Stabia e il ridimensionamento del sito di Riva Trigoso -, gli operai sono scesi in piazza per protestare contro la politica dell'azienda.

La protesta, purtroppo, è sfociata in azioni vandaliche e scontri con le forze dell'ordine presenti in assetto antisommossa - unica, finora, attenzione dello stato nei confronti dei lavoratori.

 

La cosiddetta “ristrutturazione” è contenuta in un piano che la dirigenza di Fincantieri, la società dell’industria navale controllata da Fintecna, a sua volta emanazione del ministero dell’Economia, ha presentato ieri ai sindacati per uscire dalla crisi. Un piano che i rappresentanti dei lavoratori hanno definito “inaccettabile”.   

Ciò significa che l'azienda è controllata dallo stato e che, di fronte alla crisi, si sta comportando senza nessun riguardo nei confronti dei lavoratori. A quanto pare, vista la reazione degli operai, sia del nord che del sud, la direzione (lo stato) non ha preparato nessun piano di assistenza agli operai che, praticamente, finiranno sulla strada.

 

Oggi, l'Italia è attraversata da innumerevoli lotte: contestazione al ponte sullo stretto e Tav., lotta contro la politica dei rifiuti a Napoli, lotta dei precari, lotta degli studenti e docenti, lavoratori della cultura, lotta contro il nucleare, contro la privatizzazione dell'acqua  ecc..

Tutte lotte legittime perché si manifestano sempre dopo un'azione impopolare del governo o per l'inadeguatezza dei provvedimenti. Lotte che, purtroppo, a volte sfociano nella violenza.

 

Ma di chi è la colpa? Dei cittadini che si vedono usurpati o dei governanti che, nella loro funzione di garanti dei diritti e del benessere della popolazione, agiscono invece a favore di interessi particolari a scapito delle libertà e benessere del popolo?

 

È facile parlare di facinorosi o sovversivi per coloro che, usufruendo dei privilegi della casta politica e industriale, della presunta crisi non ne risentono visto i loro compensi e il loro modo di gestire la crisi.

Tutti devono pagare, dicono. Certo, ma sarebbero più credibili se i sacrifici incominciassero da loro e se la distribuzione della ricchezza, in modo particolare nei momenti di crisi, verrebbe fatta in modo più equo.

 

Una domanda viene da porsi: è più violento l'individuo che, spinto da rancore per i torti subiti, si lascia andare momentaneamente alla rabbia o chi, consapevole di ciò che fa per averlo programmato, agendo in base a considerazioni puramente "tecniche" e non curandosi degli effetti deleteri delle sue azioni, mette sul lastrico miglia di persone togliendo loro ogni sicurezza?

Stupri, violenze e potere sulle donne.
post pubblicato in NOTIZIE, il 9 marzo 2011


Sembra che in Italia lo stupro abbia preso piede anche la dove dovrebbe essere combattuto o nei luoghi ove le persone vanno a curarsi.

Dopo il caso della donna stuprata dai carabinieri e quello della soldatessa stuprata dai superiori, leggo sul corriere di un caso avvenuto nell'ospedale di Civita Castellana.

Abusa di una paziente sotto sedativo:   arrestato un infermiere a Viterbo.

L'uomo, 57 anni, avrebbe abusato di una donna, 37 anni, mentre era sotto sedativo in un ospedale.

Tre casi di abuso che, dato i luoghi dove sono stati commessi, oltre a far riflettere sulle cause, dovrebbero dare la giusta dimensione del rapporto di genere che ancora esiste in Italia.  Un rapporto basato ancora sulla differenza di genere. In una società che, ormai affrancata dalla fatica fisica e da impedimenti legati ai fattori fisici, non dovrebbero più esistere differenze di nessun tipo, anzi, dovrebbero essere proprio le differenze a dare maggior impulso al progresso sociale.

