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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Roma Capitale e il giubileo della misericordia
post pubblicato in Riflessioni, il 31 marzo 2015


 

Il papa ha indetto l’anno santo STRAORDINARIO all’insegna della MISERICORDIA. Questo significa che dovrebbe servire a infondere nell’uomo il senso di misericordia. Ma che cosa è la misericordia?

Alla voce misericordia del “dizionario italiano” si legge: “Sentimento di profonda compassione per l'infelicità altrui, che spinge a soccorrerla, ad alleviarla: lo ha fatto per m.; aiutandolo farai un'opera di misericordia”, pertanto, la misericordia, nella religione cristiano cattolica è un sentimento che presuppone il soccorso verso il prossimo “infelice” o, quantomeno disagiato.Ed è questo che, almeno teoricamente, il papa si accinge a fare con l’anno santo straordinario.

Detto anno santo, com’è ovvio visto l’enorme afflusso di gente che visiterà l’Italia, e Roma in particolare, presuppone chele autorità italiane, e romane in prima persona, si facciano carico dell’organizzazione e dell’ordine pubblico, visto che il piccolo stato del vaticano non è in grado di sostenere un compito simile. E Roma capitale intende sovrintendere a questo compito con azioni adeguate. Peccato, però, che tra queste azioni ci sia anche lo sgombero definitivo dei campi rom abusivi. Cosa questa che fa pensare ad uno“sfruttamento” della situazione per mettere in atto quello che si cerca di fare da tempo; eliminare “l’anomalia” dei rom e, magari, nel prossimo futuro,quanti, per ragioni indipendenti da loro, si trovano a vivere per la strada, il tutto per ragioni di “decoro urbano”, come a dire che chiunque scelga una vita diversa, o vi è costretto dalle circostanze, rovina il “decoro” della città.    

Questo il ragionamento del comune: Il Comune, vista anche la particolare occasione, pensa a un piano in due fasi. La prima sarà necessariamente soft: ai nomadi sarà proposto di trovare sistemazioni legali e decorose nella Capitale, dai posti ancora disponibili nei villaggi della solidarietà già esistenti ai bandi per l’assistenza alloggiativa che saranno lanciati con la fine della politica dei residence. Contemporaneamente, però, sarà ridotta fino a esaurimento qualsiasi forma di incentivo per i campi abusivi,dalla fornitura gratuita di energia elettrica agli altri interventi finanziati con fondi capitolini. Un’opera che continuerà progressivamente, fino alla chiusura di quello che resterà degli insediamenti illegali. Il senso sarà:avete l’opportunità di mettervi in regola, ma se proprio non volete non potrete continuare a vivere nell’illegalità e nel degrado. 

Due cose lascino perplessi: il pretesto e il modo.

Il pretesto, ovvero l’anno santo, è solo, appunto, un pretesto perché da anni si sta cercando di chiuderei campi rom abusivi senza mai riuscirci, e il motivo della chiusura è stato essenzialmente il decoro urbano. Ora, con l’evento dell’anno santo, si pensa di agire definitivamente prendendo a scusa la misericordia. Una cosa assurda se si pensa che detti campi, se sono illegali, possono essere chiusi in ogni momento spingendo i rom o ad andarsene dall’Italia o ad adeguarsi. Se poi nei campi illegali ci sono persone che compiono azioni illegali e moralmente condannabili – come mandare i bambini a fare accattonaggio – sarebbe già, di per se, un’opportunità di condannarli penalmente e affidare i figli a persone, anche rom, in grado di dare loro, perlomeno, un’educazione idonea a inserirsi nella società; cosa centra in tutto ciò l’anno santo?

Il modo è a dir poco ipocrita. Se da una parte si incentivano i rom ad abbandonare i campi aiutandoli a trovare una sistemazione “legale e decorosa”, dall’altra si incomincia sin da ora a e fino ad esaurimento ogni forma gratuita di servizi finanziati dal comune; come a dire che se ne devono andare comunque. Inoltre,va detto per inciso, da una parte si parla di illegalità, dall’altra il comune “incentiva”i campi rom con “forniture gratuite di energia elettrica e altri servizi”. Ma se sono abusivi, perché il comune li ha finanziati?

Insomma, questi campi, che tra l’altro sono sparsi un po’ ovunque in Italia, se sono abusivi non dovrebbero neanche esistere e, invece, lo stesso comune ci dice che vengono addirittura aiutati ad esistere.

Tutto ciò, comunque,è in netta contraddizione con lo spirito dell’anno santo che nasce, appunto, in nome della misericordia. 


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La finzione della democrazia.
post pubblicato in Riflessioni, il 29 marzo 2015


Si sa che la politica “moderna” italiana si basa essenzialmente sul protagonismo dei suoi componenti.Si sa anche che questo protagonismo si diletta anche nella diffamazione dell’avversario.  Si sa inoltre che ogni politico è convinto di avere la verità assoluta in tasca e che detta verità la deve tradurre a ogni costo nella realtà. Si sa pure che ogni politico si sforza di essere accettato e di conseguire un risultato consensuale tale da permettergli, se non di avere la maggioranza, almeno di contare nel legiferare.Quello che forse si sa poco o non si sa affatto o si sa e non lo si ammette è che ogni politico pensa di poter governare da solo; cosa che lascia presupporre che abbia – il politico – aspirazioni da dittatore.

Lo si è visto con Berlusconi, con le sue leggi o tentativi di legiferare sia per difendere la propria persona e posizione che per controllare meglio gli eventi sociali attraverso l’informazione nel tentativo, attraverso la propaganda, di acquisire un consenso assoluto che lo avrebbe portato a diventare l’unico governante. Lo si vede anche oggi con Renzi che dice di procedere comunque al di la della posizione del governo e parte del suo partito senza nessuna mediazione con le altre componenti della società; proprio in questi giorni è passata in commissione senato la legge sulle unioni civili che da agli omosessuali gli stessi diritti delle coppie etero – cosa buona e giusta, intendiamoci. Questo commento non vuole essere contrario a tale legge, anzi…. La legge è passata coni voti del Pd, ma non tutto, e del M5s, cioè, di una parte dell’opposizione,pertanto, al di fuori della maggioranza che ha visto l’N.c.d. contrario e, in modo trasversale, i cattolici. Dunque, senza tener conto delle varie componenti del governo, Renzi ha proposto e ottenuto la maggioranza con l’appoggio diparte dell’opposizione.

Lo si vede anche con Grillo che s’è posto il compito di “mandare tutti a casa scardinando il parlamento”, e che a ogni dissenso interno del suo M5s corrisponde l’espulsione. Ai leader maximi risponde in coro il partito o movimento che, salvo eccezioni rare, anche quando dissentono, lo fanno per assurgere essi stessi a leader maximi.

Dunque, la politica moderna, quella della seconda repubblica che avrebbe dovuto portare l’Italia a un sistema più “democratico” e più equo, si sta risolvendo con una lotta tra singole persone, come ai tempi della monarchia, per il potere. Lo scopo apparente di questa lotta, che viene portata avanti nascondendosi dietro la democrazia, la libertà, è il benessere degli italiani,  di fatto, tentano di portare l’Italia a un sistema, se non dittatoriale, di sicuro chiuso a ogni interferenza popolare.

Questo, comunque, è un difetto cronico dei politici - che da sempre aspirano a universalizzare le loro idee - che trae origine dalla cultura religiosa e ideologica; sono, da sempre,le religioni e le ideologie a determinare il tipo di governo. Questo significa che la democrazia (governo del popolo) è solo una finzione per mascherare le vere intenzioni. Inoltre, serve anche a illudere il popolo - attraverso il cosiddetto sistema parlamentare, dove i governanti vengono eletti in base a pseudo programmi, dal popolo con votazioni plebiscitarie ma che, una volta eletti i rappresentanti, non hanno più nessun controllo su di essi - di essere partecipi della politica che i governi fanno, ma anche responsabili dei loro errori. D’altra parte, coloro che si astengono dal voto per protesta, anche qualora fossero la maggioranza , non essendoci un quorum per la validità delle elezioni, deve accettare il governo, e le sue leggi, eletto “democraticamente”;praticamente, in modo particolare con l’attuale legge elettorale (porcellum) –ma anche con quella in discussione alle camere (italicum)-, un governo può governare, grazie al premio di maggioranza, anche con solo il 25-30% dei consensi.

D’altra parte, Le stesse politiche dei governi non trovano nessun riscontro nella realtà – basta vedere la legge sul lavoro (job act) - perché le leggi, essendo i politici “ricattati” dai poteri forti in termini di economia, tendono sempre a colpire le fasce di popolazione meno abbienti - operai, impiegati pensionati, partite Iva, ecc., senza mai toccare, anzi, agevolando, i grandi capitali finanziari e la grande e media industria.

In un contesto simile è difficile anche solo sperare in una possibile soluzione positiva per il popolo.I politici sembrano sempre più orientati verso una società verticale anziché predisporre, attraverso le leggi, un percorso verso una società orizzontale.

Orientamento che presuppone una società basata sulla dipendenza del popolo dal politico che a sua volta soggetto al ricatto finanziario, ne diviene l’esecutore con tutti i vantaggi del caso. E il popolo? Ritornerà ad essere il volg(are)o diseredato e spogliato di tutti i suoi diritti.


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Comportamenti comuni ai due generi
post pubblicato in Riflessioni, il 23 marzo 2015


Chi dice donna dice danno; un vecchio proverbio maschilista per esprimere la convinzione che la donna non è capace di fare alcunché senza provocare, appunto, danni.

Un altro proverbio maschilista sullo stesso tema ma più mirato è: donna al volante pericolo all’istante; il significato è ovvio.

Proverbi vecchi che non hanno mai trovato riscontro con la realtà di ieri e di oggi.

Questo a dimostrazione del fatto che certi comportamenti sono comuni ai due generi. Si vedano, ad esempio, certi slogan del passato che mettevano la donna più portata alla pace e alla difesa del “focolare”, cosa alquanto smentita negli ultimi decenni dalle donne militari e dai sempre più frequenti atti di violenza delle donne anche se, bisogna dirlo, non hanno ancora superato l’uomo a cui rimane questo tristissimo primato.

Le donne,dunque, come gli uomini, sono tese ad affermare se stesse a qualunque costo;sia contro persone dell’atro genere che contro persone del loro genere.

È il caso dei tanti diverbi succedutivi negli anni tra donne, ultimo dei quali la frase di Alessandra Mussolini diretta a Nunzia di Girolamo:” De Girolamo non so come sia diventata deputata. Anzi: lo so, ma non lo dico...”, una frase dal chiaro significato sessista, anche se non espresso, a dimostrazione del fatto che sessisti non sono solo gli uomini.

Certi comportamenti, dicevo, sono comuni ai due generi. La voglia di protagonismo, di essere migliore, di conquistare o meritare la posizione raggiunta è comune ai due generi che, anche se per millenni sono stati appannaggio dell’uomo, ora,con la conquista dei diritti, anche le donne ne possono fare sfoggio.  


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Diritto di difesa del cittadino.
post pubblicato in Riflessioni, il 22 marzo 2015



Da LorisFilante

Purtroppo è vero, in Italia manca completamente una cultura, non dico militare ma almeno di difesa. Sapersi difendere da un'aggressione è sempre stata un'opzione importante da che mondo è mondo. Ma... se sapessimo difenderci, sapremmo anche offendere, è questo che impedisce allo stato moderno di armarci.


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Leggere per conoscere...
post pubblicato in Riflessioni, il 22 marzo 2015


  Leggere per conoscere, ma a volte la conoscenza crea un disagio inconscio dove chi lo subisce è portato a credere che sia inadeguato alla vita, incapace di comprendere i significati dei messaggi che riceve.

