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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Il diritto ha non rispettare la legge.
post pubblicato in COMMENTI, il 20 ottobre 2013



Lo chiedono i sindaci francesi che non condividono la legge sui matrimoni tra omosessuali e invocano il diritto all'obiezione di coscienza.

Dopo la legge sui matrimoni omosessuali in Francia si è formato un movimento di obiettori di coscienza con l'obiettivo di poter invocare il diritto a non celebrare le nozze delle coppie omosessuali.
Il gruppo si era rivolto al Consiglio costituzionale chiedendo la possibilità al sindaco, e agli assessori, di essere sostituiti da un rappresentante dello stato.
Il consiglio costituzionale ha risposto no giustificando la decisione in quanto: "se il legislatore ha deciso di non riconoscere la 'clausola di coscienza' ai sindaci è per garantire l'applicazione della legge da parte di tutti i funzionari, nonché il buon funzionamento e la neutralità del servizio pubblico dello stato civile". Dunque, secondo il Consiglio costituzionale francese, ogni funzionario pubblico ha il dovere, al di la delle sue convinzioni, di applicare la legge per il buon funzionamento dello stato civile che per principio è neutro nei confronti delle dispute morali e no dei singoli o gruppi di cittadini. 
Questo significa che lo stato, attraverso le strutture democratiche, assicura il rispetto delle singole idee che si manifestano nel suo interno. Vale a dire che in democrazia le leggi vengono fatte in base al principio della maggioranza e, pertanto, chi le disconosce non applicandole si pone contro lo stato stesso ritenendosi al di sopra di esso e, di conseguenza, delle altre idee che in esso si manifestano. 
Questo, però, non significa che le leggi siano giuste, ma che la modifica delle leggi ritenute ingiuste deve passare attraverso i metodi propri della costituzione dello stato. Tanto per intenderci, la legge sui matrimoni omosessuali è stata possibile in quanto la maggioranza al governo, regolarmente eletta, ha ritenuto necessario modificare la legge precedente - se c'era - pertanto i dissidenti di tale legge non devono far altro che cercare di avere la maggioranza in parlamento e modificarla a sua volta.
E' impensabile poter applicare liberamente a proprio giudizio il diritto all'obiezione di coscienza in ogni occasione dove si ritenga la legge ingiusta; ne andrebbe della libertà di quei cittadini che in quella legge credono.

Con questo non intendo dire che l'obiezione di coscienza sia da eliminare. Ci sono situazioni in cui è più che lecito praticarla. Ad esempio la dove la legge chiede di ledere i diritti degli altri o la dove chiede di sopprimere la vita altrui.

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permalink | inviato da vfte il 20/10/2013 alle 15:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La resa di Berlusconi
post pubblicato in COMMENTI, il 5 ottobre 2013


Berlusconi si è arreso! L'istrione, nello stremo tentativo di mantenere unito il SUO movimento che, a quanto pare, di fronte alla necessità di governare, un nutrito gruppo di parlamentari e i cinque ministri in carica hanno messo in secondo piano i suoi problemi personali, ha scelto la strada del compromesso senza paletti precludendosi la strada dei ricatti.
Un fatto mai accaduto fin'ora nelle file berlusconiane. Che un gruppo di eletti, tra cui il delfino Alfano, si ribelli al punto di uscire dal Pdl, ora Forza Italia, per formare una nuova formazione politica, non era mai successo. Pertanto, questo è un fatto storico per l'Italia democratica perché dimostra, senza ombra di dubbio, che il movimento politico privato guidato unicamente dal suo fondatore, anche se dopo vent'anni, non sa da fare; considerato anche che a non volerlo sono proprio i suoi sostenitori. 
Il rifiuto dei dissidenti pdellini di anteporre gli interessi privati a quelli sociali è sicuramente un passo avanti da parte del centro destra verso il centro lasciando ai margini la destra; e non solo quella del Pdl ma anche, cosa più importante, quella storica.

Questo non significa, e sarebbe un'utopia illudersi, che il governo incomincerà ad affrontare i problemi reali degli italiani in modo diretto mettendo mano a quelle riforme necessarie per rendere la democrazia più partecipativa in ogni settore, da quello politico a quello economico. Il governo Letta, anche se più forte, rimane sempre un governo di larghe intese, ovvero, un governo che dovrà mediare le riforme con tutte le idee presenti nel governo e quelle dei partiti che lo sostengono all'esterno. Da un governo siffatto non si può pretendere riforme ad hoc unilaterali che, comunque, significherebbe cadere dalla padella nella brace. Pertanto, quello che interessa dalla resa di Berlusconi è la possibilità di frenare la deriva populista della destra berlusconiana e dello stesso Berlusconi, in certi casi anche totalitaria, che ha portato l'Italia sull'orlo del disastro socioeconomico con la sua politica liberista.

Per concludere, la situazione che si è creata dovrebbe servire, non solo a ridimensionare Berlusconi e la destra, ma anche a ridare credibilità alla politica in un paese ormai dilaniato da forze contrapposte che, in un modo o nell'altro, si sentono autorizzate a porsi come unico rimedio ai mali del paese.


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permalink | inviato da vfte il 5/10/2013 alle 10:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Erminio Boso, razzista dichiarato.
post pubblicato in COMMENTI, il 3 maggio 2013


Non demorde Erminio Boso della lega nord. In merito alla nomina a ministro all'integrazione della signora Cecilie Kyenge, Boso non ci stà e inveisce contro la Ministra stessa.
''Sono razzista, non l'ho mai negato. Il ministro Kyenge deve stare a casa sua, in Congo. Ve la tenete voi, il ministro italiano di colore. Dovrebbe tornare in Congo. Non me ne frega niente se fa il medico, il Congo ha bisogno di medici. Torni li' a farlo''.  
Questo è il profondo pensiero dell'ex senatore, ora deputato, di quel che rimane della lega nord nel nord Italia. 
Eppure, questo partitino da sempre, non lascia perdere nessuna occasione per dimostrare al mondo il suo odio verso i diversi. Anche Borghezio, europarlamentare, se l'è presa con la ministra usando un linguaggio ancor più offensivo di Boso: ministro bonga bonga e faccia da scimmia. 
Ma non c'è nulla da stupirsi per la reazione di questi individui e del partito perché il razzismo, a tutti i livelli, fa parte del loro DNA politico. 
Se Boso, e con lui tutta la lega, pensa che affermare di essere razzista e di non averlo mai negato lo assolva in qualche modo dalla sua ignoranza (nel senso di non conoscenza) si sbaglia. Certe idee non nascono con loro ma vengono da lontano, da un passato che sarebbe meglio non tornasse più, che rimanga sepolto per sempre nella merda ideologica da cui è nato. 
Non si può più concedere impunemente , a personaggi pubblici, la possibilità di esprimere idee contrarie ad ogni principio e ideale del vivere civile. Non si può perché le idee razziste sono state, nella storia reale, sinonimo di dittatura e violenza criminale. Pertanto, al pari delle dittature del novecento e inizio duemila in Europa e nel resto del mondo, il razzista deve essere trattato per quello che è: un criminale.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 3/5/2013 alle 20:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La democrazia diretta di grillo e la realtà oggettiva dell'essere umano.
post pubblicato in COMMENTI, il 5 aprile 2013


Perché hai votato M5S? chiede Grillo ai suoi critici interni che non accettano la sua negazione di ogni accordo. 
Sul suo blog, Grillo elenca tutta una serie di motivi per cui i critici avrebbero votato M5S e alla fine della lista afferma: se hai votato M5S per uno solo di questi punti, allora hai sbagliato voto; la prossima volta vota per un partito.

In primo luogo, che il M5S non sia un partito è tutto da verificare, che sia un partito totalitario è, ormai e purtroppo, una certezza. 
In secondo luogo, il sospetto che se i critici avessero votato un partito non avrebbe ottenuto il successo elettorale e non sarebbe diventato il primo o secondo o terzo partito non lo sfiora neanche. 

Quello che grillo non capisce è la struttura della società umana la dove a ogni individuo corrisponde un particolare modo di vedere la struttura sociale e che è proprio il dibattito, prima tra individui, che poi andranno a formare i gruppi, e poi tra gruppi, che si raggiunge una certa omogeneità di vedute sia sui problemi che sul modo per affrontarli. 
Il fatto che grillo rinunci al dibattito con i gruppi e si rivolga prevalentemente ai singoli, dovrebbe spingerlo a riflettere sulle origini sia dei gruppi che dei partiti perché è proprio dal dibattito che nascono prima i gruppi poi i partiti - tra l'altro, i partiti sono l'espressione più avanzata del sistema sociale; non va dimenticato che prima     esisteva il governo monarchico assolutista e quello religioso altrettanto assolutista.
Il fatto che Grillo non accetti la critica, sia interna che esterna, al suo programma prestabilito da lui stesso e Casaleggio e che rifiuti ogni confronto diretto, con contraddittorio, con altri individui (a quanto sembra, non risponde mai ai commenti che riceve) e gruppi sociali e basi tutto sul dibattito via web tra i sostenitori e i critici della sua linea - da dove trae spunto non tanto per correggere la linea la dove i commenti si scostano, ma per individuarne eventuali discordanze e restringere ulteriormente gli spazi del dibattito (si veda il suo post contro i troll) - sta a indicare la volontà di disconoscere quello che sta alla base della società, ovvero la naturale inclinazione umana, sia individuale che collettiva, al dibattito e all'aggregazione in base alle proprie idee e ai propri bisogni.
Disconoscere tale realtà in nome di una presunta "verità assoluta" serve - forse(?) - a nascondere un'altra realtà: la sua. Una realtà tesa ad affermare il proprio io coinvolgendo i cittadini sui problemi reali del paese pur conoscendone l'impossibilità di realizzazione; è' storicamente provata l'impossibilità di uniformare tutti ad un unico pensiero standard. Tutti i tentativi fatti fino ad oggi sono finiti in grandi tragedie.
Pertanto, la sua idea del "tutti a casa", riferito ai partiti, non è altro che un vano tentativo di modellare la società su uno schema predefinito - da lui - e non certo un serio tentativo di più democrazia e più moralità di chi comanda.
La giornata della memoria
post pubblicato in COMMENTI, il 28 gennaio 2013