 

Il tutto accade in un paese ove la discussione sulla necessità di dare pari opportunità   alle donne nei settori guida della vita si è persa nelle "quote rosa" perdendo di vista la naturale collocazione del problema. E qui sta il punto emblematico del rapporto di genere: il voler risolvere un problema di questo tipo, che dovrebbe essere affrontato in modo "naturale" (la donna può e deve svolgere gran parte delle attività un tempo svolte dal maschio per la loro pesantezza), attraverso leggi elargite "dall'alto". Leggi che, comunque e pur essendo proposte da donne, vengono decise in base a criteri tutti maschili.

Complici di ciò sono anche le donne che, invece di "combattere" creando strutture nuove, all'interno o all'esterno delle strutture maschili, si lasciano guidare ancora una volta dal maschio utilizzando le strutture da lui create e accettando i termini di "contrattazione" da lui imposti.

Certo, è difficilissimo sradicare la cultura "maschilista" imposta da secoli, ma ciò non toglie che le difficoltà devono essere superate rompendo col passato imponendo una nuova cultura che, se per certi versi è riuscita a emergere, per altri, e in modo particolare la gestione del potere, no. 

Il motivo è facile indovinarlo: il potere, specialmente quello politico, permette di modificare o fare leggi in grado di modificare la cultura di base dei cittadini portando così a una società più giusta nei rapporti di genere, cosa che trova troppe resistenze nel maschio.

 

Una cosa da considerare in primis è chi deve essere il primo destinatario della nuova cultura, chi cioè deve per primo spingere verso le modifiche necessarie a sradicare il maschilismo. Non può certo essere il maschio che, forte del suo potere, difficilmente abdicherà. Allora è la donna stessa che deve farsi carico del peso della lotta. È essa che, all'interno delle strutture, deve spingere con forza per emergere come donna di potere. Lo deve fare, però, con criteri femminili e non usando quelli maschili.

Criteri che devono nascere indipendentemente dall'attuale sistema legislativo e, per arrivarci, la donna deve porsi in prima persona nella lotta politico/socio/economica.

 

Per concludere, le violenze sulle donne potrebbero finire non tanto a causa di leggi che prevedono pene pesanti - comunque giustissime - ma nel momento in cui la donna si porrà, in modo naturale, alla pari del maschio. Quando, cioè,la donna avrà perso quella tendenza a dipendere dal maschio.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 9/3/2011 alle 22:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Violenza, violenza e ancora violenza.
post pubblicato in Riflessioni, il 15 ottobre 2010


Un taxista viene aggredito a Milano per aver investito un cane, viene aggredito e finisce in ospedale in coma, a Roma, un'infermiera, dopo una banale discussione con un ventenne, si prende un pugno e finisce all'ospedale in coma.

Due episodi di violenza gratuita distanti tra loro ma, al contempo, molto vicini. Distanti perché si verificano a partire da situazioni diverse e in luoghi diversi (stazione metro e quartiere), vicini perché tutt'e due hanno in comune, oltre alla violenza, la paura dei testimoni ad intervenire.

A Roma, il sindaco ha sostenuto la tesi dell'indifferenza (dicendo d'essere pronto a denunciare chi non è intervenuto per omissione di soccorso) senza tener conto che i cittadini,di fronte ad azioni di violenza, hanno paura.

 Un'altra cosa degna di nota (negativa) nel caso di Roma è l'attribuire alla donna la colpa dell'aggressione. Un testimone ha affermato: "Ero dietro di loro quando sono usciti dal bar. Il ragazzo camminava davanti e la donna lo seguiva, insultandolo e poi prendendolo a calci e pugni. Il giovane si è girato dicendo 'Ma falla finita' e con una mano l'ha colpita involontariamente. Lei è caduta a terra come un sacco di patate",   mentre il video mostra invece un'altra realtà. Comportamento che denota anche un forte senso di solidarietà di genere: per un maschio ha sempre ragione il maschio.

 

Mentre a Milano viene bruciata l'auto a uno dei testimoni, atto che dimostra, da una parte la presenza di gruppi delinquenziali organizzati che nel quartiere che dettano una legge non scritta ma che agisce da deterrente creando una spinta verso l'omertà dei cittadini, dall'altra, se esiste una situazione del genere, la causa è da imputarsi alla mancata presenza delle forze dell'ordine sul territorio.

