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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Jobs act, demansionamento con tagli stipendio per salvare posto
post pubblicato in LAVORO, il 11 aprile 2015


Jobsact, demansionamento con tagli stipendio per salvare posto

Le nuove regole del dimensionamento delle professionalità che, a detta del governo, hanno come obiettivo "anche quello di rendere più flessibile la gestione del rapporto di lavoro e l'esercizio del potere organizzativo del datore di lavoro" prevedono che: “il lavoratore potrà essere assegnato a qualunque mansione del livello di inquadramento e non più soltanto a mansioni equivalenti (cioè a quelle che implicano l'utilizzo delle stesse professionalità); in caso di mutamento degli assetti organizzativi dell'azienda il lavoratore potrà vedersi modificare unilateralmente e in peius le mansioni con un livello di inquadramento inferiore pur salvando il livello di inquadramento stesso e la retribuzione. Ma, e qui sta l’inghippo, “in cosiddetta sede protetta il lavoratore potrà concordare con il datore di lavoro nuove mansioni e un taglio dello stipendio se ciò dovesse rispondere alla "necessità di conservare il posto di lavoro",ovvero, se il datore, ha la necessità di reinquadrare il lavoratore, potrà ,mettere il lavoratore di fronte alla scelta di poter continuare il rapporto di lavoro con altra mansione a patto che rinunci anche allo stipendio della mansione precedente, di conseguenza, cambierà anche il suo livello di inquadramento.

Mah! Ma quale sede protetta, qui si sta prendendo in giro il lavoratore!Non c’è bisogno di essere dei geni per capire che la seconda parte, salvo eccezioni, eliminerà la prima; quale datore, avendo la possibilità di diminuire lo stipendio, non usufruirà del “potere” che gli viene messo nelle mani? Che si tratti di assetto organizzativo o di crisi dell’azienda o di automazione, il datore sfrutterà sempre e comunque la seconda opzione.

Piloti: in cassa integrazione in Italia e al lavoro all'estero
post pubblicato in LAVORO, il 9 febbraio 2015


Trentasei piloti sono stati denunciati per truffa perché, pur essendo in cassa integrazionein Italia, lavoravano regolarmente per una compagnia straniera. I piloti percepivano una cassa integrazione che andava dai 3 agli 11mila euro, e al contempo, lavorando, percepivano uno stipendio, in nero, dai 13 ai 15mila euro. 

Protagonisti della truffa agli italiani scoperta dalla Guardia di Finanza sono 36 piloti, tutti italiani e tutti con una lunga esperienza sugli aerei di linea: quando il settore aereo è andato in crisi,sono stati messi in cassa integrazione con una indennità pari all’80% degli stipendi calcolata sugli ultimi 12 mesi di lavoro con l’aggiunta della mobilità e del fondo volo per sette anni.

Una truffa, dunque. Una truffa perpetrata non tanto contro lo stato ma contro tutti gli italiani; almeno quelli che pagano le tasse tra cui operai e pensionati che, allo stato attuale delle cose, sono i più soggetti al degrado dell’Italia. Una truffa nata dall’egoismo che, nell’attualesistema economico/sociale, è assurto a modello di sviluppo. Parlo del liberismo che, basandosi essenzialmente sull’individualismo e sulla meritocrazia, ha creato la mentalità della ricchezza a tutti i costi erigendola a sistema sociale relegando la socialità ai margini.

Eh,si! Perché un comportamento simile non è da confondere con l’uguale perpetrato dai lavoratori con ottocento mille euro mensili. Costoro fanno si lavoro nero, togliendo anche lavoro a altri, ma possono essere in qualche modo giustificati dalla necessità. Cosa non giustificata in coloro che percepiscono una indennità che permetterebbe loro di vivere comunque agiatamente. Quanto appena detto non serve a giustificare il reato in se, il lavoro in nero, che sia fatto dall’operaio, dal pensionato o dal “ricco”, è sempre una truffa allo stato e ai cittadini ma, più di ogni altra cosa, un favore ai datori di lavoro che evitano le tasse.

Il comportamento dei piloti in questione,dimostra – sempre che ci sia un ulteriore bisogna di una dimostrazione -, unavolta di più, quanto sia radicato, nell’attuale sistema, il senso egoisticodella vita.

Jobs Act: la riforma è legge. Renzi in un tweet: “ora si cambia davvero!”
post pubblicato in LAVORO, il 5 dicembre 2014


 Jobs Act: la riforma è legge. Renzi in un tweet: “ora si cambia davvero!” 

Ah si, e allora come si spiega tutto il malaffare di Roma dove sono implicati anche personaggi PD?

A quanto sembra, il governo presieduto dal centro sinistra, è più interessato a riformare il mondo del lavoro e quello dell’welfare anziché quello del mondo politico.

Esultare per una legge che liberalizza i licenziamenti nei primi tre anni di contratto riportando indietro la lancetta dell’orologio dei diritti dei lavoratori di decenni quando, di fronte allo scandalo di Roma sulla connivenza tra politici e criminali, non si sforza nemmeno di proporre una discussione sulle regole per i politici e, tanto meno, sull’inasprimento delle pene a coloro che, chiamati dai cittadini a gestire la cosa pubblica per il bene degli stessi, si lasciano corrompere dai criminali, non è certo edificante per un premier che si dice di sinistra. E, tanto meno, lo è nei confronti degli “investitori esteri” a cui è rivolta la sua politica.

Mah!


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La ministra Fornero a Napoli per dare un SEGNALE(?)
post pubblicato in LAVORO, il 13 novembre 2012


Scontri a Napoli
E mentre il premier Monti afferma che ha più consensi dei partiti, a Napoli il ministro del lavoro  Fornero si trova di fronte un muro di studenti e disoccupati a contestarla.
La Fornero si è recata a Napoli in occasione di un incontro con la sua omonima tedesca per discutere e trovare una linea comune contro il precariato.
Perché abbia scelto la città di Napoli lo spiega la ministra stessa: ho scelto Napoli per dare un segnale, un messaggio positivo a una città dove il problema del giovani è molto forte.
Già, come a dire che i napoletani hanno bisogno di segnali per poter disfarsi della camorra che impedisce lo sviluppo della città.
In una città dove regna la disoccupazione e il lavoro nero e dove la camorra la fa da padrona serve ben altro che segnali retorici. Senza contare poi che le soluzioni proposte sono le stesse che stanno portando un radicale cambiamento in peggio per gli operai togliendo loro, in primo luogo, proprio la sicurezza di un reddito necessario per vivere.

E sono proprio i giovani a organizzare la protesta e lo fanno proprio perché stanchi di promesse che mai trovano riscontro nella realtà.

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Le promesse di Marchionne
post pubblicato in LAVORO, il 21 settembre 2012


Nel 2010 la fiat e i sindacati Cisl, Uil e Ugl firmarono un accordo che sanci la nascita di Fabbrica Italia; il tutto a scapito dei diritti dei lavoratori e del contratto collettivo. Accordi sostenuti dai sindacati proprio in previsione degli investimenti (20 miliardi) promessi da fiat per l’ammodernamento e l’aumento della produzione in Italia a salvaguardia degli stabilimenti italiani e dei posti di lavoro. A due anni di distanza, sembra che per la fiat non ci siano più i presupposti per mantenere fede all’impegno causa la crisi dell’auto in Europa. Ovviamente, in questi due anni, la fiat, dei 20 miliardi non ne ha investiti; vale a dire che Fabbrica Italia non è mai nata. Questo può significare solo che la Fiat non ha mai avuto intenzione di partorirla.

Ora, Marchionne se ne esce tranquillamente a dire che Fabbrica Italia “non è un impegno assoluto della Fiat e che è ormai vecchio di due anni e mezzo e il mercato è crollato
Inoltre, la Fiat ricorda che "con un comunicato emesso il 27 ottobre 2011 aveva annunciato che non avrebbe più utilizzato la dizione Fabbrica Italia, perché molti l'avevano interpretata come un impegno assoluto dell'azienda, mentre invece si trattava di una iniziativa del tutto autonoma che non prevedeva tra l'altro alcun incentivo pubblico. Da quando Fabbrica Italia è stata annunciata nell'aprile 2010 le cose sono profondamente cambiate. Il mercato dell'auto in Europa è entrato in una grave crisi e quello italiano è crollato ai livelli degli anni settanta. E' quindi impossibile fare riferimento ad un progetto nato due anni e mezzo fa. E' necessario infatti che il piano prodotti e i relativi investimenti siano oggetto di costante revisione per adeguarli all'andamento dei mercati".
Già, ma il piano prodotti e gli investimenti si modificano nel corso della messa a punto del progetto; qui invece siamo di fronte a un progetto che non è mai partito, vale a dire che la revisione è stata fatta su un progetto che è rimasto sulla carta.

Quello che poteva essere considerato inizialmente un sospetto, ovvero, che la fiat abbia usato la promessa degli investimenti per ottenere gli accordi, a questo punto è da  considerarsi realtà: la Fiat non ha mai avuto l’intenzione di investire in Italia. Non solo, l’affermazione di Marchionne che la Fiat rimarrà in Italia è falsa o, se preferite, è vera se si considera la permanenza degli stabilimenti, che comunque saranno legati alla loro produttività, ma falsa se si considera la società in se.
La Fiat, dopo gli accordi con l’Americana Chrysler, è diventata una multinazionale americana, questo significa che gli stabilimenti Italiani saranno trattati alla pari di tutti gli altri sparsi per il mondo; se producono e non danno problemi sia sul piano normativo che salariale tutto andrà bene, altrimenti … Vale a dire: rinuncia ai diritti acquisiti a favore di un mondo del lavoro dove l’unico potere decisionale è la proprietà.

Ma questo, investimenti e atteggiamento dei lavoratori, lo si sapeva già al tempo degli accordi di Pomigliano quando la Fiat chiedeva appunto la dismissione del contratto nazionale di categoria a favore di quello aziendale e il governo in carica chiedeva la modifica, fino all’abolizione, dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

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La Fornero propone la possibilità di licenziare anche ai dipendenti pubblici
post pubblicato in LAVORO, il 25 maggio 2012


Corriere
Dopo le lacrime della riforma sulle pensioni, ecco che la signora Fornero, atipica ministra dell’atipico governo italiano, elargisce sorrisi per la politica da lei intrapresa in merito alla riforma sul lavoro, e dei licenziamenti, arrivando a ipotizzare, e proporre, che quello che è stato fatto nel privato può e deve essere applicato nel settore pubblico.

“Non è possibile che noi diciamo certe cose sul settore privato e poi non le applichiamo nel pubblico”, così ha detto la ministra riguardo alla possibilità di introdurre il licenziamento per i dipendenti pubblici al pari di quelli privati.

Dunque, fermo restando che la politica dei licenziamenti non risolverà il problema della disoccupazione, così come non lo risolverà la riforma delle pensioni, la ministra intende, per far fronte alla necessità di ridurre la spesa pubblica, accentuare le già consistenti contraddizioni della politica del governo in tema di lavoro proponendo nuovi licenziamenti.

Tutto ciò per far fronte alla crisi che, dopo il primo impatto che sembrava positivo perché era calato lo spread, oggi, a distanza di soli pochi mesi, lo stesso è tornato ad aumentare superando i 400 punti. In pratica, al di la del rigore imposto agli italiani, la crisi continua a persistere.
Inoltre, la spesa pubblica che, a suo dire: “La spending review sarà tostissima, ci sarà un taglio fortissimo sulla spesa pubblica improduttiva e sugli sprechi”, praticamente su tutto il comparto dell’welfare che, come è noto a tutti, in modo particolare ai politici, non è produttivo basandosi sull’assistenza al cittadino che, per averla, paga le tasse, e ai casi di disagio che si presentano, inesorabilmente, nelle crisi economiche.

E’ vero che ci sono situazioni in cui gli enti pubblici assumono personale in eccesso, così come è vero che i dipendenti pubblici siano, in certo qual modo privilegiati, ciò non toglie che una politica lineare non risolverà il problema poiché le assunzioni e i privilegi in eccesso nascono, essenzialmente, dal clientelismo politico.
Inoltre, la ministra parla di “equità” (parola che questo governo a decisamente svuotato del suo significato), giusto, una politica di rigore deve essere equa e colpire tutti in proporzione al reddito, il che non è ancora successo.
Ma, a parte questo, chissà perché l’equità viene sempre impostata al ribasso!? Ribasso dei posti di lavoro, dei diritti, del potere d’acquisto, dell’welfare, degli ammortizzatori sociali, creando una situazione in cui vengono a mancare i mezzi necessari alla ripresa, in particolar modo la circolazione del denaro.
Ribasso che, però e chissà perché, riguarda essenzialmente le categorie di per se già basse; e non solo gli operai, ma anche artigiani e piccole imprese.
Come sarà il lavoro nel futuro?
post pubblicato in LAVORO, il 28 febbraio 2012


Si continua a parlare di lavoro e ammortizzatori sociali ma nessuno ci dice se sarà possibile, in futuro, un sistema sociale basato sul lavoro dato il continuo miglioramento delle tecnologie di produzione, gestione e distribuzione. Nessuno ci dice che la causa prima della mancanza di occupazione sono proprio le tecnologie che sostituiscono l'uomo nel lavoro.
Continuano a incolpare la crisi attuale, peraltro dipendente dal debito pubblico e, pertanto, non attinente all'occupazione in se, mentre la crisi dell'occupazione dipende sostanzialmente dalla tecnologia.