Quando si leggono certe cose vien da pensare che l’uomo abbia perso il senso della realtà e della coesistenza.

Persone che dimenticano figli, quasi neonati, in macchina fino alla morte, politici che creano i presupposti per la violenza per poter incolpare gli avversari in campagne elettorali che sembrano sempre più scontri tra eserciti, persone che muoiono in guerre senza senso (sempre che la guerra abbia mai avuto un senso),leader politici che sembrano sempre più signorotti medioevali, anziani lasciati soli con redditi da terzo mondo, politiche che sembrano sempre più dettate per ottenere voti anziché per il benessere del popolo …..

Un mondo così non invita certo ne all’allegria ne alla disponibilità verso il prossimo. Piuttosto si viene spinti all’interno di un tunnel senza fine dove la luce è data da un sole perennemente sotto l’orizzonte. Si ha l’impressione di vivere in un mondo crepuscolare pieno di ombre che mai si palesano. Ombre che non sono i nostri fantasmi come ci vogliono far credere, anzi, sono ombre reali, ombre che lasciate libere sono in grado di interferire negativamente nella vita di tutti.

Come dicevo, la conoscenza mette a disagio, ci fa sentire inadeguati, fuori dal senso della vita.

Ma la colpa non è nostra!

Controllare gli eventi comporta, oltre alla conoscenza, anche un certo potere su di essi.Potere che ci viene tolto regolarmente ogni qual volta ci permettiamo di usufruirne.


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L’educazione al rispetto delle diversità: indottrinamento o preparazione al rispetto?
post pubblicato in Riflessioni, il 11 marzo 2015


 InFriuli Venezia Giulia sta per partire, nelle scuole per l’infanzia, il progetto denominato: “pari o dispari, il gioco del rispetto” che si pone di risolvere l’annoso problema, partendo dall’infanzia, della parità di genere. Il progetto si basa sul presupposto che i bambini, attraverso determinati “giochi”possano capire le differenze di genere e, cosa più importante, il rispetto ditali differenze. Ovviamente, l’iniziativa ha innescato la polemica, tanto più che i ragazzi, durante i giochi, saranno filmati. La polemica è basata sul fatto che il cambio di ruolo potrebbe “disturbare” il bambino nel suo sviluppo.

Già in passato, nelle scuole primarie nazionali si è cercato di inserire un programma di “educazione alla diversità a scuola: scuola primaria”-  proposto dalla presidenza del consiglio dei ministri con la collaborazione dell’UNAR (Ufficio Nazionale Anti discriminazioni Razziali). Questo programma si propone di preparare il ragazzo ad una giusta percezione del mondo proprio nell’età in cui incomincia il processo di formazione dell’idea di se stesso, del mondo e delle persone. Questo processo è però inficiato dai messaggi che gli arrivano del mondo esterno sui rapporti umani attraverso il linguaggio che può porre in termini negativi certe categorie di persone solo basandosi sulla percezione personale di chi lo esprime. Il programmasi incentra in modo particolare sull’aspetto sessuale, ovvero, far capire ai ragazzi che l’essere diverso sessualmente: gay, lesbiche, bisessuali e transgender, non deve comportare una condanna, bensì la loro accettazione. Più ingenerale, evitare che certi stereotipi entrino nella mentalità del bambino.

Anche in questo caso ci sono state proteste, in modo particolare da parte di gruppi cattolici, incentrate sulla teoria che, così facendo, si “indottrinano” i ragazzi su una cultura non condivisa, cioè, si cerca di instaurare una nuova cultura usando i minori attraverso la scuola escludendo la famiglia.

Credo che il problema “dell’indottrinamento”dei bambini e ragazzi, in età preadolescenziale, fin dall’infanzia sia un comportamento antico quanto l’uomo.  

 Che i bambini in età preadolescenziale, quandoli fai giocare, si divertono è fuori discussione. Che assimilino velocemente le informazioni è altrettanto fuori discussione. Su questo presupposto si possono creare ogni tipo di stereotipi partendo proprio dall’infanzia. Ai bambini si può far credere di tutto e di più e condizionare tutta la loro vita. Così come è stata condizionata la nostra in termini religiosi quando le famiglie, anche se non credevano, si sentivano in obbligo di mandarci a “catechismo”. Ciò non significa che rimangano fedeli agli insegnamenti ricevuti nell’infanzia, è però la loro cultura a rimanerne “inquinata”.

Pertanto, se si insegna al bambino che ci si deve comportare in un determinato modo in determinate occasioni, che non deve dire o fare determinate cose, che la vita è nata in un determinato modo, che esiste o no un creatore, che gli uomini sono uguali o diversi, che hanno tutti gli stessi diritti o che non li hanno, che il genere maschio deve accettare il genere femmina, e viceversa, per quello che sono e che non c’è disparità di ruolo o che c’è, il bambino, da adulto, anche se dovesse cambiare opinione, partirebbe sempre e comunque dall’assunto di ciò che ha appreso nell’infanzia. È difficile modificare i comportamenti se non a prezzo di sforzi a volte superiori alle proprie possibilità.

Questo fa si che ogni opinione, qualora ne abbia il potere, ha sempre cercato e cercherà di indottrinare il bambino nella quasi certezza – la certezza assoluta non esiste – che da adulto porterà avanti le sue, e di altri, istanze in base all’insegnamento ricevuto. Questo succede da sempre. Per quanto riguarda la nostra società è successo con il cristianesimo che, in un periodo di diversi secoli (e continua tutt’oggi), è riuscito a imporre, proprio attraverso questo modello di insegnamento, il proprio credo. L’uomo occidentale, dopo due secoli di tentativi, non è ancora riuscito ad annullare gli effetti di quell’insegnamento; l’uomo occidentale, anche se intriso delle moderne ideologie, o comunque teorie, continua a essere credente, a mantenere come base il cristianesimo. Difatti, i grandi pensatori che hanno negato l’esistenza di dio e la religione in generale – Marx definì la religione “l’oppio dei popoli” –e che hanno provocato grandi sommovimenti nella società occidentale creando sistemi che si basano, appunto, su questo tipo di insegnamento, non sono riusciti a scalfire la cultura cristiana nelle popolazioni condizionate da detta cultura. Pertanto, quello che sta facendo la regione Friuli Venezia Giulia e la presidenza del consiglio dei ministri, non è ne da biasimare o condannare ne da accettare a occhi chiusi. Tutto dipende dallo scopo che ci si prefigge e dal metodo.

Se lo scopo è quello di insegnare il rispetto degli altri, è logico presupporre che il sistema adottato sia critico, ovvero, porre di fronte al bambino, non la soluzione preconfezionata per instillare nella sua mente uno stereotipo da seguire, delle situazioni in grado di stimolare la sua fantasia e sviluppare il senso critico (capacità di sviluppare domande in risposta ai quesiti che nascono durante i giochi) per aiutarlo ad analizzare, nel limite delle sue possibilità, attraverso il gioco,le varie proposte postegli affinché arrivi da solo alla conclusione del problema; che ogni persona è degna di essere stimata al di la del suo modo di essere. In tal senso, oltre al giusto scopo c’è anche un metodo obiettivo e non soggettivo.

Se, viceversa, lo scopo è quello di inculcare nella mente del bambino uno stereotipo, ovvero, insegnare determinati modelli di comportamento - magari riferiti ad una certa idea,religione o ideologia - senza stimolare nel bambino la fantasia e sviluppare il senso critico affinché recepisca il messaggio automaticamente, certamente lo scopo è quello di indottrinare il bambino attraverso un insegnamento completamente soggettivo dell’insegnante.

Concludendo, ben venga l’educazione e il rispetto delle diversità e, ovviamente, la loro conoscenza a patto che non venga usata per l’indottrinamento.

L'otto marzo, festa della donna...
post pubblicato in Riflessioni, il 9 marzo 2015


L’otto marzo è la festa della donna e ci si augura chela disparità dei diritti di

genere arrivi al temine al più presto. Al contempo sirilasciano dati inerenti ai delitti

 e soprusi neiconfronti delle  donne; certamente dati sconfortantiper una società

 che si dicemoderna.

Ma, a rifletterci un po’ sopra, in modo particolaresulla violenza, vien da

 pensare che non sempre le cose corrispondono.Voglio dire, stando alla cronaca , anche le donne sono violente; sia tra diloro che con l’altro sesso.

È di oggi la notizia, sul messaggero,dell’uccisione di una bambina di otto anni

 da parte della madre plagiata dall’amante.Certo, questo fatto non è successo in Italia, questo, però, non deve trarre ininganno dato che i dati riportati dai giornali si

riferiscono sia all’Italia che al resto del mondo.

Dunque, anche la donna è violenta! Basti pensare al bullismoche vede sempre più

coinvolte anche ragazze. Con una differenza da quellomaschile: le ragazze si basano

 maggiormentesul bullismo psicologico,senza , però, disdegnare quello fisico.

Dunque, se la violenza si manifesta sin da giovani, c’èda credere che si possa

manifestare anche da adulti e che questo vale pertutt’e due i generi. Questo

dovrebbe far riflettere quanti credono che la violenzadi genere sia solo maschile. Il

fatto che il bullismo, e la violenza in genere, femminilerimanga sommerso, ovvero,

se ne parla poco e non trova sui media la risonanzache danno a quello maschile,

non significa che non esiste. Per accorgersene, bastascorrere la lista dei siti su

internet cliccando semplicemente casidi bullismo al femminile

Dovrebbe cercare di analizzare, oltre alle conseguenze,comesi fa di solito, anche

contro chi si rivolge la violenza.

È innegabile che il maschio usa la violenza contro ilcosiddetto “sesso debole”,

ovvero, la violenza maschile si rivolge contro il piùdebole che, però, non è solo la

donna ma anche altro maschio, ovvero, l’individuo piùdebole fisicamente e

psicologicamente. Questo modo di fare, però, non èconnaturato solo al maschio ma

a tutto il genere umano., così come il senso dipossesso. Questo implica che la

violenza fisica di genere, non è solo maschile, ma neviene coinvolta

anche la femmina nel momento in cui trova il soggettodebole. Certo, i casi di

violenza fisica di femmine contro i maschi adulti, ocomunque con un adolescente

con prestanza fisica adulta o un carattere forte, sonomeno frequenti di quelli

 maschili, ma questodipende essenzialmente dalla debolezza fisica della femmina. È

però molto diffusa la violenza femminile sui minori ,incluso l’infanticidio, ovvero, la

 violenza sui piùdeboli.

In compenso, sono molto diffusi i casi di violenzapsicologica nei confronti dei

maschi, adulti e no. Violenzache si manifesta essenzialmente attraverso

 comportamentiche tendono a sminuire, ma anche a deridere, il maschio come tale.

Ma non basta, la violenza psicologica femminile èmolto più raffinata di quella

maschile, essa si basa su comportamenti difficilmentequantificabili e sul

presupposto che il maschio a difficoltà serie a raccontaregli abusi che subisce

poiché verrebbe considerato un debole e verrebbe messain discussione la sua

virilità. Inoltre, l’attuale legislazione tende a darealla femmina un’impunità a priori;

 cioè, siconsidera la femmina innocente e il maschio violento per natura.

Purtroppo, il problema odierno della parità deidiritti va a confondersi con quello

della violenza di generecreando confusione; due cose diverse tra loro che non dovrebbero confondersi.

Per concludere, la mancanza dei diritti delle donnenon è paragonabile al problema

della violenza poiché anche la donna lo è.