 

La paura,dunque, e non l'indifferenza!

 

Si è detto e scritto che le persone presenti si sono comportate da indifferenti di fronte ad atti che invece presupporrebbero, in una società civile, l'interesse di tutti (dal video (Roma), comunque, sembra che qualcuno sia intervenuto immediatamente a bloccare l'aggressore, e, sicuramente si è avvisato l'autorità dell'accaduto. Per quanto riguarda l'assistenza alla vittima, non è facile intervenire se non si conoscono le procedure).

Questo è vero, in una società civile, l'incolumità di uno è l'incolumità di tutti; ma il problema è proprio questo! Intervenire, il più delle volte, oltre al rischio di essere aggrediti, significa andare incontro ad una serie infinita di obblighi, inclusa la testimonianza in tribunale che esporrebbe il testimone alla vendetta dell'aggressore/i (come dimostrato nel caso di Milano) e, pertanto, a rischiare di vedersi distrutta la propria incolumità.

Perciò, alla base di questa supposta indifferenza c'è la paura del cittadino che, non sentendosi tutelato, preferisce tacere, e ha maggior ragione, in situazioni di degrado, come sembra sia la situazione nel quartiere milanese. Degrado determinato dalla mancanza delle istituzioni preposte alla tutela del cittadino. Mancanza che si accentua maggiormente al nord la dove nel passato la presenza era più reale.

 

Per concludere, non è tanto il coraggio a mancare quanto la certezza di una copertura che può venire solo dalle forze dell'ordine, copertura che si può realizzare solo con un approccio, da parte delle istituzioni, pratico nei confronti dei cittadini attraverso la loro preparazione sia di fronte alla violenza (sapere a chi rivolgersi, nei casi specifici il 118, ela certezza di essere protetti in modo naturale nel quartiere da agenti che abbiano un rapporto quotidiano con i cittadini) che di fronte all'assistenza sanitaria agli aggrediti (con la formazione di base delle procedure che, sia la protezione civile che la croce rossa sarebbero disposte a fare in modo gratuito).

 

Dire che il cittadino è indifferente è offensivo e se a dirlo è il rappresentante del cittadino è …...


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 15/10/2010 alle 17:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Scritte "anteguerra"
post pubblicato in Riflessioni, il 12 ottobre 2010


Scritte sui muri delle brigate rosse o, comunque, è stato usato il simbolo della stella a cinque punte.

 

Questa mattina, sui muri di Torino, sono comparse scritte firmate col simbolo delle brigate rosse.

Le scritte "quattro a zero per gli afghani" - "Afghanistan 4 Italia 0" richiamano alla mente il periodo buio del terrorismo italiano che ha visto uccisi anche operai sindacalisti per il solo fatto di non essere in linea con la "rivoluzione" propugnata dalle BR.

Un fatto sicuramente da condannare perché, la violenza, anche se al momento solo verbale, non ha mai prodotto una società più giusta, anzi ….

Si può non essere d’accordo con la guerra in Afghanistan e con i militari che la combattono - io non lo sono - e per questo la si deve criticare anche fino alla nausea, ma frasi come quelle scritte risultano offensive anche a chi quella guerra non la condivide e con essa tutte le guerre.

In primo luogo denotano una forte volontà di usare la violenza per far fronte ad essa, il che produrrebbe altra violenza in un circolo che non si chiuderà mai.

In secondo luogo, i giovani morti non fanno certo parte della classe dirigente che questa guerra la vuole, anzi, sono giovani che probabilmente hanno scelto quella strada o per necessità o perché caduti nell'inganno della propaganda.

