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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Il papa, il genocidio degli Armeni e la guerra come genocidio
post pubblicato in POLITICA, il 15 aprile 2015


Armeni, la Turchia attacca Bergoglio, Gentiloni lo difende: «Toni ingiustificati»

Papa Francesco: «Massacro Armeni primo genocidio del XX secolo». Turchia protesta col Pontefice

Quando si parla di genocidio bisognerebbe sempre considerare, innanzi tutto, il fatto che tutte, o quasi, le nazioni, o popoli,ne hanno commesso almeno uno nel corso della loro storia, e il periodo storico in cui viene collocato. Inoltre, bisognerebbe considerare l’attuale assetto politico ed economico internazionale affinché non si vada incontro a crisi internazionali proprio a causa dell’accusa di genocidio rivolta a un paese;crisi che potrebbe modificare lo stesso assetto politico ed economico internazionale. A questo si può aggiungere che chi lancia l’accusa, a un’analisi storica risulterebbe egli stesso parte di un popolo, o nazione, che nel passato di genocidi ne ha compiuti parecchi. Di pulizie etniche ce ne furono anche nell’800 – si veda la guerra degli stati uniti contro gli indiani d’America(dimenticata da tutti) - e prima – si veda la guerra della Spagna contro i popoli precolombiani. Tanto per citare i più conosciuti. Ma anche le guerre di religione, come quella inglese della regina Elisabetta contro i cattolici, o i secoli bui dell’Europa cattolica.

Con genocidio si indica: “un reato commesso allo scopo di sterminare un gruppo etnico,religioso, razziale e nazionale, e che, quale reato internazionale, è di competenza dell'ONU”, dunque, non implica necessariamente la guerra intesa come lotta tra popoli o interna a un popolo. Questo però non significa che la guerra sia meno cruenta del genocidio e non venga usata anche per perpetrarlo; anche gli stati uniti, nella loro lotta contro gli autoctoni americani, non definirono mai lo sterminio di quei popoli un genocidio. Pertanto, al di la del significato che si da alle parole, guerra e genocidio si equivalgono nel momento in cui la lotta tra popoli e interna a un popolo è sempre e comunque l’affermazione di uno sull’altro, di un’idea sull’altra e, di conseguenza, il tentativo di distruggere l’altro, non tanto fisicamente ma nella sua cultura cancellandone il ricordo.

Non si tratta di parlare della storia e dei presupposti del genocidio Armeno che, a quanto pare, sembra alquanto attuale;simile o uguale a quella dell’Isis. Quello che interessa è il perché il papa ha ricordato il genocidio armeno in un contesto storico molto instabile, e lo fa in modo chiaro perché “il cristiano deve essere chiaro” nelle sue denunce.

La Turchia – stato laico dal 1924 che riconosce la libertà di religione; ne è dimostrazione il viaggio del papa in Turchia  -, che dal dopoguerra è alleata dell’occidente, fa parte della Nato e aspira ad entrare nell’unione europea,all’accusa del papa reagisce in modo forse un po’ troppo esagerato; in fondo il genocidio - o sterminio o altro termine non ha importanza perché, comunque,indica sempre la volontà di eliminare un oppositore e concorrente nel dominio del territorio – c’è stato; e nessuno lo può cancellare al di la delle parole e della proibizione di parlarne. C’è stato in un contesto storico particolare e di grande sterminio causato dalle nazioni europee entrate in conflitto tra loro; nazioni dichiaratamente cristiane: la prima guerra mondiale. Adesso, la Turchia cerca di inquadrare il genocidio in questa guerra e sbaglia, ma sbaglia anche chi lo vede come un fatto in se slegato dal contesto internazionale di allora – gli armeni si schierarono con la Russia nell’aggressione alla Turchia.

Possibile che sbaglino tutti e due? Si chiederà qualcuno. Si, è possibile perché la guerra stessa ha provocato milioni di morti– si stimano26 milioni -, pertanto, fu una guerra all’insegna del genocidio sia sul fronte che nelle popolazioni civili. Dunque, se la guerra stessa ha generato un genocidio, ha che serve guardarne i “particolari” (scusate il termine) se non ha scopo discriminatorio?

D’altronde, la prima guerra mondiale è stata iniziata dall’Europa, che, non paga del genocidio della prima, diede inizio anche alla seconda che provocò 54 milioni di morti provocando uno sterminio mai verificatosi prima, è perciò sviante parlare di genocidi particolari estrapolandoli dal contesto in cui sono avvenuti. Se consideriamo che dopo la prima guerra mondiale i genocidi si sono susseguiti continuamente in varie parti del mondo dalla Corea e Vietnam all’invasione dell’Afganistan da parte della Russia e dal successivo regime talebano ; dalla guerra tra Hutu e Tutsi in Ruanda alle recenti repressioni nei paesi musulmani e all’Isis. Senza dimenticare le foibe jugoslave, i campi di concentramento russi, le tante guerre latino americane, la Cina e via dicendo, è chiaro che di guerre ce ne sono state e, tutte, hanno portato in se la volontà di eliminare il popolo o le idee che non si conformavano.   

Se è chiaro che detti genocidi, sia per i motivi che per i metodi, vanno condannati, non è però chiaro lo scostamento dal contesto. Pertanto, le parole del papa e la frase: primo genocidio della storia– come a dire che le repressioni e le guerre prima della grande guerra non erano genocidi o, comunque, sterminii ai danni delle popolazioni inermi -, hanno un valore retorico che maschera la volontà di condannare un’idea e il popolo/i che la rappresenta; non va dimenticato che a mettere in atto il genocidio fu l’impero turco ottomano.  

Quello che lascia perplessi è il dualismo con cui viene affrontata l’attuale situazione storica da parte della chiesa: da una parte si richiama alla tolleranza e alla diplomazia, chiedendo ai governi di trovare soluzioni pacifiche, per risolvere il problema dell’instabilità del mondo musulmano, dall’altra si “provoca”; forse aspettandosi una reazione che potrebbe giustificare la reazione occidentale violenta?

Le azioni del papa hanno anche come primo scopo l’evangelizzazione del mondo, ovvero, la conversione dei popoli all’idea religiosa cristiano/cattolica. Tutte le azioni del papa si muovono in questo senso. Il problema, però, è che il cristianesimo è diviso al suo interno e,perciò, è importante che si arrivi a un’unità, almeno d’intenti se non pratica.Cosa c’è, allora, di più significativo che ergersi a baluardo in difesa  di tutti i cristiani? Cosa c’è di più significativo di riuscire a fare da catalizzatore divenendo il centro di tutta la cristianità?

Ma mettere a rischio ulteriormente la stabilità forse può servire a riunificare le varie tendenze cristiane. Ma ne vale la pena? lui stesso dice che la nostra è l’epoca di una guerra mondiale frammentata; ma una guerra mondiale con gli schieramenti ben definiti rischia di essere l’ecatombe dell’umanità visto i mezzi a disposizione.

D’altronde, ogni idea che si dice universale ha bisogno di agire in modo universale, di recepire ogni disagio delle popolazioni– politica questa che capirono i padri fondatori dei vari movimenti laici;rivolgersi non più a un popolo ma all’intera umanità; che nella fattispecie erano i lavoratori – mondiale per arrivare a creare una rete universale che copra ogni angolo della terra ma, più importante, ogni aspetto della vita coinvolgendo un maggior numero di categorie umane. Questo obiettivo,considerando l’impossibilità, che ogni politico e uomo di pensiero conosce bene, di arrivare al convincere tutti della giustezza del proprio pensiero,deve necessariamente passare attraverso la negazione delle idee che non si conformano. 


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permalink | inviato da vfte il 15/4/2015 alle 16:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L’ultima creazione di Grillo: Renzi, l’uomo invisibile.
post pubblicato in POLITICA, il 13 aprile 2015


Ormai Grillo sembra arrivato nei piani alti dell’esistenza umana.

Leggo sul suo sito un post dal titolo emblematico “Blog derenzizzato”che ha reso invisibile sul suo blog Matteo Renzi.

Invisibile, cacchio!Sicuramente non conosce, o conosce e finge di non conoscere, tutte le ricadute sulla vita degli italiani.

Come al solito, il signor grillo ne inventa una ogni giorno. L’ultima riguarda il dono dell’invisibilità a Matteo Renzi - poco emerito leader del PD e del per nulla (almeno agli occhi e orecchie dei lavoratori e pensionati; ultimi beneficiari della sua politica) convincente governo italiano. Questa, però, è un’invenzione che, a differenza delle precedenti, non è a doppia lama, anzi, qui di lama ce n’è una sola; ed è sospesa sulla testa di tutti gli Italiani.

Ma si rende conto il signor grillo cosa significa rendere invisibile un essere umano? Beh, sembra di no! tanto vale allora che glielo spieghiamo un attimo in modo succinto ma chiaro.

Dunque, se io fossi invisibile, la prima cosa che farei sarebbe di entrare in una banca, aspettare la notte e prendere tutti i soldi possibili. Chiaramente non è possibile,ovvio; e come farei poi a portarli fuori? Mah! Ma questo è un pensierino,almeno credo, che milioni di persone farebbero.

Adesso immaginiamo un politico del calibro di Renzi diventare invisibile, ovvero, nessuno sa più cosa fa, ovvero, quali, perché e come fa le leggi che, già ora, ci paiono alquanto sbilanciate verso una piccola, anzi piccolissima, ma che dico, verso un esiguo numero di italiani, e pensate cosa potrebbe fare con a disposizione il paese in modo informale, tipo essere mitologico – perché se è invisibile chiaro che saranno altri a tenere i rapporti con il paese.

Se non ci riuscite non importa, tanto lo sta facendo già ora. Quello che cambierebbe sarebbe il potenziamento del suo potere che lo porterebbe ad agire indisturbato, tanto non esiste, è solo un’immagine virtuale della mente.

Insomma, non parlare di una persona non significa eliminarla, anzi, se la si ritiene pericolosa, in questo modo la si rende ancor più pericolosa proprio grazie alla sua invisibilità. Non s’è mai visto un’opposizione che non parli del leader della maggioranza che, anzi, parlarne (male) ne diminuisce la popolarità – si veda Berlusconi; ovviamente per lui conta anche il suo comportamento che, se per un verso, almeno per certe categorie di persone, è stato un comportamento ineccepibile, per altri versi è stato un comportamento a dir poco e per essere gentili - data la sua età e, comunque, offendere non paga che, anzi, può costare – alquanto discutibile.

Dunque grillo,probabilmente, non avendo più grillini da educare perché tutti epurati, ovvero,avendo già degrilinnizzato l’harem, si appresta, nella sua infinita goliardia,a depurare il paesaggio del suo blog da nomi non tollerati da lui e dai suoi accoliti. Ma, a questo punto, cosa dirà della politica italiana ai suoi se rende invisibile il premier che ne è l’autore primo? Bah! Balle della politica; sempre più bieca e cieca nei confronti degli italiani che, a loro volta, vedono la politica sempre più lontana e fantascientifica. 


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Il papa e il perdono ai criminali
post pubblicato in POLITICA, il 13 aprile 2015


Il papa:criminali, cambiate vita, dio vi giudicherà

Tra le tante parole che il papa esprime senza timore, ce né una, ma non l’unica, che lascia un po’ perplessi ed è inserita nella bolla papale con cui ha indetto l’anno santo straordinario, che verrà aperto l’8 dicembre e si concluderà il 20 novembre 2016, sulla misericordia: criminali, cambiate vita, dio vi giudicherà. Un invito un po’ estemporaneo dato che i criminali,o credono nell’esistenza di dio ma non nel suo operato o non ci credono affatto;una terza opzione sta nel fatto che credono in dio ma anche nel suo perdono al di la di quello che fanno e ciò equivale a non credere, perlomeno, a non credere nel dio cristiano/cattolico.

 A che serve, allora, chiedere a una persona di cambiare vita perché, altrimenti, incorre nella punizione di dio se non ci crede o se è convinto che, comunque, si salverà lo stesso?

Ovviamente,il discorso del papa è in sintonia con il pensiero di Gesù, in modo particolare sulle parole: non sono venuto per coloro che hanno fede, ma per coloro che non ce l’hanno. E i criminali, di certo,anche se ostentano fede, non ce l’hanno. Ma proprio per questo diventa inutile l’esortazione del papa perché, in ogni caso, la loro presunta fede serve loro di fronte agli uomini e non a dio.

Detto questo,si può comunque capire l’invito a pentirsi, magari costituendosi al potere umano per ragioni che riguardano la coscienza umana, ma non per un’eventuale punizione di un dio in cui loro non credono e usano per loro vantaggio.

Allora quel“cambiate vita” può aver valore solo se si riferisce alla giustizia umana e nona quella divina che, va detto, non ha bisogno di un pentimento di fronte a un giudice;basta quello interiore, se è sincero, ovviamente. Ma quale criminale farebbe una cosa del genere senza un riscontro – si vedano i “pentiti”?

Ma il papa non si limita all’esortazione, parla anche delle ricadute delle azioni criminali, in modo particolare la corruzione. Ricadute che vanno ad aggredire il benessere della popolazione rendendola più povera. Difatti,al punto nove della bolla, egli parla apertamente della criminalità e della ricaduta con queste parole: “Questa piaga putrefatta della società è un grave peccato che grida verso il cielo, perché mina fin dalle fondamenta la vita personale e sociale”. Leggendo il testo, si ha la netta sensazione che ciò che sta a cuore al papa è il benessere, non solo quello spirituale, ma anche quello materiale.

Dunque, l’esortazione del papa, pur partendo da un presupposto religioso, finisce con l’essere un messaggio politico/sociale; pur parlando di misericordia, finisce col chiedere l’intervento, non tanto divino quanto umano e lo dice con queste parole: “Per debellarla dalla vita personale e sociale sono necessarie prudenza, vigilanza, lealtà, trasparenza, unite al coraggio della denuncia vale a dire, denunciare alle autorità umane. Ma allora, forse basterebbe eliminare il “segreto confessionale” dato che molti mafiosi, e criminali in genere, convinti nel perdono al di la delle azioni, si confessano dai preti.

Certo, il discorso del papa è molto duro, ma questo non significa che sia determinato a sconfiggere il male coi mezzi umani;d’altra parte, lo sa benissimo che la lotta tra “bene e male” finirà con il “giudizio universale”

Ma ciò che conta nel discorso del papa, è la volontà di elaborare un discorso dove, attraverso la fede, si possa inserire il tema politico/sociale con l’obiettivo di aumentare i consensi. 


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Il ministro del lavoro Giuliano Poletti e la riduzione delle vacanze scolastiche, ovvero, far lavorare gli studenti.
post pubblicato in POLITICA, il 24 marzo 2015


La stampa

Il ministro del lavoro Giuliano Poletti ha detto, a un convegno a Firenze sui fondi sociali europei, che tre mesi di vacanza per gli studenti sono troppi e che uno potrebbe essere impiegato a fare formazione(lavorando) o, comunque, a fare uno stage negli uffici o nelle fabbriche –dipende dall’indirizzo che lo studente a preso.