Il 27 gennaio è la giornata della memoria; per non dimenticare.La giornata che dovrebbe richiamare alla memoria la grande tragedia dei campi di concentramento dove milioni di esseri umani vennero trucidati solo per le loro idee e il loro modo di essere. Dove, per la prima volta nella storia umana, è stato messo in atto l'eliminazione di esseri umani in modo pianificato. Un evento che quando fu reso noto sconvolse il mondo. Perciò, è doveroso e sacrosanto che la società si strutturi per non dimenticare affinché le generazioni future non ricadano nell'errore di sostenere, e dare spazio politico, quelle idee che, pur ponendosi - succede ancora oggi - come soluzione reale, usando un linguaggio popolare, dei problemi sociali, in realtà, nascondono in se, o tra le righe dei loro discorsi, tendenze totalitarie che porteranno inevitabilmente alla soppressione delle libertà e dei cittadini contrari al loro credo. 

Anche il nazismo si presentò come soluzione dei problemi e, al di la dei metodi usati, ottenne un'adesione popolare che lo portò in parlamento prima e al governo poi in modo democratico. Così pure il fascismo italiano. Mentre la dittatura sovietica fu il frutto di una rivoluzione che sfociò in dittatura sia per la violenza ma anche per l'appoggio di ampi strati della popolazione, in modo particolare quella urbana industrializzata, che credette nella forza rinnovatrice di coloro che proponevano una società diversa e la sua realizzazione attraverso la dittatura.

Per quanto detto sopra, sarebbe/è sbagliato confinare la giornata della memoria; per non dimenticare, ai soli fatti del nazismo,perché nella storia umana, e in modo particolare nel novecento, di tragedie sene contano troppe.La giornata dovrebbe richiamare alla memoria di ognuno tutte le tragedie che si sono verificate nella storia - almeno quelle del secolo scorso che furono le più atroci anche a causa dei mezzi di distruzione a disposizione - a partire dalla prima guerra mondiale passando dalla rivoluzione sovietica e la dittatura di Stalin con i suoi milioni di morti nei gulag, alle guerre europee in Africa, alla dittatura fascista italiana, alla guerra civile in spagna fino alla seconda guerra mondiale che oltre ai massacri nazisti conta anche milioni di morti nelle operazioni militare.

Ma non è finita. Dopo la seconda guerra mondiale, si ricomincia subito con la dittatura di Tito, la guerra di corea, quella del Vietnam, la rivoluzione cinese, la dittatura in Cambogia dei khmer rossi di Pol Pot e il castrismo a Cuba per arrivare ai giorni nostri con i massacri di civili dei regimi nord africani e mediorientali incluso l'occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele. A questi vanno aggiunte le varie dittature del Sud America.

La giornata della memoria; per non dimenticare, se non risveglia la coscienza - e la conoscenza - di tutte le tragedie avvenute nel mondo, a nulla serve perché è proprio attraverso la conoscenza che si può raggiungere la consapevolezza che a provocare quelle tragedie,non fu solo la follia di singoli individui o piccoli gruppi, ma anche gli interessi di chi li sostenne finanziandoli e quella parte di popolo che credette nelle loro promesse di grandezza e di superiorità della razza o di un'ideologia. Ma non solo. Nelle dittature del novecento - a parte la spagna dove il popolo si sollevò di fronte all'aggressione di Francisco Franco,, a dare impulso al sogno perverso dei dittatori, fu anche l'apatia dei popoli che, delusi dalla politica dei monarchi o delle democrazie,non reagì di fronte alle prime, ma sostanziose, avvisaglie di quello che sarebbe successo. Popoli apatici e delusi. Popoli che avevano perso la conoscenza e la coscienza necessaria a definire il confine tra realtà e immaginario.

Al contrario, nel duemila, le tragedie sono il risultato perverso della reazione dei portatori di ideologie e religioni ormai invise, nella loro applicazione, che, di fronte alle manifestazioni pacifiche del popolo, non hanno saputo riconoscere la necessità di un cambiamento progressivo della società.

Dunque, la giornata della memoria, se vuole essere incisiva negli animi dei popoli, deve, innanzi tutto, servire come punto di partenza per la creazione di una cultura aperta e multirazziale e multiculturale a partire dai giovani. Solo così si può evitare i tanti, troppi,sbandamenti delle giovani generazioni. Bisogna che l'antifascismo italiano faccia un passo avanti ed esca da quella cultura che in un mondo globalizzato rischia, per la sua natura locale non comprensibile a tutti i popoli, di diventare una questione regionale all'interno di un mondo in veloce movimento.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 28/1/2013 alle 21:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Berlusconi, il divorzio e la patrimoniale
post pubblicato in COMMENTI, il 30 dicembre 2012


C'è la patrimoniale sui redditi alti che pochi vogliono pagare.  

C'è un cavaliere che si è fatto paladino della crociata contro tutte le patrimoniali sui redditi alti possibili di questo mondo. 

 

C'è un cavaliere, sempre lo stesso, che è, per legge, obbligato a versare all'ex moglie un assegno di mantenimento di 300.000 mila euro al giorno; 3 milioni al mese; 36 milioni 

all'anno per gli alimentii dettagli nell'articolo. 

Secondo la legge, l'ex moglie ha diritto ad un assegno che gli permetta di tenere il tenore di vita avuto fino al divorzio. 

Una sentenza passata quasi in sordina e la causa è evidente; pericolo che venga interpretata negativamente dall'elettorato. 

 

A quanto ammonti il patrimonio di codesto cavaliere non lo so, intuisco, però, che per poter versare assegni del genere, bisogna che il suddetto cavaliere abbia un patrimonio valutabile in alcuni miliardi. Non solo, se l'assegno serve a tenere il tenore di vita precedente il matrimonio, significa che già prima, il suddetto cavaliere annegava nella ricchezza più sfrenata. 

Che il cavaliere fosse ricco, lo sapevamo; anche solo dalle tante notizie sulle sue avventure goliardiche "galanti".  

Sappiamo anche dei molti soldi che spende per gli avvocati impegnati nei procedimenti penali a suo carico; dei soldi che spende per le campagne elettorali, per le cortigiane e cortigiani politici e altro.  

Se però fino ad oggi era difficile quantificare la sua reale ricchezza, ora, con l'assegno di mantenimento - che è una spesa fissa - anche se non è possibile definirne la cifra, diventa reale supporre una ricchezza che gli consente di mantenere un alto tenore di vita  in ogni aspetto della sua esistenza; di continuare a curare i propri interessi senza problemi. 

 

Dunque, tornando alle prime due frasi, qualcuno o molti, in modo particolare i suoi sostenitori, si chiederanno cosa centri la sua ricchezza - che sicuramente ritengono guadagnata e perciò meritata - con la patrimoniale sui redditi alti. 

Domanda illegittima perché, nella società umana, moderna e antica, la ricchezza di uno corrisponde alla povertà di molti.  

Retorica? forse ma non credo. 

Anche presupponendo che una patrimoniale comporti un alleggerimento annuale della sua ricchezza di alcune centinaia di migliaia di euro, il cavaliere non ne risentirebbe minimamente se non nel suo orgoglio di uomo che si ritiene superiore. Anche perché sarebbero una goccia d'acqua rispetto ai 36 milioni dell'assegno di mantenimento corrisposto all'ex moglie annualmente. 

La patrimoniale sui redditi alti non comporterebbe un impoverimento delle persone che andrebbero a pagarla visto la loro alta disponibilità di capitale finanziario. 


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 30/12/2012 alle 18:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'adolescente e la violenza
post pubblicato in COMMENTI, il 8 dicembre 2012


Stanca di bere la bibita la offre alle amiche(?) che però la rifiutano. Lei ci rimane male e li guarda offesa. Lei ha tredici anni mentre le amiche, quattro ragazze e un ragazzo, di anni ne hanno dai quattordici ai sedici; si sa che nell'adolescenza, anche solo un anno in più conta, ci si sente più navigati, più esperti sulle cose della vita. Un carattere più marcato e un senso di se che si delinea ogni giorno di più. Questo basta a rifiutare quel suo sguardo forse un po' sostenuto e magari anche un po' strafottente che, però, negli adolescenti non dovrebbe rappresentare nulla di strano ne tanto meno offensivo; e per questo lei non si aspetta una reazione violenta. Non si aspettava certo insulti e botte, tanto più che era con ragazzi conosciuti. E, forse, non si aspettava neanche la quasi indifferenza delle altre ragazze, amiche, presenti che, al massimo, l'hanno invitata a scappare senza però chiamare nessuno in aiuto e senza denunciare l'accaduto. La ragazza si rifugia nel bagno e, per la tensione, sviene. Ha trovarla sarà una signora che avverte il 118 e la polizia. 