 

Certo, scegliere la carriera militare potrebbe apparire come un atto cosciente fatto in sintonia con le proprie idee, ma, considerando il mondo in cui viviamo dove, oltre alla violenza esiste anche tanta voglia di azioni per il bene comune e dove l'appartenenza a idee ben definite e organizzate (ideologie organizzate in partiti ) che in passato hanno fatto da "casa" a molti giovani impedendo loro di cadere nella violenza sembra svanita nel nulla ci può dare un'idea dello smarrimento dei giovani e, di conseguenza, delle loro scelte.

Decretare la "fine delle ideologie" è stato il più grande inganno nei confronti dei giovani cosi come lo è stato togliere loro la certezza del futuro con l'abolizione del lavoro fisso. È scontato che il potere cerchi consenso distorcendo la realtà, cosi come è scontato che cerchi in ogni modo di far apparire "bene comune" ciò che in realtà è interesse di pochi.

 

Questo, però, non può essere una giustificazione per azioni, o dimostrazioni, violente (i fischi negli stadi e contestazioni verbali violente) nei confronti di personaggi che, secondo la propria idea personale, non agiscono per il bene comune.

Chi è contro la guerra lo deve essere fino in fondo, deve essere contro tutte le guerre!!! Altrimenti, non si fa altro che cambiare padrone!

Per concludere, azioni di questo tipo non fanno altro che giustificare la reazione violenta del potere, ma forse è proprio quello che vogliono.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 12/10/2010 alle 0:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il maschilismo mascherato
post pubblicato in Riflessioni, il 7 ottobre 2010


Alla fine, Sarah è stata trovata. Purtroppo, però, morta strangolata. Ha ucciderla è stata lo zio Michele e l'avrebbe fatto perché, sembra,  rifiutava le sue avance.

Una storia che non ha nulla da invidiare a quelle degli immigrati  che vorrebbero le loro figlie mantenessero le tradizioni dei luoghi di origine; chiaro che la vicenda di Avetrana si pone su un piano diverso rispetto alle altre. Ciò non toglie la violenza con cui viene, ancora troppo spesso, affrontato il rapporto uomo donna.

In Italia, questi sono casi estremi, ovvio, ma ciò che conta non è tanto la frequenza, quanto l'evento in se. Se nel mondo esistono ancora culture che, dichiaratamente, sostengono l'inferiorità della donna e, di conseguenza, per loro la violenza su di essa assume un aspetto legislativo accettato da tutti i componenti della collettività - in modo passivo dalla donna -, in occidente, questo tipo di cultura è stato, attraverso una seria legislazione, abolito rendendo legale la parità dei sessi. Parità che, purtroppo, esiste solo a parole in tutti i campi e in modo particolare tra le mura domestiche.

 

Il parallelo con le culture maschiliste potrebbe sembrare eccessivo ma, come ho detto, a contare è l'evento in se, il fatto che, al di la delle belle parole, i maschi si ritengono, sotto molti aspetti, superiori. Lo si può costatare, oltre che in famiglia anche sul lavoro, la dove la donna non riesce a superare lo scoglio di "portaborse" e in politica, dove i maschi sono, a tutt'oggi la stragrande maggioranza (non basta fare ministro qualche donna, più che parità, sembra il "gioco del bastone e della carota = se fai la brava ti do il dolcetto).

Nelle culture maschiliste, la donna è palesemente tenuta in soggezione dal maschio, nella cultura occidentale, invece, la superiorità si maschera con una parvenza di libertà che, alla fine, non produce nulla (essere liberi significa, oltre a poter parlare, anche mettere in atto le proprie idee). Questo significa che il fatto di Avetrana non è da considerarsi fine a se stesso ma va visto nella complessità del problema. Non è neanche la punta visibile di un movimento repressivo della donna ma, più semplicemente (tra molte virgolette), l'espressione estrema di quello che in realtà siamo, un genere che non riesce ad accettare la condivisione dei ruoli all'interno della società.