Vedi anche: Quando il bullo èdonna.           Altri

Ecco perché non si può accettare l’islam
post pubblicato in Riflessioni, il 29 gennaio 2015


Michelle Obama, moglie del presidente americano, durante la visita in Arabia Sauditaper i funerali del defunto re, si è permessa di presenziarvi senza il velo; apritio cielo, sull’web è una ridda di critiche, rimproveri e unanime condanna airegnanti che l’hanno permesso. Motivo? Il fatto che Michelle Obama si èpresentata senza velo e che il ministro per gli affari islamici abbia teso lamano alla first lady; un gesto proibito ritenuto un peccato grave. Ecco alcunipost scritti dai musulmani: "Sai che devi coprirti i capelli come voglionole nostre tradizioni e tu che fai, ti presenti nella terra dei due luoghi santidell'Islam con il capo scoperto. E allora noi ti cancelliamo dallo schermodelle nostre tv"; "Lo condanniamo con forzaperché è un ministro per gli Affari islamici, docente d'università islamica eguida e esempio di tanti giovani musulmani"; "E' un grandissimo peccato che nessun pentimento potrà cancellare. Naturalmente c’è anche chiapprova ritenendo il gesto un’apertura in un paese conservatore: "Michellerifiuta di coprire i suoi capelli in Arabia saudita perché vuole lanciare unmessaggio forte ai governanti sauditi: 'Non imponetevi sugli altri".

Da ciò sipuò dedurre che il mondo musulmano non solo è restio a occidentalizzarsi e cheil rifiuto viene anche dalla popolazione - in fondo, la primavera araba in Egitto,Tunisia e Libia, invece di produrre sistemi laici, ha dato spazio all’islamismo,che vi ha introdotto la legge islamica (sharia), sostenuto dalla popolazione –ma hanno la pretesa di poter vivere liberamente secondo il loro credo etradizioni quando vengono in occidente, mentre proibiscono a noi occidentali, quandoci rechiamo nei loro paesi, di vivere secondo i nostri principi e tradizioni.Pretendono, insomma, di essere rispettati e, allo stesso tempo, di nonrispettare.

L’episodiodella signora Obama non è l’unico, anzi, è il meno importante, ma da l’ideachiara di cosa vogliono realmente i musulmani quando migrano e chiedono dirittinei luoghi dove vengono ospitati.  


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Gay al rogo
post pubblicato in Riflessioni, il 25 gennaio 2015



SCRITTA RAZZIATA SUL MURO DELLA SCUOLA A ROMA

Roma 23 gennaio. Alla periferia di Roma, sul muro della scuola, elementari e medie, del quartiere dell’Infernetto, è comparsa la scritta razzista omofoba: Gay al rogo. A denunciare l’episodio sono stati i genitori degli alunni che, tra l’altro, si sono proposti di cancellare con la vernice la scritta.

Un atto deprecabile perché la scuola è frequentata da ragazzi sotto i quindici anni e, pertanto, fortemente suscettibili a recepire la propaganda negativa nei confronti dei diversi e, ancora, portati a imitare il comportamento dei grandi,e che, pertanto, va denunciato fortemente perché non è possibile che siano permesse idee irrispettose dell’altrui tendenza sessuale.

Ci sono persone che credono che l’omosessualità sia una malattia e pertanto debba essere curata. A queste persone andrebbe spiegato che, caso mai, la malattia è l’omofobia che, come dice la parola stessa, significa: “disturbo psichico consistente in una paura angosciosa destata da una determinata situazione, dalla vista di un oggetto o da una semplice rappresentazione mentale, che pur essendo riconosciuta irragionevole non può essere dominata e obbliga a un comportamento, inteso, di solito, a evitare o mascherare la situazione paventata; prende nomi diversi a seconda del suo contenuto.” Nello specifico, abbiamo, dunque, un’avversione ossessiva verso gli omosessuali e l’omofobia che, come scritto sopra, è un comportamento irrazionale e non controllabile.

Al di la di questo, però,rimane il fatto che, ancora oggi, ci sono persone che provano un’avversione nei confronti degli omosessuali che non sempre è fobia, che anzi è un’avversione contro un comportamento ritenuto innaturale in base a credenze non scientifiche.A quest’altre persone andrebbe spiegato che, l’omosessuale, al pari dell’eterosessuale, è espressione della stessa natura che, nel suo evolversi,tende a modificare se stessa dando origine all’enorme varietà di forme di vita esistenti.

Certo, si può dire che l’omosessualità è una forma di vita fine a se stessa perché non è in grado di procreare, giusto, ma da li ad asserire che non dovrebbe esistere ci vuole una enorme dose di intolleranza nei confronti dei diversi. Intolleranza - che in termini generali coinvolge ogni forma di vita - che nasce dalla paura del diverso che, a sua volta, tendendo a sopprimere tutto ciò che non fa parte, sia della propria cultura che ciò che è ritenuto dannoso solo perché diverso, tende a restringere le possibilità della natura stessa nella creazione di forme di vita diverse.

Si può dire che l’intolleranza nasce comunque dalla fobia, che intollerante è colui che ha paura di cambiamenti estranei alla sua cultura perché i cambiamenti possono portare alla fine del suo mondo. Questo non va, però, confuso con il razzismo – parola abusata nel contesto omofobico – che si basa sulla superiorità di razza e non sul comportamento e, dal momento che l’omosessuale non è una razza, parlare di razzismo è fuori luogo.

Concludendo, il comportamento omofobico denota sia la paura del diverso che una errata concezione dello sviluppo della natura. Una concezione chiusa in se stessa che vede l’essere umano, e la natura in genere, immutabile nel tempo, il che è irrealistico dato che le modificazioni in natura, incluso l’uomo, sono visibili. Ovviamente per vederle bisogna superare lo scoglio del proprio orizzonte culturale.


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Processo Grandi rischi in merito al terremoto d’Abruzzo: Giustizia o capro espiatorio?
post pubblicato in Riflessioni, il 24 ottobre 2012


Rassegna stampa Il centro
E’ del 22/10/2012 la sentenza che condanna i sette scienziati della commissione Grandi rischi che valutarono lo sciame sismico dell’Aquila nel 2009 pochi giorni prima del terremoto del 4 aprile a sei anni di carcere ciascuno e al risarcimento dei danni e spese processuali.
La sentenza, a quanto sembra, ma per questo bisogna aspettare la pubblicazione delle motivazioni, non si è basata sulla mancata previsione del terremoto ma sulla mancata allerta per il rischio dello stesso; gli imputati, invece di dare l’allarme, avrebbero convinto le autorità locali e i cittadini dell’inesistenza del pericolo.

Una sentenza che ha provocato reazioni negative in tutto il mondo scientifico nazionale e internazionale e che non si fermerà tanto facilmente poiché la sentenza coinvolge anche il rapporto tra gli scienziati e le istituzioni.
Considerando che quello di prevedere il terremoto è un problema tuttora scientificamente  irrisolto e che, pertanto, nessun scienziato può e deve pretendere di saper anticipare quando e dove avverrà il terremoto - il suo compito deve essere quello di analizzare e comunicare i risultati alle autorità competenti, questo perché è competenza delle autorità civili predisporre eventuali misure di emergenza con l’apporto della protezione civile e questo sembra sia stato fatto -, le persone coinvolte in errori di valutazioni di eventi estremi, pur essendo responsabili del loro operato, non possono essere ritenute colpevoli di eventuali danni che l’evento estremo provoca.

Uno dei punti principali della contestazione da parte della comunità scientifica è proprio questo.
Dice l’indignato Tom Jordan, responsabile del Centro terremoti per il sud della California e che aveva fatto parte di una commissione internazionale riunitasi dopo il sisma abruzzese del 2009:
Per me è incredibile che scienziati che stavano solo tentando di fare il loro lavoro siano stati condannati per omicidio colposo. Il sistema aveva delle falle ma il verdetto seppellisce qualsiasi tentativo di migliorare le cose. Ai colleghi italiani venne posta la domanda sbagliata. È chiaro che sulla base dell’attività sismica dei giorni precedenti, c’era stato un aumento delle probabilità di un evento maggiore. Ma se mi avessero chiesto di prevedere la possibilità che avvenisse un terremoto più forte, anch’io avrei scommesso contro. Stiamo parlando di incrementi delle probabilità intorno all’1%. In situazioni del genere, a chi tocca decidere cosa fare? Io penso che i sismologi debbano essere chiamati solo a dare risposte scientifiche, in termini di aumento percentuale delle probabilità. Poi deve esistere un sistema automatico, in base al quale le autorità governative stabiliscono le misure da prendere”.

Della stessa idea è il Professor Umberto Veronesi:
“La sismologia non si è mai dichiarata una scienza certa: grandi terremoti non sono mai stati previsti con precisione. E in Giappone, di recente, nessuno ha portato in tribunale i sismologi”.
Dunque, il compito dello scienziato è quello di analizzare gli eventi per poterli capire e, magari in futuro, riuscire anche a prevederli. IN FUTURO, NON OGGI!

Un altro punto, e attualmente il più importante, è che la sentenza creerà sicuramente nel mondo scientifico una repulsione a collaborare con la società nello studio degli eventi estremi come i terremoti; chi si accollerà la responsabilità di affermazioni la dove mancano dati certi sulla possibilità che si verifichi un evento catastrofico?
Dice ancora il Professor Veronesi:
“C’è una bella differenza fra dichiarare qualcuno responsabile o colpevole. La colpevolezza presuppone un’intenzione. I giudici pensano che gli esperti della commissione Grandi Rischi avessero intenzione di mandare a morte gli aquilani?”
Appunto, chi accetterà di rendersi responsabile sapendo che la sua responsabilità, in caso di errore, equivale alla colpevolezza?

Un’altra cosa da tenere presente è l’esistenza del reato di procurato allarme. Tale reato prevede la condanna in caso di allarme ingiustificato.
Già, INGIUSTIFICATO!
Vale a dire che se qualcuno (non solo gli scienziati ma anche i politici o chi per loro) da l’allarme per un possibile evento catastrofico che poi non si verifica, può essere denunciato e condannato.
Una legislatura simile presuppone una conoscenza scientificamente provata dell’evento. Si da però il caso che discipline come la sismologia e la meteorologia, ma anche in molti casi la medicina, non abbiano ancora raggiunto una conoscenza comprovata da esperimenti che dimostrino almeno una tra le varie teorie esistenti.
Pertanto, il rischio maggiore di un processo a persone chiamate ad analizzare gli eventi estremi è l’allontanamento degli stessi dall’interesse nei confronti della ricerca in campi che, per loro natura, possono coinvolgerli in processi penali.
Difatti, i componenti l’attuale Commissione Grandi Rischi si sono dimessi proprio perché, con la sentenza, viene a mancare una componente essenziale del mondo della ricerca: la serenità.

Dunque, una sentenza ingiusta in un processo che non doveva essere fatto.
C’è da chiedersi, allora, perché lo si è fatto, perché s’è perso tempo a processare persone unicamente colpevoli di aver dato il loro contributo alla ricerca quando i problemi da risolvere sono altri e riguardano essenzialmente la gestione della cosa pubblica a partire dall’edilizia, in modo particolare quella che riguarda i centri storici.
Se prevedere un terremoto non è possibile, è però possibilissimo intervenire nella messa in sicurezza degli edifici in merito al terremoto e del territorio in generale in merito alle alluvioni.
Ma forse questo processo serve a nascondere le vere responsabilità della tragedia del terremoto Aquilano. Responsabilità che vanno ricercate sia nel governo per la mancanza di leggi adeguate e la mancanza di volontà nel farle rispettare, che gli amministratori locali per il non rispetto delle leggi esistenti.