Una risposta positiva, che parte dal presupposto che le scuole restanoaperte anche d’estate, al ministro arriva dal vicepresidente dell’Anp (associazioneNazionali Presidi) Mario Rusconi: «Daanni, più o meno dai primi anni ’90, noi presidi chiediamo che ci siano pianiintelligenti per l’utilizzo della risorsa scuola durante l’estate. Nel ’95ricordo che collaborai anch’io a una direttiva del ministero dell’Istruzioneche presupponeva che si potessero aprire le scuole di pomeriggio avviandoattività alternative alla didattica con la collaborazione di associazioni digenitori e cooperative. L’idea di utilizzare i locali delle scuole durantel’estate per corsi di sostegno e recupero, per corsi di formazione particolari,per ospitare iniziative di giovani diplomati in cerca di lavoro ci trova dunque- osserva Rusconi - senz’altro d’accordo. Mi permetto di far notare, tuttavia,che Poletti è l’ennesimo ministro che si pronuncia sulla questione, ma mai,finora, alle parole hanno fatto seguito prassi organizzative coerenti». Unarisposta positiva per il ministro ma che si discosta dalla sua perché nonprevede la “formazione” al di fuori della scuola - come pensa il ministro – maal suo interno con un programma alternativo alla didattica che aiuti lostudente a orientarsi nel mondo del lavoro. Da quanto si può capire dalleparole del vicepresidente dell’Anp, la proposta non consiste nel mandare glistudenti nelle fabbriche o negli uffici di qualche azienda, ma nell’istruirlisul mondo del lavoro nel tentativo di aiutarli a prendere un indirizzo adattosia alla loro preparazione che al loro interesse di modo che, una volta finitala scuola, possano sapere già cosa vogliono e dove trovarlo.

Gli studenti, invece sono decisamente contro. Il portavoce nazionaledella rete degli studenti afferma che il piano del ministro non tiene contodella realtà di più della metà degli studenti che già lavorano nel periodoestivo e lo accusa di legalizzare lo sfruttamento degli studenti già in essere.

Tre mesi di stacco dallo studio, in linea di massima,e se non consideriamo i compiti a casa e eventuali esami di riparazione perrecuperare i crediti, può essere troppo e causare al rientro difficoltà nelriprendere da dove si è lasciato. Però, questo è vero se si pensa che tutti glistudenti passino le vacanze lontani dai libri, e questo non è vero perché aicompiti a casa e esami di riparazione va aggiunto il lavoro che molti studentifanno nei mesi estivi per mantenersi agli studi o anche solo per guadagnarequalcosa.

Dunque, la “riflessione” del ministro del lavoro, cheva a interferire con il ministero della scuola, diventa incomprensibile nelmomento in cui non tiene conto di tutte le variabili e conseguenze nel mondodel lavoro giovanile. La scuola dovrebbe pensare a istruire i giovani,l’inserimento dovrebbe essere concordato con le aziende alla fine del percorsoformativo, ovvero, dovrebbe esserci un collegamento tra scuola e aziende nellatrasmissione dei dati riguardanti gli studenti che permetta alle aziende diprendere contatto con lo studente anche durante il percorso di studio. Sarannopoi le aziende a scegliere chi e come assumere.

Che un giovane debba relazionarsi in anticipo con ilmondo del lavoro è giusto, e per questo ci sono già gli stage (STAGE, TIROCINI,ALTERNANZA SCUOLA LAVORO:lltermine tirocinio è spesso affiancato o sostituito dal termine stage, vocabolofrancese che significa “pratica”. Si tratta effettivamente di sinonimi:entrambi i termini rimandano infatti a un’esperienza di formazione praticasvolta all’interno di un contesto lavorativo, per favorire l’ingresso nel mondodel lavoro.
Il tirocinio formativo e di orientamento è regolato dall’art. 18 della legge n.196/1997, detta anche “Pacchetto Treu”, e dal relativo regolamento diattuazione contenuto nel decreto ministeriale n. 142/1998. 
È finalizzato alla creazione di momenti di alternanza tra studio e lavoro peragevolare le scelte professionali dei ragazzi mediante il contatto diretto conil mondo del lavoro e per offrire loro competenze di base, tecnico-operative etrasversali.

L’alternanzascuola-lavoro è stata introdotta dall’art. 4 della legge n. 53/2003:rappresenta una “modalità di realizzazione della formazione del secondo cicloprogettata, attuata e valutata dall’istituzione scolastica e formativa, incollaborazione con le imprese, le associazioni di rappresentanza e con leCamere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, che assicura aigiovani, oltre alle conoscenze di base, l’acquisizione di competenze spendibilinel mercato del lavoro”.
Il decreto legislativo n. 77 del 15 aprile 2005 ha definito le linee attuativeper la gestione delle attività di alternanza scuola-lavoro sia nel sistema deilicei, sia nel sistema dell’istruzione e della formazione professionale.Tuttavia, la disciplina sull’alternanza scuola lavoro sarà soggetta a unriesame
). Basterebbe partire da qua coinvolgendo le aziende eorganizzando il tutto durante l’anno scolastico distribuendo meglio le vacanzelasciando un mese di vacanza piena; ovviamente i periodi lavorativi devonoessere retribuiti. 


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Rimborso per 5 milioni da parte della asl di Teramo ai dipendenti non medici
post pubblicato in POLITICA, il 20 marzo 2015


Il personale non medico della asl di Teramo ha diritto a essere pagato nei quindici minuti che servono per la vestizione. Così ha deciso il tribunale dopo i ricorsi dei dipendenti. Il tempo in questione è di 5 anni. La asl, secondo i calcoli fatti, dovrà sborsare 5 milioni di euro.

Già!Al contempo, però, la asl regionale ha in programma una diminuzione di personale negli ospedali regionali e la chiusura dei punti nascita in quattro ospedali della regione per far fronte alla diminuzione delle spese.

Adesso,da che mondo è mondo, e comunque nel privato, non s’è mai ne vista ne  sentita una cosa del genere; di solito si arriva sul lavoro, ci si cambia, e all’ora stabilita si va al proprio posto e si inizia il lavoro. In un mondo che tenta di liquidare (si veda il job act)  come conservatori i coloro che “pretendono” di mantenere diritti acquisiti, ottemperare a una richiesta simile è fuori luogo se consideriamo la politica di risparmio che la regione Abruzzo sta portando avanti nel campo della sanità.

A questo punto, l’incongruenza delle due notizie è evidente; da una parte, si elargiscono milioni per far fronte a esigenze a dir poco opinabili, dall’altra si taglia per esigenze di risparmio.

 Due azioni incomprensibile perché non si capisce come si possa affrontare il problema dell’efficienza nelle strutture ospedaliere diminuendo il personale, e come sia possibile far fronte alle richieste chiudendo i reparti se non andando poi a rafforzare, con spese enormi, quelli esistenti sia in termini di struttura che di personale.

 


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Salvini e la presa di Roma
post pubblicato in POLITICA, il 2 marzo 2015


Quella della nuova lega di Salvini di ieri volevaessere una “marciasu Roma” per rimarcare il nuovo corso “nazionalista” leghista; l’obiettivoè quello di aiutare i vari gruppi “noi con Salvini” nati al centro sud adecollare, dimostrando che la lega non è più indipendentista padanista ma che,viceversa, ritiene che “l’unità italiana” sia fondamentale. Nel suo discorso,Salvini, ha sostenere il nuovo corso “nazionalista” basandosi su una politicatutta di destra, anzi, della destra estremista, fascista; non a caso Casa Pound– che era presente alla manifestazione con cartelli con la foto di Mussolini ealtri con la croce celtica (svastica) - lo sostiene incondizionatamentesostenendo che il programma di Salvini non si sposta di una virgola dal loro.Oltre Casa Pound era presente anche la Meloni, presidente di Fratelli d’Italia– altra formazione di estrema destra -, anche lei in sintonia con la “nuovalega nazionalista”.

Dunque, il risultato dellamarcia su Roma è lo spostamento della lega verso l’estrema destra italiana? Probabile.Visto che l’obiettivo di Salvini è quello di diventare il nuovo leader didestra all’opposizione a Renzi senza però il peso ingombrante del leader diForza Italia – tra l’altro, sembra che Forza Italia si stia avviando allosfascio – e anche dei centristi di Alfano impegnati a governare con Renzi.

Quante probabilità ci sonoche nasca una formazione politica tra Lega, Casa Pound e Fratelli d’Italia?

Quello che tiene insieme itre è un forte sentimento xenofobo nei confronti degli immigrati senzadistinzione di nazionalità e credo, un anti europeismo basato sulla perdita diidentità nazionale e un forte sentimento populista nell’affrontare i graviproblemi che attanagliano gli italiani: disoccupazione, pensioni, lavoro etasse. Ma quello che fa da catalizzatore è la necessità di trovare un leaderriconosciuto non solo a livello nazionale ma anche internazionale; si veda illegame con il movimento di MarineLe Pen - che comunque rifiuta il federalismo a favore di una concezionedura e centralista dello stato - e altri gruppi dell’estrema destra europea -,comunque europeo, che porti avanti le istanze del programma della destraestrema. E Salvini sembra essere quello giusto dato che rifiuta a prioriqualsiasi legame con il riformismo italiano di qualsiasi tipo.

Maquesto basta a legare indissolubilmente i tre? Basta un programma politico condivisosenza la condivisione dei principi ideologici? O c’è anche quello? Casa Poundnon è semplicemente nazionalista, anzi, è innanzi tutto fascista, ovvero, è perla dittatura, pertanto, se ci fosse anche un legame ideologico tra i tre,sicuramente la lega, al di la delle belle parole sul sociale, tenderà a imporreuna dittatura. In tal senso basti vedere come si sono presentati i militanti diC.P. alla manifestazioni; inquadrati in formazione militare.

Perconcludere, la lega non è semplicemente andata alla deriva a destra, ma hafatto un salto di “qualità” scegliendo la destra fascista. Potrebbe essereanche una scelta elettorale, ovvero, allearsi solo per aumentare il consensotogliendo voti al centrodestra; in modo particolare al centro sud. Ma se cosìfosse, la coalizione non durerebbe molto.

Lo sport e la violenza
post pubblicato in POLITICA, il 22 febbraio 2015


Grande scalpore  e sdegno sta facendo la vicenda dei tifosi del Feyenoord che, a Roma, hanno tenuto sotto pressione le forze dell’ordine in occasione della partita contro la Roma devastando il centro storico con atti di guerriglia e vandalismo. Uno scalpore e uno sdegno più che giustificato anche se la tifoseria del Feyenoord non è nuova a questo tipo di tifo calcistico e pertanto, prevedibile.

Ma, oltre allo scalpore e alle sdegno, in Italia, caso non strano che,anzi, è un’abitudine, scoppia la polemica politica. Polemica che convogli al’attenzione su eventuali mancanze della prefettura e la questura che non sarebbero state in grado di affrontare in modo adeguato la situazione. Una situazione alquanto confusa, sia per i tifosi olandesi che non si muovevano certo in modo prevedibile, che per la presenza di cittadini inermi e di molti turisti nel centro storico teatro degli scontri, invece che sui tifosi violenti che, a quanto sembra, sono stati condannati solo al risarcimento dei danni e alcuni anche a pene detentive ma tramutate in pene pecuniari. Ma questo, in un’Italia politicamente, eticamente e moralmente allo sbando, è una reazione normale; dato che ogni personaggio, movimento e partito agisce in solitario innescando, appunto, polemiche al solo scopo di portare acqua al suo mulino.Ovviamente, per fare ciò non c’è bisogno di analizzare i fatti nel tentativo di trovare una soluzione. L’importante è prendere la palla al balzo per condannare la politica dell’altro.

Un altro aspetto della vicenda, inerente al primo, è la tendenza, almeno in Italia, non tanto a “giustificare” la tifoseria violenta che, si sa per esperienza, c’è anche da noi e provoca danni come quella straniera, e anche morti,ogni qualvolta si muovono, quanto a non intervenire drasticamente contro l’aspetto negativo e violento della tifoseria. Considerando che quello della tifoseria nostrana è molto più inquietante della violenza stessa perché coinvolge le stesse società sportive che lasciano margini di manovra, fino al ricatto, alle tifoserie per loro interessi. Inoltre, c’è l’aspetto “sociale”: si pensa che lo sport sia una valvola di sfogo per i giovani. Insomma, con lo sport si irreggimenta il giovane violento nella convinzione che così facendo lo si allontani dai problemi reali; ma questa è altra storia.

Questo significa che quello successo ieri non è altro che la conseguenza della sottovalutazione del problema tifoseria dei cosiddetti ultras di ogni tipo, grado e nazionalità. Sono, pertanto, del tutto inutili le accuse e controaccuse che si stanno lanciando i politici; il problema non sono le forze dell’ordine come sostiene qualcuno, il problema è a monte, è l’incapacità di comprendere il limite fino a cui si possono spingere i tifosi perché oltre quel limite bisogna intervenire a priori. E chi deve decidere il limite? Non certo i tifosi ultras, non certo le forze dell’ordine, ma le società stesse che non devono più lasciarsi ricattare ma, caso mai, denunciare ogni tentativo in questo senso. Ma l’ultima parola spetta alla politica poiché,senza una legislatura forte contro la violenza sportiva, a nulla servono le denunce.

Se non si prendono decisioni, coraggiose e senza la paura di scontentare parte dei tifosi “paganti”, per quanto riguarda le società, e dell’elettorato,per quanto riguarda i politici, ad ogni azione violenta ci ritroveremo a indignarci senza mai trovare la soluzione.


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Ancora due pesi e due misure. L’Italia è ormai inguaribile sul diritto alla salute dei cittadini.
post pubblicato in POLITICA, il 18 febbraio 2015


L’Italia è ormai inguaribile sul diritto alla salute dei cittadini. 

Succede che una neonata non trovi posto in ospedale e venga indirizzata in un ospedale lontano e che ci arrivi morta, mentre il direttore del 118 di Palermo fa intervenire l’elisoccorso medico. Come a dire che icittadini non sono tutti uguali, che un direttore di zona ha più diritti di unnormale cittadino e, peggio ancora, di un neonato. Ma questa è ormai cosavecchia, sclerotizzata nel sistema nervoso italiano incapace di percepire larealtà.

Comunquesia, resta il fatto che un dirigente di ogni grado può attivare qualsivogliastruttura scavalcando l’iter previsto, tanto, si sa, gli scandali durano iltempo che trovano per poi riadeguarsi al sistema. Questo è il significato diquanto è successo. La famiglia della neonata non aveva nessun potere diattivare direttamente la struttura di soccorso ed è dovuta dipendere dallastruttura che la ospitava mentre il dirigente ha potuto usufruire di unservizio destinato alle emergenze in quanto dirigente e non per mancanza diposti letto come per la neonata. Inoltre, detto dirigente poteva essere curatonella struttura dove era ricoverato, ma, non fidandosi dei medici del posto,sfruttando la sua posizione, ha richiesto l’elisoccorso che dall’ospedale diAlghero in Sardegna, l’ha trasportato a Palermo dove è stato operato.