 

Un'ultima considerazione riguarda il tipo di violenza usata. Se qualcuno pensa di essere assolto solo perché non usa quella fisica temo che si sbagli di grosso, fa più male quella psicologica! d'altronde, la legge sullo stalking (persecuzione) dimostra quanto ancora siamo lontani dall'essere un genere libero e quanto siamo vicini a quelle comunità che, spesso e volentieri, condanniamo per le loro azioni contro le donne.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 7/10/2010 alle 15:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La guerra e i disastri secondari
post pubblicato in Riflessioni, il 13 settembre 2010


Ecco perché un solo giorno di guerra, in Afghanistan, vale la costruzione di dieci ospedali in Africa.

Lo spiega Gino Strada alla conferenza su ‘Guerra medicina e diritti umani’ all’incontro nazionale di Firenze.

Secondo Gino Strada, la guerra in Afganistan costa 200 milioni di euro al giorno, lo stesso costo per la costruzione, equipaggiamento e funzionamento per i primi 3 anni di dieci ospedali in africa.

Strada dice: si prendessero un giorno libero, intendendo che se non ci fossero le guerre …..

 La guerra, oltre ad avere un costo diretto, ne ha anche uno indiretto. Oltre a quello in vite umane civili, esiste il costo in termini di strutture mancate perché i soldi, invece di essere usati per migliorare, vengono usati per distruggere. È di questo che alla conferenza si è parlato. Strada fa l’esempio di un giorno di guerra in Afganistan, ma se immaginiamo che non ci sia la guerra (utopia? Forse), se i capitali investiti nella guerra – che danno si profitti e lavoro, ma tali profitti si avrebbero con altri prodotti – venissero dirottati nel campo civile, quante cose utili si potrebbero fare oltre agli ospedali? Un numero infinito. Inoltre, queste cose creerebbero molto più lavoro e profitti, darebbero un maggior impulso alla ricerca in campi utili all’umanità, metterebbero a posto i conti pubblici. Per dire alcuni dei problemi che assillano il mondo di oggi.

Si sa che la guerra esiste per avere potere su territori ritenuti utili a un popolo ma controllati da un altro popolo, ma è proprio necessaria? È proprio necessario uccidere e distruggere per avere le materie necessarie?

Non credo proprio, anzi, non è affatto vero che cessate le guerre cessi anche il potere (non mi riferisco al potere dei singoli ma a quello dei gruppi), anzi, il potere in tempo di pace potrebbe essere più prolifico di quello della guerra: sarebbe più facile mantenerlo se le popolazioni avessero tutte il necessario e la possibilità di circolare liberamente, avrebbe anche meno costi perché non si distruggerebbe, ci sarebbe meno bisogno di energia e di conseguenza ci sarebbe meno inquinamento. Le popolazioni, trovandosi a vivere in un ambiente ottimale “creerebbero” meno problemi – al riguardo, va aggiunto che, i costi di una guerra si riflettono anche sulla qualità della vita di tutte le nazioni interessate, anche quelle più ricche.

Se invece di aggredire - usando pretesti, come la religione, che tendono a dividere i popoli proprio per convincere il popolo della giustezza dell’aggressione - ci si sedesse ad un tavolo a discutere delle necessità di ogni popolo e trovare un modo equo per dividere le risorse rinunciando ognuno a qualcosa – per il cosiddetto mondo civile (occidentale), si tratterebbe di rinunciare, in massima parte, agli sprechi – sicuramente ne trarrebbe vantaggio il mercato perché si creerebbe molto più spazio per il commercio.

Se se se, troppi se, direbbe qualcuno, la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà. Pensare di superarla è pura utopia che, incanalando le risorse in quel senso, diventerebbe un maggior spreco.

Certo, la guerra è antica come l’uomo. Ma anche la lancia con la punta di pietra, il cavallo per il trasporto, il tornio a pedale, ecc., sono cose antiche, che l’uomo ha però superato con il suo progresso; perciò, si può benissimo credere che anche la guerra si possa superare senza cadere nell’utopia – che comunque, l’utopia, rimane sempre una costane nello sviluppo umano in qualsiasi campo – bisogna però crederci.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 13/9/2010 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Quattro ragazzi stranieri picchiati dalle forze dell'ordine.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 30 aprile 2010


Quattro persone straniere vengono arrestate per ubriachezza, portate in caserma e, picchiate.
Come si vede nel servizio del TG3, è chiaramente visibile la violenza dei poliziotti nei confronti di persone indifese, peraltro già ammanettate. Dalle immagini si può facilmente supporre la premeditazione visto che uno degli arrestati è stato denudato. Le immagini, comunque, parlano da sè.