In un sistema tecnologicamente avanzato, è ovvio presupporre che l'uomo sarà marginale rispetto al lavoro, perciò, il problema principale da affrontare, dopo aver accettato quanto sopra, sarà, necessariamente, la capacità del sistema di trovare il modo di provvedere a coloro, e saranno la maggioranza, che non potranno avere un'occupazione costante.
Eppure Mario Draghi, presidente della Bce, insiste sulla necessità di cambiare il modello sociale europeo affermando che è ormai superato. In linea con la politica europea e italiana, insiste sulla necessità delle liberalizzazioni, ponendole al primo posto nelle priorità, per creare nuovi posti di lavoro e dare così impulso al mercato sia sul piano degli investimenti che su quello dei consumi

Dunque, le liberalizzazioni sarebbero il nuovo motore destinato a ridare impulso all’economia e, di conseguenza, a creare posti di lavoro. Dunque, liberalizzare il mercato di lavoro, rendendolo più flessibile alle necessità del mercato, creerebbe più occupazione e eliminerebbe quello che chiama “mercato del lavoro a due velocità”; “molto flessibile per i giovani e inflessibile per la parte protetta dove i salari riflettono più l’anzianità che la produttività”.
Un mercato del lavoro dove l’idea dominante sarebbe un’alta capacità produttiva e il merito. Dove le aziende, per conformarsi alle esigenze del mercato, dovranno avere la possibilità di ridurre il personale in eccesso eliminando così l’idea di turnover.
Pertanto, la liberalizzazione del mercato del lavoro dovrebbe creare una maggiore flessibilità nel senso che, l’operaio licenziato troverebbe lavoro comunque e in tempi brevi in altre realtà.

A questa analisi manca una cosa essenziale; le aziende (di ogni settore) che si trovano nella necessità di aumentare la loro competitività dovranno, per forza di cose, investire in macchinari - investimenti che non riguardano solo le aziende produttive ma anche quelle del terziario (commercio, distribuzione, turismo,ecc.) - a tecnologia avanzata che sostituiranno la manodopera umana.
In questo modo si creeranno esuberi di personale che, secondo la teoria delle liberalizzazioni e le nuove norme che il governo italiano vorrebbe introdurre, potranno essere licenziati nella convinzione che, comunque troveranno lavoro in altre realtà.

Ma quali realtà?
Le uniche realtà disponibili saranno quelle dei servizi (trasporti, commercio <piccoli negozi>, turismo <per lo più stagionale>), delle cosiddette “partite iva” (piccoli artigiani, camionisti, idraulici, ecc)e dell’agricoltura (per lo più stagionali).
Realtà che, di per se, in massima parte, sono precarie perché, o sono stagionali o hanno una concorrenza troppo alta per poter avere un guadagno necessario a sopravvivere.
Questo significa che, in futuro, il mercato del lavoro sarà caratterizzato da un’enorme domanda a fronte di una minima offerta. Questo porterà a una società sempre più conflittuale e instabile sul piano sociale in mancanza di strutture in grado di soddisfare le necessità primarie della popolazione.

Ma allora perché sostenere che il modello europeo è superato - proponendo le liberalizzazioni come unico rimedio - quando, invece, è proprio questo il momento di attuarlo a pieno regime?

La risposta alla domanda è molto semplice: in un mondo che continua a cambiare, le necessità delle aziende si trovano in netto conflitto con quelle dei lavoratori (di qualsiasi categoria) proprio a causa dei continui investimenti che devono affrontare per modernizzare le strutture produttive e no per rimanere sul mercato, Al contempo, proprio a causa degli investimenti si trovano nella necessità di ridurre i lavoratori in esubero a causa dei macchinari moderni che non necessitano più della quantità di manodopera prima necessaria. Da qui la richiesta di poter licenziare ma, dato che i licenziamenti comportano un costo sempre più elevato degli ammortizzatori, si cerca di creare lavoro con la liberalizzazione dei mestieri pur sapendo che, in realtà, crea solo l’illusione del lavoro.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 28/2/2012 alle 10:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Marcegaglia ripropone i licenziamenti facili
post pubblicato in LAVORO, il 22 febbraio 2012


Corriere
Emma Marcegaglia (Ansa) 
Un’altra bufera sull’articolo 18 e la tutela dei diritti dei lavoratori.
Questa volta, ad innescarla è la presidente di Confindustria sig. Marcegaglia che ha affermato: “Noi non vogliamo abolire l'articolo 18, il reintegro deve rimanere per i casi discriminatori, ma vogliamo poter licenziare le persone che non fanno bene il loro mestiere”
E poi rivolta ai sindacati: “Vorremmo avere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro”

Affermazioni ritenute gravi dai sindacati confederali Cisl, Uil e Cgil. E gravi lo sono non tanto per l’attacco
all’articolo 18 quanto al riferimento alla qualità del lavoro degli operai e alla richiesta esplicita di licenziare coloro che “non fanno bene il loro mestiere” e al reintegro che deve riguardare unicamente “i casi discriminatori”.  

E brava, sig. Marcegaglia. Licenziamo tutti allora!
Si, perché, se il reintegro riguarderà solo i casi discriminatori, i casi di licenziamento non riguarderanno solo le difficoltà economiche dell’azienda perché, visto che il licenziato non potrà più fare ricorso, ogni scusa sarà valida.
La frase “vogliamo licenziare quelli che non fanno bene il loro lavoro”, da sola annulla ogni possibilità di reintegro dato che, avendo la possibilità di licenziare, sarà solo l’azienda a giudicare chi “farà bene il proprio lavoro” e, pertanto, anche i licenziamenti discriminatori passeranno con la scusa che l’operaio non si impegna.

Insomma, tra una precisazione (Va tuttavia rimarcato che a volte l'articolo 18 diventa un alibi dietro il quale si possono nascondere dipendenti infedeli, assenteisti cronici e fannulloni) e l’altra, alla fine, l’unico interesse degli industriali riguarda la possibilità di avere mano libera sulle questioni aziendali e rispetto ai diritti dei lavoratori.
Che ci siano i furbi che sfruttano le leggi a proprio vantaggio è fuori discussione - però dovrebbe anche prendere atto dei tanti furbi che ci sono nel mondo inprenditoriale. Furbi che, quando non pagano le tasse, sono dei veri e propri ladri -, questo, però, non giustifica la cancellazione della norma.
La sig. Marcegaglia dovrebbe, invece di prendere atto della disponibilità dei sindacati a discutere delle riforme necessarie alla modifica degli ammortizzatori sociali, che sono il vero fulcro del problema, cerca di rimescolare le carte creando ulteriori tensioni al fine di raggiungere lo scopo dei licenziamenti liberi perché, probabilmente, non ritiene necessario il coinvolgimento dell’azienda nel sostenerli. Coinvolgimento proposto dal governo.
 
Un’altra bufera sull’articolo 18 e la tutela dei diritti dei lavoratori.
Questa volta, ad innescarla è la presidente di Confindustria sig. Marcegaglia che ha affermato: “Noi non vogliamo abolire l'articolo 18, il reintegro deve rimanere per i casi discriminatori, ma vogliamo poter licenziare le persone che non fanno bene il loro mestiere”
E poi rivolta ai sindacati: “Vorremmo avere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro”

Affermazioni ritenute gravi dai sindacati confederali Cisl, Uil e Cgil. E gravi lo sono non tanto per l’attacco
all’articolo 18 quanto al riferimento alla qualità del lavoro degli operai e alla richiesta esplicita di licenziare coloro che “non fanno bene il loro mestiere” e al reintegro che deve riguardare unicamente “i casi discriminatori”.  

E brava, sig. Marcegaglia. Licenziamo tutti allora!
Si, perché, se il reintegro riguarderà solo i casi discriminatori, i casi di licenziamento non riguarderanno solo le difficoltà economiche dell’azienda perché, visto che il licenziato non potrà più fare ricorso, ogni scusa sarà valida.
La frase “vogliamo licenziare quelli che non fanno bene il loro lavoro”, da sola annulla ogni possibilità di reintegro dato che, avendo la possibilità di licenziare, sarà solo l’azienda a giudicare chi “farà bene il proprio lavoro” e, pertanto, anche i licenziamenti discriminatori passeranno con la scusa che l’operaio non si impegna.

Insomma, tra una precisazione (Va tuttavia rimarcato che a volte l'articolo 18 diventa un alibi dietro il quale si possono nascondere dipendenti infedeli, assenteisti cronici e fannulloni) e l’altra, alla fine, l’unico interesse degli industriali riguarda la possibilità di avere mano libera sulle questioni aziendali e rispetto ai diritti dei lavoratori.
Che ci siano i furbi che sfruttano le leggi a proprio vantaggio è fuori discussione - però dovrebbe anche prendere atto dei tanti furbi che ci sono nel mondo inprenditoriale. Furbi che, quando non pagano le tasse, sono dei veri e propri ladri -, questo, però, non giustifica la cancellazione della norma.
La sig. Marcegaglia dovrebbe, invece di prendere atto della disponibilità dei sindacati a discutere delle riforme necessarie alla modifica degli ammortizzatori sociali, che sono il vero fulcro del problema, cerca di rimescolare le carte creando ulteriori tensioni al fine di raggiungere lo scopo dei licenziamenti liberi perché, probabilmente, non ritiene necessario il coinvolgimento dell’azienda nel sostenerli. Coinvolgimento proposto dal governo.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 22/2/2012 alle 14:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria o Sussidio di Disoccupazione?
post pubblicato in LAVORO, il 18 febbraio 2012


Il dibattito sul lavoro tra governo e parti sociali sta vertendo sugli ammortizzatori sociali e la questione primaria sembra la sostituzione della Cigs con il sussidio di disoccupazione.
Da una parte il governo propone l’inserimento negli ammortizzatori del sussidio cancellando la Cigs, dall’altra, i sindacati non vogliono rinunciare alla Cigs per paura che si aprano le porte ai licenziamenti.
Sicuramente è una questione importante perché si tratta di decidere il futuro dei lavoratori che perdono il posto di lavoro ma, che differenza c’è tra Cigs e sussidio di disoccupazione?

La Cigs è un integratore del reddito che spetta ai lavoratori che, per crisi aziendali di carattere strutturale, devono ridurre l’orario di lavoro o sospendere - in via temporanea o definitiva - la loro attività. In caso di sospensione definitiva, vengono messi in mobilità.
La durata non può superare 36 mesi nell’arco di cinque anni ed è pari all’80% del salario totale e non deve superare le quaranta ore settimanali.

Il sussidio di disoccupazione è un'indennità che spetta ai lavoratori, assicurati contro la disoccupazione, che siano stati licenziati.
Spetta anche ai lavoratori che sono stati sospesi da aziende colpite da eventi temporanei non causati né dai lavoratori né dal datore di lavoro (mancanza di lavoro, di commesse o di ordini, crisi di mercato ecc.).
La durata è di otto mesi che diventano 12 per chi supera i 50anni ed è pari al 60% nei primi 6 mesi, al 50% nei due mesi successivi e al 40% nei restanti quattro mesi.

Come si vede, non ci sono grandi differenze tra le due situazioni, a parte la durata e l’indennizzo che, però, non dovrebbero essere un problema; dato che si vogliono potenziare gli ammortizzatori, è ovvio presupporre che, detto potenziamento, in primo luogo riguarderà proprio la durata e l’indennizzo e, magari,l’allargamento degli ammortizzatori anche a coloro che non riescono ad entrare nel lavoro.
Questo vale anche per i  requisiti che potrebbero benissimo essere integrati dal momento che, comunque, parlare di crisi strutturale o altro, il lavoratore licenziato rimane sempre soggetto da aiutare.

Allora, perché ostinarsi a difendere la Cigs quando si può fare una riforma migliorandola nel cambiamento? E perché il governo non si decide a presentare delle norme attuative che integrino il vecchio modello, modificandolo senza snaturarlo?
Forse il problema risiede nel lavoro in se. Nella capacità di creare occupazione da parte delle aziende.
Il progetto del governo, se teoricamente potrebbe funzionare, nella pratica non può eludere la necessità di un equilibrio tra occupati e disoccupati, tra spesa e entrate, e il centro del problema è proprio l’occupazione.
Parlando di crisi aziendale si deve necessariamente chiarire anche la sua natura strutturale. La necessità, per rimanere sul mercato, di migliorare la qualità e la consegna del prodotto; due qualità che, per essere attuate, hanno bisogno di un continuo miglioramento tecnologico che, però, ha la tendenza (molto reale) a diminuire la necessità di manodopera umana. Questo implica la necessità di licenziare, pertanto, gli ammortizzatori devono essere parte integrante della riforma. Ma da soli non bastano, ci deve essere anche l’occupazione per sostenerne il costo e per dare certezza del reintegro.
Senza la certezza dell’occupazione e del reintegro, è ovvio che, il sindacato, non accetterà mai l’apertura di una fase di licenziamenti senza prima un piano reale, e questo può essere predispoto solo se rimane spazio al lavoro umano.

Concludendo, si può dire che la Cigs, così come tutte le altre forme di ammortizzatori, può essere modificata a patto che le aziende si impegnino a mantenere un livello occupazionale adeguato a sostenere i costi e siano coinvolte direttamente nel reintegro delle persone licenziate.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 18/2/2012 alle 22:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
E’ giusto dare la colpa alle generazione precedenti della situazione occupazionale dei giovani?
post pubblicato in LAVORO, il 13 febbraio 2012


La Repubblica
La falsa leggenda  dei ragazzi bamboccioni Nell’articolo dal titolo “La falsa leggenda dei giovani bamboccioni”, l’articolista, dopo un’analisi corretta delle difficoltà dei giovani a inserirsi nel mondo del lavoro e che li tiene legati alla famiglia, purtroppo, arriva alla solita conclusione: “i giovani non hanno nessuna colpa, casomai, la colpa è dei padri e nonni che non hanno saputo prevedere un futuro anche per loro”.
Questa, ormai classica conclusione, ritiene che, se per i giovani non c’è lavoro, la colpa è da addebitarsi ai diritti vincolanti dei genitori e nonni.
Quegli stessi diritti che hanno permesso a genitori e nonni di far studiare i figli e, ora, di mantenerli, diventano, di colpo, il male a cui addebitare tutte le colpe delle difficoltà dei giovani.