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Petizione per condannare il maltrattamento degli animali, ma non la loro eliminazione sistematica.
post pubblicato in Riflessioni, il 17 settembre 2012


Firmiamo.it
LAVORI FORZATI E GALERA PER CHI MALTRATTA GLI ANIMALI
“Chiediamo che l'attuale legge contro il maltrattamento di animali venga modificata nelle pene. In particolare chiediamo che chiunque sia riconosciuto colpevole di maltrattamento sugli animali sia obbligato ad un periodo minimo di 6 mesi di lavori sociali assolutamente gratuiti a favore degli animali e della comunità (raccogliere cacche, costruire e gestire aree cani, volontariato in canili, gattili ed altre strutture che ospitano gli animali), obbligo di corsi di rieducazione al diritto ed alla tutela degli animali. Ed infine chiediamo che chiunque venga riconosciuto colpevole di aver ucciso un animale dopo aver inflitto un maltrattamento o una tortura sia condannato ad un periodo minimo di anni 2 ad un massimo di anni 5 di galera da scontare oltre all'obbligo per tutto il periodo di lavori forzati a favore degli animali ed a corsi di rieducazione ai diritti ed alla tutela di animali”.

Maltrattare gli animali, si sa, è un’azione infame che l’uomo, nella sua totale presunzione di superiorità, perpetra costantemente da millenni e che va sicuramente condannata anche con leggi appropriate. Non sembra però il caso di chiedere condanne ai lavori “forzati” e anni di carcere, come sostiene l’autore della petizione di cui sopra.  

Sembra però, che all’autore interessi solo il maltrattamento come azione lesiva e non l’uccisione. difatti sostiene che: chiunque viene riconosciuto colpevole di aver ucciso un animale dopo aver inflitto un maltrattamento o una tortura sia condannato …, vale a dire che non è tanto la morte dell’animale alla base della petizione ma il maltrattamento. Ciò significa che l’animale continua ad essere quell’essere inferiore da usare in base alle proprie esigenze ed eliminare quando non serve più - naturalmente deve avvenire attraverso la cosiddetta “morte pulita”.
Da come è stata impostata la petizione, azioni come la caccia “sportiva” e l’uccisione sistematica per “produrre” carne sono esenti da qualsiasi condanna perché, almeno in teoria, non è previsto il maltrattamento.

E anche ciò che riporta l’articolo di repubblica sul traffico dell’avorio - materiale di cui sono fatte le zanne degli elefanti e che viene usato per la costruzione di oggetti, anche sacri - che comporta l’uccisione di decine di migliaia di elefanti all’anno al solo scopo di asportare loro le zanne per utilizzarle nella costruzione di oggetti e di cui sono complici anche le autorità religiose incluse quelle cristiane, secondo quanto afferma il petizionista, non è condannabile e che, addirittura, si può presupporre che sia un commercio legale, visto che l’uccisione non comporta il maltrattamento.

Stando così le cose, è ovvio che il petizionista faccia parte della schiera di coloro che difendono gli animali solo nella misura in cui hanno una certa utilità per loro e non per salvaguardarli nell’ottica di un razionale discorso sul mantenimento dell’habitat naturale in cui viviamo.

Una petizione, dunque, che ha il solo scopo di deviare l’attenzione dal problema reale ad uno fittizio, e molto parziale rispetto al problema reale, nel tentativo di mantenere quel privilegio di cui l’uomo si è sempre avvalso nei confronti delle altre forme di vita e che gli da la possibilità di vita e morte su di essi.

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Orgoglio
post pubblicato in Riflessioni, il 23 giugno 2012


Orgoglio è sinonimo di egocentrico, rende l'uomo fine a se stesso.
L’uomo orgoglioso, al di la delle sue azioni - che possono anche essere positive -  al pari dell’egocentrico, mette in primo piano, al centro di tutto, se stesso poiché è lui che definisce cosa è o cosa non è utile al suo divenire e lo fa senza tener conto delle esigenze altrui.

L’orgoglioso dice: devo agire così perché solo così posso dimostrare d’essere all’altezza, lo devo fare per me, per dimostrare a me stesso il mio valore; devo agire ad ogni costo, anche se così danneggio gli altri.

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Riflessione sulla riflessione
post pubblicato in Riflessioni, il 13 giugno 2012


Tutto ciò che diciamo è frutto di riflessione e deve portare ad altre riflessioni, altrimenti a cosa servirebbe?
Lo scopo di ciò che diciamo è, appunto, spingere la mente a riflettere per crescere.

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Due Giugno, festa della Repubblica italiana.
post pubblicato in Riflessioni, il 31 maggio 2012


Il post viola La repubblica Regioni italiane
Tre sono le date che hanno determinato la nascita e lo sviluppo dell’Italia: 4 novembre; fine della grande guerra e dell’unità d’Italia, 25 Aprile; liberazione dai nazi fascisti, 2 Giugno: referendum nazionale per la scelta tra monarchia o repubblica.
Tre date storiche senza le quali, oggi, l’Italia non esisterebbe.
Tre tappe della nostra storia che avrebbero dovuto insegnare l’importanza dell’unità di un popolo nel  rapportarsi in modo paritario nei confronti di altri popoli. Invece, ancora oggi, si discute sulla validità dell’unità arrivando a formare movimenti che ne chiedono la distruzione con presunte entità nazionali dettate unicamente da interessi di parte. Queste formazioni, negando la validità dell’unità, vorrebbero riscrivere la storia modificando, e falsificando, i presupposti su cui si basa.
Oltre a ciò, che di per se è gravissimo, esistono anche discussioni intorno al 25 Aprile sul presunto tradimento degli italiani nei confronti del fascismo, discussioni che vorrebbero fossero ricordati nella celebrazione anche i “combattenti” della repubblica di Salò.

Il 2 Giugno, il popolo decretò la fine della monarchia a favore della repubblica democratica da cui nacque la costituzione italiana basata sulla libertà e i diritti di ognuno; ed è per questo che è un giorno di festa. La ricorrenza viene festeggiata con la parata di Roma e in tante altre città Italiane.  
Durante la parata militare e alla deposizione della corona d'alloro presso il Milite Ignoto, partecipano tutte le Forze Armate, le Forze di Polizia della Repubblica ed il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e della Croce Rossa Italiana.

nel 2005, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ordinò che partecipassero alla parata anche il Corpo di Polizia Municipale del comune di Roma ed il personale della Protezione Civile. Partecipano inoltre alla parata militare delegazioni militari dell'ONU, della NATO, dell'Unione Europea e alcune rappresentanze di reparti multinazionali all'interno dei quali è presente una componente italiana.
Inoltre, nel giorno della festa della repubblica le ambasciate italiane invitano i Capi di Stato del Paese che le ospita per le solenni celebrazioni.
Il costo dei festeggiamenti si aggirerà intorno ai 3 milioni di euro; e, sinceramente, anche se il presidente Napolitano ha affermato che “celebreremo sobriamente”, rimane comunque una cifra eccessiva in un momento di crisi e col disastro causato dal terremoto in Emilia.

Festeggiare una ricorrenza di vitale importanza per l’Italia dovrebbe significare il risveglio dei sentimenti che furono alla base dell’evento, pertanto, una parata militare ha poco, o nessun senso per il 2 Giugno, ricorrenza della scelta che i cittadini fecero tra Repubblica e monarchia rifiutando quest’ultima. Caso mai, tempi permettendo, dovrebbe essere la festa della società civile che, attraverso i suoi movimenti, ha arricchito la Repubblica.
Se una parata ci deve essere, dovrebbe essere composta da loro senza distinzione di colori politici, religioni e laicismi; insomma, dovrebbe essere il popolo a sfilare e non rimanere a guardare ai lati formazioni militari che nulla c’entrano.

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L'amicizia
post pubblicato in Riflessioni, il 13 maggio 2012


C’è tanto bisogno d’amicizia oggi perché abbiamo perso il senso dell’amicizia. E’ per questo che si fa un gran parlare d’amicizia; perché, effettivamente, cerchiamo di riappropriarci del suo significato intrinseco che abbiamo dimenticato, o ci è stato tolto.

Si dice: l’amico lo si vede nel bisogno, vale a dire che ritieni amica una persona quando ti aiuta.

Ma una persona ti è amica anche quando non hai bisogno, quando ti cerca per stare con te.  Quando condivide desideri, aspirazioni, problemi;
quando apre se stessa donandosi;
quando ti fa partecipe del suo esistere;
quando ti aiuta anche quando non chiedi;
quando sorvola le tue manchevolezze;
quando non condanna il tuo modo d’essere;
quando ti critica pensando al tuo bene;
quando non ha paura di dirti ciò che pensa anche se sa di farti male;
quando ti consiglia anche se tu rifiuti il suo consiglio.
Una persona ti è amica anche quando tu la rifiuti.

L’amicizia si palesa in modi diversi a seconda delle persone.  Ognuno si presenta all’altro nei modi e tempi che gli sono congeniali.
A volte rifiutiamo una persona perché non rientra neila nostra visione della vita; ma non per questo non ci è amica.
Che cos’è l’amicizia se non ascoltare cercando di capire? Se non accettare, al di la della propria opinione, l’opinione dell’altro?

Amicizia non è sinonimo di carità. L’amicizia è molto di più|

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A chi servono le leggi? a chi le fa o ai cittadini?
post pubblicato in Riflessioni, il 4 maggio 2012


Il sequestratore di Romano di Lombardia non è un criminale ne un folle depresso ma una persona che, nell’attuale situazione socio/politica/economica, non ha trovato riscontri ne sociali ne politici alla sua situazione economica.
Certo, si può dire che azioni più o meno violente portano sempre ad altra violenza, che in democrazia sono altri i metodi da usare, che la società mette a disposizione le strutture adeguate (quali?), ecc., il che è vero in situazioni normali, in un’economia sana e non in crisi.
Quando, però, l’economia è in crisi e i gestori politici ed economici della cosa pubblica non sanno che pesci pigliare e, cosa aberrante in democrazia, non vogliono saperne di contribuire ai sacrifici, tutti gli schemi sono destinati a saltare.
La confusione attuale delle strutture preposte ad affrontare la crisi non fa che aumentare il disagio, di per se già forte per ragioni economiche, di quanti si trovano a pagare la crisi in prima persona.
Il fatto che il disagio si sia manifestato, inizialmente, con azioni suicide da parte di coloro che ne erano maggiormente affetti, appunto, è stato determinato dalla confusione, ovvero, dalla mancanza di riferimenti a cui ricorrere per sopportare il peso della crisi. Questo non significa che la confusione continuerà a persistere. L’episodio di Romano di Lombardia sta a dimostrare che le persone prendono coscienza che i loro problemi non sono determinati dalla loro incapacità ad affrontare i problemi o dalla loro incapacità a far fronte ad eventi ritenuti incontrollabili, ma da forze che si possono sia controllare che combattere.

Quello di Romano di Lombardia è un passo avanti nella presa di coscienza. Significa che il suicidio, di per se, non risolve il problema ma che bisogna portare all’attenzione della popolazione, anche con azioni eclatanti, la situazione cui viene a trovarsi parte della società.
Questo Signore, non deve essere trattato come un criminale - anche se l’azione in se lo prevede - ma come un cittadino che non può più sopportare l’azione macchinosa delle strutture.  
Le leggi vanno bene finché sono fatte a misura d’uomo, cioè, quando tengono conto delle difficoltà di rispettarle. Quando, invece, la legge è fine a se stessa, quando cioè viene fatta rispettare semplicemente perché è legge, allora - considerando che le leggi non le fanno i cittadini - i cittadini hanno il diritto/dovere di contestarla.

Credo che il fatto di Romano sia da includere nella categoria di chi agisce fuori dalle leggi per necessità.
Un po’ di silenzio, per favore.
post pubblicato in Riflessioni, il 16 aprile 2012


Il frastuono delle parole. 

Parole, parole, parole (testo)… caramelle non ne voglio più … non cambi mai, non cambi mai … cosi cantava Mina, con Alberto Lupo, secoli fa una bellissima poesia sul rapporto uomo donna.

Quei versi non erano altro che lo specchio della nostra società basata, appunto, su fiumi di parole usate unicamente per convincere gli altri della vericidità del pensiero di un singolo o di un gruppo.