Bene,ci si chiede perché, in caso di mancanza di posti letto, non si proceda allostesso modo. La neonata poteva essere trasportata anch’essa con l’elisoccorso aRagusa se a Catania non c’era posto; magari sarebbe sopravvissuta! La rispostaè semplice: perché non si hanno le credenziali giuste! Ah! Povera Italia

Il papa accetta la reazione violenta all’offesa della religione.
post pubblicato in POLITICA, il 16 gennaio 2015


Tre cose ha detto il papa nell’intervista rilasciata durante il viaggio in aereo che lo portava nelle Filippine:

1)     la libertà di espressione e di religione sono diritti umani fondamentali. Non si può violarli;

2)     Non si può uccidere in nome di dio, è una aberrazione;

3)     Se il dottor Gasbarri, l’organizzatore dei viaggi papali, che è mioamico, dice una parolaccia contro la mia mamma è normale che si aspetti un pugno. Non si può provocare, non si può prendere in giro la religione di un altro;

tre cose che riguardano la libertà religiosa e l’offesa ad essa. Se il secondo punto è condivisibile, il primo un po’ meno e il terzo per niente. Ovvio che per un cristiano cattolico, per sua natura, dato gli insegnamenti di Gesù, non può usare violenza contro chicchessia; in fondo, Gesù morì proprio a causa della sua determinazione a non usare la violenza e a non accettare il potere temporale. Però, che non si possano violare il diritto alla libertà di espressione e di religione dipende dal loro utilizzo sull’atto pratico. Ed è proprio il papa a farcelo sapere al terzo punto. L’offesa, ovviamente, è condannata da tutti, inclusa la legge italiana, pertanto, a qualsiasi livello venga praticata, è sempre condannabile al punto da far dire al papa che se uno “dice una parolaccia contro la mia mamma è normale che si aspetti un pugno” è ammessa una reazione violenta da parte sua. Adesso - al di la del fatto che una frase simile, detta da una persona ufficialmente dedita alla ricerca del “dialogo” convinta che solo con esso si possono evitare guerre, è fuori luogo che anzi da spazio a interpretazioni non proprio cristiane – questa frase, non solo contraddice i principi del cristianesimo, non solo apre le porte all’intolleranza ma giustifica anche la reazione violenta dei musulmani contro le offese (nella legge islamica, l’offesa è condannata anche con la morte).

Queste sono le frasi per esteso dette dal papa: «E ora arriviamo alla libertà di espressione: ognuno non solo ha la libertà, ma anche ha il diritto e l'obbligo di dire quello che pensa per aiutare il bene comune, pensiamo a un deputato o a un senatore se non dice quale è la vera strada da seguire, non collabora al bene comune. Abbiamo l'obbligo di dire apertamente tutto, ma senza offendere. Perché è vero che non si può reagire violentemente.Però se il dottor Gasbarri (Alberto, direttore tecnico di Radio vaticana, ndr),grande amico, dice una parolaccia contro la mia mamma gli arriva un pugno, è normale.Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri,non si puòprendere in giro la fede. Benedetto XVI in un suo discorso aveva parlato di mentalità post positivista, della metafisica post positivista che porta a credere che alla fine le religioni e le espressioni religiose siano delle sottoculture, che sono tollerate, e che in fondo sono poca cosa. Non fanno partedella cultura illuminista. È una eredità dell'illuminismo se tanta gente sparla delle altre religioni, se ridicolizza la religione degli altri; questi provocano. E cosi può accadere quello che succede se Gasparri dice qualcosa contro mia mamma,solo che c'è un limite. Ogni religione ha dignità. Ogni religione che rispetta la vita umana non possiamo prenderla in giro. Questo è il limite. Nella libertà di espressione ci sono limiti, come quello della mia mamma. Non so se sono riuscito a rispondere alla domanda». C’è riuscito benissimo, anzi, la sua risposta ha finalmente chiarito la posizione della chiesa su due aspetti del suo operato:1) che la violenza è necessaria; 2) che la chiesa non gradisce la società laica; perciò è necessario il dialogo inter religioso e non inter culturale poiché non tutte le culture umane sono accettabili per la chiesa; e questo è molto simile all’islamismo. Difatti, il limite posto dal papa alla libera espressione è che non si può prendere in giro le religioni.

Concludendo,i non religiosi possono si fare critica, ma guai a scherzare con la religione. 
Berlusconi a servizi sociali: una pena che fa pena.
post pubblicato in POLITICA, il 17 aprile 2014


Alla fine, il signor Berlusconi ce la fatta nella sua lotta per evitare la condanna. Non che sia stata cancellata, ma un povero diavolo, per evasione fiscale, sarebbe finito in galera. Invece Berlusconi, dopo essere stato condannato, e dopo i brindisi di molti per la condanna scambiata per vittoria, se ne torna praticamente libero di fare politica; certo, ci sono delle restrizioni, nessuno lo nega, ma, di fronte al can can mediatico intorno al suo caso, anzi, ai suoi casi, la pena inflittagli è poca cosa rispetto a ciò che ci si sarebbe aspettato dopo una condanna di quattro anni (di cui tre indultati) e l’interdizione dai pubblici uffici. È poca cosa l’affido ai servizi sociali e il divieto di uscire dalla Lombardia per il periodo quando gli è concesso di prestare servizio solo 4 ore a settimana in un ricovero per anziani e di recarsi a Roma tre giorni a settimana per i suoi impegni politici. Le uniche restrizioni, di fatto sono di: restare a casa dalle 11 di sera alle 6 del mattino e per qualsiasi altro spostamento presentare specifica richiesta al giudice Crosti. Dovrà anche stare attento a non offendere i giudici che, in quel caso, potrebbero annullare il provvedimento emetterlo ai domiciliari.

Dunque, da quanto si può capire, sembra ci sia un accordo preventivo riguardo all’applicazione della condanna. Accordo che riguarda non tanto il reato ma il rispetto che il condannato deve portare ai giudici.

Adesso, che si debba portare rispetto all’autorità giudiziaria può anche star bene, ma che questo rispetto sia il presupposto per la pena da scontare no, nel modo più assoluto. I giudici dovrebbero condannare in base al reato; ciò significa che, essendo l’offesa a un pubblico ufficiale un reato,avrebbero dovuto processarlo anche per quel reato e non usarlo come mediazione tra i giudici e il condannato.

Ma quello che maggiormente conta in tutta la faccenda, è cheal signor Berlusconi ciò che importa è il risvolto mediatico degli eventi e,stiamo pur certi, saprà anche in questo caso sfruttare la sua nuova posizione a fini propagandistici per le elezioni europee perché ciò che conta è il consenso popolare.


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L'inquinamento uccide? Secondo un convegno tenuto a Milano si!
post pubblicato in POLITICA, il 21 ottobre 2013


Secondo uno studio dell'Agenzia europea per l'ambiente la Lombardia è la regione d'Europa più inquinata e, di conseguenza, la sua capitale economica ed industriale, Milano, lo è altrettanto.
E' per questo motivo che è proprio a Milano che è stato tenuto sull'inquinamento il convegno RepiraMi all’Ospedale Maggiore Policlinico, organizzato da Sergio Harari, direttore di Pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe, e da Pier Mannuccio Mannucci, direttore scientifico dello stesso Policlinico.
Nel convegno si è fatto il punto sul rapporto tra inquinamento e salute ed è emerso, dati scientifici alla mano, che l'inquinamento è fonte di malattie e di morte e che gli inquinanti sotto processo sono le Pm10 e le No2 (biossido di azoto) presenti nell'aria rilasciate dal traffico dei veicoli a motore e dal riscaldamento degli edifici combinati alla natura del territorio caratterizzato da poche precipitazioni e scarsa circolazione di aria.  

Purtroppo, anche questa volta, dopo aver affermato che per far fronte all'emergenza bisogna imporre delle restrizioni alla circolazione dei mezzi su gomma, l'unica proposta è quella del divieto di circolazione alla domenica. Una cosa abbastanza limitata dal momento che questo tipo di intervento ha si dimostrato che in quel giorno l'inquinamento diminuisce di molto, ma è anche vero che il giorno dopo, con la ripresa del traffico, tutto ritorna come prima.

Insomma, sembra che anche la medicina, pur avendo la documentazione necessaria a dimostrare il danno provocato dai gas di scarico delle automobili, dei camion ecc., non abbia nessuna voglia di proporre misure drastiche che servirebbero a incentivare la ricerca di motori non inquinanti e potenziare il mercato di quelli già esistenti come il gas auto, metano e il motore elettrico.

EPPURE LA GENTE SI AMMALA E MUORE DI INQUINAMENTO.

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permalink | inviato da vfte il 21/10/2013 alle 12:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Centro destra alle corde, ovvero, il declino del leaderismo e del partito personale.
post pubblicato in POLITICA, il 13 giugno 2013


Ovviamente, qui non si tiene conto di altri importanti fattori come, ad esempio, le promesse non mantenute e l'incapacità di affrontare concretamente la crisi economica attuale, oppure, i problemi giudiziari del leader che, probabilmente e al di la della sua capacità mediatica - inclusa la possibilità di comunicare a senso unico attraverso i canali di cui è proprietario - ha spinto parte dell'elettorato di destra a togliere la fiducia. 

Dopo il ballottaggio di domenica 9 giugno, il centro destra finisce alle corde. Immediata la reazione del leader: senza di me il centro destra non esiste! Niente di più vero. Va detto, però, che se il centro destra non esiste senza il fondatore del Pdl è colpa dello stesso e della sua idea che il partito deve avere come guida un leader fondatore, e non un ideale da perseguire. E' ovvio che un partito così inteso finisce con la fine del suo leader fondatore. E' ovvio presupporre che in mancanza di un ideale da perseguire, non si può neanche parlare di partito ma, più semplicemente, di organizzazione privata a difesa di interessi privati.
Certo, si può dire, e in certo qual modo a ragione, che l'ideale e il leader si fondono, cioè, che il leader è il portatore, e garante, dell'ideale, ovvero, la persona che lo incarna attraverso le sue azioni quotidiane dando l'esempio e, pertanto, tutti coloro che lo seguono condividono sia l'ideale che incarna sia la politica per attuarlo.
Non si può dire che il ragionamento è sbagliato, anzi, in una società democratica, ognuno è libero di scegliere a chi dare il suo consenso. 
Questo crea, però, una situazione di dipendenza dal leader e dalla sua politica - senza contare che il cittadino, nel momento in cui aderisce, delega al leader ogni potere sia critico (analisi della situazione) che pratica (politica da adottare) - rinunciando, da parte del cittadino, al suo diritto di partecipazione attiva alla politica del partito. Politica che viene elaborata dal leader con la collaborazione di persone da lui scelte in base alla loro completa adesione alla sua persona e che qualora se ne discostano vengono isolate e anche espulse.
Pertanto, il leader rimane l'unico depositario dell'ideale e del suo possibile sviluppo. In questo modo, escludendo cioè il cittadino da ogni possibilità di intervento, spinge questi a basare la sua fiducia unicamente sulle promesse fatte dal leader e dai suoi collaboratori; promesse che però devono essere sempre legittimate dal leader che, pertanto, viene a trovarsi in una situazione di continua presenza, sia nelle competizioni elettorali che nella gestione del potere. Quello che è successo nelle amministrative rappresenta proprio l'insofferenza degli elettori nei confronti dei collaboratori che non hanno avuto l'appoggio diretto del leader.
Cosa questa che non sarebbe successa se alla base del partito, anziché esserci un leader, ci fosse un ideale e il leader, anziché essere il depositario dell'ideale e del suo sviluppo, fosse solo il coordinatore delle linee guida espresse dal partito.
Questo - riportare al centro del partito l'ideale - eviterebbe la fine sia del partito che dell'ideale stesso poiché, essendo il partito espressione di persone, siano esse dirigenti che normali elettori, liberamente aggregatesi e il leader espressione degli aderenti liberamente eletto e, pertanto, soggetto a critiche e alla revisione periodica del suo mandato.

Si può affermare che ciò che è successo nei due decenni appena trascorsi, ovvero la personalizzazione del partito, sta risultando, a tutti gli effetti, perdente e la dimostrazione è proprio l'aumento dell'astensionismo alle elezioni - politiche o amministrative che siano - a denotarne la superficialità proprio per la mancanza di partecipazione, democratica, degli elettori.
Finanziamento privato ai partiti; a chi serve?
post pubblicato in POLITICA, il 3 giugno 2013


Il governo Letta ha partorito una proposta di legge che dovrebbe abrogare il finanziamento pubblico ai partiti. La proposta prevede che l'abrogazione del finanziamento avvenga in tre anni.
Una proposta che, tenendo presente il fine per cui viene fatta, sembra fatta apposta per essere aggirata, anzi, è proprio la legge, se venisse approvata, ad aggirare il fine per cui viene fatta.
Gli strumenti sono due e semplici: detrazione fiscale per il contributo privato e il due per mille che ogni cittadino può destinare al partito cui fa riferimento nella dichiarazione dei redditi. Due strumenti che, pur avendo dei limiti, riportano al punto di partenza; nel primo caso, lo stato rende parte dei soldi che il privato versa annualmente nelle casse del partito; nel secondo caso, lo stato non riceve la parte di tasse che il privato decide di destinare al partito.
Inoltre, nel progetto di legge si prevede che lo stato darà ai partiti una serie di servizi gratuiti (sedi, bollette, spazi tv autogestiti e per iniziative).
Di fatto è un modo come un altro per finanziare i partiti con soldi pubblici e, pertanto, riducendo considerevolmente il risparmio che dovrebbe essere il fine dell'operazione.
Questo se la proposta sarà approvata senza modifiche.

A quanto sembra, a cambiare è solo la forma del finanziamento e non la sostanza; a quanto sembra. 
In realtà si inserisce il principio del finanziamento privato che, con il metodo proposto, cioè il rimborso fiscale, andrà a beneficio di chi può permettersi somme consistenti - ovvio che un dipendente con stipendio di mille, millecinquecento euro, la maggioranza dei dipendenti, non potrà usufruirne se non con cifre modestissime. Dette persone, che sono anche i più abbienti, avranno così modo di sostenere il partito di riferimento con l'apporto di tutti, mentre i meno abbienti troveranno difficoltà a sostenere il partito di riferimento ma, paradossalmente, contribuiranno a sostenere il partito di altri, cioè, quello dei più abbienti.
Ed è il finanziamento privato ai partiti, pur con i limiti contenuti nella proposta, il fine più importante, in senso negativo, perché riporta l'Italia indietro di decenni, a quando i partiti ricevevano finanziamenti, anche occulti, sia da stati esteri che da associazioni economiche al fine di condizionare la politica italiana.
Una legge simile aprirà le porte al finanziamento dei partiti da parte di associazioni che avranno interessi notevoli da difendere in sede legislativa riducendo la necessità, da parte loro, di inserire nei partiti uomini prezzolati; di fatto sarà tutto il partito ad essere comprato perché è ovvio che ognuno aderisce al partito in base ai propri interessi. Interessi che se per molti sono di sopravvivenza, per pochi sono investimenti e, come tali, presuppongono un utile.