 

A ben guardare sembra una storia d'un altro mondo, un mondo dove le regole si apprendono da eroi di carta proposti quotidianamente sui vari network televisivi e internettiani. Eroi diversi negli obiettivi ma decisamente uguali nei metodi per perseguirli. 

 

In quemondo, l'adolescente si trova si a fare una scelta tra un numero elevato di personaggi di ogni specie e cultura; personaggi che vanno dal difensore del bene al fautore del male, dal difensore della pace al guerriero, dal difensore della giustizia al giustizialista al criminale mascherato, insomma, dai buoni e dai cattivi ecc., ma questi personaggi perseguono i loro scopi in modi e tempi uguali e questi metodi si basano essenzialmente su due presupposti: per vincere una battaglia bisogna sconfiggere il nemico; per sconfiggere il nemico il fine giustifica i mezzi.  

 

Sembra storia d'altri mondi ma, purtroppo, succede nel nostro mondo. Un mondo che ha la pretesa di basare la sua esistenza sul rispetto dei diritti umani ma che, basandosi anche sulla meritocrazia e sulla lotta per la supremazia, annulla di fatto ogni rispetto verso il prossimo. 

Al di la delle belle parole sui diritti e la libertà nel rispetto dell'altro, la dove esiste una competizione continua tra gli individui è normale che il rispetto delle regole passi anche attraverso la mediazione della cultura dominante. Se la cultura da spazio, anche attraverso la legge, alla competizione sfrenata, è ovvio aspettarsi che le leggi tendano ad adeguarsi. Questo implica una forte contraddizione tra i principi enunciati e i metodi usati per attuarli e una confusione nell'adolescente poiché si trova a scegliere metodi in contraddizione con i principi enunciati da tutti. 

 

Un contesto che non può che creare confusione nell'adolescente a prescindere da chi gli propone il comportamento da tenere nella società. Se tutti, nel perseguire i propri obiettivi, usano metodi uguali basati essenzialmente sulla competizione, l'adolescente, che scelga un obiettivo o l'altro si sente, comunque, in diritto di usare gli stessi metodi anche perché universali e, pertanto, immuni da eventuali sanzioni. Se poi valutiamo il comportamento di coloro che le leggi le fanno, è facile comprendere il perché della presenza di tanta violenza nel comportamento degli adolescenti. 

 

Concludendo, si può affermare che, pur essendo la famiglia la principale responsabile dell'educazione degli adolescenti, è comunque anch'essa dipendente, anche se per necessità, dalla cultura dominante. 


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 8/12/2012 alle 13:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Adolescenza e bullismo
post pubblicato in COMMENTI, il 2 dicembre 2012


Per togliersi la vita a quindici anni ci deve essere un motivo più che valido e l'omofobia dei compagni lo può essere.   

Ma succede anche che un ragazzo venga preso di mira perché ritenuto omosessuale mentre non lo è. Lo hanno preso di mira al punto di spingerlo a non uscire di casa e, probabilmente, solo l'intervento dei genitori, che hanno denunciato il fatto ai carabinieri, a reso possibile il non verificarsi di un'altra tragedia.  

 

I casi di bullismo sono tristemente noti da tempo e riguardano un po' tutti i campi dell'esistenza dei minorenni. Ma a dare maggiormente fastidio, al punto di chiedere l'intervento di una legislazione più severa, sono i casi di bullismo rivolto a ragazzi indifesi, quando addirittura disabili poiché si spinge il ragazzo ad azioni estreme come il suicidio o l'autoesclusione ed autoemarginazioneche in fondo è una forma di suicidio,  dall'ambito sociale di cui il ragazzo ha estremo bisogno per crescere.  

Nei due casi specifici, oltre al fatto in se, comunque tipico dei ragazzi di ogni epoca, si aggiunge una componente "morale" che dovrebbe riguardare l'adulto ma che sembra entrata di prepotenza anche nel mondo dell'adolescenza. L'OMOFOBIA.  

 

C'è da chiedersi da chi o cosa vengano istillate nella mente dell'adolescente la paura del diverso in un mondo che sempre più vive una situazione di multiculturalismo proprio nelle scuole in una società sempre più diversificata e, pertanto, aperta ad esperienze diverse dal proprio ambito culturale.  

 

Quello che però fa veramente pensare è la totale mancanza di severità nei confronti degli adolescenti bulli.   

 

Si può pensare che le cause del bullismo siano molteplici, che è tipico degli adolescenti entrare in competizione e che questo può portare a degli eccessi. Che l'adolescenza (fase dello sviluppo che segna il passaggio dalla vita del bambino a quella dell'adulto e incomincia intorno ai 11-12 anni fino ai 18-20 anni) è caratterizzata da disagio che deriva dalle trasformazioni continue a cui l'adolescente è sottoposto e che non riesce a comprendere e a cui si pone come antagonista per coprire la sua incapacità a rendersi responsabile. 

Inoltre, nel passaggio dall'infanzia all'età adulta, l'adolescente sente il bisogno sia di imitare l'adulto che di trasgredire ad esso la dove gli vengono posti dei limiti; questo perché è alla ricerca di una identità propria che non può, per natura, essere uguale a quella dell'adulto a cui fa riferimento. Ed è proprio questo dualismo a spingere l'adolescente ad azioni che lo mettono in mostra di fronte all'adulto; azioni che normalmente fanno parte della crescita possono però diventare lesive verso altri quando l'adolescente viene lasciato a se stesso. 

 

Ma questo non può valere quando l'adolescente sconfina in azioni atte a sottomettere altri adolescenti allo scopo di danneggiarli sia psicologicamente che fisicamente; tanto più che il bullo, di solito, se la prende con i più deboli.   

 

Assolverli - come nel caso specifico dove i bulli sono stati convocati in caserma dai carabinieri per convincerli a desistere dalle vessazioni o del Tar dell'Aquila che ha assolto un ragazzo colpevole di avere bruciato con un accendino il collo di un compagno autistico - non risolve certo il problema del bullismo ne ridà fiducia, o la vita, alle vittime.  

E neanche è possibile una gestione repressiva dell'adolescente poiché avrebbe come risultato o l'inasprimento della ribellione o il totale asservimento verso "l'autorità" dello stesso. In ogni caso avremmo un individuo adulto incapace di prendersi le responsabilità delle proprie azioni. 

 

Credo che la linea più idonea da tenere nei confronti dell'adolescente sia una maggiore attenzione ai suoi problemi da parte della società a partire dalla famiglia che deve, in primis, creare quel clima di distensione necessaria affinché l'adolescente non si senta escluso e accetti di discutere sui suoi problemi con i genitori. I genitori, da parte loro, non devono aver paura ad interessare i servizi esistenti qualora riscontrino nell'adolescente comportamenti anomali.  

Da parte delle autorità preposte (servizi sociali ma anche forze dell'ordine), ci deve essere maggior attenzione nei riguardi dei genitori che sollecitano il loro intervento. Questo affinché non si arrivi a comportamenti estremi che pregiudichino il futuro stesso dell'adolescente. 

 

Per concludere, azioni di bullismo estreme, la dove si verificano, dovrebbero comunque essere affrontate severamente sia da parte della famiglia che da parte delle autorità senza però mettere in pericolo il futuro dell'adolescente.  

Ovvio che non mi riferisco al carcere che finirebbe l'opera di criminalizzazione dell'adolescente o al riformatorio che aumenterebbe il disagio dell'adolescente, ma a un percorso dove l'adolescente viene messo di fronte alle responsabilità delle sue azioni attraverso "lavori" socialmente utili. 


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 2/12/2012 alle 14:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
La crisi e la recita dei suicidi
post pubblicato in COMMENTI, il 6 maggio 2012


Certo che leggendo il lungo articolo di Mino Fuccilli su Blitz quotidiano vien proprio da raddrizzarsi i capelli. Secondo lui, i casi di suicidio di artigiani e piccoli imprenditori sarebbero da imputare non al fisco ma alla crisi, vale a dire che crisi e fisco sono separabili, che, cioè, il fisco giustamente applica la legge fiscale che, però, non ha nulla a che fare con la crisi dell’attività produttiva.
Per il sig. Mino, il gran parlare dei suicidi sarebbe tutta una recita e si chiede: “Ma allora perché si recita  con amplissimo successo di pubblico e anche di critica l’atto unico e drammatico del “Fisco che uccide”? Perché fa comodo, perché è alibi, perché toglie responsabilità e promette scappatoia”.
Insomma, per il sig. Mino, le tasse non hanno provocato la diminuzione del reddito che ha portato alla diminuzione dei consumi e, di conseguenza, alla crisi delle aziende piccole e artigianali.

Il fisco non c’entra! sembra urlare, la colpa è della crisi! e non si accorge che è proprio la sue teoria ad essere alibi.