Se l’immagine è “il nuovo simbolo del vivere civile, il mito primo della nostra era che ci racconta la nostra storia nel divenire quotidiano, proiettandoci nel futuro dell’astrazione simbolica di segni tratti dal mondo reale e manipolati da mani esperte per renderli credibili al fine di indirizzare le menti verso la creazione di esigenze irreali, non conformi alla realtà”, la parola è, era e sarà, sempre il mezzo primo per esprimere il proprio pensiero attraverso concetti che, se pur in molti casi astratti, descrivono la realtà umana e naturale degli eventi e dello sviluppo del pensiero. Ciò non toglie, però, la sua potenzialità distruttiva del pensiero stesso nei destinatari della parola stessa.
Alla base di questa potenzialità c’è la sua capacità demiurgica che, se da una parte serve a creare nuove idee utili all’umanità, dall’altra viene usata allo scopo di creare sistemi d’informazione capaci di annichilire la capacità di pensare dei destinatari; in questo processo è determinante l’utilizzo dell’immagine come supporto visivo dei concetti espressi dalle parole.

Oggi la parola scorre come un fiume vorticoso, sia nell’etere che su carta, creando vortici/trappole nella mente umana. Lo si può vedere, e sentire, in ogni programma televisivo sia d’intrattenimento che di approfondimento dove i “concorrenti” s’affannano nell’esposizione delle loro idee, scannandosi (a parole), nel tentativo di creare un più largo consenso intorno a se stessi. L’unica cosa importante per questi ATTORI è la notorietà, e il guadagno. e non la divulgazione di idee utili all’uomo. Un esempio classico è il totale disordine sia del dibattito che delle idee espresse; il sovrapporsi delle voci toglie la possibilità di capire, in modo logico, le idee espresse che, comunque, dato il disordine nel dibattito, vengono espresse in modo alquanto disordinato.
Lo stesso vale per i giornale e qualsiasi altra pubblicazione d’informazione e approfondimento dove si riempiono pagine e pagine di parole con l’unico scopo di creare consenso intorno alle proprie idee. Certo, non mancano le analisi serie, queste però si perdono nel chiacchiericcio generale delle tante voci in COMPETIZIONE.

E’ questo il vortice che continua a crescere soffocando ogni capacità di critica nei destinatari. Un vortice che non lascia spazio, nella mente dell’ascoltatore, a quella tranquillità mentale necessaria al suo sviluppo.
Il continuo chiacchiericcio dell’informazione e la sua enorme mole di dati e idee divulgate in modo disordinato non fa altro che accrescere il disagio di chi ascolta spingendolo al disinteresse e
al rifiuto della cultura.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 16/4/2012 alle 12:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Partire senza partire. L'integrazione impossibile.
post pubblicato in Riflessioni, il 12 aprile 2012


Parto non parto, alla fine son partito ma sempre la, a casa - il luogo d’origine -, son rimasto. In quella casa ove i miei ricordi son fissati come manifesti sul muro della mente. Fossile vivente! Ecco, questo sono, null’altro.

Per strade impervie mi son perso! Lungo vie inaspettate, in borghi sconosciuti hanno ripreso corpo i miei ricordi!

Viaggiando ho appreso che non si può sfuggire al passato, che i ricordi ritornano senza sforzo - e son ciò che ci lega al passato - perché indelebili nella nostra mente. Sentimenti ed emozioni ci accompagnano lungo tutto il percorso del nostro vagabondare in un ciclo continuo di visioni mai cancellate che si ripropongono di continuo come metro di misura delle nuove esperienze.

E’ la dove siamo nati che affondano le nostre radici, ed è in quella terra che sempre ritorniamo col nostro pensiero. Questo perché è la che inizia la nostra storia, è la che si è forgiato il nostro carattere. In qualsiasi luogo noi approdiamo, sempre dobbiamo  misurarci con le nostre esperienze originarie confrontandole con quelle del presente.

Per quanto ci sforziamo di inserirci, non saremo mai parte del luogo dove decidiamo di vivere proprio a causa del nostro continuo misurarci/confrontarci con la cultura del posto. E’ il nostro continuo confrontarci che ci nega la possibilità di integrarci; poiché le nostre esperienze hanno origine in una storia culturalmente diversa, siamo costretti ad un continuo lavoro di mediazione tra noi, la nostra cultura originale, e loro, la cultura esistente. Questo implica la formazione di un modo d’essere culturalmente diverso sia della nostra cultura originale che di quella esistente. Modo d’essere che, però, ha alla sua base, sempre e comunque, il ricordo di ciò che eravamo.

Nasce, allora, qualcosa di nuovo nella dis-continuità del nostro divenire. Un nuovo essere, capace di comprendere i movimenti dell’animo umano in qualsiasi luogo si trovi e di fronte a qualsiasi cultura anche sconosciuta perché ha come base proprio l’essere diverso e al contempo uguale.
Sembrerebbe una contraddizione dire che questo nuovo essere si rifà al passato e, al contempo, vive pienamente nel presente pur nella sua diversità. Ma, in realtà, non lo è affatto. E’ proprio la sua diversità nata da un continuo rimescolare quel che era con quel che trova e quel che diventa a permettergli di essere critico nei confronti della cultura in cui si trova a vivere e al contempo viverci superando il disagio.

L’essere diversi, se da un lato pone limiti all’integrazione, dall’altro spinge il nostro interiore a trovare soluzioni alla situazione di disagio in cui si viene a trovare. Questo crea le condizioni per un nuovo modo di intendere le relazioni interpersonali che, pur discostandosi dalla cultura esistente, ci permettono di affrontare le nuove situazioni.
E’ per questo che non diventeremo mai parte integrante della nuova cultura; non è la nostra incapacità a capire - anzi, la comprensione diviene più facile grazie al continuo confronto - ma la mancanza delle radici, della storia che continua a resistere dentro di noi e di cui non sappiamo privarci a impedirci di integrarci.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 12/4/2012 alle 14:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
il potere dell'immagine
post pubblicato in Riflessioni, il 13 marzo 2012


Viviamo in un mondo fatto d’immagini. Tutto ci viene proposto attraverso le immagini. Ai margini delle strada dove campeggiano enormi cartelli, sui muri dei palazzi, sui mezzi pubblici, nelle stazioni, sui monitor di computer e televisione; ovunque volgiamo lo sguardo le immagini ci guardano ammiccando sornione sicure che il messaggio penetrerà nel profondo
della nostra mente stampandovisi in modo indelebile. In ogni ambito della
nostra ormai triste esistenza, ci propongono come dobbiamo comportarci.

Le immagini sono ormai il nostro pane quotidiano. Senza d’esse non sapremmo cosa mangiare, come vestirci, che film vedere, che tipo di casa ci occorre e come arredarla, come allevare i figli, quali negozi, bar, ristoranti frequentare … L’immagine è il moderno santuario ove attingere il nostro modo d’essere, come costruirci il nostro mondo sia esteriore che interiore.

L’immagine, dunque, è il nuovo simbolo del vivere civile. Il mito primo della nostra era che ci racconta la nostra storia nel divenire quotidiano, proiettandoci nel futuro dell’astrazione simbolica di segni tratti dal mondo reale e manipolati da mani esperte per renderli credibili al fine di indirizzare le menti verso la creazione di esigenze irreali, non conformi alla realtà.

L’immagine come religione e non più come espressione artistica di una religione o, comunque, d’un modo d’esserese stessi nei confronti del mondo. Quell’immagine un tempo al servizio dell’uomo, da esso inventata, diventa, nella società moderna, l’origine dell’uomo stesso dal momento che ne usurpa, attraverso il suo potere occulto - perché non dichiarato -, la centralità di essere demiurgo.
L’uomo, da creatore diventa creato perché si pone al servizio della sua creazione affidandogli il potere di programmare la sua esistenza.
Già con la religione, l’uomo, ricrea se stesso attraverso dio da lui inventato mettendosi al suo servizio. Con l’immagine riesce ad andare oltre poiché, se apparentemente rimane libero di scegliere, in realtà, è l’immagine a indirizzare le sue scelte.

Dunque, riportare l’immagine alla sua dimensione originaria è un compito primario. Riportarla alle origini, ovvero, come semplice – con tutte le sue implicazioni – mezzo comunicativo è il compito di ogni mente libera.
La mente, per creare, deve essere libera da simboli e miti che ne determinano il suo divenire. Ovviamente, essere libera non significa  ignorarne l’esistenza e non crearne; i simboli e i miti sono parte integrante della mente creativa poiché è essa stessa a crearli; ciò che va evitato è il loro prevalere sulla mente umana.
Usare le immagini per comunicare non implica necessariamente che prevalgano sul loro creatore; casomai, il loro prevalere è determinato dalla falsa necessità, nell’uomo, di credere che, i simboli e i miti da esse derivanti, siano necessari per il suo divenire e che, pertanto, debbano essere ritenuti al di sopra di se stesso.
Concludendo, invece di usare le immagini per comprendere se stesso in rapporto al mondo, l’uomo usa se stesso per alimentare quel mondo immaginifico che determina le sue azioni col risultato che, nella realtà, sono le immagini a creare l’uomo e non viceversa.

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Il potere dell'immagine.
post pubblicato in Riflessioni, il 12 marzo 2012


 Viviamo in un mondo fatto d’immagini. Tuttoci viene proposto attraverso le immagini.

Ai margini delle strada dovecampeggiano enormi cartelli, sui muri dei palazzi, sui mezzi pubblici, nellestazioni, sui monitor di computer e televisione; ovunque volgiamo lo sguardo leimmagini ci guardano ammiccando sornione sicure che il messaggio penetrerà nel profondodella nostra mente stampandovisi in modo indelebile. In ogni ambito dellanostra ormai triste esistenza, ci propongono come dobbiamo comportarci.
Le immagini sono ormai ilnostro pane quotidiano. Senza d’esse non sapremmo cosa mangiare, come vestirci,che film vedere, che tipo di casa ci occorre e come arredarla, come allevare ifigli, quali negozi, bar, ristoranti frequentare … L’immagine è il modernosantuario ove attingere il nostro modo d’essere, come costruirci il nostromondo sia esteriore che interiore.

L’immagine, dunque, è il nuovosimbolo del vivere civile.
Il mito primo della nostra erache ci racconta la nostra storia nel divenire quotidiano, proiettandoci nelfuturo dell’astrazione simbolica di segni tratti dal mondo reale e manipolatida mani esperte per renderli credibili al fine di indirizzare le menti verso lacreazione di esigenze irreali, non conformi alla realtà.

L’immagine come religione e nonpiù come espressione artistica di una religione o, comunque, d’un modo d’esserese stessi nei confronti del mondo.
Quell’immagine un tempo alservizio dell’uomo, da esso inventata, diventa, nella società moderna,l’origine dell’uomo stesso dal momento che ne usurpa, attraverso il suo potereocculto - perché non dichiarato -, la centralità di essere demiurgo.
L’uomo, da creatore diventacreato perché si pone al servizio della sua creazione affidandogli il potere diprogrammare la sua esistenza.
Già con la religione, l’uomo,ricrea se stesso attraverso dio da lui inventato mettendosi al suo servizio.Con l’immagine riesce ad andare oltre poiché, se apparentemente rimane liberodi scegliere, in realtà, è l’immagine a indirizzare le sue scelte.

Dunque, riportare l’immagine alla suadimensione originaria è un compito primario. Riportarla alle origini, ovvero,come semplice – con tutte le sue implicazioni – mezzo comunicativo è il compitodi ogni mente libera.