La democrazia e il vizio autoritario
post pubblicato in POLITICA, il 3 giugno 2013


Tra i tanti problemi dell'Italia, lo scontro politico, chissà perché, verte sempre su questioni, che pur essendo importanti, oltre a non risolvere i problemi di fondo della crisi italiana, innescano una discussione dispersiva su riforme importanti per la governabilità.
In questi giorni è riesploso il tema del semi-presidenzialismo proposto dal centro destra che, a quanto sembra, trova d'accordo anche una parte del centro sinistra. Questo accade in pieno dibattito sulla modifica, o annullamento, dell'attuale legge elettorale e, pertanto, va ad inserirsi nelle possibili riforme della stessa.
Quella del presidenzialismo, con quella del premierato, è da sempre il pallino di Berlusconi perché rispecchia la sua idea di dare maggiori poteri all'esecutivo che ritiene la base per la governabilità del paese visto le esperienze negative del parlamentarismo nelle sue varie varianti succedutesi dopo il sistema proporzionale.

Dunque, i politici, non soddisfatti delle riforme fatte da loro negli ultimi due decenni, sono alla ricerca di nuove soluzioni per dare al paese una parvenza di governo stabile. Il problema, a questo punto, è la possibilità che detta riforma non faccia ricadere, o perlomeno non ne provochi la tendenza, l'Italia in un sistema dove sull'esecutivo non viene applicato nessun controllo da parte del parlamento passando, di fatto, il potere legislativo - di cui il parlamento, secondo la costituzione, è l'unico garante - dal parlamento al presidente dello stato. Questo implicherebbe la possibilità del presidente di gestire l'apparato dello stato senza nessuna opposizione, ovvero, senza nessun controllo; il presidente che vince le elezioni governerà si stabilmente, ma non sarà soggetto a restrizioni sulle leggi che andrà a fare non dovendole più sottoporre al parlamento, diventando così sia legislatore che controllore di se stesso. Quello che succederebbe in questo caso lo si può immaginare senza nessuno sforzo.

Va detto che di presidenzialismi ne esistono di diversi tipi, tutti, più o meno, sottoposti al controllo del parlamento.
Questo, di per se, dovrebbe essere una garanzia se non fosse che, in Italia, la tendenza a convogliare il potere in mano a un solo partito è sempre stata forte e ha portato all'attuale situazione e all'attuale legge che ha tolto la possibilità, nelle elezioni politiche, all'elettore di scegliere direttamente i rappresentanti. Inoltre, l'ingovernabilità, più che dal mancato raggiungimento della maggioranza in parlamento, deriva dall'incapacità - o non volontà - di raggiungere accordi di collaborazione basati su programmi chiari sugli obiettivi da raggiungere; ogni qualvolta si presenta una situazione del genere - si veda l'attuale situazione - i programmi si basano esclusivamente su dichiarazioni più o meno generiche senza mai entrare in merito al come si andranno a risolvere lasciando così spazio alla possibilità, da parte di tutti i partiti coinvolti, di proporre soluzioni pratiche che quasi sempre sono agli antipodi rispetto alle proposte fatte dagli altri partiti allo scopo di indebolire l'avversario che, purtroppo, rimane tale anche in regime di collaborazione. Questo ha dato origine anche all'attuale situazione di perenne campagna elettorale, ovvero, i partiti usano i problemi reali come mezzi per raggiungere i propri scopi.
Ad essere più precisi, questo comportamento è servito a qualcuno per avvalorare l'idea che l'Italia è ingovernabile e, pertanto, serve un giro di vite in senso autoritario che, anche se basato sull'alternanza dei presidenti, produrrà, comunque, la possibilità di leggi illiberali. Non per niente, riguardo alla disoccupazione e alla diminuzione del benessere in generale che ha creato non poco malcontento tra la popolazione, si insiste su possibili problemi di ordine pubblico.

Sarebbe però un errore addebitare la responsabilità di questa politica a un solo partito - anche se Berlusconi prima e Grillo poi ne hanno maggiormente accentuato la necessità - perché ne sono, a vario titolo, tutti coinvolti. Un segnale viene dalla struttura interna dei partiti che si è spostata sempre più verso un tipo di organizzazione leaderistica con al centro un personaggio che oltre a essere il fondatore ne è anche il leader "proprietario".
Anche il PD, che attualmente mantiene una parvenza di democrazia interna, non è immune dalla tendenza al personalismo del partito; l'esempio è l'incapacità di trovare una linea comune all'interno dove le diverse tendenze sono sempre più sviluppate dal singolo sempre in cerca di consensi sia all'idea che alla sua persona.

In quest'ottica, l'idea del semi-presidenzialismo in Italia non può che destare preoccupazione sia per quanto riguarda la democrazia e la libertà individuale che per quanto riguarda la soluzione dei problemi e dell'eventuale protesta popolare pacifica contro i metodi proposti dall'esecutivo.
In tutto questo, un'unica cosa è certa: oggi in Italia, più che cercare la governabilità all'interno del sistema democratico parlamentare, si cerca di rafforzare il potere dell'esecutivo restringendo sempre più sia la partecipazione dell'elettorato e degli organismo che lo rappresentano.
Una giusta legge per regolare i partiti impedendo la loro privatizzazione
post pubblicato in POLITICA, il 25 maggio 2013


       DDL Finocchiaro Zanda            ddl salvo vikkini

Il Pd ha presentato una legge, firmata dalla senatrice Finocchiaro e dal senatore Zanda, che prevede l'esclusione dalla competizione elettorale dei movimenti politici che non abbiano lo statuto pubblicato sulla gazzetta ufficiale e che non sono soggetti giuridici. Una legge che sta già facendo discutere e trova opposizione da parte del M5S e del Pdl che affermano: i primi, che si vuol obbligare il M5S a diventare un partito, e dato che il movimento non lo sarà mai, significa che vogliono in impedirgli di partecipare alle elezioni e, pertanto, Grillo definisce la legge anti movimento. I secondi affermano che la legge serva al PD per eliminare il Pdl e il Movimento dalla competizione elettorale per poter correre da solo alle elezioni.

L'opposizione dei due non è altro che l'ennesima dimostrazione di non voler sottostare alle regole democratiche.
Se si considera che in democrazia, oltre ai diritti, ci sono anche i doveri e che tali doveri sono regolati da leggi, è ovvio che i due, rifiutando la legislazione sui partiti, non intendono difendere la democrazia, anzi ... 
Oggi come oggi, l'articolo che si riferisce ai partiti è il 49 e, guarda caso, Il disegno di legge proposto s'intitola: Disposizioni per l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione in materia di democrazia interna e trasparenza dei partiti politici.
L'articolo 49 recita: Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale [cfr. artt. 1898 c. 3XII c. 1].
Seguendo i link associati si trova scritto che: art.18: I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale [cfr. artt. 19203949]. Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.
Art.98: I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione. Se sono membri del Parlamento, non possono conseguire promozioni se non per anzianità. Si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d'iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all'estero[cfr. art. 49].
Art. 12 delle disposizioni transitorie e finali:  E` vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
In deroga all'articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall'entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.

Da questo si deduce che, a parte l'affermazione generica dell'articolo 49 e le specifiche riportate, che però non costituiscono un insieme, non esiste nessuna regolamentazione in merito ai partiti politici se non quella di registrarsi all'albo delle associazioni, ovvero, il partito politico è considerato una semplice associazione privata. Questo ha dato spazio per la formazione di partiti personalizzati dove le regole le fa il fondatore senza nessun contradditorio interno. Ed è quello che la legge si prefigge: evitare che il partito politico, date le funzioni gestionali del bene pubblico che ha, sia controllato da un singolo o da un ristretto gruppo con ideali e interessi personali da difendere.
Ed è questo che sia il Pdl che Il M5S - che si definiscono movimenti ma che sono partiti a tutti gli effetti - sono contrari alla legge proposta che vuole ripristinare la democrazia interna ai partiti o movimenti che vogliono partecipare alla gestione pubblica attraverso il parlamento nazionale o a quelli locali. 
Raggiungere la trasparenza - come viene predicato dal M5S nei partiti o movimenti presenti in parlamento o negli enti pubblici è difficile se non ci sono regole condivise e rispettate da tutti. Il partito o movimento che sia, visto il ruolo nella società, dovrebbe essere portatore di esempio per tutta la società; rifiutare una legge che ne regola il funzionamento interno, non significa solo rifiutare di aprirsi al confronto ma anche i principi che su questo confronto si basano.

La paura di essere messi fuori dalla competizione elettorale non deriva certo dall'obbligo di diventare soggetti giuridici dato che, almeno in teoria, lo sono già, e nemmeno dall'obbligo di avere uno statuto, visto che anche le associazioni sono obbligate ad averlo; l'unica novità è la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale. Quello che preoccupa i due è l'obbligo di specificare nello statuto il funzionamento del partito, ovvero la specificazione nei particolari del ruolo dei partiti e la loro organizzazione interna che deve rispettare due principi fondamentali: la democrazia e la trasparenza.
Nell'introduzione al DDL, nella sezione "contenuti fondamentali dello statuto" c'è scritto:
"Secondo la nostra proposta, gli statuti dei partiti politici devono indicare quali sono gli organismi dirigenti, le loro competenze e le modalità della loro elezione e la durata degli incarichi, che sono conferiti a tempo determinato; quali sono le procedure richieste per l’approvazione degli atti che impegnano il partito, ovvero in che modo sono assunte le decisioni che caratterizzano la vita di un partito: le alleanze elettorali, la scelta di uno schieramento e così via. Lo statuto deve disciplinare i rapporti con le articolazioni territoriali e i casi in cui procedere nei loro confronti con atto di imperio (scioglimento, commissariamento e così via). Lo scopo è di assicurare che tutte le deliberazioni siano assunte, nella trasparenza, con la più ampia partecipazione degli iscritti. Devono inoltre essere regolate le procedure di iscrizione al partito; il diniego dell’iscrizione deve essere motivato e contro di esso è ammesso il ricorso agli organi di garanzia".
Come si può leggere, non c'è nulla che trascenda i principi fondamentali della costituzione riguardanti la libertà individuale e collettiva dei cittadini. Quello che si vuole ottenere è la regolamentazione concreta dei partiti come organismi rappresentativi della vita politica italiana al fine di evitare quelle incongruenze manifestatesi negli ultimi vent'anni che hanno visto la formazione di movimenti politici personali senza più nessun legame con i principi costituzionali e, pertanto, forieri di istanze contrarie ai principi stessi della costituzione.
Un dato di fatto di questo comportamento è la proprietà del movimento che, invece si essere patrimonio di tutti gli iscritti, ma anche dei sostenitori esterni (votanti), è proprietà personale del suo fondatore.
Inoltre, i sostenitori dell'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, giocando sul principio che ogni partito si debba autofinanziare per evitare che tutti siano obbligati a sostenere partiti di cui non condividono le idee, di fatto inseriscono il principio che solo chi ha disponibilità di denaro ha il diritto di fondare partiti, o movimenti. Questo significa la personalizzazione del partito e la sua privatizzazione con lo scopo di difendere gli interessi del fondatore e della sua categoria sociale.

Con la legge proposta, si vuol riportare al centro della competizione sociale un partito inteso come portatore di istanze dei cittadini ove tutti possono concorrere alla formazione delle idee di base dello stesso e della sua linea politica da tenere qualora riesca ad entrare in parlamento sia come partito di maggioranza che di opposizione.
Concludendo, ben venga la legge poiché il partito non deve essere esclusiva dei politici di professione, anzi, non deve esserci più nessun politico di professione, ma la libera organizzazione delle idee sociali utili a tutti. E questa legge ne è una prova concreta che si può eliminare dalla vita politica il carrierismo e il personalismo; é per questo che i due, ma anche altri, non la vogliono.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 25/5/2013 alle 11:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'imu e la flessione dei consumi
post pubblicato in POLITICA, il 19 maggio 2013


Ma di chi è la colpa della flessione dei consumi? Ma dell'Imu! Questo è quanto emerge dalle dichiarazioni dei Pidiellini incluso Berlusconi. 
A quanto sembra, per chi ancora non lo sapesse, la colpa principale della flessione dei consumi in Italia è della tassa Imu che non ha permesso all'80% delle famiglie italiane, quante sono le famiglie che vivono in case di propria proprietà e che gran parte di esse hanno un reddito inferiore alle 26 mila euro, di spendere i soldi versati per l'Imu in beni di consumo. Questo avrebbe contribuito alla flessione dei consumi e, pertanto, al perpetuarsi della crisi. 
In questo modo, si cerca di scaricare la crisi su una tassa, una delle tante, facendo perdere di vista i veri problemi che sono alla base della crisi e della flessione dei consumi. Quello più importante è la disoccupazione, cioè, la diminuzione del reddito familiare. Certo, è vero che una tassa in più contribuisce a rendere ancor più precaria la situazione delle famiglie, ma è altrettanto vero che, per una famiglia media che si trova in difficoltà a causa della perdita del reddito o a causa di un reddito saltuario e insicuro, l'eliminazione dell'Imu non risolverà il problema dei consumi e, pertanto, della ripresa che è più legata agli investimenti che possono essere resi possibili solo attraverso il finanziamento delle banche; finanziamento che le banche stentano a concedere con la scusa dell'instabilità della situazione.
Inoltre, il centro destra afferma la paternità del successo della sospensione, e lo fa al di la delle intenzioni del premier Letta, che sono quelle del centrosinistra durante la campagna elettorale, che ha come programma non la sua abolizione ma la sua ridefinizione. Questo indica un fatto importantissimo nella politica italiana, e cioè, l'uso a sfondo propagandistico dei problemi, ovvero, mantenere viva anche nel governo la campagna elettorale. Questo significa che il centro destra intende usare l'attuale situazione del governo come momento da sfruttare per lanciare messaggi ai propri elettori e a tutti gli italiani e non come momento di soluzione dei problemi.

Tornando all'Imu, va detto chiaramente che è una tassa sulla proprietà e, come tale, andrebbe vista senza tentennamenti. 
In una situazione di cambiamenti radicali nel mondo produttivo, e non, a causa dell'introduzione sempre più consistente della tecnologia, diventa sempre più urgente la ridefinizione delle tasse. Continuare a basarsi sulla persona fisica è, già ora, un suicidio. E lo è anche il continuo riferimento all'aumento dei posti di lavoro sapendo che le macchine stanno sempre più sostituendo l'essere umano nelle funzioni produttive e gestionali.
Ed è questo che si tenta di nascondere: l'impossibilità di recupero dei contributi necessari alla gestione statale attraverso la persona fisica e la necessità di spostarlo sulla proprietà e i redditi alti.
Le richieste del centrosinistra - rivedere l'imu sulla prima casa esentando il pagamento al di sotto dei 400-500 euro - e quella del centrodestra - abolizione totale sulla prima casa - sono agli antipodi. Mentre il centro sinistra chiede una ridistribuzione equa dei redditi intravvedendo, almeno in questa fase, come unica possibilità, quella di rivolgere l'attenzione verso la proprietà e i redditi alti, il centro destra continua nella sua politica di prelievo sulla persona fisica e in modo lineare. 
E' chiaro che parlando di proprietà, teoricamente, è inclusa la prima casa in generale e, pertanto, tutti i proprietari dovrebbero pagarla o non pagarla, ma è altrettanto chiaro che per la maggioranza, la prima casa è anche l'unica e spesso e volentieri di poco valore e acquistata con sacrifici, mentre la minoranza possiede, non una, ma più case di lusso e disponibilità di soldi di molto superiore alla totalità degli altri proprietari e, pertanto, la tassa sulla casa non va a influire sulla loro capacità di consumo.
 