Nell’articolo, non c’è nessun riferimento alla ristrutturazione delle aziende che, negli ultimi trenta quarant’anni, hanno modificato costantemente, migliorandolo, il modo di produrre e gestire le aziende, in modo particolare quelle produttive. Nessun accenno, dunque, alla tecnologia come causa prima dell’esclusione dal lavoro dell’apporto umano.
Rispettando l’attuale modo di intendere i rapporti socio produttivi, si fa ricadere la colpa unicamente sui diritti acquisiti accusando i loro fautori, genitori e nonni, di non aver pensato al futuro dei figli e nipoti. In primo luogo l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Come a dire che, se non ci fosse stato, tutto sarebbe più facile mentre, invece, il precariato e l’insicurezza, sarebbero iniziati ben prima, cioè, già negli anni settanta quando, appunto, si introdusse il licenziamento per giusta causa. Senza l’articolo 18 si sarebbe, già allora, instaurato un regime socio produttivo basato sulla precarietà del lavoro con l’esclusione, non solo dei giovani ma di tutti coloro che, a causa dell’ammodernamento dei macchinari, sarebbero risultati in esubero.

Ma perché si discute poco o niente sulla tecnologia come causa della diminuzione dei posti di lavoro quando, discutendone, sicuramente si arriverebbe a una visione diversa e alla soluzione meno dolorosa del problema?
Non è forse vero che, quando si parla di esuberi, s’intende sempre - anche nei casi di crisi economica reale, ovvero di diminuzione della produzione causata dall’impossibilità di essere competitivi sul mercato, la causa risale sempre al mancato ammodernamento dei macchinari. Escludo i casi di delocalizzazione della produzione in altri luoghi, in modo particolare all’estero, perché vere e proprie truffe attuate con la scusa della globalizzazione - la necessità di sostituire l’uomo con le macchine?

Puntare il dito contro i diritti dei lavoratori è più comodo perché si nasconde la vera natura delle attuali politiche sul lavoro che consiste nel portare a termine la restaurazione del sistema economico liberista che, col sistema dell’welfare si era arenato, appunto, nei diritti dei lavoratori.
Tali diritti presuppongono che l’economia sia al servizio dell’uomo e non viceversa. Questo significa che l’attuazione della tecnolicizzazione degli impianti debba essere concordata a priori con le organizzazioni sindacali e politiche al fine di programmare, in modo indolore, l’uscita dei lavoratori in esubero. Questo modo di agire contrasta, però, con i fautori del liberismo che vorrebbero una società legata alle necessità dell’economia dove l’uomo, come produttore di beni, viene identificato con la macchina e, essendo più costoso, messo in disparte.
Pertanto, il problema principale per i fautori del liberismo è la sostituzione dell’uomo con le macchine che, pur essendo un investimento consistente, hanno, nel tempo un costo inferiore perché non hanno i limiti umani nella produzione e, cosa ancor più importante, non hanno diritti e, pertanto, non avanzano richieste.

E qui andiamo a ricollegarci al finale dell’articolo perché ciò che sta avvenendo oggi nel mondo non è altro che la restaurazione di un sistema preesistente all’welfare.
Parlare di colpe, come a fatto l’articolista, e tanti altri con lui, è fuori luogo e presuppone che, o non ha capito il vero significato di ciò che sta accadendo o ne è sostenitore lui stesso.
I problemi legati all’occupazione dipendono unicamente da una visione liberista della società, risolverli significa rimuovere questa visione.
Ovvio che non è semplice, e qui entra in campo la globalizzazione, poiché, per riportare il problema nella sua giusta dimensione, non basta agire unilateralmente dato che l’attacco liberista si svolge a livello internazionale. Però, se consideriamo che la crisi produttiva è comune a molti paesi sia occidentali che altri, non si capisce perché si continua ad essere assoggettati ai poteri che hanno “ inventato la crisi” attraverso il controllo dei mercati azionari (agenzie di rating) e delle materie prime.
Riforma del lavoro: cosa vuol fare il governo?
post pubblicato in LAVORO, il 5 febbraio 2012


Fornero: "Lavoro, l'obbiettivo è il futuro le imprese paghino la flessibilità" 
Dopo l’incontro con le parti sociali, il ministro Fornero fa le sue precisazioni sulla flessibilità e sull’articolo 18.
Secondo il ministro "Il mio modello è la capacità di avere nel sistema economico una flessibilità che sia buona. Abbiamo imparato che si può avere una flessibilità cattiva che si traduce in precarietà. Abbiamo fatto le liberalizzazioni e anche questo per molte categorie è stata vista come una cattiveria del governo, ma l'idea era introdurre elementi di flessibilità. Non bisogna demonizzare il posto fisso che resta un'importante aspirazione per molti, ma se non lo possiamo fare per tutti l'importante è che per chi accetta la flessibilità non sia precarietà”.
Prosegue poi: "Si parla troppo di articolo 18. Nell'incontro con le parti sociali ho presentato degli appunti, ne abbiamo lungamente parlato e quello che può toccare l'articolo 18 è il tema della flessibilità in uscita. Nessuno mai può licenziare per motivi di discriminazione, però può volere dire che in alcune circostante non è una soluzione ottimale cercare di tenere stretto a tutti i costi il lavoratore all'azienda. L'importante è chi perde il posto di lavoro deve essere aiutato a trovarne un altro, anche dall'azienda stessa".

Dunque, il ministro afferma che il posto fisso deve rimanere perché è un’aspirazione per molti e non va demonizzato ma che, in certe circostanze, la soluzione ottimale può essere la flessibilità perché, l’importante, è aiutare chi perde il posto a trovarne un altro anche dall’azienda stessa.
L’azienda, secondo il ministro, deve capire che la flessibilità dovrà costare di più e non di meno, vale a dire che il sostegno a coloro che perdono il posto deve essere sostenuto anche dall’azienda stessa - Questo passaggio è un passo avanti rispetto a quanto affermato in precedenza: Una riforma   che non dovrà costare di più alle imprese ma dovrà rafforzare la posizione dei lavoratori, sia di quelli che già lavorano che di quelli che lo cercano".
Anche se non si riesce a capire come sarà definitivamente la riforma, sembra di intuire che il ministro voglia inserire, in linea con quanto detto dal premier, nel rapporto di lavoro un modello che tenga conto sia delle esigenze dell’azienda che delle necessità del lavoratore. Per far ciò, però, bisognerebbe che ci sia una concertazione costante tra imprenditori, sindacato e governo. Il modello danese indicato dal premier presuppone un sistema organizzativo dove i rappresentanti sindacali siano presenti nei consigli di amministrazione delle aziende e dove la presenza attiva dello stato nei rapporti azienda/lavoratori è ridotta al minimo.
Questo, però, è in contrasto con quanto afferma il ministro che dice di voler fare la riforma con o senza l’appoggio delle parti sociali.
E allora c’è da chiedersi: dove vuole arrivare il ministro, visto che, le attuali riforme, aggirano già abbondantemente l’articolo 18?

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Monti chiarisce il suo pensiero sul lavoro e sull’artico 18
post pubblicato in LAVORO, il 4 febbraio 2012


Il premier Mario Monti torna a parlare del lavoro fisso in un’intervista su repubblica tv rispondendo in diretta ai lettori. Due cose Monti ci tiene a chiarire, quella sulla monotonia del posto fisso e sull’abitudine a cambiare posto.
Dice Monti: "Una frase come quella, presa fuori dal contesto, può prestarsi a un equivoco. Se intendiamo per 'fisso' un posto che ha una stabilità e tutele, certo è un valore positivo. La mia frase serviva a dire che i giovani devono abituarsi all'idea di non avere un posto fisso per tutta la vita, come capitava alla mia generazione o a quelle precedenti, un posto stabile presso un unico datore di lavoro o con la stessa sede per tutta la vita o quasi. Meglio invece "abituarsi a cambiare spesso luogo o tipo di lavoro e Paese. Questo non è da guardare con spavento,
come una cosa negativa. Gli italiani e i giovani hanno in genere troppa diffidenza verso la mobilità e il cambiamento".
E’ ovvio che Monti si sta dimenticando che, per gli italiani, l’esigenza del posto fisso è stata determinata da decenni di lavoro precario o inesistente o pagato con stipendi da fame. Si sta dimenticando che, gli italiani, fino a 30-40anni fa, erano migranti sia sul suolo italiano sia all’estero. Migranti proprio a causa della precarietà del lavoro e delle condizioni in cui erano costretti a lavorare.
Dire che i giovani - ma in realtà riguarderà tutti perché, la perdita del posto di lavoro permessa dalle riforme precedenti sta già avendo i suoi effetti sui già occupati, ovvero, su lavoratori non più giovani - devono abituarsi all’idea che il posto non sarà più fisso e all’idea di una mobilità selvaggia che li porterà a cambiare, oltre il concetto di lavoro, anche un modo di vita legato alla famiglia e al territorio; a ridiventare migranti, significa creare una società dove una massa sempre maggiore di persone vivranno alla mercé delle esigenze del mercato.

Certo, Monti presuppone anche interventi di sostegno a coloro che, momentaneamente, rimarranno esclusi e che si basano sul modello danese.
Ma è possibile equiparare un paese come l’Italia che ha una superficie di 301340 Km quadrati e una popolazione di 60.742.397 abitanti e la Danimarca che ha una superficie di 43094 Km quadrati e una popolazione di 5.475.791 abitanti - la sola Lombardia ha una superficie di 23 860,62 Km quadrati e una popolazione di 9 967 485 abitanti -?
Non credo proprio visto che è un paese poco popoloso con una superficie quasi doppia rispetto  a quella lombarda che ha quasi il doppio di popolazione. Questi dati, da soli, implicano un approccio diverso ai problemi legati al benessere di una popolazione

Inoltre, la Danimarca ha un welfare basato, giustamente, su un forte sostegno ai lavoratori, ma questo avviene grazie al rapporto tra i sindacati e le aziende; i rappresentanti sindacali siedono nei consigli di amministrazione delle aziende. Questo implica un costante confronto sui rapporti di lavoro e sulle loro scelte. Quindi, si può dire che non c’è paragone con l’attuale sistema italiano dove le aziende - vedi fiat - tendono, nella gestione e nelle scelte, ad escludere i sindacati.
Pertanto, sia per il rapporto territorio/abitanti, sia per la gestione del lavoro, se l’Italia intende prendere ad esempio, ed applicarlo, il modello danese, prima di parlare “dei giovani che devono abituarsi all’idea ecc”, dovrebbero essere le aziende a cambiare mentalità ed accettare fino in fondo il modello, già sperimentato in Italia, della concertazione, applicandola anche a livello aziendale, che si avvicina molto a quello danese.

Concludendo, è inutile parlare di articolo 18 “che sconsiglia gli investimenti stranieri e italiani” se non si affrontano prima i rapporti tra lavoro e azienda e tra queste due e lo stato. In un confronto continuo e alla pari - senza ricatti come ha fatto la fiat e in presenza di tutte le parti sociali - sicuramente si potranno raggiungere accordi nazionali e aziendali in grado di sviluppare un nuovo modo di intendere il lavoro e le tutele dei lavoratori, senza, per questo, compromettere la sicurezza dei lavoratori stessi che, comunque, rimane alla base della stabilità del sistema.
Autotrasportatori siciliani bloccano l’economia. I danni si calcolano in milioni di euro. Penalizzati i contadini per l’avaria della merce.
post pubblicato in LAVORO, il 19 gennaio 2012


Fonte
Lo sciopero dei tir sta bloccando l’economia siciliana, questo il senso dei titoli apparsi sui quotidiani in questi giorni. Titoli a cui seguono articoli di cronaca degli eventi o analisi del perché sta succedendo tutto ciò.

Va detto, per chiarezza, che le richieste degli scioperanti, giuste che siano, non possono giustificare la messa in crisi dell’economia di un territorio perché, un conto è lo sciopero di una categoria che blocca la produzione degli stabilimenti della categoria interessata, altra cosa è lo sciopero di una categoria che, per sua natura, è collegata all’intera economia del  territorio e che coinvolge, forzatamente,  tutta la popolazione.
Questo non significa che detta categoria, gli autotrasportatori, non possano fare scioperi, anzi, lo sciopero è un diritto di tutti è va praticato ogni qualvolta i diritti e “le tasche” dei lavoratori vengono lesi e svuotate.

Però, quando uno sciopero coinvolge tutta l’economia del territorio in cui avviene - ora si tratta della sicilia, ma provate ad immaginarvi uno sciopero degli autotrasportatori a livello nazionale che si prolunghi per giorni -  impedendo il normale flusso di merci che servono, sia a mantenere attiva la produzione industriale sia il rifornimento commerciale di alimenti e altre materie necessarie alla popolazione creando disagi e lasciando la popolazione senza il necessario, non si può più parlare di semplice protesta contro provvedimenti governativi che, pesanti che siano, ne soffriamo tutti. Qui si tratta di vera e propria rivolta contro uno stato ritenuto invasivo, non solo degli interessi di parte ma anche nei confronti del territorio stesso.
Allora viene da chiedersi a chi fa comodo creare una situazione di estremo disagio nella popolazione che,col prolungarsi dello sciopero, potrebbe decidere di ribellarsi a sua volta contro lo stato. Una popolazione che sta già pagando, sia per la gestione locale che per la manovra del governo, non è certo propensa ad accettare ulteriori disagi a causa di uno “sciopero” ma che potrebbe accettare le giustificazioni degli scioperanti qualora lo stato figuri assente nel rimettere le cose nella giusta direzione.