La mente, per creare, deve essere libera dasimboli e miti che ne determinano il suo divenire. Ovviamente, essere liberanon significa  ignorarne l’esistenza enon crearne; i simboli e i miti sono parte integrante della mente creativapoiché è essa stessa a crearli; ciò che va evitato è il loro prevalere sullamente umana.

Usare le immagini per comunicare non implicanecessariamente che prevalgano sul loro creatore; casomai, il loro prevalere èdeterminato dalla falsa necessità, nell’uomo, di credere che, i simboli e imiti da esse derivanti, siano necessari per il suo divenire e che, pertanto,debbano essere ritenuti al di sopra di se stesso.

Concludendo, invece di usare le immagini percomprendere se stesso in rapporto al mondo, l’uomo usa se stesso per alimentarequel mondo immaginifico che determina le sue azioni col risultato che, nellarealtà, sono le immagini a creare l’uomo e non viceversa..


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La ricchezza e la beneficenza; Caso Sanremo 2012
post pubblicato in Riflessioni, il 1 febbraio 2012


Si è parlato, e criticato, tanto del compenso di Celentano per la sua partecipazione al festival della “canzone italiana” di Sanremo.  
Ora, come un fulmine a ciel sereno, arriva la precisazione: il compenso andrà tutto in “beneficenza” e, Celentano, pagherà tutte le tasse.  
Il compenso sarà così suddiviso: “Nel caso in cui il compenso dovesse essere di 350 mila euro, 100 mila saranno destinati a un ospedale di Emergency in un'area di guerra e 250 mila a tredici famiglie. Nel caso dovesse partecipare a due serate, e quindi percepire un compenso di 700 mila euro, devolverà 200 mila euro a due ospedali di Emergency che stanno per chiudere e 500 mila euro a venticinque famiglie; se poi dovesse percepire 50 mila euro in più (oltre ai 700 mila), si potrà portare a ventisette il numero delle famiglie.
Bene, diranno certuni, un segno di onestà e rettitudine diranno altri, e via discorrendo.
Mi associo anch’io al coro, in fondo, a quelle famiglie non arriverebbe niente, perciò, ben venga il tributo di Celentano al loro sostegno. I circa 20mila euro sicuramente daranno loro una boccata di ossigeno alleggerendo i sintomi della povertà.

Detto ciò, però, non va dimenticato il problema dei compensi alla dirigenza pubblica e ai conduttori e artisti Rai sia perché, quei soldi, in fondo sono nostri, sia perché, se i compensi fossero più “ragionevoli” in generale, si potrebbero aiutare molte più famiglie e molte più Ong onlus. Pertanto il problema resta e riguarda tutta la galassia dei compensi elargiti dalla Rai. Ma anche i programmi che, se fossero come dovrebbero essere: meno mega galattici, si risparmierebbero soldi da destinare alle famiglie e alle Ong onlus.
Insomma, se stiamo attraversando un periodo di vacche magre, non si capisce perché non si mette a dieta anche la Rai.
E’ vero che la Rai rappresenta un campo, quello culturale, che dovrebbe essere considerato diversamente, ma, proprio per questo, non si capisce come mai la cultura debba costare tanto e perché, gli artisti e conduttori di programmi culturali pretendano compensi così alti.

Tornando alla “beneficenza”, che, di per se, colpisce i cuori sensibili, va detto che, in fondo, esiste proprio perché esiste l’ingiustizia sociale; se non ci fosse ingiustizia sociale, non ci sarebbe bisogno della “beneficenza”. Allora, la causa della “beneficenza” è l’ingiustizia e chi la crea, ovvero, chi pretende, per il suo operato, ciffre sproporzionate.anche se ritenuti validi nel loro lavoro e portano utili all’azienda.
Pertanto, chi (può permettersi di fare) fa beneficenza è lo stesso che, nella divisione della torta, si prende la fetta più grossa lasciando agli altri le briciole. Creando, cioè, disuguaglianza e ingiustizia sociale. Allora, se il cuore, sensibile a queste azioni, le accetta volentieri, la ragione no! Perché, accettandole, significherebbe accettare l’ingiustizia sociale.
Inoltre, e per concludere, la “beneficenza” è, al pari del gioco, un palliativo che rimuove/nasconde i sintomi lasciando intatta la causa della povertà.
Canone televisivo; spese e compensi ai conduttori.
post pubblicato in Riflessioni, il 31 gennaio 2012


Il giornale   Blog.it
Il 14 febbraio inizierà il festival di Sanremo, annuale ritrovo mondano della canzone italiana, e si concluderà il 18 febbraio.
Entro domani 31 gennaio, milioni di italiani verseranno all’agenzia delle entrate il canone pari a 112 €.
Dal luglio 2011 sono state fatte 3 finanziarie che hanno penalizzato fortemente gli italiani con reddito medio basso.
All’interno di dette finanziarie, oltre all’aumento delle tasse (Imu e Iva in testa) è stata inserita la riforma delle pensioni che ha impedito a migliaia di lavoratori di usufruire della pensione nel 2011 spostando la finestra di uscita di alcuni anni. .
Il mancato adeguamento delle pensioni superiori ai 1400€.
L’accise sulla benzina.
L’articolo 8 (della manovra di agosto) che permette i licenziamenti anche per causa economica.
La riduzione dei flussi di soldi verso comuni, province e regioni e i tagli alla spesa pubblica, incluso l’welfare.
Le liberalizzazioni nel settore delle libere professioni che, se per certe categorie è più che giusta, per altre (tassisti, negozi, autotrasportatori) servirà unicamente a creare una concorrenza spietata tra i piccoli salvaguardando i pesci grossi del settore.
Ora si sta affrontando il tema del lavoro e dell’welfare; ancora non si sa come sarà.

Tutto questo per salvare l’Italia dal baratro della crisi dove il nano boss ci aveva spinto.

Quello che si sta facendo può essere condiviso o no o solo in parte. Il problema, però, è un altro: con tanti sacrifici che si chiedono ai cittadini, inclusi i meno abbienti (non va dimenticato che l’aumento dell’Iva tocca anche le pensioni di 450€ mensili e gli stipendi sotto i mille euro), alcune categorie sono rimaste fuori, anzi, guai a toccarle!
La più nota è quella dei politici e alcune “figure” professionali che lavorano per loro.
La meno nota, o comunque se ne parla poco, è quella dei compensi che elargisce la Rai ai suoi presentatori e conduttori di programmi. Compensi che arrivano anche a circa 2milioni di euro l’anno e non vanno sotto i 150mila euro l’anno. Oltre, naturalmente, agli stipendi dei vari dirigenti
Insomma, in Italia ci sono persone che possono guadagnare stipendi d’oro senza che nessuno, o pochi, abbiano qualcosa da dire.
Certo, si può affermare che certi compensi sono commisurati all’introito che l’azienda ha attraverso la pubblicità che è legata al numero di ascoltatori; più ascoltatori ha un programma, più soldi entrano in azienda attraverso la pubblicità.

Però io mi chiedo: se i compensi sono commisurati sia alle spese di gestione dei programmi che al guadagno, perché la Rai ha bisogno del canone?
Nel rapporto tra entrate e uscite, le uscite non dovrebbero mai superare le entrate (questa è una legge base dell’economia capitalista). Perciò, se il compenso, più i costi di produzione, supera le entrate, significa che le spese Rai non tengono minimamente conto delle entrate. Questo significa che la gestione economica della Rai non si basa sul rapporto entrate/uscite.
Ma perché? Semplice,, il disavanzo si scarica sui contribuenti attraverso il canone. Anziché verificare la validità del personaggio dopo la messa in onda del programma per stabilirne il compenso finale (si potrebbe decidere un compenso iniziale e, dopo la verifica reale, completarlo in base agli introiti che è riuscito a realizzare), si stabilisce il compenso in base alla previsione delle entrate che si realizzeranno.
Inoltre, il rapporto entrate/uscite deve tener conto anche dei costi di produzione (spese per la messa a punto del programma, compenso agli ospiti e stipendio di quanti lavorano alla realizzazione)  oltre che del compenso del conduttore.

Sembra che la Rai, quando decide la messa in onda del programma, non tenga conto di tutte le componenti economiche ma faccia riferimento unicamente al personaggio principale che, in teoria, dovrebbe portare introiti superiori alle spese.  
Insomma, tutto ruota intorno al personaggio principale - che viene ingaggiato in una specie di asta a chi offre di più perché, solitamente, certi personaggi sono contesi dalle varie emittenti televisive - nella speranza che porti vantaggio economico all’azienda. Se non lo porta c’è il canone a sopperire la perdita.

Il canone, dunque, non è una tassa utile per mantenere in vita un servizio utile, ma è una copertura per spese eccessive.  

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Oggi giornata del ricordo (della Shoah). E gli altri milioni di morti della guerra?
post pubblicato in Riflessioni, il 27 gennaio 2012


Il diciassette Gennaio del 45, i russi entrarono per la prima volta nel campo di Auschwitz scoprendo l'orrore dell'olocausto nazista.

Ricordare per non dimenticare e per comprendere le origini dell'eccidio di milioni di persone commesso sul presupposto ideologico della supremazia di razza è giusto e sacrosanto. Però, andrebbe anche detto che i morti di quel periodo non riguardarono solo gli ebrei e, comunque, chi fini nei campi di concentramento. La Shoah è uno dei tasselli della ferocia nazista. Andebbero ricordati anche i tanti che dettero la vita per combattere il mostro e i civili caduti sotto le bombe sia naziste che alleate.

Oltre a ciò, andrebbero ricordati i milioni di russi periti nei campi di concentramento e i cinesi morti sotto il dominio giapponese, anch'essi a causa della follia ideologica umana. Ma anche i giapponesi morti sotto le due bombe atomiche - non può essere una giustificazione valida la teoria della necessità di porre fine alle ostilità per evitare altri morti; ad Hiroshima e Nagazaki morirono tra i 100mila e 200mila persone, quasi tutti civili in un sol colpo, più i morti causati dall'inquinamento radioattivo.


Dopo la guerra del 45 fu proclamato: mai più guerre ed eccidi! Ma non fu così! Anzi, le guerre e gli eccidi hanno continuato a moltiplicarsi e ad espandersi anche in luoghi  e popolazioni fino ad allora estranei alle dispute umane su larga scale. Di eccidi ce ne sono stati molti, il più famoso è quello in Vietnam. Ma altri meno conosciuti come quello cinese della rivoluzione e dei campi di lavoro e quello di Pol Pot in Cambogia, non sono da meno.


Tutto questo avviene seguendo la logica del dominio di una cultura su un'altra, esattamente come il nazismo. Vale a poco affermare che ci sono differenze sostanziali tra la lotta per la difesa dei propri principi e quella della conquista; nei due casi, l'obiettivo è la sottomissione di altri popoli.

E si continua ancora oggi a combattere seguendo la stessa logica.

Allora, a che servono le cerimonie se la conoscenza e comprensione non portano a una sostanziale modifica nei rapporti tra le diverse fazioni umane?