Certo, la crisi c’era prima dell’aumento causata dall’allegro sperpero della ricchezza prodotta. Certo, le tasse ne sono stata una conseguenza. Certo, i soldi per i servizi vengono dalle tasse. Certo, tutto vero. Senza tasse non si fa nulla. Il sig. Mino però dimentica che non ci sono solo le tasse dirette, dimentica che ci sono anche quelle indirette. E sono quelle che hanno messo in crisi le piccole aziende e gli artigiani perché sono quelle che hanno dato l’impennata ai prezzi in generale. Sono l’iva e le accise sui carburanti che hanno impennato i prezzi dell’energia che a sua volta ha impennato i prezzi all’ingrosso e al consumo. E sono quelli la causa della crisi attuale della produzione e dei servizi.
Ed è in questo contesto che bisogna inquadrare l’epidemia di suicidi degli ultimi tempi.
Certo, è vero che le ragioni che portano una persona al suicidio sono molteplici, e tra queste c’è anche la disperazione e la vergogna di non essere all’altezza. Ed è proprio di questo che si parla. Non dei suicidi in genere, ma di quelli causati dalla disperazione, dal sentirsi fallito, dopo decenni di attività, in un mondo che macina i più esposti a favore dei furbi di ogni specie.

Se il signore di Romano di Lombardia, a quanto sta emergendo dall’indagine, aveva altri motivi per protestare - ed è da qui che l’articolista parte per la sua infelice analisi -, e se certa gente sfrutta questi atti estremi per proporre assurdità, non per questo si deve minimizzare o, addirittura, penalizzare quanti questi atti li prendono per quelli che sono, ovvero, atti di disperazione per non sentirsi più parte di una società che guarda più all’interesse “supremo della nazione” dimenticandosi dei singoli e delle categorie che dell’interesse supremo dovrebbero esserne i primi beneficiari.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 6/5/2012 alle 23:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Secondo Borghezio, nei popoli del sud manca senso civico. Ma quando mai!
post pubblicato in COMMENTI, il 8 febbraio 2012


fonte notizia
   
  Era da un po’ che il sig. borghezio non si faceva sentire, m’era venuto il sospetto che avesse dato le dimissioni dalla politica. E invece no! Purtroppo! E’ di oggi la notizia delle sue esternazioni sul maltempo che ha investito l’Italia dal nord al sud. Affermazioni che fanno la differenza tra la capacità del nord e l’incapacità del sud di affrontare le emergenze; il tutto, naturalmente, senza fare le debite distinzioni tra chi, vivendo in zone fredde e nevose, si è premunito dell’organizzazione e dei mezzi necessari per far fronte al problema neve e chi, invece, vivendo in zone calde e poco nevose, se non addirittura senza neve e freddo, non ha avuto nessuna necessità di premunirsi dei mezzi e dell’organizzazione per far fronte a simili emergenze.
Ovviamente, il sig. borghezio parla in generale sapendo che, se entrasse nei particolari, avrebbe dovuto ammettere che la dove i mezzi ci sono si è potuto far fronte, almeno in parte, manto nevoso e gelo permettendo, alla situazione.

Ma il sig. borghezio non è uomo di sottigliezze. Da bravo padanio, vive più di fantasie che di analisi scientifiche, di affermazioni volgar/dilettantesche/populiste che di un linguaggio sobrio e rispettoso dei costumi altrui.
Si sa che preferisce, di fronte all’evidenza, chiudere gli occhi per poter esternare la sua rabbia nei confronti delle popolazioni contrarie al suo credo. Preferisce negare l’evidenza e per farlo si costringe a ogni sorta di invenzioni a uso e consumo dei suoi adepti che, alle prossime elezioni, purtroppo, lo rieleggeranno. Ed è questo il punto focale della sua fortuna politica: l’aver sfruttato l’ignoranza (intesa come non conoscenza) altrui invece che, come politico, aiutarli ad emergere dalle caverne del localismo tribale.

Tutta la sua cultura è tesa a denigrare il diverso - dalla pianura padana in giù sono tutti incivili e pericolosi -, a combatterlo come il male oscuro. Come se il nord fosse la culla della civiltà e non viceversa. Naturalmente, il sig. borghezio si guarda bene dal chiedersi e verificare quanti nel nord Italia ed europeo condividono le sue teorie perché, se lo facesse, risulterebbe chiaro anche alla sua mente alquanto racchiusa nel suo giardino personale, che le sue idee sono condivise da una piccolissima parte del totale che. pur frazionato, rappresenta sempre la maggioranza.

Il sig. borghezio, purtroppo, è anche uno dei rappresentanti italiani al parlamento europeo. Un rappresentante che, anche in sede europea, non disdegna l’uso di un linguaggio grasso popolaresco adatto più alle vecchie taverne e osterie di paese che ai moderni bar dove, da decenni, il linguaggio è andato raffinandosi anche nei dialetti e dove la gente ha acquisito la capacità di discutere con cognizione di causa anziché lasciarsi andare ai sentimenti personali.

Insomma, il sig. borghezio dovrebbe imparare, oltre all’educazione, il linguaggio tipico di ogni civiltà. Quel linguaggio che permette la convivenza civile tra gruppi di persone o popoli diversi tra loro.
Alla luce di quanto detto sopra, è ovvio che il senso civico, di cui il sud con, tutti i suoi problemi, è molto più avanti del nord, manca proprio a lui e ai suoi adepti.
Bossi, Maroni e il giuramento di Pinocchio
post pubblicato in COMMENTI, il 23 gennaio 2012


La foto dei maroniani: Cerchio, se davvero sei magico, SPARISCI!!!!!
Dopo il magna magna romano, la lobby leghista, il cerchio magico, si riscopre rivoluzionaria sperando di recuperare sia l'unità intorno al boss, sia un consenso ormai diviso tra bossiani e maroniani - in proposito si veda l'articolo "Maroni: bossiani pronti a lancio di uova".
Ma la realtà, dopo il magna magna romano, è ben diversa. la base non si fida più delle parole e non crede alla logica del fine che giustifica i mezzi. E indietro non si torna.
Le minacce di Bossi al vecchio "camerata" e amico - si fa per dire - Berlusconi, non fanno più presa ne sull'ex, per modo di dire, alleato ne sulla base che si aspetta una politica indipendente da quella nazionale.

Un Bossi alquanto smorto, quasi cadaverico, quello visto in piazza duomo a Milano, con la contestazione al cerchio magico ormai consolidata e in fase di ribaltare le sorti del vecchio boss al di la delle parole di Maroni sul “non è successo niente, la lega è sempre unita” e degli applausi della platea.
Un Bossi bambino che, di fronte all’evidenza dei fatti, non vuole saperne di mollare e fa i capricci minacciando ritorsioni qualora lo stravecchio amico non faccia cadere il governo Monti definito infame.

Certo che fa un certo effetto - intestinale - sentire certi discorsi fatti da un personaggio che, fino a ieri, predicava il ringiovanimento della politica e che, oggi, cerca di rimanere attaccato alle briglie dei cavalli seduto in cassetta del calesse tutto preso a mantenersi saldo al potere. Da l’idea del vecchio canuto messo in disparte, al ricovero?, che continua a comportarsi come se fosse il capo famiglia mentre tutti lo ignorano.

Insomma, come al solito, incominciano col voler cambiare il mondo per poi rifiutare i cambiamenti più evidenti.

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Anno internazionale delle foreste e giornata mondiale contro la desertificazione.
post pubblicato in COMMENTI, il 17 giugno 2011


Fonte: green report

Anche Ban Ki-moon ricorda che la Giornata mondiale di lotta contro la desertificazione cade durante l'Anno internazionale delle foreste «Dichiarato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite per educare la comunità globale riguardo al valore delle foreste e agli estremi costi sociali,economici e ambientali di perderle. Questo sforzo è particolarmente rilevante per le terre aride, dove le foreste secche e boscaglia sono la spina dorsale degli ecosistemi aridi. Il 42% delle foreste tropicali e subtropicali della Terra sono le foreste secche.  La gestione non sostenibile del territorio e l'agricoltura sono una causa significativa del loro esaurimento e del degrado del suolo e della desertificazione che inevitabilmente seguiranno. Purtroppo, è solo  dopo che questi ecosistemi sono compromessi che molte comunità o autorità diventano pienamente consapevoli dell''importanza delle foreste secche per il benessere e la prosperità della società».

Leggendo quanto sopra, c’è da chiedersi quali iniziative abbiano intrapreso per una corretta informazione dei popoli riguardo ai problema foreste e deserto. Quali iniziative, a livello generale, per la sensibilizzazione delle popolazioni siano state prese.

Nel mondo globale in cui viviamo, e con un’informazione istantanea, non risulta affatto che siano state fatte iniziative in grado di raggiungere tutti, anzi, a parte le riviste e siti internet specializzati, non s’è visto niente o, comunque, pochissimo.

Eppure, il problema foreste e deserti, non può essere affrontato senza entrare in merito ad almeno un problema: i consumi. Consumi che si stanno facendo sempre più diffusi e che, appunto, consumano enormi quantità sia di materie prime che di energia. Di conseguenza, affrontare nel modo giusto la deforestazione e la desertificazione implica anche un approccio diverso al nostro modello di vita e, di conseguenza, anche il tipo di economia.

È inutile indire giornate o anni dedicati ai problemi se poi non si creano le condizioni per la loro diffusione discussione.

 


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Il governo da lo stop al programma sul nucleare. Un'altra beffa?
post pubblicato in COMMENTI, il 20 aprile 2011


           

Dopo aver sostenuto, anche dopo l'incidente giapponese, a spada tratta la necessità del nucleare per far fronte alle esigenze energetiche del paese, ora sembra che il governo faccia marcia indietro con un emendamento all'articolo 5 del decreto legge Omnibus che stabilisce che: non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare.