Credo che la situazione sia alquanto ingarbugliata e che, lo stato, non dovrebbe prendere alla leggera ciò che sta accadendo, anzi, dovrebbe intervenire drasticamente.
Innanzi tutto, ponendo fine al blocco, anche con misure di ordine pubblico, perché lesivo nei confronti di tutti i cittadini e non solo dello stato a cui la protesta è rivolta.
In secondo luogo, verificare le responsabilità di chi ha deciso di mettere in ginocchio l’intera economia siciliana, causando una consistente perdita valutata in milioni di euro anche a categorie estranee alla protesta, e a quale reale scopo è stato indetto il blocco. Se solo per ragioni economiche o anche politiche, come in effetti sembra, data la forma di lotta scelta.
Quello degli autotrasportatori siciliani, più che uno sciopero, sembra una vera rivoluzione. Ma a quale scopo se le richieste riguardano i costi del carburante e non, ad esempio, la secessione?
Marcegaglia all’attacco dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori
post pubblicato in LAVORO, il 12 gennaio 2012


Fonte
Secondo il presidente di confindustria, Emma Marcegaglia, l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori rappresenterebbe un’anomalia nel sistema italiano. Questo a fronte delle proposte avanzate dal ministro Fornero e, attualmente, in discussioni tra le parti sociali.
L’affermazione della Marcegaglia è suffragata da un documento, presentato all’incontro con il ministro, che proverebbe l’anomalia tutta italiana del reintegro al lavoro dopo il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo.
Il reintegro, dice Marcegaglia, esiste anche in altri paesi europei ma non viene applicato.  Marcegaglia spiega che Confindustria non affronta il tema "in modo ideologico", ma dai dati emergono "anomalie nel sistema italiano" sulle flessibilità in uscita.

Dunque, il problema posto da confindustria è la “flessibilità in uscita” ovvero, la possibilità di licenziamento.
Innanzi tutto va detto che in Europa prevale un welfare molto più corposo rispetto a quello italiano incluso il salario minimo per i disoccupati che hanno alle spalle alcuni anni di lavoro. In secondo luogo, la proposta del contratto unico in discussione include anche la possibilità di licenziamento; possibilità prevista anche dalla finanziaria di Tremonti.

E allora perché tanto accanimento contro l’articolo 18?  
Il problema di confindustria col  contratto unico è l’aumento dei costi rispetto al contratto a termine e la fine della chiusura del rapporto di lavoro determinato, qualora si renda necessaria la diminuzione del personale, senza conseguenze.

Sotto i punti essenziali del contratto unico:
1) assunzione a tempo indeterminato
2) Stipendio dignitoso, allineato ai contratti nazionali di categoria o ai contratti aziendali, e comunque mai inferiore al salario minimo.  
3) diritti dei neo assunti (ferie, malattia, maternità e tfr)
4) contributi più alti per la pensione
5) soldi di buona uscita in caso di licenziamento
6) soldi di sussidio fino a tre anni in caso di licenziamento e collegamento automatico all9welfare nazionale
7) servizio di ricollocamento
8) divieto di licenziamento per discriminazione
E’ ovvio che il contratto unico è migliorativo per il neo assunto rispetto ai contratti a tempo determinato, ma è proprio questo che preoccupa confindustria. Oltre ai costi, che verrebbero distribuiti tra pubblico e azienda, rimane sempre, per il datore di lavoro, l’incognita della effettiva possibilità di licenziare perché è proprio questo che vorrebbero. L’articolo 8 della finanziaria di Tremonti lascia mano libera ai datori di lavoro sui licenziamenti (salvo quelli discriminatori e della lavoratrice in concomitanza col matrimonio), la lasciava ancora in essere il contratto a tempo determinato che consente al datore una maggiore flessibilità in uscita dal momento che alla scadenza non è obbligato a confermare il lavoratore che non può protestare in alcun modo perché non si trattava di licenziamento.
Con l’eliminazione del contratto a tempo determinato, anche se rimane in essere la possibilità di licenziare per ragioni economiche,  il datore di lavoro perde la possibilità di chiudere il contratto    senza problemi come nel caso di contratto a tempo determinato.

Concludendo, confindustria vorrebbe avere la possibilità indiscriminata di licenziare eliminando il problema alla base perché, comunque, l’articolo 18 rimarrebbe un punto di riferimento giuridico.
Fornero incontra Marchionne
post pubblicato in LAVORO, il 11 gennaio 2012


Ansa
E' di ieri 10/01 la notizia che il ministro del lavoro Fornero intende incontrarsi con L'ad della fiat Marchionne per chiarire la politica d'investimenti della fiat in Italia.
"Ho intenzione di incontrare Marchionne al piu' presto. Voglio che mi spieghi di persona quali sono le sue intenzioni. Come ministro del Lavoro sono interessata ai piani di investimento della Fiat, in particolare per quanto riguarda l'occupazione''. Queste le parole del ministro rispondendo a una domanda del giornalista dell'Ansa
Dopo la tacita approvazione del governo Berlusconi sulla politica della fiat che ha portato alla rottura della fiat sui contratti nazionali di lavoro e a inserire nei propri contratti interni la possibilità di licenziamento e altre cose in spregio ai diritti dei lavoratori, l'intervento dell'attuale governo, in concomitanza con la riforma, concertata con i sindacati, che sta per essere messa a punto - il piatto forte della riforma prospettata dal ministro è il contratto unico e il posto fisso più l'esperimento di contratti per tre anni con possibilità di licenziamento - potrebbe far retrocedere la fiat dal suo proposito di progressivo allontanamento dall'Italia e incentivarla a maggiori investimenti (per altro promessi dallo stesso Marchionne) tralasciando la sua politica di chiusura dei siti ritenuti improduttivi che fino ad oggi ha perseguito.
Chiaro che tutto dipenderà dal risultato degli incontri tra il governo e i sindacati sul tema del lavoro, ancor prima di quello tra il ministro e Marchionne. Ma non va tralasciata, comunque, l'importanza del gesto in se, la volontà di ripristinare le regole che hanno contribuito a creare l'welfare che, ora più che mai, serve per evitare il degrado e l'impoverimento di una parte consistente dei cittadini. Un'azione che darebbe valore e concretezza alla politica del governo la dove, a fronte dei sacrifici, è stato promesso più copertura sociale ai lavoratori che, a causa della crisi, si troveranno senza lavoro. Copertura che era richiesta anche dall'UE ma disattesa dal precedente governo.
Convincere la fiat dell'importanza di una politica del lavoro concordata sia con i sindacati che con il governo, darebbe fiducia agli italiani perché è proprio la mancanza di copertura a creare incertezza e paura nel domani.

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Pensione pubblica, come eliminarla? Privatizzandola!
post pubblicato in LAVORO, il 20 dicembre 2011


Dall’intervista al segretario della CGIL Susanna Camusso:
Ma mi interessa tornare sulle pensioni perché c'è una cosa che nessuno ha notato ed è gravissima”.
Quale?
Nella riforma c'è una norma programmatica che affida a una commissione di studiare la possibilità che i lavoratori spostino una parte dei contributi previdenziali dal sistema pubblico alle assicurazioni private. Questa è una riforma per smontare il pilastro delle pensioni pubbliche. Quindi Fornero non tiri in ballo a sproposito Lama, perché lei ha fatto esattamente una riforma contro i suoi figli, anzi i suoi nipoti”.

Dunque, la riforma delle pensioni fatta dalla Fornero - con le lacrime agli occhi -, non riguarda solo lo spostamento in avanti dell’età pensionabile ma anche la privatizzazione delle pensioni.
Cosa questa che, se andasse in porto,  aumenterebbe di molto il rischio, per molti dipendenti, di rimanere senza copertura pensionistica per due motivi:
Primo, come si sa, le assicurazioni private sono parte del sistema liberista dove si agisce unicamente nell’interesse dell’assicurazione stessa, pertanto, i soldi dei lavoratori saranno soggetti alle regole del mercato. Questo significa che, qualora l’assicurazione si trovasse in difficoltà, le conseguenze non possono che essere: a) o lo stato interverrà immettendo soldi per coprire la previdenza degli assicurati, b) l’assicurazione non sarà in grado di pagare e gli assicurati perderanno le loro pensioni.

Nel primo caso, verranno comunque usati soldi pubblici a copertura del disavanzo dell’assicurazione, nel secondo, i soldi investiti dagli assicurati andranno persi. E’ ovvio presupporre che sarà più facile che si verifichi il primo caso, pertanto, non si capisce il risparmio che lo stato dovrebbe avere.

L’unica cosa certa è la perdita della certezza delle pensioni che, unita all’incertezza del lavoro, che sarà ulteriormente potenziata sia dall’introduzione della maggior flessibilità e dalla modifica dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori prevista dalla ministra Fornero, sia dal nuovo corso istauratosi con l’accordo fiat sia dall’articolo 8 della manovra di agosto del governo Berlusconi (possibilità di licenziamento per causa economica) e anche dallo spostamento dell’età pensionabile, per molti potrebbe diventare certezza di non percepire la pensione.

Cose già sentite e scritte, si dirà, ed è vero poiché l’attuale governo sta facendo quello che è stato impedito di fare al governo precedente, ovvero, riformare il mondo del lavoro e, attraverso quello, riformare il mondo dell’welfare, nel senso tipico del liberismo, agganciandolo alle necessità dell’economia.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 20/12/2011 alle 11:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I sindacati, la manovra Monti e l’accordo Fiat.
post pubblicato in LAVORO, il 19 dicembre 2011


I sindacati sono sul piede di guerra contro l’iniquità della manovra economica del governo.
Dopo una lunga stagione di separazione che ha visto i sindacati divisi, in modo particolare sugli accordi fiat, sembra essere tornata l’unità tra le confederazioni. Unità che si manifesta nell’opposizione, sembra a oltranza, alla manovra del governo ritenuta sbilanciata a sfavore delle classi meno abbienti - lavoratori e pensionati. Che questa sia una buona notizia è indubbio, ma lo è altrettanto che Uil e Cisl siano in netta contraddizione con l’accordo sul contratto unico della fiat.
Le misure del governo in materia di pensione - lo spostamento dell’età pensionabile inciderà non poco sulle assunzioni anche se la Fornero parla di assunzioni a tempo indeterminato, il problema non si sposta di una virgola -, e di tasse - in modo particolare Iva e benzina - andranno certamente ad aumentare in modo considerevole il costo della vita, ma al contempo, si sommano al nuovo corso della gestione del lavoro inserito dalla Fiat. Questo significa che la manovra agisce in sintonia con la volontà di salvaguardare proprio quel sistema che la Fiat a introdotto in Italia con il contratto unico dove sono previste alcune cose che vanno ad annullare i diritti acquisiti dei lavoratori. Inoltre, non sono previsti, come aveva detto Marchionne, miglioramenti salariali, a parte un premio una tantum di 600 euro per il 2012.

Questi ,in sintesi, i punti dell’intesa:
1) Orario. La Fiat otterrà 120 ore di straordinario senza doverle contrattare con il sindacato. Erano 104 con la contrattazione obbligatoria su 64 nel precedente contratto nazionale
2) Paghe. Lieve incremento della paga per l'ora di straordinario, oggi maggiorata del 50 per cento e con il nuovo accordo maggiorata del 60 per cento
3) Premio. A tutti i dipendenti, anche a coloro che hanno trascorso buona parte del 2011 in cassa integrazione, verrà riconosciuto un premio una tantum di 600 euro
4) Scioperi. É vietato indire scioperi sulle materie regolate dal contratto. I sindacati che li indicono vengono puniti
5) Malattia. L'azienda non pagherà i primi due giorni di malattia se l'assenteismo supererà il 3,5 per cento della forza lavoro dello stabilimento.
6) Non avranno nessuna rappresentanza i sindacati che non firmeranno il contratto e saranno abolite le RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie).
Un bel quadro di regole che permetterà un ritorno al passato con buona pace di Marchionne.

Detto ciò, risulta impossibile separare il contratto Fiat e le norme della finanziaria visto che hanno un comune obiettivo: la ristrutturazione del mondo del lavoro che viene additato come una delle cause della crisi del sistema.
La Cisl e la Uil forse non hanno ben chiaro il rapporto tra l’attuale politica - sia quella di Monti che quella di Berlusconi - e il percorso della Fiat. L’articolo 8 della manovra di agosto inserisce nel rapporto di lavoro la possibilità di licenziare per causa economica; questi licenziamenti coinvolgeranno essenzialmente più gli operai “anziani” che quelli giovani, questo significa minore possibilità di reinserimento nel lavoro. La proposta della ministra Fornero di assumere a tempo indeterminato lascia il tempo che trova sia perché non ci sarà crescita che per lo spostamento dell’età pensionabile; non ci saranno posti per assumere - tanto più che, secondo Confindustria, nel 2012 si perderanno circa 1 milione di posti di lavoro.

Lottare per la pensione dovrebbe avere, innanzi tutto, l’obiettivo di portare l’anziano a maturare i contributi necessari e, come secondo obiettivo, portare l’età pensionabile a un limite che permetta il tur nover senza creare disoccupazione. Ma questo non è possibile se l’accordo Fiat dovesse essere preso come base da tutto il mondo del lavoro; sarebbe come fare una buona legge e, al contempo, con mezzi per attuarla che la annullano.
D’altra parte, la stessa Fornero indica - in sintonia con l’articolo 8 e l’accordo Fiat -, come presupposto per la creazione di nuovi posti di lavoro, una maggiore flessibilità nella gestione del lavoro, ovvero, la possibilità di diminuire il personale in caso di necessità anche senza giusta causa.

Concludendo, la lotta per la modifica della manovra Monti non può essere affrontata in modo separato dall’accordo Fiat.