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S&P declassa l’Italia, perché?
post pubblicato in Riflessioni, il 15 gennaio 2012


IGN  La Presse   La Presse   Reuters

Europa in fibrillazione per un’ulteriore declassazione dell’Italia da A a BBB+ e altri 8 paesi europei  operata dall’agenzia di rating Standard & Poor’s.
Secondo S&P, "Crediamo che un processo di riforma basato solamente sul pilastro dell'austerità di bilancio rischi di diventare autolesionista, dal momento che la domanda interna si ridurrebbe a seguito delle crescenti preoccupazioni dei consumatori riguardo alla sicurezza dell'occupazione e ai redditi disponibili, erodendo il gettito fiscale".
Dalle motivazioni date dala società, emerge chiaramente l’azione politica nei confronti dell’Italia e degli altri paesi europei. Mentre il giudizio di queste società dovrebbe riguardare gli investimenti dei privati in società finanziarie, e comunque private, giudizi atti a mettere in guardia gli investitori, in questo caso si tratta di una vera e propria intrusione negli affari di stati sovrani che, invece di aiutare le politiche di risanamento degli stati in crisi, non fanno altro che gettare discredito sugli interventi dei governi.
Che le politiche di austerità adottate ridurranno inizialmente i consumi a causa della preoccupazione dei consumatori sulla sicurezza dei redditi e del lavoro è vero. Ma è altrettanto vero che le ultime aste dei titoli di stato in Italia sono andate a buon fine dimostrando, se non la fiducia, almeno la disponibilità degli investitori a sostenere gli sforzi del governo. Inoltre, gli interventi per la crescita, che comunque stanno per essere presi, avranno una valenza di medio e lungo termine, mentre il debito a bisogno di essere stabilizzato nell’immediato per dimostrare la solvenza dei debiti contratti in modo che gli investitori tornino a investire in Italia.
E’ più importante dimostrare la capacità di solvenza del debito prima di stabilizzare il rapporto tra debito e Pil, anzi, se non si riesce a dimostrare la capacità di solvenza, ogni sforzo di risulterà vano perché nessuno investirà mai senza la certezza della solvenza impedendo la crescita necessaria alla stabilità del rapporto debito e Pil.

Detto ciò, la domanda ovvia è: perché si declassa l’Italia se sta cercando di adottare politiche atte a ridurre il debito, causa dell’attuale sfiducia degli investitori?
Secondo l’Abi (associazione banche italiane) la decisione di S&P è ingiustificata, incomprensibile e irresponsabile e auspica che la BCE (banca centrale europea)  completi ed approvi nel minor tempo possibile la disciplina europea sulle agenzie di rating e che, assieme alle Autorità di vigilanza riconsiderino da subito l'utilizzo dei rating esterni nelle loro procedure e nei modelli di valutazione".
La questione, perciò, è politica prima che economica. Abbassare il rating non aiuta certo i paesi in difficoltà col debito, anzi, peggiorerà la situazione perché metterà gli investitori nella condizione di non sottoscrivere i titoli di stato ritenuti inaffidabili. Questo avviene proprio nel momento in cui, i paesi debitori hanno maggior bisogno di fiducia. Se all’inizio si trattava di mettere sull’avviso i paesi debitori per spingerli ad adottare misure adeguate, ora sta degenerando al punto che ogni decisione negativa servirà unicamente a peggiorare la situazione, almeno nelle intenzioni, vanificando le misure stesse.

A chi giova, dunque, questo “gioco”?
Considerando che sono coinvolti una buona parte dei paesi europei, è giusto sostenere che l’attacco, più che verso i singoli paesi, è rivolto alla moneta unica europea. Moneta che, da quando è in essere, viene valutata più del dollaro e, pertanto, ha maggior valore sul mercato. In modo particolare nell’acquisto delle materie prime che, con il cambio euro/dollaro, vengono a costare meno rispetto al prezzo di mercato.
Oltre a ciò, l’attacco, almeno nelle intenzioni, anche se non dichiarate, serve anche a impedire il formarsi di un’entita politica europea (stato sovrano), logica evoluzione dell’attuale assetto europeo, che porterebbe l’Europa, e i paesi aderenti, a essere maggiormente competitiva.
Considerando anche che le tre agenzie di rating sono americane, viene spontaneo chiedersi se non sia proprio l’america ad aver sferrato l’attacco.
In fondo, un’europa più competitiva sarebbe più forte anche nella diplomazia internazionale e potrebbe avere maggior voce in sede ONU.
E Bossi mette in panchina Maroni
post pubblicato in Riflessioni, il 14 gennaio 2012


Fonte il Corriere della Sera

Ormai è evidente la rottura all’interno della lega. Dopo il voto sull’arresto di Cosentino che ha visto Maroni contrapporsi a Bossi, quest’ultimo ha deciso di vietare le manifestazioni della lega in cui è prevista solo la presenza di Maroni. Tutte le manifestazioni già previste ove sia presente solo Maroni devono essere annullate.
Fa paura alla lega la critica interna e il dissenso alla linea del centro, in modo particolare quella dei personaggi influenti come Maroni che, tra l’altro, è uno dei fondatori del movimento, che può portare alla scissione del partito. Allora meglio isolarli cercando di farli passare per traditori; un termine che da solo spiega la struttura chiusa del partito tipica di ogni movimento illiberale.

Poco importa se la chiusura coinvolge anche parte della base che si dissocia dalla politica del centro, ciò che conta è tenere una leadership compatta in modo che la base, pur non essendo d’accordo con parte della politica del centro, si possa identificare nei principi che esprime perché sono i principi, anche se inventati, a fare da catalizzatore intorno al centro; in effetti, sono loro il vero centro. In questo modo, la leadership ne esce immune perché il suo compito primario consiste nell’evitare che il movimento devii, e dal momento che uno dei motivi di deviazione è proprio la critica, essa va isolata a tutti i costi. Non ha nessuna importanza se, in certi casi, la critica individua il pericolo di deviazione della leadership perché l’isolamento serve a mantenere integro il centro che, altrimenti, rischierebbe di sfaldarsi.

L’isolamento del critico o di chi dissente dalla linea del centro, pertanto, non serve solo a mettere in sicurezza la leadership, ma anche a dare un messaggio di compattezza e sicurezza ai sostenitori, siano essi iscritti o simpatizzanti. Un messaggio forte, dunque, in grado di ricompattare l’adezione alla leaderschip lasciando al dissidente l’illusione di poter continuare al di fuori del partito.
E’ per questo che Maroni ha affermato che non mollerà, che rimarrà sempre fedele all’impegno preso con la lega. Capisce benissimo che, se uscisse e formasse un nuovo partito, avrebbe poche scians di ottenere un largo consenso e finirebbe col dividere inutilmente il movimento secessionista; ultima cosa che vorrebbe.
Naturalmente dovrà fare i conti con una leaderschip intenzionata a perseguire l’obiettivo compatta. Obiettivo che rimane inalterato al di la delle scelte fatte partecipando al governo Berlusconi.

Pensare che la lega sia vicina alla disgregazione è pura illusione. Bossi e company conoscono benissimo le difficoltà di mantenere compatto il consenso e dovranno spiegare bene la differenza tra obiettivo e prassi politica per ottenerlo.
Ed è proprio per questo che fanno continuamente leva sul principio fondante del partito: “la secessione per una “padania libera” dal dominio di Roma”.

Concludendo, quello che la base leghista non capisce è che è proprio attraverso la prassi che si creano le maggiori divergenze che, oltre a creare spaccature interne, la devieranno dall’obiettivo finale perché, la politica, è fatta di compromessi sia esterni che interni. Bossi sa benissimo che credere, come fa la base, di poter mantenere l’integrità anche nella prassi è perdente. Che il compromesso è necessario quando si è al governo, che le poche “conquiste” ottenute sono dipese proprio dai compromessi, che se a livello locale si è potuto prendere determinati provvedimenti è grazie ai compromessi fatti a Roma.
Non illudiamoci, allora, che la lega si disgreghi per le divergenze interne.

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Un augurio di buon anno a tutti: CHE L’UOMO RIPRENDA LA CENTRALITA’ CHE GLI SPETTA DI DIRITTO.
post pubblicato in Riflessioni, il 1 gennaio 2012


Diventa difficile fare gli auguri di buon anno per il 2012, molto difficile!
Di quale buon anno si parla? Se con la manovra Monti, sorella stretta di quella Berlusconi, ci ritroveremo con una raffica di aumenti che comporteranno un aumento delle spese annuali di € 2103 a famiglia, secondo federconsumatori, di quale buon auspicio si parla?

L’hanno chiamata la manovra salva Italia e, probabilmente, salverà l’Italia, ma gli italiani? Che fine faranno gli italiani?  Ci dicono che la manovra ci riporterà sul mercato, che serve a ridare fiducia agli investimenti e ai mercati. Ma anche se fosse vero (cosa alquanto dubbia visto che lo spread dei titoli continua ad alternarsi a quote alte) a noi cosa ne viene?
Di sicuro un minore potere d’acqusto accompagnato da un prolungarsi della stagnazione dei salari. Oltre a ciò,ci vedremo diminuire in modo sostanziale la certezza del futuro, sia per i giovani per la mancanza del lavoro, che per i meno giovani che, con lo spostamento in avanti dell’età pensionabile e il rischio reale di perdere il lavoro - come già sta succedendo - rischiano di giocarsi anche la pensione.

No! Non sarà affatto un buion anno il 2012. Piuttosto l’anno della sconfitta dell’welfare. Di quel sistema sociale che metteva al centro della società l’uomo. Assisteremo alla definitiva vittoria del liberismo economico, quel sistema sociale che mette l’uomo al servizio dell’economia dove, l’uomo, diventerà l’ingranaggio da sostituire quando non serve.

Augurare un buon anno nel marasma attuale è come augurare a un condannato a morte di non soffrire, come se il carnefice chiedesse scusa alla sua vittima. Una cosa aberrante sotto ogni aspetto umano.
Eppure l’uomo non può esimersi dallo sperare che tutto ritorni come prima. Che si ritorni ad un livello di civiltà che permetta a tutti di usufruire dei benefici materiali per cui si è lavorato.
Ma per ottenere ciò non servono gli auguri ma una diversa politica che tenga conto solo e unicamente della centralità dell’uomo nella società.

Lasciamo, perciò, da parte gli auguri di maniera e auguriamoci che venga ridato all’uomo quella centralità che gli spetta per natura.

IN QUESTO SENSO PORGO I MIEI MIGLIORI AUGURI DI BUON ANNO

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La libertà vale più dei soldi? Per Giovanni Valentin, detto hans, si!
post pubblicato in Riflessioni, il 31 dicembre 2011


Fonte articolo
Il clochard ( in italiano barbone) Giovanni Valentin, detto Hans, che nella notte di natale a perso la vita, bruciando del fuoco che aveva acceso per scaldarsi, sceglie di vivere libero come un barbone pur essendo di famiglia ricca.

Della ricchezza materiale, hans, non se ne curava al punto di rifiutare l’eredità lasciatagli dalla madre 12 anni fa - 250 mila euro, una villa e parecchi terreni. Per lui contava molto più la libertà. Una libertà completa, diciamo pure asociale, quella che Hans sceglie.
Hans sa di essere ricco - la madre continuerà, negli anni, a cercarlo per convincerlo a tornare a una vita normale. ma Hans non accetta! Rifiuta una vita di obblighi e impegni, il doversi alzare la mattina con la giornata già programmata, rifiuta di dover rendersi accettabile, di dover apparire ciò che non è.

Di lui non si può dire che fosse “malato” o che non sapesse, lo dimostra il rifiuto dell’eredità e le parole dette alla cugina che gli aveva comunicato, 12 anni fa, la morte della madre e l’eredità lasciatagli dalla madre stessa: “Hans osserva le due donne con stupore. Dice loro che andrà a portare un fiore sulla tomba della madre, ma che per il resto lui è felice e libero. Dice che i soldi non gli servono. Dice che non chiederà mai niente a nessuno, perché lui ha già tutto”. Questa è la chiave di lettura, che lui stesso trasmette, se vogliamo capire Hans e la sua scelta. Scelta che, a noi può sembrare estrema e, per certi versi, drammatica ma che per lui è naturale.