Dopo la moratoria di Marzo che sospendeva i lavori per 12 mesi sulla scorta dell'incidente in Giappone, arriva ora lo stop. Però lo stop non abroga la legge ma solo gli articoli riguardanti la costruzione. Questo fa pensare che, in realtà, più che un'inversione di marcia dettata dalla consapevolezza del pericolo nucleare, sia una manovra politica per aggirare il referendum che dovrebbe tenersi il 12-13 Giugno. Non sembra chiaro se il referendum salterà, è chiaro però che, in mancanza della legge su cui si basava, vengono a mancare i presupposti per una concreta partecipazione. Al riguardo ne sono consapevoli i movimenti antinucleare.

 

Dunque, un'altra beffa? Sembrerebbe proprio di si!

 

<http://politica.excite.it/nucleare-lo-stop-del-governo-N71806.html>


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La beffa della giustizia.
post pubblicato in COMMENTI, il 16 aprile 2011


           

Patrizia Aldrovandi, madre di Federico, il giovane di Ferrara morto in seguito al pestaggio di quattro agenti di polizia, è stata rinviata a giudizio per diffamazione insieme al direttore e a due giornalisti de "La nuova Ferrara". Il processo avrà inizio il 1° Marzo 2012.

Sono stati chiesti un milione e mezzo di euro.

 

Nella lettera pubblicata da "articolo 21", la Sig. Aldrovandi spiega l'assurdità del provvedimento.

 

Vorrei fare una considerazione sull'inutilità, ai fini dell'applicazione della giustizia, di provvedimenti disciplinari nei confronti di persone che, in situazioni particolari come quella della madre di Federico che, dopo la morte del figlio cerca una giustizia che, a quanto sembra, ha ottenuto solo grazie alla sua determinazione e non alla consapevolezza del PM (quello che poi l'ha denunciata) di essere di fronte a una situazione dove le persone coinvolte, pur essendo rappresentanti della giustizia, non possono essere considerati "diversi" e giudicati con metodi diversi, sono coinvolte, loro malgrado, in situazioni venutesi a creare a causa di una gestione parziale della giustizia.

 

La morte di un figlio, causata da coloro che dovrebbero assicurare la sicurezza dei cittadini e l'applicazione della legge, porta in se un forte disagio accentuando la drammaticità dell'evento proprio dal fatto che la causa è stata determinata da un abuso di potere da parte delle istituzioni. Prima con la causa della morte, poi con la gestione parziale dell'evento. L'aver denunciato queste manchevolezze, invece di essere ritenuto fatto positivo e, pertanto, accettato anche se fatto in modi non conformi "all'etichetta", viene recepito come un' offesa al pm che, secondo la madre di Federico, ha agito in modo parziale. Ciò crea disagio anche ai cittadini che, venendo a conoscenza dei fatti, non possono più sentirsi sicuri perché ne viene a mancare il presupposto.

Se la colpevolezza o innocenza di un cittadino dipende dal suo ruolo nella società, siamo di fronte al completo snaturamento del concetto di giustizia applicato in democrazia. Un poliziotto, e tutte le categorie preposte a far rispettare la legge, pur con tutte le attenuanti che può avere, non può essere considerato meno colpevole qualora commette un reato anzi, dal momento che è preposto a far rispettare la legge, se commette un reato dovrebbe, almeno secondo logica, subire una maggior condanna e non viceversa.

 

Visto in questo contesto, il rinvio a giudizio della Sig. Patrizia, oltre che a essere un'ingiustizia, prende la forma di una beffa nei confronti del cittadino che, in piena coscienza, si fa carico del ruolo di "osservatore" dello svolgersi della giustizia stessa denunciandone le incongruenze.


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Censura in veneto. Proibiti i libri di Battisti e degli autori firmatari dell'appello pro Battisti.
post pubblicato in COMMENTI, il 21 gennaio 2011


Dietro gli inviti alle scuole e alle biblioteche di evitare la lettura nelle scuole e la presenza nelle biblioteche dei libri di Battisti e quelli degli scrittori che hanno firmato l'appello pro Battisti non si nasconde solo tanta voglia di censura ma anche la volontà di manipolare fatti realmente accaduti e di far conoscere autori con idee diverse dalle proprie ovvero, impedire la conoscenza per poter costruire una cultura a misura della propria idea.

 

Quello che sta succedendo in Veneto va direttamente a collegarsi con quanto già successo in Lombardia con i simboli leghisti (scuola di Adro e altro) e con la pretesa cultura celtico/padania.

Anche se si parla di invito e non direttamente di proibizione, si tratta comunque di un'ingerenza in strutture che hanno come primo scopo la divulgazione della conoscenza a tutti i livelli. Amministratori comunali, provinciali e presidenti di regione non hanno nessun potere per intervenire pro o contro autori per loro scomodi. E, tanto meno, di decidere la linea culturale delle scuole e biblioteche. Pertanto il cosiddetto "invito" lo è solo nella misura in cui non possono "proibire".

 

È vero, anzi, verissimo che Cesare Battisti è un terrorista e come tale deve essere condannato per i suoi crimini, ma è altrettanto vero che il popolo deve avere la possibilità di conoscere non solo i suoi crimini, ma anche i presupposti che lo portarono a commetterli. Proibirne i libri significa, non solo impedire la conoscenza, ma anche la possibilità di critica, vale a dire che, il cittadino dovrà fidarsi di quanto afferma il potere costituito e questa si chiama censura.

Comunque, non si capisce perché tanto accanimento contro Battisti quando non s'è fatto nulla, o quasi nulla (da parte dell'attuale centrodestra) per arrivare alla verità sulgli autori delle stragi di Milano, Brescia e Bologna dove i morti sono stati centinaia e i colpevoli sono ancora liberi. Dove le indagini sono sempre state depistate per impedire che si arrivasse alla verità. 

 

Fu con la strage di Milano che, in Italia, s'inaugurò la stagione del terrorismo poi definito: strategia della tensione. E fu a causa della strategia della tensione che, per reazione, incominciò il terrorismo rosso che, però, si differenziò da quello della strategia della tensione. Mentre la strage di Milano colpisce "nel mucchio" senza un obiettivo preciso al solo scopo di creare paura nella popolazione - la strategia sarebbe dovuta servire a giustificare un inasprimento nella lotta verso i nuovi movimenti  estraparlamentari di sinistra che stavano nascendo con le lotte operaie e studentesche - che in quel periodo si stava muovendo per ottenere più diritti, il terrorismo rosso colpiva singoli personaggi ritenuti pericolosi per l'avanzamento del movimento rivoluzionario. Nel primo caso, comunque, i morti furono molti di più e colpirono essenzialmente persone innocenti.

In ogni caso, i due terrorismi sono da condannare oltre che per l'assassinio, anche perché entrambi colpivano con l'intento di colpire e distruggere la democrazia.

 

Per concludere, se il terrorismo va condannato come atto criminale, quale dimostrazione più concreta ci può essere di quella di far luce sulle stragi nere? Ma in Italia, da sempre, la ruota della storia gira in senso contrario, parziale, di parte sempre incolpando gli altri dei propri atti.

A riprova il fatto che il premier, cosi solerte nei confronti dei famigliari delle vittime dei terroristi rossi, non lo è con quelli delle vittime dei terroristi neri.

La disputa Zaia/Vendola, e la realtà italiana.
post pubblicato in COMMENTI, il 9 dicembre 2010


La Gazzetta del mezzogiorno

Dopo la richiesta di Vendola (Puglia), rivolta alle aziende pugliesi, di diminuire il volume di rifiuti  provenienti dal veneto seguita all'affermazioni di Zaia (Veneto) di non voler ricevere in Veneto i rifiuti Campani, si è innescata una disputa a suon di comunicati.

 

La disputa si svolge sulla quantità di rifiuti e la loro qualità. Da una parte, Zaia afferma che il Veneto riceve dalla puglia 41.567 tonnellate di rifiuti e ne invia in puglia 22.197, dall'altra, Vendola dichiara che i rifiuti provenienti dal Veneto sono per la discarica (non differenziati), mentre quelli spediti in Veneto sono differenziati.

Per spiegare le ragioni del Veneto, Zaia porta le cifre riferite al 2008." Due anni fa sono giunti nella regione dalla Puglia 41.567 tonnellate di rifiuti, di cui 40.479 non pericolosi (prevalentemente ceneri leggere di carbone da centrali termoelettriche e rottami di ferro e acciaio) e 1.088 pericolosi. Il Veneto, viceversa, ha avviato in Puglia 22.197 tonnellate di rifiuti, dei quali 1.093 pericolosi e 21.104 non pericolosi. Il saldo, chiarisce Zaia, vede dunque un bilanciamento nelle due regioni dei rifiuti pericolosi, mentre per i non pericolosi il Veneto registra un import netto di 19.375 tonnellate. "

Vendola ribatte: "Apprezzo molto la furbizia del presidente Zaia, il quale finge di non sapere la differenza tra recupero e smaltimento di rifiuti. Infatti il Veneto conferisce in Puglia “monnezza” da portare in discarica e noi pugliesi inviamo in Veneto rifiuti che sono materia prima per aziende di recupero, come il caso della circa 40.000 tonnellate di ceneri leggere che la Regione Puglia esporta in Veneto per il successivo recupero come materiale per l’edilizia. "

 

Da quanto sopra si deduce che la differenza tra le due regioni è la qualità del "prodotto". Se il Veneto manda in puglia rifiuti non differenziati significa che, a differenza di quanto sembrerebbe dalla propaganda politica, la raccolta differenziata sia in uno stadio più avanzato in Puglia visto che manda in Veneto rifiuti differenziati. Inoltre, come dice Vendola, il Zaia finge di non conoscerne la differenza mettendo sullo stesso piano i rifiuti differenziati e quelli non differenziati.