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Le pensioni e il debito pubblico.
post pubblicato in LAVORO, il 14 settembre 2011


           

Fonte

Secondo l’autore dell’articolo proposto, una delle verità nascoste delle stato sociale – quelle verità che sarebbero alla base del debito pubblico - è l’idea che i diritti acquisiti sono intoccabili. Facendo la distinzione tra diritti politici/civili e sociali, determinandone l’ineguaglianza che gli serve a dare legittimità solo a quelli civili e politici degradando quelli sociali a semplice appendice dell’economia. Ovvero, se i diritti civili e politici sono immutabili, quelli sociali no perché, essendo costi economici, devono dipendere dallo stato dell’economia, ovvero, dipendere nella loro quantità, dai conti economici.

Tra i diritti sociali, sembra che quello della previdenza (pensioni) sia quello che più d’ogni altro abbia contribuito al debito pubblico (anche se il debito non viene nominato, risulta ovvio parlando della manovra). Come esempio, porta le pensioni a 35 anni di servizio, introdotta dalla legge 153 del 1969. Nessun accenno però alle beby pensioni che venivano elargite dopo 20 di lavoro nel settore pubblico, o a quelle dei parlamentari dopo una legislatura e che fino a qualche anno fa dopo due anni di legislatura. Nessun accenno neppure ai prepensionamenti che mandavano in pensione prima dei cinquant’anni e che sono serviti all’industria sia a riconvertire la produzione che, e in massima parte, a ridurre il personale per favorire la modernizzazione, in senso tecnologico, degli impianti.

Insomma, secondo l’autore, sono le pensioni in se ad aver contribuito a creare il debito e non il loro sfruttamento per interessi personali.

“l'aver lavorato per 35 o 40 anni, indipendentemente dalla congruità dei contributi versati, è diventato il presupposto fondativo dell'accesso alla pensione. Governi, opposizioni, parti sociali, associazioni di categoria: tutti portano serie responsabilità per aver nascosto ai lavoratori italiani l'insostenibilità finanziaria e culturale di quel presupposto”. Cosi l’autore conclude il suo intervento. Come a dire che la pensione non è un diritto inalienabile che spetta a tutti dopo aver dato il loro contributo. No! La pensione è un opsional da elargire in base alle esigenze del mercato.

Questo ragionamento viene fatto in un periodo, che ormai dura da più di dieci anni, dove si parla del lavoro giovanile. Ma come si può inserire il giovane nel mondo del lavoro se l’anziano dovrà uscire a 65 anni? Questo, naturalmente, è solo un aspetto della mancanza di lavoro che, in massima parte, viene meno a causa dei continui miglioramenti tecnologici che mirano a sostituire l’uomo alla produzione ma anche nei servizi.

Tornando all’aspetto economico, l’autore si dimentica, o non sa, che lavorare oltre i cinquanta cinquantacinque anni, la resa diminuisce e anche l’attenzione. Questo indica che, se da una parte lo stato spende sempre più, dall’altra si riduce la capacità umana in un mondo che richiede sempre più di essere attivi. Inoltre si dimentica che sono proprio le aziende a chiederne l’uscita dopo questa età per far posto a persone più qualificate nella gestione degli strumenti in continua evoluzione tecnologica. Questo porterà, comunque, lo stato a spendere soldi per sostenere i lavoratori senza lavoro potenziando gli ammortizzatori sociali; a meno che non riescano a distruggere completamente lo stato sociale che, in fondo, è l’oggetto dell’attacco dell’articolo.   . 

Il problema di fondo, casomai, è il potenziamento dello stato sociale visto che la produzione e la distribuzione si basano sempre più su tecnologie in grado di sostituire l’uomo. Ma ciò comporta una modifica sostanziale e in positivo, non solo dello stato sociale ma anche dell’economia stessa e in modo particolare del metodo di acquisizione delle entrate fiscali. E sono proprio queste modifiche a non essere accettate dalla classe dirigente sia politica sia industriale perché comporterebbero un diverso modo di intendere il rapporto tra lavoratori, e cittadini in generale, e le caste sociali, politiche ed economiche.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 14/9/2011 alle 11:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sciopero CGIL, Camusso: questo è uno sciopero politico!
post pubblicato in LAVORO, il 7 settembre 2011


           

Da wikipedia “Al di là delle definizioni, la politica in senso generale, riguardante "tutti" i soggetti facenti parte di una società, e non esclusivamente chi fa politica attiva, ovvero opera nelle strutture deputate a determinarla, la politica è l'occuparsi in qualche modo di come viene gestito lo stato o sue substrutture territoriali. In tal senso "fa politica" anche chi, subendone effetti negativi ad opera di coloro che ne sono istituzionalmente investiti, scende in piazza per protestare.”

Si è svolto ieri lo sciopero della CGIL che ha visto la partecipazione, oltre agli aderenti alla CGIL, anche di iscritti alla CSL e UIL.

Una grande manifestazione contro la manovra economica che il governo sta approntando e di cui ha messo, proprio ieri, la fiducia.  

La Camusso, nel suo discorso a Roma, oltre alle critiche, ormai conosciute, alla manovra, di cui la CGIL ha preparato una contromanovra, (vedi anche qui) ha ribadito un concetto importantissimo in risposta a chi sosteneva la politicità dello sciopero: “ancora una volta si è detto che lo sciopero della CGIL è uno sciopero politico. Si, lo è, perché il sindacato ha una funzione alta. Non abbiamo paura di questa parola. Piuttosto ci spaventa l'anti-politica. Abbiamo fatto tante proposte, le cose da fare non mancano. Si potrebbe cominciare con il taglio del vitalizio ai parlamentari. Solo così potremmo scoprire se questa maggioranza fa gli interessi del Paese o solo ed esclusivamente della classe politica eletta".

Dunque, lo sciopero non è solo uno strumento di ricatto, ma è, innanzi tutto, uno strumento politico con cui chi non detiene il potere può bloccare provvedimenti governativi che sarebbero negativi per loro o ritenuti tali per l’intera società.

Niente di più vero in una società che, pur richiamandosi a valori democratici e laici, tende ad usare i cittadini unicamente come serbatoio elettorale togliendo loro ogni possibilità di intervento. Al riguardo basta pensare alle resistenze quando, i cittadini, raccolgono firme per un referendum che, dopo lo sciopero, è l’unico momento in cui può intervenire direttamente.

Lo sciopero di ieri è stato uno sciopero politico, e non poteva essere diversamente visto i problemi affrontati. Ma politico lo sarebbe, e lo erano, anche qualora si fosse trattato di richieste salariali o, comunque, riguardanti il mondo del lavoro. Questo perché la politica non è e non deve essere appannaggio dei soli “politici”, anzi, la politica è proprio il contrario di quanto vogliono farci credere, specialmente a destra. La politica è l’interesse generale nei confronti della società e di coloro (i politici) che sono chiamati a gestirla. Se cosi non fosse, il cittadino sarebbe degradato a semplice numero elettorale; perderebbe i presupposti democratici di responsabilità che sono alla base anche della nostra costituzione.  

Concludendo, è giusto riportare lo sciopero alla sua dimensione politica perché, in ogni caso, influenza le decisioni dei politici.  


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La fiat e le auto italiane.
post pubblicato in LAVORO, il 26 agosto 2011


           

Fonte notizia: corriere.it

Una frase del presidente della fiat, John Elkann lascia perplessi:bisogna vedere se l’Italia vuole fare automobili, vedere se c’è chi vuole fare auto come vuole fare la fiat”. Già, perché non basta fare auto, l’importante sono i metodi organizzativi di produzione. Quelli, tanto per intenderci, chiesti e ottenuti dall’ad Marchionne, ovvero, restrizione dei diritti dei lavoratori e loro completo adeguamento alle necessità dell’azienda.

La risposta al presidente fiat arriva dal ministro del lavoro Maurizio Sacconi,fiat a avuto dall’Italia tutte le certezze per poter investire, la norma inserita nella manovra è segno evidente di un clima inequivocabile di favore per gli investimenti e l’occupazione. Ora le chiacchiere e il tempo degli interrogativi deve essere sostituito dalle decisioni”. Già, la possibilità di licenziare senza giusta causa, in base alle esigenze dell’azienda che unito alla sostituzione del contratto nazionale con quello aziendale fa tutt’uno con l’idea, per altro antichissima, che l’azienda deve agire al di fuori delle regole sociali.

E se il tutto lo uniamo al continuo restringimento dello stato sociale a favore di servizi privati, abbiamo allora un quadro abbastanza completo di quello che ci aspetta nel prossimo futuro.

L’Italia, e in modo particolare i lavoratori attraverso i sindacati, chiede da sempre che la fiat rimanga in Italia. Chiede, però, anche che questa possibilità non sia legata a condizioni che vanno a eliminare tutto ciò che nei decenni gli operai hanno raggiunto in termini di diritti.

Ed è qui che si inserisce il dubbio del presidente fiat. Si, perché la fiat non è disposta a gestire con le parti sociali la gestione sia della produzione che quella del rapporto con le maestranze. Pertanto, quando chiede se, effettivamente, c’è chi vuole fare auto come vuole fare la fiat, è ovvio che pensa alla gestione. Gestione che deve essere in mano, esclusivamente, a fiat senza più l’apporto - se c’è, deve essere completamente subordinato alle decisioni fiat – delle parti sociali. QUESTO È CIÒ CHE VUOLE LA FIAT.

In appoggio a questa politica si è sempre mosso il governo Berlusconi, sia lasciando ampi spazi di manovra non intervenendo nelle contrattazioni tra sindacati e fiat sia proponendo leggi tipo abolizione dell’articolo 118 (articolo che regola i licenziamenti) dello statuto dei lavoratori o la legge sul precariato. Questo avvalora, in negativo, ciò che afferma il ministro. l’Italia a sempre dato alla fiat tutto ciò che era in suo potere dare, prima con finanziamenti per sostenere l’occupazione quando la fiat aveva bisogno di ristrutturare, poi, come detto sopra, lasciando ampio margine di manovra.

Concludendo, dopo i contratti di Pomigliano e Termini Imerese, che hanno visto prevalere l’idea di una gestione aziendale mirata a subordinare le maestranze all’azienda, ora, con l’affermazione del presidente fiat, sta prendendo corpo proprio quello che la Fiom aveva condannato proprio perché avrebbe portato in futuro la fiat a richieste più onerose per gli operai col solo impegno di mantenere la produzione in Italia.:


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Povero Brunetta, così grande e così piccolo!
post pubblicato in LAVORO, il 15 giugno 2011


Fonte notizia.

 Una domanda, signor Brunetta, una sola … ma dai, cosa vuole che sia una domanda sul nostro futuro in un convegno sull’innovazione, la ricerca, le tecnologie e le opportunità dei giovani? Ce lo consenta, sia bravo, dai. Ma che fa! Scappa! In fondo vogliamo solo una risposta ai tanti problemi che hanno i giovani.

  Succede che il ministro della Pubblica Amministrazione (SETTORE DOVE IL PRECARIATO ESISTEVA ANCOR PRIMA DELLE LEGGI CHE LO LEGITTIMASSERO), di fronte a un gruppo di giovani precari che, probabilmente chiedevano notizie sulla loro collocazione nel mondo del lavoro – dato che il convegno era anche sulle opportunità di lavoro giovanile -, si giri e scappi dicendo: SIETE LA PARTE PEGGIORE DELL’ITALIA!!!!

  Frase emblematica di antiche idee credute morte ma che, negli ultimi vent’anni, sono ritornate sempre più di moda.

  Eh già, neanche fossero la feccia che popolava il mondo monarchico, quel mondo che negava ogni diritto a coloro che, a causa dei monarchi stessi, venivano relegati oltre i margini della civiltà. Ma anche oltre i normali sistemi di sostentamento fino a spingerli a vivere nella più buia miseria.

  Ma il nostro fugge di fronte alle vittime dell’incauto discorso da lui stesso appena pronunciato (discorso non conosciuto, o comunque non riportato nell’articolo) nel tentativo di, forse, riprendersi dalla batosta democratica appena ricevuta. Fugge a gambe levate, ma non senza rinunciare a ribadire la sua incongruenza tra la realtà di una vita passata nell’incertezza totale e le sue fantasie di grandeur della politica che tutto può e niente fa.

  Fugge! Eh .. ma i giovani lo rincorrono, eh si. Perché non è giusto lasciare senza risposta persone che del suo agire dipendono. E lo rincorreranno sempre poiché le necessità della vita impone di non cedere su questioni che possono, se non affrontate adeguatamente, compromettere l’esistenza civile di tutti.

            MA VA LA BRUNETTA, SE C’E’ UN PEGGIORE SEI PROPRIO TU!!!!!!!!!!!


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Marchionne e la scelta americana.
post pubblicato in LAVORO, il 7 giugno 2011



Marchionne torna dall’America carico di applausi e salamelecchi da parte delle autorità, incluso Obama, e dei lavoratori ed ecco che scatta in lui una nuova idea: gli italiani devono imparare dall’America! Cavolo, e chi l’avrebbe mai pensata una cosa simile! Forse i milioni di emigrati? O magari Berlusconi che è andato a riferire a Obama che in Italia c’è la dittatura – dimenticandosi di specificare che la dittatura è la sua? Noooooo! E perché mai gli emigrati in America avrebbero dovuto pensarlo visto che ci vivono e sanno benissimo come funziona? Ad esempio, che gli operai o fanno così (com ‘l dis ol paron) o sono fuori, che gli stessi non hanno copertura sanitaria quando perdono il posto ma per loro (i paron) va bene così, che, sempre gli stessi, hanno sindacati tra i più mafiosi del mondo, ecc.. Ma anche Berlusconi, che interesse avrà mai a dire che gli andrebbe bene il sistema americano quando, di fatto, lo propone tutti i giorni senza dirlo chiaramente? 