Innanzi tutto, va detto che, se fosse in vigore la legge sulle intercettazioni, il video non sarebbe stato reso pubblico.
Come sia possibile che, agenti addetti alla sicurezza, ma anche tenuti in prima persona al rispetto della legge, abbiano comportamenti lesivi, sia della legge stessa sia della dignità umana, forse lo si può dedurre dal comportamento di certa politica che, della lotta ai "diversi", ha costruito la sua propaganda politica.

Inoltre, è anche da vigliacchi infierire contro persone già rese innocue con i mezzi tradizionali (manette) che, di per sè, non comportano violenza, ma che, comunque, anchessi, rappresentano lo spregio della dignità.

OGGI STRANIERI; MA DOMANI?

Già sono troppi i giovani, anche italiani, che, per futili motivi, vengono arrestati, picchiati, e a volte muoiono.
Giovani che, già vivono una situazione precaria a causa della quasi impossibilità di crearsi una vita attraverso il lavoro, che non trovano nessun riscontro da parte del governo alle loro aspettative ma che, tutto sommato, hanno fiducia nelle istituzioni.
Se è questa la politica sociale tanto evocata dai vari ministri che si sono succeduti in questi ultimi 15 anni, cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo futuro? MANGANELLATE AD OGNI INFRAZIONE?  
PROBABILE!!! visto la determinazione con cui il governo persegue le sue politiche, illiberali, di cambiamento della costituzione.

Ritrovata Almas, la diciassettenne pakistana rapita dal padre
post pubblicato in Riflessioni, il 21 gennaio 2010


Almas è salva. Dopo ore di ansia, è finito bene il sequestro della 17enne pakistana prelevata dal padre-padrone a Fano, davanti al centro di accoglienza dove la ragazza vive.
La ragazza era stata rapita dal padre dopo che il tribunale, circa un anno fa, l'aveva tolta alla famiglia e  affidata ai Servizi sociali del Comune di Senigallia, questi hanno poi ottenuto la sistemazione nella onlus fanese
La decisione fu presa dopo che la ragazza fu ricoverata in ospedale per le percosse subite dal padre che non accettava "l'occidentalizzazione" della figlia.
Il sequestro, secondo la famiglia, è avvenuto perché il padre voleva che la figlia sposasse un connazionale seconde le tradizioni del paese d'origine.

Una sola domanda: come è possibile che una persona adulta, anche se padre del minore, possa circolare liberamente - e non solo, il padre ebbe modo di fare ricorso contro la sentenza - dopo aver picchiato la figlia minorenne al punto da rendere necessario il ricovero?
La risposta non può che essere: non esiste una legge specifica sulla violenza, diversa da quella sessuale (botte), ai minori che implichi l'arresto di chi la compie. Eppure, esiste la legge che condanna l'aggressione, a chiunque venga rivolta, con l'aggravante se provoca lesioni anche lievi.
Perciò, il padre della ragazza, che era stata affidata al centro gestito dalla onlus Cante di Montevecchio anche per aver dichiarato, appunto, che le lesioni erano state provocate dal padre, non poteva essere lasciato libero di agire sensa controlli. Eppure sembra che sia successo proprio questo.
Almas è salva, si, per fortuna non si è verificato qualcosa di più grave come l'omicidio - già avvenuto altre volte per gli stessi motivi - ma non mi sembra il caso di esultare, anzi, sarebbe opportuno che la violenza, anche non sessuale, sui minori venga considerata penalmente come  reato gravissimo da equiparare a quella sessuale.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 21/1/2010 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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