Ma di questo, il centro destra - a cui aderiscono in massima parte persone con redditi alti o proprietari facoltosi - non vuol sentirne parlare perché va a ledere i loro interessi. Non per niente la propaganda berlusconiana si basa sulla riduzione delle tasse in modo lineare che, anche se basata sulla percentuale e progressiva, coinvolge tutti i contribuenti diminuendo, dato che i meno abbienti sono la maggioranza (non va dimenticato che solo il 10% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza), in modo consistente le tasse ai più abbienti, ovvero a quel 10% di famiglie che possiede il 45% della ricchezza e che dovrebbero essere i maggiori contribuenti.

Concludendo, la lotta che il centrodestra sta conducendo contro l'Imu non ha nulla a che fare ne con la ripresa dei consumi ne con la ripresa economica ma solo e unicamente a favore di interessi particolari delle famiglie facoltose.

La convenzione per le riforme, a cosa serve?
post pubblicato in POLITICA, il 5 maggio 2013


Oltre al rischio Imu, per il governo Letta c'è un altro scoglio ancor più insidioso, quello della convenzione per le riforme. L'organismo che dovrebbe fare da collante delle diverse realtà del paese per una riforma delle istituzioni condivisa, in realtà si sta dimostrando uno strumento di lotta tra partiti per il suo controllo. Controllo che permetterebbe di riformare lo stato senza quella condivisione necessaria per avere una base istituzionale da cui ogni maggioranza di governo trarrebbe le idee per ogni riforma e legge successiva.
Lo scoglio riguarda la sua composizione ma, ancor più, la presidenza della stessa. 

La convenzione era stata proposta dai dieci saggi preposti da Napolitano per stilare una serie di indicazioni per uscire sia dalla crisi economica che dallo stallo politico in cui si trova attualmente l'Italia. Questa convenzione, secondo le intenzione dei dieci, avrebbe il compito di sviluppare le leggi - che poi saranno discusse in parlamento -  che andrebbero a modificare le istituzioni; insomma, una costituente sulla scia di quella che scrisse l'attuale costituzione ed era formata da tutte le forze politiche che contribuirono alla lotta al nazifascismo.
Date le premesse, perché allora si accapigliano per il suo controllo? 
Dato che tutti vogliono il cambiamento delle istituzioni o parte di esse, il problema sta nel come e cosa si modifica.
La premessa che tutti fanno è di adeguarle al nuovo corso mondiale per renderle più snelle e funzionali nel risolvere i problemi moderni. Ma già qui incominciano le diversità tra i vari attori in campo a causa della diversa visione che ognuno ha sia della società che del come risolvere i problemi socio/politico/economico. 
Diversità che, per forza di cose, si manifestano proprio sui cambiamenti da apportare al di la delle buone o cattive intenzioni.
Ognuno vorrebbe le modifiche che rispecchino meglio la sua visione e che soddisfi i propri elettori. Nessuno sembra interessato a trovare una soluzione condivisa sulle riforme. 
Ce n'è uno che però sembra il più interessato a controllare il meccanismo: Berlusconi. Talmente interessato che si è autocandidato alla presidenza della convenzione. Nelle sue esternazioni c'è anche la preoccupazione di perdere consensi dato che, con la fiducia al governo Letta, sembra sia sceso di due punti. 
Ma il problema è più profondo: riguarda il controllo stesso delle riforme poiché è da esse che uscirà l'Italia del futuro. 
Pertanto, controllare la convenzione diventa di vitale importanza per dare all'Italia l'assetto che si desidera abbia per poter poi organizzare lo stato e fare le leggi conformi alla propria visione della società.
Questo è naturale e vale per tutti.
C'è una cosa che, però, non quadra: se ognuno pensa di fare da se le riforme, a che pro istituire una commissione che si sta dimostrando uno scoglio su cui il rischio che il governo naufraghi e reale?
Se la convenzione viene istituita per trovare un accordo tra le parti che le soddisfi trasversalmente, è ovvio presupporre debba essere composta, come minimo, da tutte le componenti culturali presenti in parlamento. Ma sarebbe ancor più opportuno che siano rappresentate tutte le componenti ideologiche, religiose e di altra natura presenti nella società visto che la struttura politica, sociale ed economica di uno stato interessa tutti.
Sembra però che così non è, che questa struttura sia l'ennesimo gioco nelle mani di ragazzini viziosi abituati a possedere invece che condividere. Un gioco che, invece di essere un mezzo, diventa ai loro occhi il fine della loro cupidigia.

L'organismo preposto alle riforme, come previsto dalla costituzione, è il parlamento, basterebbe farle li. Ma anche questo è impossibile data la natura della maggioranza che, in fondo è identica a quella che sosteneva il governo Monti e che non era riuscita a modificare la legge elettorale.
A questo punto, vien da pensare che l'Italia stia perdendo tempo prezioso riguardo ai provvedimenti importanti che riguardano la vita dei cittadini: ripresa economica, lavoro e tasse! L'unica riforma dovrebbe essere la legge elettorale fatta in parlamento senza tanti fronzoli.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 5/5/2013 alle 9:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Berlusconi e il governo di larghe intese
post pubblicato in POLITICA, il 3 maggio 2013


Quella dell'Italia attuale è una situazione di estremo disagio a causa della crisi internazionale che ha portato a provvedimenti pesanti per le famiglie e l'industria in generale, in modo particolare la piccola e media industria.
Una situazione che dovrebbe far riflettere i nostri politici non solo in merito ai risparmi ma anche in merito a una revisione totale dello stato. Revisione che dovrebbe comportare un approccio diverso nei confronti dei problemi da parte del parlamento. 
Invece, purtroppo, c'è una persona che sta tentando di sfruttare la situazione a proprio vantaggio personale in tutti i sensi. Persona che, già durante la riunione delle camere per la fiducia, non ha avuto nessun indugio a ricattare il governo nuovo governo sul problema Imu.
Ma allora c'è da chiedersi: a quale scopo un governo di larghe intese?
Sin dal dopo elezioni, Berlusconi ha proposto il governo di larghe intese. Ora che il governo fatto da Letta lo è a tutti gli effetti, Berlusconi non perde tempo a sottolineare che non può sostenere un governo che non tiene conto delle sue promesse fatte durante la campagna elettorale. In modo particolare l'annullamento dell'Imu per la prima casa e il rimborso di quello pagato nel 2012; cosa che si scontra con la promessa fatta dal PD di rivederla annullandola solo al di sotto delle 500€.
Pertanto, se il governo di larghe intese è formato da parlamentari provenienti da diversi partiti e tecnici provenienti da diversa formazione, è sicuramente fuori luogo l'affermazione di Berlusconi che, tra l'altro, ha tutto l'aspetto del ricatto.
Ma quello che più lascia perplessi è l'approccio al governo di larghe intese quando afferma: ''Non potremmo veramente far parte di un governo, o anche soltanto sostenere dall'esterno un governo che non tenesse fede alla parola che noi abbiamo dato. In termini semplici perderemmo completamente la faccia e non credo che sia assolutamente il caso'' perché, anche se si riferiva all'Imu, non lascia dubbi sul fatto che il governo deve tener conto delle sue promesse infischiandosene di quelle degli altri partiti presenti nel governo.
Questo significa che il governo deve attenersi al suo programma elettorale, che deve sostenere le aspettative del centro destra.
Dunque, Berlusconi pretende di essere il punto di riferimento per le riforme da fare. A questo signore non passa neanche per la testa che se siamo arrivati al governo di larghe intese è proprio per la mancanza di dialogo costruttivo tra le diverse componenti presenti in parlamento. 
Bersani, che aveva l'incarico precedente, ha fallito proprio per questo motivo. La sua affermazione "mai con Berlusconi" nasce proprio dalla coscienza che un governo simile avrebbe comportato per il PD la perdita dell'identità programmatica e, di conseguenza, l'impossibilità di mantenere le promesse. Ora, considerando che, comunque, il governo, nelle sue componenti politiche, è a maggioranza centrosinistra, non si capisce come possa Letta accettare il ricatto di Berlusconi.
Inoltre, è assurdo, nell'attuale situazione, mettere al primo posto gli interessi di partito - che è un comportamento da prima repubblica - rischiando il fallimento di Letta e il ritorno alle urne dopo che i mercati, l'UE e, comunque, la comunità internazionale, vedono in modo favorevole ciò che si sta facendo. 
Il rifiuto di Berlusconi, se ci sarà, sull'Imu, significherà che ogni riforma proposta dal governo dovrà avere, innanzi tutto, il beneplacito del Pdl e dello stesso Berlusconi, che non ci sarà nessun dibattito reale ma solo apparente alle camere perché, comunque, la decisione finale spetterà solo a lui.
Questo, ovviamente, non significa che non si faranno leggi perché in parlamento sono presenti altre formazioni che potrebbero fare comunque la maggioranza su specifiche leggi non condivise dal Pdl. Ma questo ci riporterebbe al punto di partenza perché avremmo un governo senza una maggioranza reale che vivrà alla giornata. 
Sarà un governo che vive alla giornata e che potrà cadere in ogni momento. Questo significherà la perdita di fiducia dei partner internazionali e dei mercati e conseguente fuga degli investitori sia nazionali che internazionali.
Significherà anche sia vanificare i sacrifici che abbiamo fatto fino ad oggi che affrontarne altri ancor più pesanti.

E tutto perché qualcuno non vuole cambiare le cose o qualcun altro vuole cambiare da capo indiscusso.


  


  
I giochi di Grillo
post pubblicato in POLITICA, il 20 aprile 2013



Incomincia così il post di Grillo: Perché no, Bersani? di ieri 19-4: "Perché il no inflessibile a Rodotà da parte di Bersani? E' una bella domanda. Un quesito a cui non c'è risposta, della serie chi siamo? Dove andiamo? Esiste l'intelligenza sugli altri pianeti (partiti) e nel pdmenoelle?".
E conclude: "Io vorrei una risposta da Bersani, non lo capisco, non riesco a capacitarmi del fatto che il suo partito non voti Rodotà. Proviene dalla sua area politica. E un uomo integerrimo. Se votato da PD, SEL e M5S dal quarto turno avrebbe la maggioranza necessaria per essere eletto.
Perché no? Bersani, questo lo devi spiegare al paese. Perché no? Se non c'è un motivo, allora significa che ci sono dei motivi inconfessabili. Perché no Bersani?".

E' si, signor Grillo. Per gente come lei questa è più di una domanda senza risposta, per lei è impossibile. 
Con la memoria labile che si ritrova. Perché, da persona intelligente - dato che tutti gli altri li ritiene non intelligenti - come si ritiene, il fingere di non ricordare le sue stesse parole, anzi, il suo programma, significa che i motivi inconfessabili li ha lei.
Come non ricordare la frase ripetuta fino alla nausea: nessun accordo con i partiti! E l'altra: tutti a casa! Frasi che non lasciano dubbi sulla sua volontà di non scendere a patti con nessun partito, di voler tutto per se e gli interessi che rappresenta.
Lei dice che Bersani deve spiegare la scelta di non aderire alla proposta fatta da lei di sostenere Rodotà come presidente della Repubblica al paese. Ma questo avviene dopo che lei ha negato, sin dall'inizio, ogni possibilità di accordo, con i partiti, su qualsiasi cosa proprio con le affermazioni riportate sopra. Affermazioni che sono state tradotte nei fatti rifiutando a Bersani l'appoggio per formare il governo con l'intento di spingerlo, o a rinunciare - cosa che lei già sapeva improbabile - o ad allearsi con il Pdl - cosa che Bersani ha sempre rifiutato, ricorda: mai un governo di larghe intese con il Pdl di Berlusconi. 
Pertanto, è lei che dovrebbe spiegare al paese il gioco che sta facendo per "mandare a casa tutti", ma quello che più interessa è: perché lo sta facendo?
Si, perché il suo è proprio il vecchio gioco della veccia politica, quella che vorrebbe mandare a casa.

Ci spieghi quale rapporto c'è tra rifiutare l'accordo per il governo proposto da Bersani per poi proporre a Bersani il candidato proposto da lei, e non risponda con la favola che è stato scelto dal paese; qualche decine di migliaia di votanti non fanno il paese, e neanche se aggiungiamo i dissidenti del PD.
Sapeva benissimo che un accordo sul governo avrebbe poi portato all'accordo anche sul capo dello stato, così come sapeva che il programma del PD è in sintonia con il suo, seppur minimo, programma. 
Ma era già evidente allora, ed ora ancor di più - basta vedere l'esultanza con cui a salutato lo sfascio del PD: "Cominciano ad andarsene, la Bindi a dato le dimissioni (anche Bersani dopo la quarta votazione). Incomincia la resa dei conti e noi li ricordiamo i conti in sospeso".-  che l'intento non è quello di collaborare per migliorare l'Italia ma quello che, a tutti gli effetti, sembra una vendetta. 
E, per favore, non la chiami rivoluzione! Quello che lei sta facendo non è altro che l'antica lotta per il potere. Perché è quello che lei vuole! E lo sta facendo seguendo la miglior tradizione della lotta per il potere e quel che è peggio, come tutti, sta usando il popolo come scusante per i suoi interessi.

C'è una cosa che però, probabilmente, non ha considerato: Berlusconi! Se pensa che Berlusconi scenda dal suo piedistallo - ha già detto, dopo il ritiro di Marini, che si andrà alle elezioni e che si ricandiderà come premier - si sta sbagliando di grosso; questo significa che, molto probabilmente, LEI sta consegnando il paese alla destra berlusconiana. Ma forse, considerando che nelle sue esternazioni se la prende quasi solo con Bersani, è quello che vuole.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 20/4/2013 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Bersani e Berlusconi si incontrano, ma a cosa serve?
post pubblicato in POLITICA, il 9 aprile 2013


Corriere     Fanpage 
Bersani si è deciso ad incontrare Berlusconi per decidere il metodo per eleggere il nuovo capo dello stato. Che questa sia una notizia buona o cattiva dipende da ciò che decideranno di fare. 
E' probabile che comunque parlino anche di un possibile accordo per formare il governo. Dice Berlusconi: finalmente Bersani si è reso disponibile a un incontro e la posizione del Pdl la conoscono tutti: dare un governo stabile al paese per fare provvedimenti per rilanciare l'economia. Di contro però, Bersani in merito dice: Che non ci vengano a proporre dei governissimi. Se c'è qualche  altra fantasia, ce la dicano. Ma chi può credere che con Brunetta si possa fare un  governo e riusciamo a imbroccare qualcosa?