La chiave di lettura sono le semplici parole”non chiederò mai niente a nessuno perché, io, ho già tutto”; parole che travalicano il senso comune della ricchezza. Sono queste le parole che a noi fanno dire che è matto, che ha problemi mentali, che andava curato. A noi che, abituati a un modo di vivere basato sull’interesse, risultano, per certi versi, pericoloso perché contrario ad ogni buon senso.
Si dirà che, una persona normale, avrebbe accettato e usato l’eredità per aiutare gli altri. Se proprio non ti interessano, diremmo noi, crea un qualcosa che possa aiutare gli indigenti, coloro che, per un qualsiasi motivo, sono incapaci di inserirsi nella società. Ma è proprio in questo che risiede la nostra incomprensione della sua decisione, perché è proprio la società e i suoi diritti e doveri che Hans rifiuta. E con lui tanti altri.

Anche Hans, però, sembra non comprendere che la sua sopravvivenza, come uomo liberato dagli impegni, dipende, comunque, dalla società, perché è la società dei diritti e doveri che, alla fine, gli permette di sopravvivere come uomo liberato.
Hans, però, non fa la scelta di isolarsi perché non può, perché tutto ruota intorno alla società e alle sue strutture. Pertanto, rimane, suo malgrado, prigioniero o, se vogliamo, esiliato ai margini da cui non ha nessuna possibilità di evadere completamente.

Non chiedo niente a nessuno”. Parole che potrebbero sembrare una beffa ma in realtà non lo sono perché, Hans, effettivamente, farebbe volentieri a meno della compagnia e dell’aiuto degli altri, se non fosse che, gli altri, hanno creato la società anche per lui nel senso che, al di fuori di essa, non esiste niente perché ha conglobato in se anche quel mondo sognato da Hans.

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IL MONDO DI DOMANI TRA RIFIUTI E INQUINAMENTO.
post pubblicato in Riflessioni, il 28 dicembre 2011


IL MONDO DI DOMANI TRA RIFIUTI E INQUINAMENTO.

Sarà così il mondo del futuro? SGuarda il video.
Fatto di terreni di rifiuti e laghi di pergolato, di coltivazioni e allevamenti su terreni reinventati coi rifiuti, di cattedrali fumose di anidride carbonica e diossina e sostanze chimiche, di aria ricolma di particelle irrespirabili leggi, di clima che non risponde più alle esigenze della natura a cui ci appelliamo per la nostra esistenza.

Il mondo reinventato a misura d’uomo sta diventando la nostra tomba! Si, perché tutto ciò che abbiamo fatto per migliorare la nostra esistenza si sta rivelando il nostro peggior nemico.
Ma il problema vero sembra essere la nostra incapacità di comprensione del fenomeno. Continuiamo a procedere sulla stessa strada limitandoci a curare il nostro benessere convinti che il tutto si risolverà, che l’uomo, prima o poi, riuscirà a ritrovare la strada per riportare le cose allo stato originario.
Si sta dibattendo tanto, in termini economici, delle generazioni future, ma poco o nulla si fa in termini di ambiente. Non ci preoccupiamo, se non in minima parte, degli effetti che avranno i cambiamenti climatici sul futuro delle prossime generazioni. Tutti tesi a goderci gli effetti immediati del progresso, chiusi nel nostro piccolo orizzonte, chiudiamo gli occhi di fronte allo sterminio quotidiano della natura, di fronte alla deforestazione senza preoccuparci degli effetti sull’intero ecosistema e sul clima.

origine immagini
Continuiamo a valutare un possibile cambiamento di rotta in termini di utili economici e non per quello che è: una necessità per la sopravvivenza.
Intanto il mondo continua cosi:       
Ma allora come sarà il futuro dei nostri discendenti? Così?
origine immagini
Sguazzeranno nell’immondizia e vivranno in catapecchie?
Questo è ciò che sta accadendo già in vaste aree del pianeta mentre i grandi s’incontrano senza mai decidere niente di concreto se non come difendere interessi particolari.

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La violenza come sfogo delle proprie debolezze
post pubblicato in Riflessioni, il 26 dicembre 2011


Fa male, fa veramente male leggere la cronaca di assurde liti che sfociano in drammi e di sequestri che, sfociano in crudi pestaggi. Fa male anche perché avvengono alla vigilia di una giornata che, se pur vissuta laicamente, rappresenta comunque un momento di riflessione.

Un vicino, per un vecchio dissidio, uccide tre persone (madre e due figli), suoi vicini di casa, e ne ferisce gravemente un quarto (marito). Due balordi sequestrano uno straniero originario dell’India e lo massacrano di botte.
I due episodi, pur rappresentando due situazioni diverse, hanno in comune la violenza. Una violenza cieca, incapace di mediazione nel confronto col prossimo, sia esso vicino come nel primo caso, o lontano come nel secondo.
Il confronto, che è alla base di ogni rapporto umano, diventa, per certi individui, motivo di odio invece che di sviluppo delle proprie idee. I motivi visibili dell’aggressione sono, però, solo il pretesto, il motore che fa scattare la molla della violenza.
Come nel caso del razzismo, è la paura che rende l’uomo intollerante e, di riflesso, violento; è essa la causa prima che fa montare dentro la rabbia. Ma la paura, a sua volta, deriva dall’incapacità di comprendere ciò che sta accadendo.
Una incompressione che, a sua volta, deriva dall’ignoranza (nella sua accessione di non conoscenza). Questo non implica necessariamente che il portatore di violenza sia asociale, anzi, il più delle volte vive una condizione di normale socialità, ovvero, conduce una vita all’interno delle istituzioni partecipandovi. Implica , però, una tendenza a credere che le proprie idee siano le uniche, le sole in grado di risolvere ogni problema, che tutto ciò che è diverso è pericoloso per il mondo in cui vive. Questo, a sua volta, implica la repulsione verso ogni avvenimento che possa implicare un cambiamento nel sul modo di vivere, nella sua quotidianità.

Quello del violento è’ un mondo chiuso dove le proprie idee sono poste al centro dell’universo per evitare che siano contaminate dal diverso. Vive, cioè, in un circuito chiuso dove paura e ignoranza si alimentano a vicenda col solo scopo di escludere/escludersi dal mondo esterno così diverso dal suo.

Concludendo, il violento, non vuole condividere se stesso col mondo, anzi, cerca in tutti i modi di isolarsi da esso creandone uno a sua misura dove possa vivere tranquillo. Il grande problema che deve affrontare è l’impossibilità di escludersi perché, l’uomo, pur essendo un individuo, dipende comunque dagli altri per la sua sopravvivenza. E allora ...



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permalink | inviato da verduccifrancesco il 26/12/2011 alle 14:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La lotta al razzismo e la realtà quotidiana della propaganda nazista.
post pubblicato in Riflessioni, il 21 dicembre 2011


Fonte
Dopo l’omicidio dei due senegalesi a Firenze e l’incendio del campo rom a Torino, come sempre succede di fronte a eventi drammatici, e ancor più se si è di fronte a possibili motivazioni razziali dell’evento, la società civile, media in testa, s’è chiesta come possano accadere eventi simili e quali possono essere le motivazioni che spingono individui e gruppi al rifiuto del diverso e ad adottare una strategia violenta contro di essi anziché affrontare il problema in modo civile.

In primo luogo emerge la paura di qualcosa di incomprensibile e, pertanto, da rifiutare per paura di essere contagiati da qualcosa che comprometterebbe la stabilità del nostro essere integri
In secondo luogo, la convinzione dell’incompatibilità di ciò che si è con quello che ci viene proposto dai diversi.
Queste due situazioni  abbastanza diffuse nella popolazione, di per se, non sono portatrici di ideologie razziste ma, purtroppo, sono la base su cui viene costruita l’azione razzista. E’ sfruttando la paura delle persone che i gruppi più o meno organizzati riescono a trovare, se non l’appoggio, almeno la giustificante per le loro azioni. Inoltre, se pur agendo nell’ombra, riescono, sempre sfruttando la paura, a trovare aderenti alla “causa”.

Per fare ciò, però, hanno bisogno di propagandare la propria ideologia e, a parte la propaganda che deriva dalle azioni stesse, amplificate dai media, che servono anche a crearsi visibilità, il mezzo più comune oggi, come s’è visto col fatto di Firenze, è la rete. E’ attraverso di essa che i gruppi razzisti, alla pari dei pedofili e altre organizzazioni criminali, riescono a tessere la loro trama organizzativa e propagandare le loro idee, Questo è possibile anche grazie alla scarsa vigilanza delle istituzioni preposte al controllo.

La regola che, giustamente, presuppone la libertà totale di pensiero sull’web, non può valere certo per le organizzazioni criminali e, comunque, che agiscono al di fuori della legislazione di un paese, anche qualora il sito sia registrato all’estero.
Purtroppo, però, siti razzisti, e anche nazisti, possono liberamente essere visibili in Italia grazie proprio al fatto di essere registrati all’estero, come nel caso del sito Stormfront, registrato in america. Un sito chiaramente nazista e razzista che, negli ultimi giorni, nel forum, ha pubblicato una lista chiamata “lista dei delinquenti italiani” dove vengono inseriti nomi sia di personalità italiane di origine ebraica sia di quei politici o giornalisti o, comunque, uomini di cultura che difendono i diritti dei diversi.

Questo ci porta a chiederci come sia possibile che, nel mondo cosiddetto democratico, ci siano paesi che permettono la propaganda razzista. Paesi come l’america che pretende di esportare la democrazia e poi permette la libera circolazione di idee contrarie proprio a quelle libertà di cui si fa paladina.

Questi siti sono sicuramente ottimi divulgatori di idee violente, bloccarli dovrebbe essere la priorità di ogni governo democratico. Sembra, però, che in Italia manchi addirittura una legge apposita per poter chiudere siti simili.
E’ assurdo che l’Italia, dato che il sito è registrato in america, debba chiedere al governo americano di intervenire per l’oscuramento delle pagine italiane del sito.
Secondo "la repubblica", Il gruppo Everyone chiede alla magistratura di intervenire con fermezza nei confronti dei neonazisti italiani di Stormfront: "Cogliamo l'occasione dei sanguinosi fatti di Firenze e della volontà della Procura della Repubblica del capoluogo toscano di indagare per apologia di reato gli utenti del web che hanno diffuso, in concomitanza con l'omicidio dei due ragazzi senegalesi, contenuti di istigazione alla violenza e all’odio razziale 4 (ampiamente apparsi su Stormfront Italia), per invitare la rappresentanza USA in Italia a farsi portavoce presso il Governo degli Stati Uniti della necessità urgente di dichiarare fuorilegge il portale e il movimento a esso connesso in quanto contrari ai valori di civiltà, democrazia e libertà sanciti, tra tutte, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani".

Se pensiamo agli svariati tentativi di mettere il cosiddetto bavaglio all’informazione, inclusi i siti e blog privati, non possiamo non chiederci come mai adesso si scopre che non esiste una legge per chiudere i siti razzisti, che la polizia postale non può fare nulla, nell’immediato, per chiuderli.
Sembra quasi che, per la legislatura Italiana, il tema razzista non esista sull’web. Che non sia mai successo niente che faccia supporre l’esistenza di aggregatori virtuali a cui i razzisti/nazisti/violenti facciano riferimento.
I tanti episodi di razzismo, che si sono succeduti negli anni, sembra non abbiano messo sull’avviso i nostri legislatori al punto di fare leggi mirate che consentano di intervenire, oscurando i siti razzisti e nazisti, alle forze dell’ordine anche qualora detti siti sono registrati all’estero.

Concludendo, come al solito assistiamo alla giostra di dichiarazioni d’impegno senza però avere il benché minimo intervento reale sulla realtà dei fatti al punto che i RAZZISTI siedono tranquillamente tra i banchi della camera e del senato. Il riferimento non è solo alla lega per il suo “impegno” anti immigrati e anti islamico, ma anche a quanti, in parlamento, hanno bocciato la legge contro l’omofobia. Comportamenti, questi, che valgono tanto quanto la propaganda dei gruppi razzisti perché sono legittimati dal parlamento (organo legislativo) stesso.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 21/12/2011 alle 17:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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