Insomma, Marchionne torna in Italia con la pentola dell’acqua calda convinto dì averla inventata lui. E questa è la novità che ci porta! Si, perché tutto il resto lo sappiamo già!  

Sappiamo che per acquistare la Chrysler, oltre a depositare soldi sul capitale sociale della stessa, ha dovuto rendere allo stato americano tutti i soldi che questo aveva dato   per aiutarla a riprendersi. Inoltre, ora per acquisire la proprietà totale dell’azienda dovrà sborsarne altri; proprietà che, però, per acquisire ha dovuto presentare il progetto di risanamento dell’azienda. Progetto che implica investimenti e esportazione della tecnologia dall’Italia agli USA. Cosa che in Italia non succede mai perché, anche quando si fanno accordi, poi non si rispettano. Come la Fiat di Marchionne, che ha promesso investimenti a Mirafiori e Pomigliano per 20 miliardi ma fino ad ora ne ha dati il 10% e il motivo, secondo Marchionne, risiede nel fatto che, in Italia, non c’è un atteggiamento positivo nei confronti dell’azienda.

Quale deve essere questo atteggiamento, Marchionne ce lo dice nelle sue dichiarazioni dopo il ritorno dall’America: “Quanto è avvenuto negli Usa deve essere letto in Italia in modo positivo. Se è possibile farlo là è possibile farlo anche qui. Deve cambiare però l'atteggiamento”. e cosa è avvenuto negli USA?: “Ieri la gente ringraziava per quello che è stato fatto, invece di insultare” e ancora “il tubo degli incentivi si è svuotato, la domanda è arrivata a livelli naturali, 1 milione e 750mila-1 milione 800mila, i livelli del 1996: abbiamo smesso di drogare il sistema e abbiamo visto dove siamo arrivati”. E aggiunge “Lo stabilimento Chrysler, spiega, è stato rilanciato grazie a Chrysler stessa ma con l'aiuto della Fiat.”

Dunque, dalle sue parole emerge che, se l’Italia vuole continuare, deve cambiare e diventare, o quantomeno, prendere ad esempio l’America che, come detto sopra, è tutt’altra cosa. Imitare gli americani significherebbe rovesciare tutto ciò che s’è conquistato, ovvero, quello stato sociale che ha permesso a decine di migliaia di lavoratori di non finire sul lastrico grazie agli incentivi promossi dallo stato a loro favore. E sembra che Marchionne se ne dispiaccia quando dice che gli incentivi sono finiti. A questo punto è il ministro Sacconi a precisare il concetto affermando che a “opporsi a Marchionne sono i sindacati conservatori,settori ideologizzati della magistratura e ambienti della borghesia bancaria.”

Dunque, gli italiani – perché non riguarda solo la Fiat ma tutto il mondo del lavoro perché, una volta passata l’idea che il contratto nazionale deve essere dismesso, ogni azienda avrà la possibilità di fare il proprio contrattino interno, questo significa che i sindacati opereranno al di fuori di ogni logica di solidarietà   - devono rinunciare ai diritti acquisiti fin’ora e ripartire  tornando all’inizio dell’avventura che, in fondo, ha contribuito a creare benessere in Italia. Non dimentichiamoci che i lavoratori hanno sempre chiesto, oltre ai diritti democratici e liberali, la partecipazione al benessere e che i cosiddetti “rivoluzionari” erano una piccola minoranza e che la maggioranza dei lavoratori non ha mai partecipato ai tentativi rivoluzionari poi sfociati nel terrorismo rosso – va detto che il terrorismo rosso, oltre a essere nato per reazione a quello cosiddetto di stato, ha alla base la convinzione che i lavoratori (classe operaia) avevano rinunciato al ruolo, marxista, di dirigere la rivoluzione perché, con le conquiste fatte, si erano imborghesiti e, con essi, i partiti tradizionali della sinistra - Non va anche dimenticato che i diritti acquisiti sono parte integrante della società liberale.

Il ritorno al passato, ecco ciò che ci propone Marchionne, e con esso anche l’attuale governo. Questa è la novità! Una novità, però, che sa di stantio e di voglia di semplificarsi la vita; si, perché è molto più semplice gestire la società, sia essa civile che industriale, avendo a disposizione una massa informe da plasmare in base alle proprie esigenze senza curarsi delle esigenze del lavoratore o, tutt’al più, dare quello che la dirigenza ritiene indispensabile al suo mantenimento. Marchionne sa benissimo che questa scoperta è, in realtà, vecchia come il mondo. Che in ogni epoca di progresso c’è sempre stato una reazione, da parte del potere, una volta stabilizzato il momento di crescita sociale, verso la restaurazione nella società del vecchio modello. Sa anche benissimo che oggi, in Italia, sarebbe più saggio mantenere il livello di benessere e i diritti raggiunti perché solo in questo modo si possono evitare le tensioni sociali che si sono verificate negli ultimi anni. Lo sa, però insiste, e con lui il governo, a voler immettere regole che nulla hanno a che fare con la nostra cultura.

Di fronte a questo comportamento viene spontaneo chiedersi il perché. Perché, in una società che, tutto sommato, riesce ad esprimere ancora, e al di la dei tentativi di bloccarla, un livello culturale elevato, si vuole bloccare il proprio quelle strutture che l’hanno permesso?


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 7/6/2011 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Esplode la rabbia degli operai.
post pubblicato in LAVORO, il 24 maggio 2011


Dopo la comunicazione della Fincantieri di ridurre il personale di 2550 operai (che andranno a rimpinguare la già nutrita schiera di disoccupati e precari) nell'ambito della politica di ristrutturazione dell'azienda - è previsto la chiusura del cantiere navale di Genova, dell'impianto di Castellamare di Stabia e il ridimensionamento del sito di Riva Trigoso -, gli operai sono scesi in piazza per protestare contro la politica dell'azienda.

La protesta, purtroppo, è sfociata in azioni vandaliche e scontri con le forze dell'ordine presenti in assetto antisommossa - unica, finora, attenzione dello stato nei confronti dei lavoratori.

 

La cosiddetta “ristrutturazione” è contenuta in un piano che la dirigenza di Fincantieri, la società dell’industria navale controllata da Fintecna, a sua volta emanazione del ministero dell’Economia, ha presentato ieri ai sindacati per uscire dalla crisi. Un piano che i rappresentanti dei lavoratori hanno definito “inaccettabile”.   

Ciò significa che l'azienda è controllata dallo stato e che, di fronte alla crisi, si sta comportando senza nessun riguardo nei confronti dei lavoratori. A quanto pare, vista la reazione degli operai, sia del nord che del sud, la direzione (lo stato) non ha preparato nessun piano di assistenza agli operai che, praticamente, finiranno sulla strada.

 

Oggi, l'Italia è attraversata da innumerevoli lotte: contestazione al ponte sullo stretto e Tav., lotta contro la politica dei rifiuti a Napoli, lotta dei precari, lotta degli studenti e docenti, lavoratori della cultura, lotta contro il nucleare, contro la privatizzazione dell'acqua  ecc..

Tutte lotte legittime perché si manifestano sempre dopo un'azione impopolare del governo o per l'inadeguatezza dei provvedimenti. Lotte che, purtroppo, a volte sfociano nella violenza.

 

Ma di chi è la colpa? Dei cittadini che si vedono usurpati o dei governanti che, nella loro funzione di garanti dei diritti e del benessere della popolazione, agiscono invece a favore di interessi particolari a scapito delle libertà e benessere del popolo?

 

È facile parlare di facinorosi o sovversivi per coloro che, usufruendo dei privilegi della casta politica e industriale, della presunta crisi non ne risentono visto i loro compensi e il loro modo di gestire la crisi.

Tutti devono pagare, dicono. Certo, ma sarebbero più credibili se i sacrifici incominciassero da loro e se la distribuzione della ricchezza, in modo particolare nei momenti di crisi, verrebbe fatta in modo più equo.

 

Una domanda viene da porsi: è più violento l'individuo che, spinto da rancore per i torti subiti, si lascia andare momentaneamente alla rabbia o chi, consapevole di ciò che fa per averlo programmato, agendo in base a considerazioni puramente "tecniche" e non curandosi degli effetti deleteri delle sue azioni, mette sul lastrico miglia di persone togliendo loro ogni sicurezza?

Gli italiani ridiventano operai.
post pubblicato in LAVORO, il 23 maggio 2011


           

La Repubblica.it

È quanto emerge dal sondaggio condotto da demos-coop sulla situazione economica degli italiani. Il sentimento prevalente risulta di sfiducia dettata dal progressivo regresso delle classi sociali (eccetto quella dirigenziale) verso una situazione sempre più precaria.

Ciò che emerge è l'insicurezza delle categorie che fino a prima della crisi rappresentavano il ceto medio e che ora si sentono sempre più regredire a livello di operai.

 

Si era detto, con enfasi, che la classe "operaia non esiste più". Affermazione dettata dalla constatazione, in massima parte vera, che, gli operai, avevano ormai raggiunto livelli di benessere che li includevano nel ceto medio. Questo a portato a ridefinire, tentativo ancora in corso, gli accordi sociali tra sindacati e aziende e lo stato sociale.

 

Dunque, è il reddito alla base della presunta scomparsa della classe operaia; aumentando si diviene classe media. Ma questo significa che, diminuendo, si ridiventa classe operaia. Significa anche che, a ridiventare, o a regredire, a classe operaia non sono solo gli operai che si erano elevati, ma anche tutte quelle categorie che derivano il loro benessere dal benessere generale.

Categorie come liberi professionisti, artigiani, commercianti, negozianti, ristoratori, bar, ecc., che, con la diminuzione del benessere generale, si vedono diminuire, inesorabilmente, anche il loro portandoli a situazioni di insicurezza. Situazioni che, spesso, sfociano in fallimenti con conseguente regresso. Tutto questo si riflette su ogni aspetto dell'economia.

 

La classe operaia, dunque, non è/era scomparsa ma, semplicemente, assorbita in quella media o, in altre parole, la classe operaia coincide con la classe media, oppure, sono la stessa classe che si differenzia in base al reddito.

Se consideriamo il reddito come metro di misura, risulta evidente la coincidenza delle due classi. In un clima di benessere, scompare l'operaia, in un clima di non benessere quella media.

Questo vale per ogni categoria economica (meno il capitalista che, pur essendo anch'egli soggetto a variazioni di reddito, non ne comporta il regresso).

Cosi come non è mai scomparso il lavoro precario. Semplicemente era presente sotto altre forme: part time e supplenti della scuola.  

 

Per concludere, nell'attuale assetto economico, basato sulla produzione di beni di consumo necessario a mantenere alto il livello di benessere, le classi si differenziano nella misura in cui i redditi vengono distribuiti in base, non alle necessità, bensì al merito eludendo, così, quello stato sociale necessario a mantenere, anche in momenti di crisi, la capacità di acquisto di coloro che si trovano, a causa della crisi, in difficoltà economiche causando la caduta dei consumi per effetto domino.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 23/5/2011 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Le riforme per la crescita secondo la Sig. Marcegaglia.
post pubblicato in LAVORO, il 25 gennaio 2011


Ascoltando l'intervista di Fazio su "che tempo che fa" alla Sig. Marcegaglia (presidente di Confindustria), sembrerebbe che Confindustria non sia in sintonia con l'attuale governo italiano. Le critiche e proposte sembrano andare in direzione diversa dalla politica del lavoro e della società. Ci dice che il governo è "assente" da sei mesi, che, se non ci sono riforme miranti alla crescita, sarebbe meglio andare alle elezioni (questo il senso delle sue parole anche se non lo dice esplicitamente); ma è proprio sull'affermazione delle riforme che, invece, la Signora si mette in sintonia col governo.

La riforma auspicata riguarda la crescita dell'economia e un modo diverso di gestione dei rapporti tra capitale e lavoro.

Dice la Signora:  do atto al governo il merito di aver varato alcune riforme importanti, "gli ammortizzatori sociali in deroga (esistevano  già in misura maggiore e proprio grazie al governo sono stati diminuiti perciò, parlare di riforma e errato nda), la riforma dell'università (contrastata anche, prima volta in Italia, dai rettori delle maggiori università nda)" e ancora:  "Ora però bisogna fare di più. Fare le riforme strutturali. Liberalizzazioni, infrastrutture, pubblica amministrazione, ricerca e innovazione. Abbiamo migliaia di euro di investimenti in infrastrutture che sono bloccati in tutto il paese. E' necessario sbloccare tutto questo e denunciare chi li blocca".

Se leggiamo il piano triennale per il lavoro del governo, ci si renderà conto che gli obiettivi, anche se nell'intervista vengono indicati in modo generico, della Signora corrispondono a quelli del governo. Perciò, quello che chiede è la possibilità che il governo possa attuarle, solo nel caso non ci riesca si va alle elezioni. Questo non significa critica sui contenuti ma, casomai, critica a chi questi contenuti non li condivide.

Non a caso difende l'accordo della fiat sostenendo: "Finora abbiamo lavorato secondo la logica che una cosa vale per tutti, ma questo sistema non funziona più. Noi dobbiamo fare sì che ogni impresa, attraverso le relazioni sindacali, trovi il modo per aumentare la produttività". Perciò, l'interesse primario della Signora non è il benessere ma la produzione e la diversificazione dei contratti in base alle esigenze delle aziende. Una teoria che si sposa perfettamente con quanto sta cercando di realizzare il governo.