Questo implica che anche al sud la differenziata esiste. Il problema vero, però, oltre alla diffusione della cultura necessaria a questo tipo di approccio verso i rifiuti da parte degli enti locali e della popolazione, sono le strutture necessarie al riciclaggio.

Strutture che andrebbero, da una parte a rivalorizzare il territorio perché diminuirebbero le discariche e i termovalorizzatori, dall'altra a creare lavoro. Inoltre, incentiverebbero la raccolta rendendola più capillare perché sarebbe nell'interesse sia dei cittadini che degli industriali del settore.

Non si capisce come mai, sia il governo che l'industria, non facciano investimenti in questo senso. Si preferisce investire in termovalorizzatori e centrali nucleari, peraltro prodotti/e all'estero, che non risolvono ne il problema rifiuti ne quello energetico, piuttosto che in strutture dove almeno la materia prima la produciamo noi ed è "gratis".

Ma la cosa più inquietante i posti di lavoro a cui si rinuncia.

Per concludere, la disputa tra Zaia e Vendola, se all'apparenza sembra interessante, alla fin fine non è altro che la solita diatriba politica da politici di cui faremmo volentieri a meno.

Commento all'articolo "Il 5×1000 ai moribondi" pubblicato su "il fatto quotidiano"
post pubblicato in COMMENTI, il 8 dicembre 2010


Il 5x1000 ai moribondi

Da il fatto quotidiano:

"Mah, onestamente non capisco come ragionano le organizzazioni no profit. La levata di scudi per il taglio effettuato al 5×1000, che sembra mettere in ginocchio il mondo del terzo settore, a mio parere rappresenta l’ultimo dei problemi per il 95% delle organizzazioni. Rappresenta un vero problema per una esigua minoranza che è rappresentata dal top delle organizzazioni nazionali che operano in diversi settori ( ricerca, ambiente, cooperazione internazionale, assistenza) e che, effettivamente, per notorietà e dimensione,  intercettano milioni di euro da tale provvedimento."

 

Linko l'articolo anche se non ne condivido il contenuto.

I motivi sono:

  1. Innanzi tutto, il 5x1000 sono soldi che i cittadini devolvono spontaneamente ad associazioni di volontariato spontaneamente scegliendo loro stessi l'associazione di destinazione, questo significa che lo stato, diminuendo da 400 a 100 milioni la cifra destinata al 5xmille, ruba soldi dei cittadini.
  2. Secondo, affermare che i volontari non sono mai scesi in piazza a protestare di fronte ai tagli operati dal governo in diversi settori del sociale, significa non averne compreso la natura. Non è compito del volontario entrare in merito a problemi prettamente politici ma dei politici (di opposizione) che hanno il compito di contrastare una politica rivolta alla difesa del più forte anziché del più debole. Compito del volontario è l'assistenza alle tantissime situazioni di disagio che si creano nella società capitalista - peraltro peggiorata da una politica liberista - e che le istituzioni non sono propense, o non vogliono, a farvi fronte. È chiaro che il volontariato non è il fine ma il rimedio momentaneo alle politiche disastrose dei governi, ma anche una spinta, data con l'esempio, verso una società basata sul mutuo soccorso.
  3. Il volontariato vive di vita propria. Si basa su donazioni private, incluso il 5x1000, questo significa che non chiede soldi pubblici. Situazioni mostrate nel programma "Report" su rai tre non hanno nulla a che fare col volontariato.
  4. " Esiste un documento che attesta come, dal 2008 al 2013, l’insieme delle risorse destinate al “sociale” uscirà decurtato di un buon 80% (pari a circa due miliardi di euro) e sarebbe sufficiente chiedere ad un qualsiasi assessore alle politiche sociali di una regione cosa significhi tutto questo. In assenza di certezze sul federalismo i tempi che ci aspettano vanno ben oltre il tema del 5×1000. "Ebbene? Forse che il volontario non sa dei problemi inerenti all'attuale politica? Certo che lo sa, ma questo non significa che, come volontario debba fare azioni politiche, queste - se le fa, e le fa - le farà da privato cittadino. Confondere le due cose è grave.
  5. "La miopia del terzo settore, a mio parere, è grave quanto l’indifferenza del governo. Protesi verso il salvifico e retorico compito di offrire la voce agli “ultimi”, siamo riusciti a fare diventare ultimi anche i nostri associati e operatori. Sopportando nel silenzio tutto e accontentandosi delle elemosine del 5×1000." Ma quale miopia, quale retorico compito e quale elemosina; ciò che fa il volontario non è/deve essere fonte di speculazioni politiche o ideologiche. Il volontario opera a livello personale seguendo le sue motivazioni.

 

Per concludere,  effettivamente l'autore dell'articolo, oltre a non capire come ragionano le organizzazioni no profit, non ne conosce neanche i principi.

 

Elenco dei principi della croce rossa di cui faccio parte:

 

UMANITA'

IMPARZIALITA'

NEUTRALITA'

INDIPENDENZA

VOLONTARIATO

UNITA'

UNIVERSALITA'


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 8/12/2010 alle 22:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
La sig.ra Gelmini e la rivolta studentesca.
post pubblicato in COMMENTI, il 26 novembre 2010


È con grande coraggio che il ministro dell'istruzione  lancia il suo messaggio agli studenti in rivolta attraverso il suo sito  su you tube.

Mentre il mondo della scuola è in fibrillazione proprio a causa della riforma "Gelmini", il ministro esorta gli studenti a non farsi strumentalizzare dai baroni e dai centri sociali perché questo ddl mette voi al centro, non c'è un solo punto del provvedimento che possa danneggiarvi. È per voi, per eliminare privilegi e sprechi, per spazzare via i concorsi-truffa, le parentopoli e aggiunge che bisogna avere il coraggio di fare le riforme. Io mi sono assunta questa responsabilità e non ho intenzione di tornare indietro. Voglio che l'Italia abbia questa riforma, che i nostri atenei non si piazzino più agli ultimi posti delle classifiche internazionali.. Non è vero che i soldi sono stati pochi. Purtroppo sono stati spesi male per finanziare corsi inutili, sedi distaccate di cui si poteva benissimo fare a meno, iniziative che sono servite a qualcuno ma non certo agli studenti.

 

Dunque,mentre gli studenti protestano a causa della sua riforma, il ministro se la prende coi baroni e i centri sociali accusando, di fatto, di inscenare la protesta per altri scopi.

Cara sig.ra ministra, non le vien proprio di pensare che gli studenti siano in grado da soli di analizzare e comprendere che la sua riforma non è affatto fatta per loro? Che la riduzione dei soldi e degli insegnanti, oltre a togliere loro la possibilità di avere più risorse, saranno la causa di licenziamenti? Che una scuola basata sulla meritocrazia avvantaggerà qualcuno a scapito di altri che avranno l'unica colpa di non avere ne soldi ne conoscenze?

Inoltre, lei dimentica che la scuola per tutti è stata introdotta non solo per dare lavoro ma anche per dare coltura a tutti; ma forse è proprio di questo che lei ha paura, di un popolo preparato e in grado di comprendere il mondo in cui vive.

Lei dice che i soldi sono stati spesi male, ebbene, perché allora non crea le condizioni per spenderli meglio? In fondo è compito suo, o no? Tagliare quando le cose vanno male lo sanno fare tutti, non crede? Un valido ministro dovrebbe essere in grado di far fruttare al meglio i soldi a disposizione impedendo lo spreco che, in fondo, siete voi politici a praticarlo.

 

Per concludere, sig.ra ministra, invece di esortare gli studenti a non protestare, perché non valuta le loro richieste. Le assicuro che capirà che a volte tornare indietro è più redditizio che andare avanti a testa bassa come i …

 

 

 

 

 

 


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 26/11/2010 alle 23:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La Campania, il governo e i rifiuti.
post pubblicato in COMMENTI, il 6 novembre 2010


 

Disse il leader il 21 ottobre dopo il vertice su Terzigno: "La nostra soluzione al problema è assolutamente valida e duratura nel tempo". E il governo "garantisce la disponibilità di fondi per le opere di compensazione, ci sono 14 milioni che riguardano Terzigno", e promette la soluzione in dieci giorni.

 

Parole sante, se fossero vere! Ma di vero c'è ben poco! Dopo aver levato le tende, nel senso che il problema viene sbolognato agli enti locali, la protesta riprende in tutta la sua forma cruenta. Oggi tocca a Taverna del Re con l'appoggio degli studenti di Giuliano.

Domani si vedrà. Ormai si vive all'addiaccio, alla giornata. Con un governo che del fare ne ha fatto una bandiera ma che si limita a scaricare le sue responsabilità sugli altri (colpa anche del federalismo), c'è poco da stare allegri.

 

Pensare di risolvere il problema senza investimenti nel settore del riciclo è un'illusione. Dei tre termovalorizzatori promessi, ne è in funzione solo uno (e neanche bene), degli altri due nemmeno l'ombra (nel senso che non sono ancora incominciati).

Secondo gli esperti, ogni territorio avrebbe bisogno di strutture per il riciclo, mancando quelle, anche la raccolta differenziata è inutile. Non è certo spostando i rifiuti da un posto all'altro, da una discarica all'altra che si risolve il problema.