Dunque, da una parte Berlusconi che, a quanto sembra, spera che dall'incontro esca un accordo di governo, quale?, dall'altra, Bersani, in merito al governo rimane fermo sul suo rifiuto di una governo di larghe intese. Pertanto, sembra che questo incontro, dato le premesse, sia destinato a finire in un nulla di fatto; nessun accordo ne sul presidente ne sul governo. D'altra parte, le posizioni sono talmente distanti che è ragionevole presupporlo.

Intanto, i due B hanno indetto due manifestazioni - PD a Roma e Pdl a Bari - di piazza sabato 13. A che scopo se l'incontro, a quanto sembra, sarà tra giovedì e venerdì? Non certo per mostrare i muscoli nell'attesa dell'incontro; va beh che Berlusconi è, da sempre, abituato a crogiolarsi nei bagni di folla: basti pensare che le sue creature le ha create anche in piazza. Ma Bersani? Dopo aver tenuto un profilo basso durante tutta la campagna elettorale e aver criticato e condannato questo modo di fare, sembra strano che adesso cerchi di diventare a sua volta  un capo popolo e magari tirar fuori dal cappello, invece del coniglio, la soluzione perfetta.

Vien da pensare che anche Bersani, a questo punto, stia pensando alla campagna elettorale. Il fatto che per lui l'incontro deve "servire solo a decidere il metodo per l'elezione del capo dello stato" - capo di stato che avrà il potere di sciogliere le camere -, fa pensare che abbia messo da parte la possibilità di fare un governo di minoranza considerato che rimane dell'avviso che un governo di larghe intese col Pdl sarebbe controproducente.  
Ma se pensa alle elezioni, non sarebbe meglio dirlo chiaramente? Anche perché dovrebbe essere chiaro a tutti che il M5S preferisce l'attuale situazione di stallo alle elezioni per evidenti interessi politici - Grillo spera nella perdita di consensi da parte del PD - e visto il rifiuto secco e continuo a un sostegno al Pd, Bersani ha tutto l'interesse a sostenere la tesi delle elezioni al più presto. 
Pertanto, trovare un compromesso sul capo dello stato sarebbe il male peggiore visto l'importanza di risolvere l'attuale crisi politica. 
Sarebbe un grave errore da parte di Bersani lasciarsi influenzare dalla possibilità che il M5S riesca a riottenere un risultato importante - sono troppi i dissensi, sia al suo interno che da parte degli iscritti ed elettori che ogni giorno criticano la sua politica - perché così facendo non fa altro che creare altro scontento che è pane per Grillo. 
Che l'attuale situazione sia determinata dalla quasi parità di consensi dei tre maggiori partiti - e non dai tentativi di creare un governo da parte del PD - dovrebbe essere chiaro, che si cerchi di sfruttare questa situazione per proporsi come portatore di cambiamenti epocali molto meno dato che fino ad ieri era d'obbligo il compromesso. 
In una democrazia che si rispetti, si ritorna alle elezioni una volta capito l'impossibilità di fare il governo. Basterebbe modificare momentaneamente, cioè, eliminare il premio di maggioranza e  inserire la possibilità del ballottaggio solo per queste elezioni, l'attuale legge elettorale di modo che il partito o la coalizione vincente possa almeno incominciare a governare.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 9/4/2013 alle 16:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I dieci saggi di Napolitano: a cosa servono?
post pubblicato in POLITICA, il 1 aprile 2013


Napolitano, dopo aver constatato l'impossibilità di dare l'incarico a uno dei tre maggiori partiti per formare il governo, ha deciso di formare due gruppi di lavoro programmatico che dovrebbero stilare il piano di lavoro del nuovo governo - se si farà. Oltre a ciò, ha ribadito che il governo Monti è sempre in carica e che può legiferare in merito a problemi urgenti. 
Tutto ciò è risaputo; per legge, il governo dimissionario rimane in carica fino alla costituzione del nuovo governo eletto dal parlamento uscito dalle elezioni. 
La novità sono i gruppi di lavoro programmatico formati da "saggi". 
A cosa servono?
Se consideriamo che il piano di Bersani, improntato su proposte di cambiamento che avrebbero dovuto interessare anche il M5S, proposto alle altre formazioni è stato bocciato - il M5S per non disattendere la sua promessa di non fare accordi con i partiti politici, il Pdl perché più interessato a un governo "di larghe intese" - non si capisce cosa possano fare queste due gruppi di lavoro programmatico formato da "saggi". 
In teoria dovrebbero trovare una sintesi tra le tre posizioni e proporle al parlamento per una rettifica e, se accettata, lasciare il campo alla formazione del nuovo governo. Ma chi sarà preposto a formarlo? Il partito di maggioranza relativa o altro?

A parte che tutti e tre i partiti in campo, pur accettando il prolungamento del mandato al governo Monti, sono molto dubbiosi sui "saggi", il problema rimane comunque l'impossibilità che i tre accettino, non solo il programma dei "saggi", ma anche la persona, o partito o movimento, preposta a formare il governo sull'unico presupposto del programma stilato dai "saggi". Non va dimenticato che il M5S non vuole accordi con i partiti e il Pdl vuole un governo di larghe intese. Questo significa che la bocciatura di Bersani va al di la delle mere considerazioni sul programma ma include anche l'avversione sia al governo dei partiti (M5S) sia ad un governo di minoranza (Pdl).
Inoltre, il M5S si è proposto sin dall'inizio come "pronto a governare" - il che significa la volontà di formare il governo da solo dato l'avversione verso i partiti -, cosa questa che, dato l'avversione del M5S alla vecchia politica rappresentata dai partiti, ne il Pdl ne il PD, anche se con motivazioni diverse, possono accettare. 
Di contro, il Pdl è disposto ad un governo di larghe intese a patto che non si entri in merito a determinati problemi - tipo l'illeggibilità di Berlusconi -  e si dia la presidenza della repubblica ad una persona indicata dal Pdl; un comportamento che lascerebbe al M5S tutto lo spazio possibile per un'ulteriore critica del sistema vigente dato che si basa su quegli accordi che definisce "inciuci". Proposta che Bersani, ovviamente, non ha accettato.

Pertanto, mettere d'accordo il PD, il Pdl e il M5S, che non hanno trovato un accordo attraverso i normali canali democratici e di cui due di essi non sopportano l'idea di condividere il potere con altri - non va dimenticato che la proposta del Pdl nasce con l'intromissione del M5S come interlocutore privilegiato di Bersani visto le molte similitudini dei programmo e, pertanto, è il frutto della paura di essere messo ai margini della competizione -, diventa cosa ardua perché il problema non è il programma ma l'incapacità di compromesso.
Insomma, due delle attuali formazioni politiche presenti in Italia vorrebbero modificare l'attuale assetto socio/politico/economico a senso unico. L'unica cosa che è cambiata con le elezioni è l'aggiunta di Grillo nel panteon dei possibili dittatori.

Ancora sul M5S
post pubblicato in POLITICA, il 30 marzo 2013


Dopo le consultazioni lampo del capo dello stato non è emerso nulla che possa dare un'indicazione precisa su un eventuale governo di legislatura, anzi, secondo Napolitano, o si fa un governo di scopo - un governo preposto a prendere quei provvedimenti necessari a far fronte alla crisi e a modificare la legge elettorale? - o si va al voto.
Questo perché non ha riscontrato nessuna volontà da parte dei tre partiti di scendere a patti; il PD rifiuta l'ipotesi di un'alleanza col Pdl basata sullo scambio vecchia maniera; ti do la fiducia se accetti come capo dello stato un uomo di centrodestra, mentre il M5S ribadisce il suo no a governi formati dai "vecchi" partiti politici che definisce per l'ennesima volta finiti (e il 74% degli elettori che li hanno votati dove li mettiamo?) proponendosi come forza di governo (con quale maggioranza?).
In pratica, a parte qualche variazione, quello che è emerso è la fotocopia degli incontri con Bersani. 

A questo punto si rende necessario capire l'ostinazione del M5S a non partecipare a nessun governo che non sia il suo.
Per fare ciò bisogna partire dall'incontro con Bersani dove il M5S aveva ribadito il suo no secco alla fiducia al governo Bersani e al suo programma.
Un no, però, giustificato non sul programma ma sulla sfiducia dei grillini a qualsiasi cosa senta di politica. 
Nelle affermazioni dei grillini ci sono però alcune contraddizione. 
Quando Crimi, capogruppo al senato, afferma: "Sì al sostegno pieno su singole proposte condivisibili" , di fatto accetta la politica dei partiti qualora questi presentino leggi condivisibili; il che è assurdo perché nell'incontro è stato presentato loro un programma condivisibile.       
Ma Crimi aggiunge: "ma la fiducia in bianco è un atto forte. Anche su mandato degli elettori, malgrado altre voci dicano che ci stiano spingendo alla responsabilità, non ce la sentiamo di poterci fidare", ma la fiducia non è in bianco perché basata su un programma condivisibile. La mancanza di fiducia è verso il partito e non il programma, cosa che mette in ridicolo tutto l'impianto su cui si basa il loro rifiuto. 
Poi, tanto per mettere la ciliegina sulla torta, aggiunge: Con tutta la bontà del suo impegno, gliene diamo atto, noi siamo la generazione che non ha mai visto programmi elettorali realizzati. E ci sentiamo di dover respingere la responsabilità sull'eventuale non partecipazione al governo. Siamo il risultato e non la causa di questi vent'anni di politica", è vero che la politica dei partiti, negli ultimi due decenni non ha prodotto sostanziali risultati e che le generazioni rappresentate dai 5stelle sono il risultato e non la causa dell'attuale situazione, ma è altrettanto vero che dette generazioni pensano di aver trovato nel movimento la risposta ai problemi e questa risposta la si può dare solo partecipando attivamente alla politica del governo. Per questo Crini sbaglia quando pensa di potersi escludere dalla responsabilità sulla non partecipazione al governo Bersani. Sbaglia perché non coglie l'occasione di proporre e discutere le sue istanze all'interno di un governo disponibile al cambiamento.

Inoltre, quel far ricadere la colpa sugli altri al punto di escluderli come interlocutori anche quando prendono atto degli errori e si rendono disponibili al cambiamento, è sinonimo di paura del compromesso. Quel "ci sentiamo di dover respingere la responsabilità ecc.", sta a indicare che non vogliono impegnarsi perché l'impegno è un rischio che può far perdere voti. Questo dimostra una cosa sola: che quel che fanno è mirato, innanzi tutto, ad aumentare il consenso, che è quello che fanno tutti i partiti politici. E non ha nessuna importanza il fine che si propongono; tutti i partiti hanno un fine "ufficiale": portare la società sulle basi che propongono. Ma ciò non impedisce loro di allearsi con altri partiti affini, e da qualsiasi esperienza provengano, pur di ottenere lo scopo prefissato. Un esempio è la lega che, pur di raggiungere lo scopo del federalismo, si è alleata sia col Pdl che col PD; la perdita di consensi non è stata determinata dalle sue alleanze ma dal comportamento degli eletti. Se il M5S, ritenendo l'esperienza leghista sbagliata, rifiuta ogni alleanza, e confronto, con altri partiti, significa che dalle esperienze passate non ha tratto nessun insegnamento ne sul come gestire le sue idee ne sul come rapportarsi con i suoi elettori.

Se prendiamo la risposta della Lombardi, capogruppo alla camera, riferita ad una affermazione di Bersani: "Ascoltandola mi è sembrato di essere davanti a una puntata di Ballarò, sono vent'anni che sentiamo le stesse cose. Noi invece siamo quelli insani di mente, abbiamo un progetto politico", nella prima parte si nota chiaramente la mancanza di coscienza del momento storico che vive sia l'Italia che loro stessi.  Il riferimento a Ballarò, programma di approfondimento politico - visto dai 5stelle come servizio al potere dei partiti -, è un chiaro segno della mancata visione democratica della società italiana. Ballarò, come altri programmi di approfondimento socio/politico, è libero a tutti e ne da prova il fatto che tutte le componenti socio/politiche della società vi hanno partecipato o, comunque, sono state invitate a parteciparvi; se poi un politico o esponente di un movimento sociale rifiuta di parteciparvi e portare le sue, e dei cittadini che rappresenta, istanze - che oltre a portarle agli altri partecipanti al programma, li porta anche a un pubblico più ampio -, sta solo a dimostrare che rifiuta il confronto, e pertanto vengono rifiutati i presupposti della democrazia la quale è appunto basata sul confronto. 
"Sono vent'anni che sentiamo le stesse cose", come a dire che le cose si cambiano con la bacchetta magica. A parte il fatto che di cose, in questi vent'anni, ne sono cambiate molte, tutte in negativo
Sarebbe pertanto utile capire chi le ha volute.
Ad esempio è cambiato il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro - prima ancora della riforma Fornero. Si veda la legge Biagi, entrata in vigore il 14 febbraio 2003,  che inserì i contratti a progetto in contrapposizione ai contratti a tempo indeterminato, ovvero, il   precariato. Inoltre, la critica maggiore alla Legge Biagi è l'incremento della situazione di precariato lavorativo in Italia, rendendo i giovani che si affacciano al mondo del lavoro sempre più incerti e accrescendo le debolezze salariali ed economiche dei lavoratori stessi. E non dimentichiamo lo stravolgimento voluto da Marchionne con gli accordi Fiat - in prevalenza voluto dal centro destra. 
E' la destra berlusconiana ad aver dato, dopo tangentopoli, l'impulso per bloccare la "moralizzazione" della politica. I governi di Berlusconi non hanno fatto altro che legiferare a favore degli intrallazzi tra politica e economia. Tanto per fare alcuni esempi, si vedano le leggi: decreto Biondi del 94 che annulla la custodia cautelare per i reati contro la pubblica amministrazione; falso in bilancio del 2002; condoni fiscali vari; legittimo impedimento; legge Gasparri-2 del 2004 che di fatto salva l'emittente berlusconiana rete 4 (legge che vede implicato anche Dalema); lodo Alfano del 2008 (poi bocciato dalla consulta) e altre leggi; tutte con lo scopo di legalizzare il malaffare nella politica.

Dunque, da vent'anni, cioè dalla nascita dell'attuale centro destra, a questa parte, le leggi che hanno portato all'attuale situazione socio/politica/economica del paese sono in massima parte firmate centrodestra. Certo, il centrosinistra non deve essere immune da critiche sia riguardo ai governi (1996-2001 e 2006-2008) che all'opposizione ai governi di centro destra. Questo, però, non può essere la scusante per addossarne la colpa e neanche per equipararli al centrodestra come fa il M5S. E' troppo comodo fare di tutta l'erba un fascio senza tener conto della complessità della società e della democrazia; significa mancanza di capacità di analisi. 