Nel piano triennale per il lavoro, i punti chiave sono: "Partendo da questo presupposto, obiettivo del Piano triennale per il lavoro - in coerenza con i valori e la visione del Libro Bianco sul futuro del modello sociale - è quello di concorrere a promuovere la crescita economica e una occupazione maggiore e di qualità ponendo particolare attenzione a:

  1. la produttività del lavoro, attraverso l’adattamento reciproco delle esigenze di lavoratori e imprese nella contrattazione di prossimità, le forme bilaterali di indirizzo e gestione dei servizi al lavoro, l’incremento delle retribuzioni collegato a risultati e utili della impresa;
  2. l’occupabilità delle persone, attraverso lo sviluppo delle competenze richieste dal mercato del lavoro, con particolare riferimento ai giovani e alle donne;
  3. l’emersione dell’economia informale e un’efficace azione di contrasto del lavoro irregolare.

Il documento, suddiviso in due macro aree, propone un’analisi delle azioni portate avanti in questo primo biennio di governo, in un contesto di crisi globale, al fine di salvaguardare la base occupazionale e la coesione sociale, avvalendosi del dialogo sociale e istituzionale, che ha visto convergere Governo, Regioni e parti sociali su importanti e tempestive decisioni.

Le iniziative assunte sono in prevalenza riconducibili a tre principali linee di azione:

  1. liberare il lavoro dalla oppressione fiscale, burocratica e formalistica;
  2. liberare il lavoro dal conflitto collettivo e individuale;
  3. liberare il lavoro dalla insicurezza.

La seconda parte del Piano è invece finalizzata a definire le priorità da perseguire affinché la ripresa possa essere celere ed incisiva e, quindi, a tracciare il percorso da intraprendere nel prossimo triennio secondo tre ulteriori linee di azione:

  1. liberare il lavoro dalla illegalità e dal pericolo;
  2. liberare il lavoro dal centralismo regolatorio;
  3. liberare il lavoro dalla incompetenza."

Come si può leggere nei punti, è evidente il tentativo di instaurare un sistema di dipendenza del lavoro, e degli operai, dalle necessità dell'economia. Tutto indica la voglia di creare un sistema "pacificato" senza interferenze nella gestione.

Al punto 2 si vuol liberare il lavoro dal conflitto (ma per farlo si ricorre al ricatto). Vero, però ci si dimentica che il conflitto nasce, non dalla voglia di creare insicurezza ma, viceversa, perché il lavoratore, quando chiede sicurezza, o la si nega o la si da chiedendo in cambio di rinunciare ai diritti. La Signora dice che il contratto collettivo nazionale non verrà dismesso ma dice anche che "diventerà più leggero", il che significa più spazio ai contratti aziendali che, di conseguenza, diventeranno prioritari rispetto a quello nazionale.

Al punto 3 si vuol liberare il lavoro dall'insicurezza. Giusto, ci spieghino allora perché è stato potenziato il contratto a termine nel piano triennale e che l'industria sta usando a piene mani e che è destinato a diventare la norma.

Al punto 4 si parla di illegalità e pericolo (sicurezza?). l'attuale legge prevede una diminuzione di responsabilità del datore di lavoro e non risulta che Confindustria si sia lamentata.

Al punto 5 si parla di centralismo. Si, passare da una situazione di contratto libero a una di contratto ricattatorio ed eliminando la presenza dei sindacati che non firmano il contratto significa solo centralizzare e, guarda caso, il centro diventa "le necessità dell'azienda".

Ma il punto clou è il 6. liberare il lavoro dall'incompetenza. Già, dovremo diventare tutti competenti, qualsiasi cosa voglia dire, ma di cosa? Della catena di montaggio? Dell'operazione ripetitiva che esiste ormai anche nelle piccole industrie? - sui centri di lavoro a controllo numerico, in un'azienda moderna ben organizzata, basta saper mettere un disco d'acciaio o qualunque altro materiale e dare invio. Certo, in un'azienda automatizzata, oltre agli operai ci sono anche i tecnici e i programmatori, non risulta però che l'azienda assuma personale appartenente a queste categorie senza aver verificato la loro capacità, e questo succede da sempre.

l'ironia però è scritta nel libro bianco scritto dal ministro Sacconi dove nella premessa si scrive: come già il libro verde, anche il libro bianco è dedicato ai giovani e alle loro famiglie: "La dedica vuole essere sostanziale, non formale, perché un rinnovato modello sociale orientato a promuovere lauto sufficienza di ciascuna persona, di tutte le persone. È essenziale ricostruire la fiducia nel futuro."

Si! Coi contratti a termine! E la colpa non è da addebitare alla crisi, il contratto a termine è stato istituito prima.

 

Per concludere, l'attacco della Sig. Marcegaglia al governo si riduce al fatto che il governo, dopo aver promesso mari e monti, sta dimostrando incapacità nel realizzare il suo stesso programma. Dunque, Confindustria e governo sono in sintonia con i programmi e gli obiettivi, quello che viene contestato è il ritardo nell'applicazione.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 25/1/2011 alle 17:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tunisia, nord Africa e la globalizzazione.
post pubblicato in LAVORO, il 17 gennaio 2011


Esplode la rabbia nel Maghreb, una rabbia causata da pance vuote e diritti calpestati, di giovani (75% della popolazione) senza lavoro, di migrazioni frustrate da accordi limitativi con l'Europa, di incertezza del futuro. Una rabbia che neanche la paura della morte riesce più a contenere poiché l'alternativa rimane comunque la miseria.

 

Il Maghreb, che comprende il Marocco, l'Algeria Tunisia e Libia, è, attualmente, la fascia economicamente più sviluppata del nord Africa. Quella che più d'ogni altro paese nord africano ha stretti rapporti con l'Europa sia a livello istituzionale che economico. Viene da quell'area il petrolio e il gas, è in quell'area che si è indirizzata la penetrazione (delocalizzazione) industriale dell'Europa (la Francia in primis poiché parte di quelle regioni erano colonie).

In questo quadro si inserisce a pieno titolo anche L'Italia con accordi bilaterali con i quattro paesi.

leggendo sul sito del ministero degli esteri sui rapporti politici ed economici con i quattro paesi, non c'è ombra di dubbio che l'Italia, ma anche l'UE, hanno mantenuto e consolidato rapporti stretti con i suddetti paesi al fine di contenere il flusso migratorio e di allacciare rapporti economici - in prevalenza energetici ma anche industriali - senza tener conto delle situazioni sociali esistenti ma anzi, partecipando alla stabilità dei paesi stessi al punto da presentarli quasi come esempi di democrazia all'interno del mondo islamico.

Questo ha comportato, e comporta tutt'ora, una valutazione volutamente errata (ma anche rimozione per non vedere) della situazione. Valutazione dettata unicamente dagli interessi che l'Italia e l'UE hanno in quei paesi.

La meraviglia che ha accolto le notizie dalla Tunisia è, pertanto, fuori luogo. È impensabile che i governanti italiani ed europei non sapessero delle condizioni socio/economiche in cui versa la popolazione, dei soprusi del regime e delle restrizioni delle libertà. È impensabile che un governo (quello italiano) sempre pronto a denunciare sia al suo interno che all'esterno ogni tipo di pericolo contro la libertà. Un governo che vede sovversivi ovunque - e, purtroppo lo constatiamo quotidianamente -, sempre pronto a correre, anche con le armi, in difesa della libertà, è impossibile che non abbia capito ciò che stava succedendo, e che succede, nei paesi del Maghreb.

Tutti gli accordi bilaterali e non, firmati con quei governi, prendono allora il sapore di penetrazione economica del territorio. Penetrazione che ha come unico scopo la spoliazione di popolazioni dei loro beni naturali riducendole a meri strumenti di produzione di una ricchezza che, invece di servire loro, serve un capitalismo sempre più arrogante.

Ciò che sta accadendo nel nord Africa, anche se avviene con metodi diversi, non è diverso da quello che sta accadendo in Italia e altrove. Il filo conduttore è la globalizzazione dell'economia liberista con la sua pretesa di uniformare i popoli e di mercificare qualsiasi cosa incluso l'essere umano.

L'Italia, in questo processo ne è parte integrante perché anch'essa, attraverso accordi con i regimi, permette lo sfruttamento delle popolazioni con il solo scopo di produrre a minor costo senza curarsi delle conseguenze sociali (con la scusa ufficiale di portare lavoro, poco importa se l'industria che delocalizza lo fa a danno dei lavoratori italiani) e vendere i prodotti sul mercato a costi correnti. Perché in questo modo riesce a strappare accordi sull'energia a solo vantaggio nostro, a creare i presupposti di un terrorismo che loro stessi alimentano per tener alta la tensione e dividere le popolazioni. Il tutto incolpando quella globalizzazione che loro stessi hanno creato.

Della ricchezza creata da questa politica, poca rimane alle popolazioni che si vedono così, oltre che a essere sfruttate, spinte verso l'esterno alla ricerca di posti per sopravvivere ma che al contempo si vedono rifiutati proprio da quei governi che in quelle condizioni li hanno ridotti. Risulta ovvio, allora, che non trovando lo sbocco necessario alla loro necessità di sopravvivenza, rivolgano la loro protesta verso i paesi d'origine per chiedere più soldi e diritti.

 

Quello che succede nel nord Africa non è una semplice rivolta della fame e dei diritti, ma un malessere diffuso in tutto il mediterraneo e l'Europa. I conflitti interni alla Grecia, alla Spagna, all'Inghilterra, la protesta degli studenti in Italia, non si possono disgiungere dai fatti del nord Africa perché derivano tutti dalla stessa causa. La globalizzazione, che se in sé non è negativa perché prevede la libera circolazione delle merci e degli individui, pertanto, una società senza frontiere, se gestita dalla sola parte economica travalicando, ma anche con l'appoggio, la politica cioè i governi, se cioè prende piede una società dove a decidere è unicamente l'economia e tutti gli aspetti della società vengono sottomessi alle necessità economiche (liberismo), diventa quello che già oggi si può vedere: il peggior strumento globale di sfruttamento.

È in questo quadro che andrebbe inserita l'attuale politica (sostenuta dal governo) della fiat che, con la scusa della globalizzazione sta riducendo, e lo farà fino all'annullamento, le conquiste dei lavoratori, in modo particolare la loro possibilità, attraverso i sindacati, di interagire con le decisioni aziendali. La non rappresentanza dei sindacati che non firmano gli accordi serve proprio a questo.

 

 http://www.terranews.it/news/2011/01/tunisia-ancora-scontri-tra-polizia-e-manifestanti

 http://www.terrelibere.org/terrediconfine/4130-tunisia-radiografia-della-rivoluzione-rapida

In Italia è nata la prima enclave.
post pubblicato in LAVORO, il 27 dicembre 2010


Con l'accordo di Mirafiori, firmato tra fiat e Cisl, Uil e Ugl, oltre ad aver dato impulso alla reazione industriale nei confronti della contrattazione nazionale, ha innescato un processo di creazione di situazioni produttive indipendenti a livello di regime sindacale destinato a ripercuotersi anche sul sociale. Non per niente l'esclusione delle rappresentanze sindacali delle confederazioni che non firmano gli accordi non potranno rappresentare all'interno delle aziende i loro affiliati - la FIOM-CGIL , non avendo firmato l'accordo di Mirafiori, sarà esclusa dalle prossime trattative. È sintomatico di questa tendenza anche l'apprezzamento che il primo ministro a avuto nei confronti dell'accordo e di fiat:  "un accordo storico e positivo quello firmato ieri al Lingotto. "Speriamo" che l'accordo di ieri in Fiat serva a garantire la permanenza in Italia della produzione, perché quello della delocalizzazione è un problema di tutta l'Europa. L'intesa di ieri, comunque, conforta, è innovativa, crea un investimento importante per il Paese perché riprende a lavorare uno stabilimento simbolo dell'Italia. E' un accordo storico e positivo".

Un accordo come quello di Mirafiori, che prosegue e convalida quello di Pomigliano - dopo che si era detto che Pomigliano sarebbe stato un caso a sé -, mette in luce la tendenza a creare nell'industria delle enclave (piccola porzione del territorio di uno Stato incuneata in un altro Stato) indipendenti dallo stato sia perché modifica radicalmente il rapporto capitale/lavoro inserendo regole illegali (esterne agli accordi nazionali e alle leggi esistenti) sia perché la fiat, con l'accordo Chrysler, ha spostato la base tecnologica e progettuale negli stati uniti e, pertanto, la fiat italiana diventa dipendente dagli Usa. Pertanto, quando si parla di "azienda Italia", il riferimento è alla fiat come stabilimenti Usa e non più italiani. La volontà di inserire nei rapporti capitale/lavoro il modello americano ne è la prova. Negli Usa il rapporto è da sempre basato sull'indipendenza delle aziende per quanto riguarda la gestione, inoltre, il modello americano si basa sulla privatizzazione anche di quei settori che in Italia e in Europa rientrano nello stato sociale (assistenza sanitaria, edilizia pubblica, sostegno alle aziende in crisi e agli operai attraverso la CIG, ecc.), settori  che se si dovesse attuare il modello americano andrebbero a svanire nel nulla - ovvio, allora, che il premier, convinto liberista, veda  gli accordi di fiat, sia con Chrysler che con Pomigliano e Mirafiori come positivi.

In questo quadro, la creazione di enclave sul territorio italiano indica la tendenza, non solo a ripristinare il vecchio modello nei rapporti azienda/lavoro (precedente al modello uscito dalle proteste del sessantotto e proseguite negli anni settanta)), ma a inserire sul territorio nazionale porzioni di stati esteri con leggi proprie indipendenti da quelle nazionali - a livello legislativo, il contratto nazionale e lo statuto dei lavoratori non è ancora stato annullato. Inoltre, gli accordi fiat, per forza di cose, funzioneranno da  esempio da altre aziende che, in nome di una maggior concorrenza chiederanno di poter agire indipendentemente dalle leggi e dagli accordi fin ora firmati a livello nazionale; rinascerà, insomma, il vecchio modello gestionale del lavoro dove i lavoratori saranno soggetti alle leggi dell'azienda nei rapporti senza più quei diritti sanciti dalla costituzione e perfezionati dallo statuto dei lavoratori.