Se poi consideriamo anche la criminalità organizzata - che, come è risaputo, ha le mani anche lì, viene il sospetto (o certezza?) che sotto ci sia dell'altro; interessi incrociati tra potere e crimine sono sempre stati presenti anche nelle migliori famiglie, figuriamoci in Italia dove, sin dall'unità, il sud ha subito ogni sorta di imposizione a partire dai "furti" che la casa Sabauda ha perpetrato per pagare i debiti contratti per portare a termine il suo disegno.

 

Comunque sia e al di la delle promesse (ma anche queste fanno parte del gioco) a cui, ormai, la popolazione non crede più, i rifiuti in Campania continuano a essere al centro dei problemi della popolazione, come se non ne avessero altri!

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 6/11/2010 alle 18:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fini, un uomo da abbattere.
post pubblicato in COMMENTI, il 8 settembre 2010


Siamo ormai arrivati alla macchietta. Dopo aver cercato con mezzi alquanto discutibili di convincere i “disertori” a ritornare tra le braccia “affettuose” del monarca, lo stesso si sta adoperando in tutti i modi per detronizzare il viceré ribelle.

Il giorno dopo il discorso del viceré ribelle a Mirabello – discorso molto critico, anzi, addirittura dissacrante, nei confronti del monarca in carica -, ecco che la polemica sulla sua permanenza come presidente all’assemblea dei non eletti si accentua maggiormente spingendo il monarca, d’accordo con l’altro viceré, a valutare di recarsi dal grande Capo Chioma Bianca per chiedere la testa del ribelle. Ma il grande Capo ha già espresso parere negativo su un suo intervento in merito; questo è compito dell’assemblea.

 La mossa va contro ogni lecito interesse comune alla tribù, ma per i due regnanti servirebbe per affermare la propria legittimità a rovesciare il governo della stessa tribù dove, loro stessi, ne sono i massimi esponenti. Qualcuno oserà avanzare l’ipotesi che sia una contraddizione. Sbagliano, poiché la logica del potere democratico presuppone che chi si trova al comando debba portare a termine il suo mandato per evitare di incorrere nell’ira del popolo, da loro stessi eletto sovrano, e perdere consensi in eventuali elezioni. Pertanto, prima di dare forfait, devono assicurarsi che la colpa non sia loro ma del disertore.

Dunque, una mossa prettamente politica, un gioco di potere delle parti in causa finanziata dalla tribù tutta.

Intanto, il popolo, da loro stessi eletto sovrano, sembra indifferente ai giochetti infantili dei loro leader; preso com’è ad affrontare i problemi quotidiani derivati dalla crisi economica, gli rimane poco spazio da dedicare allo svago di cui sembra, invece, che i capi ne abbiano da buttare.

La lotta interna al gruppo dei leader, derivante da diversità di vedute su “alcuni” problemi importanti quali: gestione del potere interno a un partito, utilizzo del potere a fini personali, privatizzazione delle strutture di potere e loro conseguente adeguamento ai bisogni del monarca in carica – specifico che qualora si dovesse riuscire a privatizzare le strutture, il monarca rimarrà in carica a vita -, modifica del concetto di diritto, riduzione dello stato sociale e conseguente annullamento dei diritti, legge elettorale dove, attualmente, il popolo non è sovrano neanche a parole, legalità, giustizia, immigrazione, sta portando il popolo sovrano a divenire sempre più un mero oggetto (leggi numero) di calcolo e come tale soggetto alle leggi della matematica che, come si sa, pur essendo una disciplina utilissima, rimane confinata nel campo della scienza e, pertanto, il popolo, diventa un oggetto scientifico da studiare in quanto necessario ai calcoli necessari a rendere più agevole la vita del monarca e dei suoi servi, ma non tutti. Al proposito, si può prendere come prova il continuo richiamo alla piazza e ai sondaggi per contare i propri elettori (usandoli, naturalmente, a suo vantaggio anche quando non lo sono) da parte del monarca, anche se, lo stesso, di frequente, ha affermato che non si può governare seguendo gli umori della piazza, che la piazza non può sostituirsi alla maggioranza dei non eletti e che nessuno può opporsi ad essi.

 Fin qui sembrerebbe una disputa “privata” tra i capi, tutt’al più, una recita scolastica. Purtroppo, però, ha coinvolto anche i politici rappresentanti, a parole (forse), della tribù. Tali politici, che nel loro gergo si definiscono oppositori (a chi lo si sa, a che cosa non si è ancora riusciti a capirlo), e che da tempo si stanno adoperando affinché il monarca perda consensi o che, comunque, venga detronizzato a causa dei suoi innumerevoli intrallazzi ritenuti illegali, si sono lasciati prendere dal vortice della disputa tralasciando quelli che sono i doveri principali di ogni opposizione: bloccare le leggi che vanno contro i diritti della tribù e difendere i lavoratori dai continui attacchi da parte del capitale che, ultimamente, ha provocato la disdetta del contratto dei metalmeccanici e che, nel futuro prossimo, potrebbe significare la perdita di ogni diritto dei lavoratori nei luoghi di lavoro e, di conseguenza, nella vita.

In vista di possibili elezioni anticipate, stanno canalizzando ogni risorsa (o quasi) nella preparazione di alleanze miranti a vincere le elezioni, dimenticando, e di questo il viceré fedele ne è maestro, che un buon politico non può prescindere la sua politica dalla difesa del popolo che lo sostiene.

In conclusione, si può tranquillamente affermare che la tribù Italia sta attraversando, non tanto un periodo difficile, ma il limite che divide la civiltà dall’inciviltà.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 8/9/2010 alle 15:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L’indispensabilità e i cimiteri nel pensiero berlusconiano.
post pubblicato in COMMENTI, il 15 agosto 2010


Il Sig. Berlusconi afferma: Bisogna tenere duro, ma i cimiteri sono pieni di persone che si consideravano indispensabili. Frase riportata dal corriere del sera.

Cosa vorrà dire con questo? Di solito, nei cimiteri ci sono i morti.

A parte che se c’è una persona che si ritiene indispensabile è proprio il nostro premier. Si veda la sua idea di partito e la sua politica, tutto basato sulla persona e non sull’organizzazione. Allora dobbiamo aspettarci che anche lui vada ad abitare al cimitero? non rispondo, potrei  essere frainteso.

 Comunque sia, e a parte l’infelicità dell’affermazione, l’indispensabilità era è e sarà sempre una prerogativa dell’individuo umano, senza di essa, è difficile resistere alla tentazione di mollare tutto e ritirarsi a vita privata. Ritenersi indispensabili è, per cosi dire, una specie di carburante in grado di caricarci quando siamo giù, quando ci sembra che tutto sia inutile. Frasi come: sono indispensabile, senza di me tutto va a rotoli, ognuno di noi le ha espresse almeno una volta nel corso della vita; e non sono delle battute perché, almeno in quel momento, effettivamente ci sentiamo indispensabili.

E fin qui ci siamo. Ma cosa c’entrano i cimiteri? Misteri filosofici.

Quando lavoravo, il mio capo – direttore tecnico/amministrativo -, quando chiedevo qualcosa e non aveva intenzione di soddisfarmi, per troncare il colloquio mi diceva: tutti siamo utili, nessuno è indispensabile. Con questo intendeva che, qualora io, insoddisfatto, avessi avuto l’intenzione di dimettermi, l’azienda non ne avrebbe sofferto più di tanto; c’è sempre qualcuno pronto a sostituirti.

Ma il cimitero? non riesco proprio a ricordarmi l’abbinamento tra indispensabile e cimitero. O, forse, riguarda quella cosa che non voglio dire perché potrebbe essere fraintesa, non so. L’unica cosa che so è la poca serietà di una persona che, invece, dovrebbe essere serio in ogni sua espressione, diciamo pure anche quando mangia.

Il cimitero, si sa, è indispensabile ed esiste, sotto diverse forme, in tutte le culture e tutti, prima o poi – meglio poi – ci dobbiamo andare, ma che uno ci vada perché si ritiene indispensabile, mi sembra alquanto fuori luogo. Considerando anche che di luoghi più allegri, sulla terra, ne esistono molti – e in modo particolare per i ricconi – non si capisce perché, una persona che si ritiene indispensabile, debba scegliere di abitare al cimitero.

Ma forse, quella del nostro premier, è una metafora; come a dire: vai a quel paese o dove vuoi ma non rompere. Se è cosi, però, la scelta del termine è alquanto infelice. Eppure, di persone che si ritengono indispensabili – probabilmente anch’io sono tra queste – ce ne sono tantissime e tutte vivono normalmente in modo civile, in case situate in paesi e città normalissimi e al cimitero ci vanno (forse) il giorno dei morti e   sperano che, il trasloco al cimitero come ultima dimora, avvenga il più tardi possibile.

Insomma, non riesco proprio a capire cosa c’entri il cimitero, a meno che non si riferisca a quella cosa che non voglio dire perché potrei essere frainteso.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 15/8/2010 alle 22:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
MInistro Gelmini: stare a casa dopo il parto è un privilegio
post pubblicato in COMMENTI, il 1 maggio 2010


In una intervista rilasciata a Io Donna, il ministro dell'istruzione Mariastella gelmini afferma che stare a casa dopo il parto è un "privilegio".
Alla domanda: Un privilegio? Non è un diritto?
Risponde:
Una donna normale deve certo dotarsi di una buona dose di ottimismo, per lei è più difficile, lo so; so che è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.