"Sono vent'anni che sentiamo le stesse cose" e continueremo a sentirle ancora per molto anche dai 5stelle che si stanno comportando esattamente come tutti. La loro pretesa di essere gli unici portatori dell'istanza di un cambiamento radicale ritenendo gli altri incapaci e, pertanto, pretendendo per se soli la capacità di tale cambiamento, li mettono sullo stesso piano dei partiti che tanto denigrano, e in modo particolare col dentro destra di Berlusconi. Il fatto di porsi al di sopra delle parti in campo - Grillo ha detto che il movimento non è ne di destra ne di sinistra - non significa affatto essere diversi ma, casomai, portatori di un'ideologia diversa nel perseguire i propri scopi.
Quello che il M5S non capisce, o finge di non capire, è la stretta analogia col centrodestra di Berlusconi. Anche Berlusconi si era presentato come portatore di un cambiamento radicale della società da contrapporre ai "conservatori comunisti", anch'egli aveva, e lo fa ancora, aggregato i cittadini intorno a un'idea di cambiamento che rompesse i vecchi schemi della politica, anch'egli voleva mandare a casa tutti, voleva, e vuole tutt'ora, essere il solo al comando, al punto da proporre leggi tipo premierato che desse più poteri al primo ministro (proposta questa che fa solo quando è al governo, chissà perché), però questo non ha fatto di lui il "salvatore", anzi, proprio il contrario.
La democrazia diretta di Grillo
post pubblicato in POLITICA, il 25 marzo 2013


Succede che Grillo scrive un post dedicato a tutti i commentatori che non condividono la sua politica dopo le elezioni definendoli troll (Da Wikipedia: TROLL (INTERNET): significato:  Con il termine troll, nel gergo di internet, e, in particolare, delle comunità virtuali, si indica una persona che interagisce con gli altri utenti tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l'obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi.  
COMPORTAMENTO TIPODi norma l'obiettivo di un troll è far perdere la pazienza agli altri utenti, spingendoli a insultare e aggredire a loro volta (generando una flame war). Una tecnica comune del troll consiste nel prendere posizione in modo plateale, superficiale e arrogante su una questione vissuta come sensibile e già lungamente dibattuta degli altri membri della comunità (per esempio una religion war). In altri casi, il troll interviene in modo apparentemente insensato o volutamente ingenuo, con lo scopo di irridere quegli utenti che, non capendone gli obiettivi, si sforzano di rispondere a tono ingenerando ulteriore discussione e senza giungere ad alcuna conclusione concreta.), ovvero esseri demoniaci che sarebbero pagati per diffondere falsità e cercare di convincere i cinquestelline a fare pressione affinché modifichi la sua linea adeguandosi al sistema tanto odiato.
Già il termine scelto lascia intendere molte cose tra cui una visione del mondo basata esclusivamente sui concetti di bene e male, cosa poco scientifica e molto religiosa poiché a sua volta si basa sul concetto di assoluto. Tale concetto sta a indicare che la propria idea è l'unica possibile per salvare il mondo.
Ma a parte ciò, quello che lascia perplessi è la sua contraddizione con ciò che va predicando da tempo, ovvero, la democrazia diretta attuata attraverso internet.
E' alquanto strano che Grillo, uno dei fautori della libertà in internet e della democrazia diretta attraverso di esso, non si sia accorto della genericità e varietà di contenuti e tendenze che lo popolano - basta vedere ciò che avviene sui social network tipo facebook, google e altri - e della libertà espressiva usata. E' altrettanto strano che non si sia accorto della tendenza dell'utente ad agire come se fosse in una pubblica piazza moltiplicata all'infinito. Nella pubblica piazza, o al bar o in altri luoghi pubblici, si discute di tutto e di niente usando un linguaggio anche volgare e, a volte, offensivo sia riferendosi all'interlocutore che a persone non presenti o a gruppi. La differenza tra piazza reale e quella virtuale consiste nel fatto che in quella virtuale si può intervenire in discussioni di ogni tipo anche se non invitati a farlo per il semplice fatto che l'accesso è libero. 
Comunque, Grillo dovrebbe, per quante riguarda le offese, farsi un esame di coscienza sul suo linguaggio che non ha mai disdegnato proprio le offese. Oltre a ciò, si permette anche di scrivere nelle regole per l'inserimento dei commenti, nelle cose non consentite: messaggi con linguaggio offensivo. 
Ma la cosa veramente strana è la critica/condanna che Grillo fa a quelli che chiama troll anche solo per il semplice fatto che criticano la sua politica; nel post in questione, molte delle critiche vengono da persone che, a loro dire, hanno votato M5S e che lo criticano usando un linguaggio non offensivo, eppure, anch'essi vengono condannati e liquidati come troll. Allora il problema non è più il linguaggio ma la critica. Da parte dei sostenitori non è permessa la critica alla politica della direzione; ma se non è permessa la critica, di che democrazia diretta stiamo parlando? 
Anche se è indubbio che ci sono i troll - ma questi ci sono dappertutto -, tutto l'impianto del post è, alla fine, rivolto ai critici perché il linguaggio volgare è minimo, a prevalere è la critica. Perciò, se la democrazia diretta è la partecipazione del popolo, è da esso che i dirigenti (che lo vogliano o no, sono dei dirigenti) devono trarre la linea politica da seguire e non il contrario. Ora come ora, i dirigenti scrivono quello che vogliono fare e il sostenitore applaude; questa non è democrazia ne diretta ne indiretta; NON E' DEMOCRAZIA E BASTA.


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Il M5S e l'occupazione dello stato.
post pubblicato in POLITICA, il 23 marzo 2013


Il M5S è stato consultato da Napolitano in merito all'incarico per la formazione del governo.
Come già anticipato da Grillo, il M5S ha chiesto l'incarico per la formazione del nuovo governo - "per realizzare il nostro programma" - senza però indicare nessun nome, in alternativa hanno richiesto la dirigenza del Copasir e della vigilanza RAI. Due richieste forti ma che non hanno i numeri per essere attuate.

Innanzi tutto, il M5S, pur prendendo per vero che sia il primo partito, rappresenta comunque solo il 25% degli elettori e non ha nessuna maggioranza ne in senato ne alla camera, pertanto, c'è da chiedersi come farà a governare dato che sono proprio loro a rifiutare a priori ogni accordo per la formazione del governo; Grillo stesso ha sempre detto che non farà nessun accordo con nessun partito, e allora che senso ha la sua richiesta? Forse che, una volta ricevuto l'incarico, sarà lui a chiedere ai partiti di collaborare? Bah, mi sembra una cosa impossibile, ma anche indecente. Come si può pretendere che i partiti (PD; Pdl), dopo essere stati offesi e messi alla berlina dallo stesso Grillo (in modo particolare il PD, che dopo essersi offerto per una coalizione PD-M5S, è stato non solo rifiutato ma anche offeso nella persona del suo segretario, tra l'altro eletto democraticamente dal "popolo"), adesso accettino di collaborare, anche solo col voto di fiducia, ad un governo M5S? 
Inoltre, la loro richiesta della presidenza del Copasir, dato che viene data per legge all'opposizione, da per scontato che, se non ricevono l'incarico per il nuovo governo, staranno all'opposizione, pertanto non hanno nessuna intenzione di appoggiare nessun tipo di governo.
E' evidente che Napolitano non darà mai il mandato al M5S, ciò non toglie l'arroganza dei suoi parlamentari di fronte a una situazione che, invece, richiederebbe una responsabilità proprio in termini di accordi a priori. 

La richiesta della dirigenza del Copasir e della RAI non è fatta a caso o per il solo piacere di essere presenti nella stanza dei bottoni, ma come metodo programmato di controllo di due strutture di vitale importanza per una gestione del paese. 
La presidenza RAI permetterebbe loro il controllo sull'informazione pubblica, e non è da considerare una richiesta strana - visto l'imposizione di Grillo ai suoi di non partecipare a programmi televisivi - perché il suo rifiuto a comparire in TV, inclusa la RAI, è determinato dalla sua convinzione che siano al servizio dei partiti pertanto, tanto vale che sia il suo a controllarla. In questo modo ottiene due risultati importanti: il controllo della struttura - gestione economica e dei contenuti - e, di conseguenza, dell'informazione.
La presidenza del copasir permetterebbe loro di controllare il lavoro dei servizi segreti e, pertanto, i segreti di stato.

Dunque, se uniamo tutte le richieste del M5S fatte in sede bicamerale (commissioni bicamerali, vicepresidenti di camera e senato - cariche in parte già ottenute: Luigi Di Maio è vicepresidente alla camera - e questori - Laura Bottici è questore al senato.) con la richiesta della presidenza RAI e copasir, possiamo avere un quadro completo di ciò che vuole il M5S. 
Considerando il suo rifiuto a collaborare con i "partiti", si potrebbe pensare ad una contraddizione visto che nelle cariche di vicepresidenza e questore sono presenti anche rappresentanti di altri partiti (PD, Pdl, lega e S. Civica).
In realtà non lo è perché queste sono cariche che permettono un controllo diretto dell'attività economica e organizzativa del parlamento, ed è ciò che Grillo vuole. Inoltre, come detto sopra, la presidenza RAI e copasir permette loro di controllare sia l'informazione pubblica che i servizi segreti, e questo gli verrà utile nel prossimo futuro. Pertanto, sono tutti incarichi utili al controllo del potere sia che lo abbia lui sia che lo abbiano gli altri.
A cosa serve tutto ciò? Forse che l'incarico al copasir ma anche quello di questore gli daranno il potere di rendere pubblico tutto ciò che avviene al loro interno? 
Ma neanche per sogno! Questi organismi sono regolati da leggi dello stato espresse dal parlamento, pertanto, nessuno può decidere singolarmente cosa e come trattare tutto ciò che avviene al loro interno.
L'unica interpretazione possibile rimane quella dell'occupazione dello stato nei settori più strategici in previsione di forme di lotta più "incisive".
Grillo e le responsabilità di governo
post pubblicato in POLITICA, il 20 marzo 2013


I grllini vogliono tutto! "Scrive Roberta Lombardi sul post di Beppe grillo: è arrivato il momento di dare dimensione alle preoccupazione di Lamberto Dini e Beppe Pisanu. E' giunta l'ora di rendicontare le caramelle e, dunque di portare le istanza di quel 25% e passa di elettori che hanno votato il M5S. Ora che siamo stati eletti al parlamento, vogliamo essere presenti nelle commissioni bicamerali, nelle giunte e negli uffici di presidenza di camera e senato". 
Ma ciò non basta ai grillini, ciò che in realtà vogliono è entrare nella stanza di controllo dei conti dello stato cioè,  "vogliamo partecipare alle decisioni che si prendono al chiuso delle stanze dei bottoni, per rispetto della volontà popolare che ci ha scelto.

Aspirazione legittima; qualunque gruppo eletto in parlamento dovrebbe avere un suo rappresentante nelle strutture interne al parlamento e, ciò che più conta, poter controllare i conti dello stato. Bisognerebbe, però, avere anche il coraggio di prendersi quelle responsabilità tipiche di un parlamentare, ovvero, accettare i compromessi necessari a dare governabilità al paese; se questo viene meno perché si ritengono gli altri gruppi inaffidabili e si sceglie la contrapposizione a priori con l'intento di far naufragare ogni tentativo di governo con lo scopo di formarne uno mono partitico, allora diventa legittimo il rifiuto di dare ruoli di responsabilità elevata, come quella del questore, al gruppo del M5S. Quello che il M5S, nella sua foga moraleggiante, sta dimenticando, è il contributo reale alla governabilità del compromesso. Se si riesce ad immaginare una società complessa come la nostra dove, in mancanza di compromessi, tutti sono contro tutti, allora si riesce anche a capire la sua necessità. Poiché una cosa è operare a favore di una società più giusta ed equa, altra cosa è pretendere che i meccanismi anomali vengano rimossi per il solo fatto che una percentuale, 1/4, dell'elettorato lo vuole senza tener conto del restante 3/4. Quello che il M5S propone, può succedere solo dando un taglio netto al sistema proponendone un altro in tutte le sue variabili, ciò che il M5S non fa perché si limita alla critica senza entrare nel merito del problema riorganizzazione. Pertanto, a meno che non si prenda per buona la sua teoria della democrazia diretta - cosa alquanto nebulosa in una società complessa -, l'unica conclusione che si può ipotizzare dal comportamento del M5S è la sua tendenza ad una società a pensiero unico, ovvero, una dittatura. Si, perché anche gli elettori della sinistra in genere ci tengono all'eliminazione dei privilegi della casta e agli sprechi in genere (questo è un problema che il M5S sembra non considerare), ma la loro scelta cade, giustamente, su di una "rivoluzione" progressiva attraverso la governabilità democratica ove vengano proposte in continuazione modifiche al sistema attraverso i canali democratici.

Riguardo agli sprechi, il M5S sta perdendo un'occasione importante per intervenire. Non mi riferisco ai costi della politica perché, pur essendo importanti, non rappresentano il problema principale, ma a quelli che riguardano le opere pubbliche che tra appalti, magari truccati, lavori lasciati a metà o finiti e mai utilizzati e lavori fatti male risultano uno spreco ben più enorme. Questi sprechi dovrebbero essere il fulcro di ogni politica al servizio del cittadino poiché riguardano i servizi reali e che l'attuale gestione, fatta in prevalenza dagli enti locali, disattende o gli da importanza solo nel momento in cui servono per creare consensi. Ma per fare ciò bisogna essere dentro, non al palazzo ma al governo, qualunque esso sia.
 

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 20/3/2013 alle 13:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Grillo, i grillini e la realtà
post pubblicato in POLITICA, il 18 marzo 2013


Bene, i grillini sono stati battezzati ieri con l'elezione dei presidenti della camera e senato.
Stando alle loro prime dichiarazioni riportate dalla stampa sembra che il loro ideale si sia scontrato con la realtà. Al di la dei buoni propositi (degli eletti non di grillo), hanno dovuto affrontare un problema tipico di ogni formazione presente in parlamento: scegliere in base ai principi o in base alle necessità. 
In pratica, è successo che, di fronte alla scelta dei candidati alla presidenza del senato, si sono trovati a scegliere tra un candidato che rappresenta la lotta alla mafia e alla connivenza tra mafia e politica e un altro compromesso proprio con la mafia; la questione, pertanto, era se rispettare il "codice di comportamento", scritto e fatto sottoscrivere da Grillo a tutti i candidati alle elezioni, o scegliere in base alla realtà del momento. Questo a prodotto uno "scontro" tra i sostenitori dei principi e i sostenitori della realtà che, anche se pochi - sembra siano dodici - non hanno rispettato la decisione presa nell'assemblea pre votazione; assemblea che si è svolta alquanto agitata.
Oltre a ciò, un altro punto lascia intravvedere (ai grillini) quanti scogli dovranno superare se vogliono mettere in pratica al loro interno la teoria della democrazia diretta: sempre secondo il codice, le riunioni dei gruppi parlamentari grillini in merito a decisioni da prendere, dovrebbero essere fatte in diretta internet ma, di fatto, la riunione del 16 prima della votazione è stata fatta a porte internettiane chiuse - una cosa normale per un partito che vuole presentarsi unito e, pertanto, tutto ciò che succede nelle riunioni non deve essere reso pubblico se non a piccole dosi - rilasciando solo sporadiche dichiarazioni dopo la riunione.