Il tutto viene giustificato con la globalizzazione che, a loro dire, ha sconvolto il mercato inserendovi quei paesi in via di sviluppo (inclusa la Cina)ora concorrenti "sleali" perché vendono il loro prodotto a costi inferiori ai nostri.

Si dimenticano, però, di dire che, detti paesi, sono entrati nel mercato proprio dietro loro insistente richiesta per avere più mercato a disposizione per i loro affari ; questo a portato a una concorrenza maggiore scompensando il mercato. Questo doveva essere previsto e, a mio avviso è stato previsto ma proprio per questo taciuto per dare modo al capitale di avere una scusante in più per portare avanti il suo disegno eversivo spacciandolo per ammodernamento e adeguamento alla nuova situazione mondiale. Non si capirebbe altrimenti la delocalizzazione dell'industria nei paesi a basso costo e reddito procapite a scapito dei paesi d'origine.

Senza questa manovra, non ci sarebbe stato spazio per speculazioni di questo tipo ne tantomeno la possibilità di ricatto nei confronti dei lavoratori che, trovandosi a scegliere tra lavoro e disoccupazione, sono costretti ad accettare le nuove regole imposte dall'azienda. Naturalmente, questo è stato possibile anche per l'assenza dei governi che, anzi, l'hanno sostenuto con politiche di riduzione dello stato sociale.

Disoccupazione giovanile.
post pubblicato in LAVORO, il 22 dicembre 2010


Un giovane su quattro è senza lavoro. È quanto emerge dai dati Istat sulla situazione occupazionale in Italia.

I giovani, dunque, quegli stessi che da due anni si stanno opponendo alla riforma della scuola in discussione al parlamento e che domani dovrebbe finire il suo iter parlamentare. Quegli stessi che un certo sig.(?) Gasparri vorrebbe che rimanessero a casa con la mamma per evitare, a suo dire, che vengano coinvolti in cose più grandi di loro.

Ma è proprio una notizia questa? Voglio dire, con la riforma delle pensioni che posticipa considerevolmente l'uscita dal lavoro degli anziani e, di conseguenza, ritardano l'entrata al lavoro dei giovani, non era forse prevedibile una evoluzione del genere?

Considerando anche il continuo sviluppo delle tecnologie che ormai sono entrate in ogni settore e che rendono sia la produzione che i servizi sempre più indipendenti dalla manodopera umana, è alquanto ovvio che l'apporto umano al lavoro diminuisca.

Le soluzioni fin ora proposte non hanno certo migliorato la situazione. Il contratto a termine, pur dando la possibilità all'azienda di assumere e al lavoratore di lavorare - mantenendo però il lavoratore in una condizione di continuo ricatto -, rimane un ripiegamento che non risolve il problema di fondo. E neanche l'incentivazione al lavoro autonomo poiché, aprire attività in un regime di libera concorrenza, significa non avere nessuna certezza ne del presente ne del futuro.

E nemmeno la meritocrazia, intesa come mezzo per incentivare la produzione, può nulla contro la disoccupazione. Tutt'al più serve a mantenere il posto a chi già ce là, ma non ne crea anzi, essendo basata sul merito, inclusa la disponibilità, tenderebbe a diminuirlo. L'esempio Fiat ne è la dimostrazione: in sostanza, si chiede al dipendente più ore di lavoro quando ce né bisogno (almeno per il momento), questo impedirà l'assunzione, anche a tempo determinato, di nuovo personale.

Però, si continua a illudere (da tutte le parti) con discorsi tendenti a far credere che sia possibile creare nuovi posti di lavoro. Si lascia credere che sia la crisi economica ad aumentare la disoccupazione. Nessuno ha preso in considerazione l'eventualità di una modifica allo stato sociale; si continua ad affrontare il problema come se la tecnologia non esistesse.

Sia chiaro che, quanto detto sopra, non intende sminuire l'importanza dello sviluppo tecnologico ne tanto meno demonizzarlo.

Come ho detto altre volte, il lavoro non è il fine ma il mezzo. Il fine è tutt'altro. Consiste, da che esiste l'uomo, nel superamento del lavoro stesso e la tecnologia ne è l'espressione più alta che l'uomo, fino ad oggi, è riuscito a produrre. Certo, non affrancherà tutti dal lavoro ma, al punto in cui siamo, molti potrebbero essere affrancati o avere un impegno limitato.

Come però possiamo constatare, invece di migliorare si tende a regredire; a regredire perché ci si ostina ad affrontare il problema dal punto di vista del lavoro come fine evitando di affrontare i problemi inerenti la visione del lavoro come mezzo. Problemi che riguardano il potenziamento dello stato sociale e non la sua diminuzione. Diventa ovvio, allora, modificare il sistema fiscale attualmente basato essenzialmente sulla persona fisica, ovvero, il prelievo viene effettuato non sul capitale e le rendite ma, essenzialmente sulla persona fisica. Questo significa che con la diminuzione dei dipendenti diminuiscono anche le entrate e, di conseguenza, anche la di soldi per sostenere lo stato sociale.

 

Continuare a proporre soluzioni tipo "aumentare i posti di lavoro" è alquanto fuorviante. Il problema, nella società tecnologica, non è più la creazione del lavoro, casomai la sua distribuzione, la capacità di organizzare il lavoro, produttivo e no, suddividendo le ore lavorate per la quantità di persone che ne richiedono l'entrata. Negli anni settanta e ottanta ci fu la richiesta dei sindacati di ridurre le ore di lavoro per aumentare l'occupazione; proposta che fu bocciata sia dallo stato che dagli industriali che vedevano in essa la diminuzione dei loro interessi. Inoltre, progressivamente si limitò il turnover fino a scomparire con l'introduzione delle nuove normative sulla pensione.

 

Per concludere, la disoccupazione è il risultato delle politiche governative e non l'effetto della crisi.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 22/12/2010 alle 22:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Marchionne attacca la FIOM.
post pubblicato in LAVORO, il 13 dicembre 2010


Muro contro muro nei rapporti tra Fiat e FIOM. Da una parte Marchionne chiede un accordo per il solo settore auto, dall'altro la FIOM si oppone perché sarebbe l'inizio della fine della contrattazione nazionale di categoria che porterebbe al contratto di settore per poi passare a quello di stabilimento (come già successo a Pomigliano), ovvero la fine della contrattazione nazionale di categoria.

La Fiat afferma che in un momento di crisi tutti devono fare sacrifici e che negli stabilimenti Fiat fuori dall'Italia si è potuto investire proprio perché i lavoratori si sono adeguati (si dimentica i diversi trattamenti esistenti tra i diversi stati nel campo del lavoro) alle nuove esigenze. La FIOM risponde che i sacrifici si possono fare a patto che non si tocchino i diritti dei lavoratori. Ed è proprio su questo punto che avviene la rottura.

Due frasi significative di Marchionne.

"Se quelle cifre sono vere vuol dire che non vogliono l'investimento. Sarebbe un enorme peccato". Le firme di cui si parla sono quelle raccolte dalla FIOM tra i lavoratori contro la politica Fiat che la stessa, pur avendo capito le ragioni dei lavoratori, non le ritiene consone ai propri interessi. Non c'è nulla di più falso che dichiarare che gli operai non vogliono gli investimenti Fiat anzi, li ritengono determinanti per lo sviluppo sia della Fiat che dell'Italia. Il problema che Marchionne, con la sua politica, pone è un altro. Riguarda il rapporto tra capitale e lavoro ovvero, l'organizzazione della produzione e il suo controllo. Chi e come deve essere organizzata e controllata la produzione. E qui si inserisce l'altra sua affermazione: Vogliamo cambiare le regole per una maggiore flessibilità". La frase definisce chiaramente quali siano gli interessi di Fiat. La FIOM non è contraria alla flessibilità, che peraltro esiste già anche nei contratti, quello che non accetta è la richiesta di una totale disponibilità che i lavoratori devono dare all'azienda.

Nel contratto di Pomigliano la Fiat ha chiesto e ottenuto un aumento dello straordinario obbligatorio. Inoltre, le richieste della Fiat includono anche la diminuzione delle pause e lo spostamento della pausa mensa a fine turno, il ridimensionamento del pagamento, da parte dell'azienda, dei giorni di malattia in particolari situazioni  e altro ancora; richieste che, secondo la Fiat, servirebbero a dare un maggior impulso all'aumento della produzione ma che in realtà, dato che la produzione è agli stessi livelli delle fabbriche europee, servono a ridimensionare i diritti dei lavoratori in previsione di un ridimensionamento, senza conflitti, della produzione stessa che verrebbe de localizzata in siti esteri più redditizi (finanziamenti pubblici)  e controllabili sindacalmente (economie emergenti o povere).

Per concludere, la FIOM non si oppone agli investimenti, ma alle pretese Fiat di spostare, attraverso la riduzione dei diritti e della localizzazione da nazionale a locale dei contratti, il rapporto capitale/lavoro a favore unicamente del primo. Inoltre, non accetta il ricatto a cui viene sottoposto il lavoro dipendente da anni attraverso il contratto a termine che ha già provocato un enorme disagio sociale e ridimensionato la possibilità dei giovani di costrirsi un lavoro. 


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La democrazia e la violenza, ovvero, verso una società senza diritti.
post pubblicato in LAVORO, il 1 novembre 2010


Da Terzigno a Brescia, un escalation di violenza contro chi manifesta per i propri diritti.

 

Due diverse situazioni, un solo tipo di intervento. Come a delineare una politica unitaria nei confronti di quanti "mettono a rischio l'ordine pubblico" semplicemente manifestando per i propri diritti sanciti dalle stesse leggi.

A Terzigno, l'apertura di una cava in zona protetta. A Brescia, un presidio e una manifestazione che, per quanto illegali, erano resi necessari dall'illegalità del trattamento nei confronti dei clandestini che, dopo la legge sulla moratoria per la regolarizzazione degli stessi, non solo non è stata rispettata (a 1 … lavoratori clandestini non è stato concesso il permesso), ma usata come mezzo per sfruttare lo stesso clandestino impedendogli di usufruire dei vantaggi della moratoria stessa. Vale a dire che, gli imprenditori stessi, invece di regolarizzarli (con tutto ciò che ne consegue sul piano dei diritti), hanno continuato a farli lavorare in nero.

 

Quella di Terzigno è ormai nota a tutti, oggi invece è toccato ai manifestanti di Brescia - immigrati e non - che si sono visti caricati dalla polizia(?) perché la manifestazione non era autorizzata (la richiesta era stata fatta giorni fa) con la scusa che, in città, c'era un'iniziativa degli alpini, per altro in altro luogo e che comunque talmente distanti sul piano ideologico che, per presupporre un possibile "scontro" tra le due manifestazioni (che sicuramente si sarebbero ignorate l'un l'altra), abbisogna di una notevole dose di fantasia perversa.   La manifestazione è stata  vietata dalla Giunta comunale e dalla Questura con il pieno appoggio della Prefettura, la stessa che non è intervenuta contro i simboli leghisti sulla scuola di Adro.

 

Insomma, oggi, in Italia, si stanno ripetendo, da parte delle istituzioni, le stesse azioni repressive degli anni settanta. Solo che oggi non esiste la scusa del terrorismo e dei gruppi più o meno rivoluzionari. Oggi, le manifestazioni vengono fatte nel rispetto delle regole (si veda la manifestazione della Fiom che il ministro Maroni aveva presupposto la possibilità di azioni violente ma che, invece si è svolta in modo del tutto pacifico). In nessuna manifestazione degli ultimi anni si sono verificati scontri, a meno che non siano stati provocati da terzi(?) (come al G8 di Genova e a Terzigno (dove la procura sta indagando su possibili infiltrazioni di mafia). Il fatto che si stia ritornando a un passato che si pensava sepolto, è un'ulteriore dimostrazione dell'attuale politica - e qui mi rivolgo in modo particolare a chi sostiene che questo governo non sta facendo niente perché, in realtà, sta facendo molto sul piano della ristrutturazione dello stato, solo che, invece di partire dall'istituzione prima, il parlamento, parte dalle istituzioni di base, comuni, questura e prefettura che sono le prime ad essere interessate al territorio e, di conseguenza, la spina dorsale del nuovo ordinamento; limitandosi, per quanto riguarda il parlamento e la magistratura, a bloccare l'attuale assetto, questo perché le strutture di base hanno più valore sul consenso - verso una soluzione dei problemi attuata, non più attraverso la mediazione tra istituzioni e società civile, rappresentata dalle varie organizzazioni di categoria ma, unicamente, dalle istituzioni, ovvero, in senso verticale.

Se si vedono gli avvenimenti degli ultimi anni (inclusi quelli riguardanti il pr.mi.) nell'ottica sopra descritta, si può comprendere l'apparente assenza di politica del governo poiché, come è sempre avvenuto nei regimi illiberali, che conta è il consenso. La politica reale ne è subordinata. l'affermazione "il popolo lo vuole", intesa come volontà popolare verso una determinata politica perseguita dal governo, si basa unicamente sul voto iniziale e non più su una verifica nei fatti. 

 

Per concludere, sia a Terzigno sia a Brescia, le forze dell'ordine sono intervenute non tanto per impedire o sedare disordini, ma per impedire una manifestazione lecita che, pur non essendo permessa (cosa che non ha nessuna ragione d'essere pertanto, la proibizione stessa, in assenza di motivazioni concrete, è ha tutti gli effetti una provocazione), aveva tutte le carte in regola per essere fatta dato che si trattava di una protesta contro i brogli dell'amministrazione stessa.

 


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 1/11/2010 alle 18:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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