Grillo, però, non vuol sentir ragione e, di fronte a un comportamento che ritiene incoerente con il codice e senza valutare minimamente le ragioni che hanno spinto a votare a favore del "meno peggio", ha lanciato i suoi anatemi contro i disertori chiedendone le dimissioni dimenticandosi che gli eletti nelle liste del M5S sono, secondo il suo schema di scelta dei candidati, stati scelti dal "popolo". 
Con questo comportamento, il signor Grillo dimostra ulteriormente che il suo modello sociale è alquanto insofferente verso il sistema democratico che presuppone, appunto, che all'interno delle scelte collegiali ci sia la libertà di scelta qualora queste si scontrino con la realtà oggettiva e soggettiva dell'individuo.
Insomma, il signor Grillo non ci stà e poco importa se gli eletti perderanno consenso di fronte ai loro elettori, che a loro volta perderanno una possibilità di essere rappresentati da persone che tengono ai loro problemi, perché ciò che conta, per lui, è il SUO movimento.
Inoltre, il signor Grillo, a sua volta perde un'occasione per dimostrare che la sua azione non vuole essere a tutti i costi ad oltranza ma che mira ad un cambiamento sostanziale socio/politico/sociale della società tutta.

Il balletto di Berlusconi, la fiducia dei mercati e partner europei
post pubblicato in POLITICA, il 13 dicembre 2012


Monti si dimette dopo la sfiducia al governo pronunciata da Angelino Berlusconi ma rimarrà in carica fino all'approvazione della legge di stabilità, che verrà votata entro la fine dicembre o inizio gennaio. Le prossime elezioni si terranno, presumibilmente a febbraio/marzo, uno o due mesi prima della fine naturale della legislatura che è ad aprile 

 

Cosa cambia?  

Non si può dire che uno o due mesi in meno siano determinanti al fine della credibilità dell'Italia pertanto, almeno in teoria, non dovrebbe cambiare nulla. 

Eppure tutti sono preoccupati per la credibilità dell'Italia nei confronti dei partner internazionali e dei mercati. Paura che l'Italia faccia un balzo indietro a prima del governo monti quando il governo Berlusconi perse la credibilità e i mercati, attraverso, o a causa, delle agenzie di rating, tolsero la loro fiducia con tutte le conseguenze che tutti conosciamo, mentre i partner internazionali chiedevano con forza riforme che Berlusconi non era in grado di attuare.  

Da qui la decisione di Berlusconi di dare le dimissioni a favore di un governo tecnico che potesse fare quelle riforme chieste sia dai mercati che dai partner.  

Monti entra in campo non tanto per cambiare le regole del gioco riformando lo stato per renderlo più credibile attraverso riforme atte a creare la stabilità politica e sociale che col governo Berlusconi era andata persa, ma per attuare quelle riforme legate all'economia ovvero, lavoro, pensione, amministrazione pubblica ritenute necessarie per ridare fiducia agli investitori stranieri; ovvero, portare soldi in Italia per aiutare la crescita e, di conseguenza, aumentare il Pil nel tentativo di abbassare il debito pubblico - peccato, però, che Monti abbia attuato la sua politica economica colpendo essenzialmente le categorie più esposte alla crisi (pensionati, operai, artigiani, commercianti e piccola e media industria) attraverso la modifica dell'welfare e non pretendendo che i soldi dati dalla Bce alle banche italiane venissero usati per finanziare la produzionesenza peraltro riuscire a contenere il debito che è andato sempre più aumentando. 

 

A sostenerlo una maggioranza eterogenea con diverse motivazioni.  

In primo luogo il Pdl che preferisce delegare il lavoro sporco ad altri per poi criticarne duramente la politica nella speranza di recuperare quella centralità politica nazionale e la credibilità internazionale 

In secondo luogo il Pd che, insicuro dell'esito di eventuali elezioni anticipate e comunque convinto della necessità delle riforme chieste dai partener internazionali, preferisce sostenere il governo tecnico pur sapendo che le riforme che andrà a fare si discosteranno, nella sostanza,  dalla sua linea economica. 

 

Dato quanto scritto sopra e considerando che i partener internazionali e i mercati hanno visto di buon occhio la politica montiana, non stupisce la reazione negativa di fronte all'arroganza di Berlusconi nel togliere la fiducia al governo impedendo, tra l'altro, la conversione in legge del decreto sull'accorpamento delle province che fa parte dello Spending Review.  

Ciò che cambia con le dimissioni di Monti è la fiducia fin qui recuperata. Una fiducia di cui, volenti o nolenti, bisogna tener conto se vogliamo uscire dalla crisi che, anche se creata in altro luogo, esiste. Inoltre, va tenuto conto della cosiddetta globalizzazione, ovvero la possibilità dei capitali di spostarsi liberamente dove hanno più interesse.  

 

Il comportamento di Berlusconi e la confusione in cui versa - confusione dimostrata con le affermazioni degli ultimi giorni - due per tutte: l'apertura a una possibile candidatura di Monti a premier che lo convincerebbe a ritirare la sua candidatura. Questo dopo le aspre critiche alla sua politica e il ricatto alla lega che se non si allea col pdl saltano le regioni del nord - non convince certo i partener della positività di un nuovo governo Berlusconi. Un Berlusconi antieuropeista che anche il Ppe sta cercando di scaricare cosi come i maggiori esponenti europei. 

Per concludere, se il ritorno di Berlusconi è la causa dei malumori dei mercati e dei politici europei significa anche che la sua politica e il suo comportamento pubblico e privato non è stata  positiva neanche per loro


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 13/12/2012 alle 15:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Provincia di Pescara, più soldi ai dirigenti ovvero, la follia della CASTA POLITICA.
post pubblicato in POLITICA, il 4 dicembre 2012


 

Un'occasione persa quella della provincia di Pescara che, nell'ambito della riorganizzazione dell'organico con conseguente riduzione dei dirigenti, invece di destinare l'ammontare degli stipendi in meno da pagare, li utilizza per rimpinguare gli stipendi dei dirigenti. Aumenti che vanno dai 5000 ai 7000€. 

 

Tutto parte dalle dimissioni del responsabile delle risorse umane, deciso ad andare in pensione. Dimissioni che spingono la provincia a ridefinire gli incarichi con l'obiettivo di accorpare diversi incarichi, prima suddivisi tra diversi dirigenti, su una sola persona con un risparmio di personale e, di conseguenza, con la riduzione della spesa. In realtà, però, l'avanzo della spesa viene suddiviso tra i dirigenti sotto la voce "indennità di posizione" anziché destinarli a servizi utili alla comunità. 

 

Insomma, nel bel mezzo della spending preview, di cui, tra l'altro, fa parte anche la legge sull'accorpamento delle province al fine di risparmiare soldi sul personale e dove è previsto che la stessa provincia di Pescara sarà accorpata con quella di Chieti, la provincia di Pescara non perde occasione per dimostrare la propria estraneità ai problemi del paese. 

 

"Si tratta di un atto dovuto", ha spiegato l’assessore al personale "i dirigenti che hanno ricevuto maggiori incarichi rispetto al passato ottengono un’indennità più alta. Non è una nostra decisione, lo prevede la legge".  

In questa giustificazione è evidente lo spregio nei confronti di tutte le categorie che attualmente in Italia stanno pagando la crisi proprio con modalità che riguardano anche la flessibilità sul lavoro dove alla somma degli incarichi o delle mansioni o - come nei liberi professionisti, artigiani e commercianti - della diversificazione delle attività,  non corrisponde l'aumento dello stipendio o del guadagno dell'azienda. 

E poi quel "lo prevede la legge" ovvero, bisogna rispettare la legge anche se non rispecchia più le necessità del mondo moderno, ha molto di anacronistico in un sistema che è andato modificando leggi su leggi proprio perché, secondo gli stessi politici, non rispecchiavano più tali necessità. In modo particolare, la legislazione si è abbattuta proprio sul welfare e sulla riduzione del tenore di vita di gran parte degli italiani.  

 

Monti e la politica estera.
post pubblicato in POLITICA, il 19 novembre 2012


Monti e la politica estera.
La gaf di Monti La rettifica
E pensare che era andato nel Qatar a cercare investitori, che con la crisi in corso hanno bisogno di assicurazioni sulla continuità della sua politica, l’essere uscito con la fraseNon posso garantire per il futuro, sarei già contento se potessi migliorare il presente come credo stiamo facendo con lo sforzo di tutti” - inutile dire che si poteva risparmiare le ultime quattro parole.

Un leader in missione all’estero per racimolare consensi a una politica che dovrebbe rimettere in sesto l’economia di un paese affinché gli investitori stranieri investano in Italia dove la necessità di innesto di nuovi capitali è, secondo lo stesso Monti, fondamentale per la ripresa economica atta ad aumentare il Pil, non può permettersi di dire cose simili e non solo perché è in contraddizione con le sue idee ma, cosa più importante, allontana gli stessi investitori che cercano, la dove vogliono investire, stabilità e continuità della politica.

A nulla servono le retromarce:Qualsiasi cosa accadrà nella politica italiana penso che si tratterà di governi responsabili che faranno ancora meglio per far progredire l'economia italiana”, perché danno solo l’impressione reale di un paese allo sbando dove ad ogni governo corrisponde una diversa politica sia nazionale che internazionale.

Ciò che ho scritto sopra vale al di la della mia convinzione che l’attuale politica economica non è altro che la continuazione della politica liberista dei governi precedenti.
Un leader di un paese in missione all’estero non deve in nessun modo mettere a repentaglio la credibilità del paese che rappresenta anche a costo di dire mezze verità. Perché, pur essendo vero che l’Italia attuale è in una situazione di sballo politico, ma proprio per questo e al di la delle sue convinzioni, il suo rappresentante ha l’obbligo, dato proprio dalla sua carica, di presentare il paese come un’unità omogenea o, al massimo, come un paese alla seria ricerca di quell’unità.

Concludendo, devo dire che Di Pietro non ha tutti i torti quando dice: “un ricatto bello e buono: o rivado io al governo, o agli investitori stranieri dico che non garantisco per l'affidabilità del Paese dopo di me”. In fondo, anche i professori sono uomini.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 19/11/2012 alle 22:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L’ira del cavaliere errante dopo la condanna e il possibile cambiamento di rotta del pdl.
post pubblicato in POLITICA, il 29 ottobre 2012


Berlusconi ha deciso; lascia la direzione del PDL MA NON ILLUDIAMOCI: NON E’ LA SUA FINE.
L’ira del cavaliere errante (c.e.) dopo la condanna a 4 anni di carcere - di cui tre già condonati - in fondo non è altro che la dimostrazione del fallimento del suo tentativo egemonico in Italia.
Dopo 19 anni di tentativi arroganti di egemonizzare la società italiana tutta attaccando duramente quanti si oppongono al suo credo e quanti s’ostinano a credere che la sua entrata in politica sia servita solo a mascherare le sue malefatte e dopo svariate leggi atte a metterlo al riparo da condanne nei processi intentati contro di lui, ecco che un uomo coraggioso decide il suo futuro condannandolo nel giudizio di primo grado per aver commesso un reato.
Questo signfica che la società civile sta raccogliendo i primi frutti della protesta durata anni contro la politica populista e illiberale dell’errante cavaliere che, di fronte all’evidenza dei fatti, ha dimostrato per l’ennesima volta la sua arroganza definendo la giustizia italiana, L’ITALIA STESSA E IL SUO POPOLO, BARBARA.

L’ira del c.e. oltre ad essere rivolta ai giudici, lo è anche contro l’attuale governo e al suo leader.
L’attuale premier, dopo essere stato elogiato: Il presidente del Consiglio e i suoi collaboratori hanno fatto quel che hanno potuto, cioè molto, nella situazione istituzionale, parlamentare e politica interna, e nelle condizioni europee e mondiali in cui la nostra economia e la nostra società hanno dovuto affrontare la grande crisi finanziaria da debito, viene ora descritto come colui che: ha introdotto misure che portano l'economia in una spirale recessiva spingendo oltre modo la pressione fiscale - ovviamente si riferisce a quelle misure fiscali, per altro minime, che colpiscono i redditi alti (si veda la tassa sui redditi oltre i 300mila euro) e non le misure tipo il blocco dell’adeguamento delle pensioni oltre i 1450 euro, la riforma dell’articolo 118 dello statuto dei lavoratori e i tagli all’welfare, vera causa del disagio popolare, tanto per citarne qualcuna.

Sembra chiara la confusione in cui versa il c.e.. Confusione che emerge dalle sue dichiarazioni degli ultimi giorni. Una persona che dopo essere stata messa alle strette, prima dalle critiche spietate della società civile, poi dal fallimento della sua politica anticrisi - che peraltro non riteneva grave per l’Italia - e ora dalla condanna, sembra impossibilitato a trovare l’equilibrio necessario per poter valutare la situazione in cui si trova.

Le critiche più o meno velate, più o meno chiare, interne, che denotano la volontà del popolo pidiellino di affrancarsi dalla guida verticale del partito a favore di una gestione più democratica attraverso le primarie - ciò significa che il pdl sente la necessità di adeguarsi a quegli schemi di democrazia predicati dallo stesso c.e. -, hanno contribuito a creare quel clima di confusione che lo ha spinto, prima a dare le dimissioni da leader del partito e a ritirarsi dalle primarie e, subito dopo la sentenza, a riproporsi per la paura delle conseguenze che il ritiro comportava; questo anche a causa del diminuito appoggio incondizionato alla sua persona da parte di molti esponenti del partito.

D’altra parte, l’arroganza che lo ha distinto sin dall’inizio e che lo ha portato a credere di essere indispensabile, gli impedisce ora di vedere la fine della sua leadership all’interno del partito stesso e del suo essere politico nella società italiana.
A metterlo in crisi anche Il fatto che il populismo decrepito da lui proposto e fatto passare per moderno sistema di governo democratico sia ormai rifiutato anche dai sui stessi sostenitori.  

Concludendo, la disfatta del c.e. e il possibile cambio di rotta del pdl non ci deve trarre in inganno sulla futura politica socio/economica futura del partito poiché non è tanto il partito ad essere decrepito ma il suo fondatore. Le primarie, pur essendo un sintomo di insofferenza verso un metodo di gestione verticale, non sono la prova concreta di una politica più UMANA.
Inoltre, come scrivevo nell’articolo precedente, questo non implica la sua scomparsa dalla scena politica perché nel partito rimarranno sempre vivi i principi fondanti del partito e, pertanto. anche il nostro c.e. rimarrà come simbolo di un certo modo di fare politica.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 29/10/2012 alle 12:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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