Già, molto complicato, specialmente quando non ci sono i servizi (asili nido), o costano troppo, necessari ad aiutare le donne in simili casi. Vorrei proprio vederla, signora ministra, portare in fabbrica o in ufficio la figlia.
Ed è altrettanto vero che le donne che non possono permettersi di stare a casa per 6 mesi continuano ad aumentare, visto la carenza di lavoro dove le donne sono le prime a pagarne il prezzo.
Eh, si, cara ministra, ha proprio ragione! Ma, ci dica, quante sono le donne in grado di viaggiare con "l'auto blu" o di permettersi il "freccia rossa" (69 euro Milano- Roma in prima classe, perché, Lei, non credo che viaggi in seconda), O di permettersi la baby sitter o altre agevolazioni tipiche di chi a soldi e che, comunque, non avrebbero neanche bisogno di lavorare.
Certi ragionamenti fatti da una persona in posizione "privilegiata" (si, perché, la privilegiata è lei, non chi, per necessità, è costretta a far uso dei 6 mesi di maternità e, che all'occorrenza, lasciano anche il posto di lavoro, facendo una scelta, per niente negativa, di accudire ai propri figli) come lei, non solo lasciano il tempo che trovano ma, risultano offensive.
Offensive perché, oltre a trattare il problema in modo molto superficiale, non tiene minimamente conto dei sacrifici che, una donna "normale(?)", come la definisce lei (e anche questo è offensivo) deve, quotidianamente, affrontare.
Offensive perché, le donne che lavorano, lo fanno per aiutare il bilancio famigliare e non per fare le "veline" politiche o no.
Offensive perché, le donne che lavorano, hanno lottato per avere quello che lei chiama "privilegio"; si sta dimenticando, signora ministra, che il permesso di maternità è un diritto che permette alle donne di mantenere il lavoro quando, in passato, venivano licenziate, o, addirittura non assunte perché in età "riproduttiva".

Alla base del "suo privilegio" c'è la consapevolezza dell'importanza della donna stessa e del suo ruolo nella società. Ruolo che, al di la delle belle parole sull'emancipazione, è rimasto tale e quale al passato; la differenza sta nel fatto che, la donna oggi, può usufruire di diritti che le permettono di essere madre e, allo stesso tempo, mantenere il ruolo di "lavoratrce.

Ciò che lei propone, di tornare al lavoro dopo un mese, presuppone un capacità economica maggiore che stare a casa.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 1/5/2010 alle 14:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Economia povera ma autosufficiente.
post pubblicato in COMMENTI, il 20 febbraio 2010


Ogni tanto - l'ultima volta oggi a "storie dell'altro geo" - sento una frase che, a mio avviso, è decisamente contraddittoria, "economia povera ma autosufficiente".

Cosa si intenda non l'ho mai capito. Se una economia è autosufficiente, come può essere povera?
Se per autosufficienza s'intende la capacità di produrre tutto l'occorrente per la vita della comunità e magari un qualcosa in più da poter "scambiare" con merci non necessarie (superflue) alla vita della comunità, la stessa non è povera. Questo non significa che sia ricca - concetto, questo, molto relativo perché dipende dalle aspettative della popolazione che a loro volta dipendono dal tipo di cultura - ma semplicemente che non ha bisogno di dipendere da altri per il suo sostentamento e perciò non è povera.
Comunità di questo tipo si trovano sia in Africa, America Latina e Asia; appartengono a diversi tipi di cultura ma hanno tutte la caratteristica di vivere a contatto con la natura e di sfruttarla quel tanto che basta loro per vivere e commerciare. Ciò non significa che vivono alla giornata, anchesse si basano sull'immagazzinaggio dei prodotti, in modo particolare il cibo. Alcune praticano, come attività principale, la pastorizia, altre l'agricoltura, altre ancora sia l'una che l'altra.

Tutte queste culture, oggi, sono in pericolo di estinzione a causa della "necessità" dei paesi sviluppati di procurarsi il cibo e materie prime e che, per far ciò, intervengono sui territori senza rispettare le culture preesistenti, e questo è risaputo.
Quel che lascia perplessi è il pericolo che, queste comunità, corrono a causa dell'interessamento di organizzazioni che, con l'intento di salvaguardarle, in effetti ottengono il risultato opposto portando loro la cultura "occidentale" e, di conseguenza, preparandole a rinunciare alla loro. Questo avviene perché anche queste organizzazioni operano nella convinzione che l'unica soluzione, per le comunità autosufficienti, sia quella di adeguarsi (integrarsi) ai modelli occidentali. Tutto ciò avviene con l'intenzione, dichiarata, di salvaguardia delle diversità culturali e di quelle ambientali.

In questo contesto, la frase riportata sopra, se riferita ai governi, non risulta contradditoria perché è parte di un programma internazionale di divisione del territorio e conseguente colonizzazione; risulta ingannevole più che contradditoria se riferita alle organizzazioni genericamente dette umanitarie.

Chiaro che non mi riferisco a organizzazioni tipo medici senza frontiere o croce rossa che operano nel solo ambito del soccorso..

 
BAMBINI SCHIAVI
post pubblicato in COMMENTI, il 16 ottobre 2009


http://www.giornalettismo.com/archives/39320/il-piccolo-circo-degli-orrori/

Bambini soldati, bambini che chiedono la carità, bambini per pedofili, bambini per organi e BAMBINI DA CIRCO. Che esista la tratta di esseri umani, inclusi i bambini, lo sapevamo già, che questi bambini vengano esibiti nei circhi come animali, forse no.
La tratta di questi bambini, che vengono comprati, o rubati, dai trafficanti ai genitori per poche sterline avviene in Nepal, paese dove solo di recente la il governo a reso criminale l’uso di questa pratica.
In molti casi, la tratta avviene con il consenso dei genitori stessi che, spinti dalla miseria e imboniti dai trafficanti con promesse di un futuro migliore per i figli, sembra vi sono costretti; questo, però, non può giustificare da solo la tragedia di tanti ragazze/i. Affinché un genitore arrivi a tanto, ci deve essere, necessariamente, nella cultura che lo permette, un degrado totale dei rapporti all’interno delle famiglie stesse, affinché i figli diventino “merce di scambio” anziché “investimento per il futuro”, presuppone che in quella società sono venuti meno le basi stesse della società.
Da sempre, la famiglia, in tutte le culture, rappresenta la base sociale e i figli il futuro del popolo stesso in cui nasce; può succedere che la famiglia venga interpretata in modi diversi, in ogni caso però non viene messa a rischio “eliminandone i naturali eredi” declassandoli a pura merce. Affinché una cultura sopravviva, ha bisogno della continuità che, appunto, è rappresentata dai figli.
Ciò che succede in Nepal e in altre parti del mondo, rappresenta un sintomo del degrado socio/culturale di quelle popolazioni causato dal degrado economico a cui sono state sottoposte. Degrado causato dai drastici cambiamenti avvenuti a causa di radicali cambiamenti nei rapporti economici a cui la popolazione è costretta ad assistere passivamente e di cui non ne recepisce i meccanismi.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 16/10/2009 alle 17:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Padania, stranieri o italiani?
post pubblicato in COMMENTI, il 22 agosto 2009



Breve considerazione: Bossi e compagni, come "presunti" cittadini della "padania" (nazione (?) tutta da verificare) sono, in Italia, degli stranieri a tutti gli effetti; essendo nati qui sono da considerare come i figli degli emigrati nati in Italia, o almeno, come la lega vorrebbe fossero considerati.
Il fatto che siedano in parlamento, dimostra che in Italia sia possibilissimo dare, agli stranieri residenti, sia il voto che la possibilità di essere rappresentati, proprio loro ne sono un esempio; inoltre, visto l'impegno profuso dalla lega per modificare l'assetto geopolitico dell'Italia tentando di instaurare (dal nulla) un popolo mai esistito - autori famosi come Alessandro Manzoni scrisse sempre in italiano e i moderni , tipo l'attore Pozzetto, recita in italiano, senza parlare della grande varietà di dialetti esistenti in pianura padana -, non si capisce come mai se la prendano con i mussulmani che vorrebbero vivere secondo le loro tradizioni, senza peraltro influire direttamente sulle tradizioni italiane che , comunque, sono state già modificate dal benessere instauratosi negli ultimi decenni.
Dunque, da una parte vorrebbero imporre al popolo una loro visione sociale tutta locale, dall'altra vorrebbero impedire a popoli ben definiti di esprimersi liberamente.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 22/8/2009 alle 22:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Il perché della rinuncia
post pubblicato in COMMENTI, il 22 agosto 2009


monica giuliato DIRITTO ALLA RETE COMMENTO AL SUO POST
Commento al post di Monica Giuliato: "ogni tanto (sempre troppo poco) si legge ancora qualcosa di interessante, sulla carta stampata." su, diritto alla rete.

"Quando una persona si lamenta, significa che non condivide il suo status".
C'è il vuoto, è vero. La gente non è più la massa "informe" che si muoveva negli anni 60-70-80, scendeva nelle piazze, si lamentava ma, allo stesso tempo rivendicava, anzi, pretendeva con scioperi ciò che gli era dovuto cioè: salari adeguati e paritari - anche tra nord e sud - , sicurezza sul lavoro e del lavoro, libertà tra sessi, sanità, casa, ecc.; oggi, come dici tu, le persone sono più rivolte al privato, ad una dimensione personale della società, dove, il "pubblico", è pregato di rispettare le esigenze del singolo, di non invadere la sua sfera con richieste che possano limitare le sue libertà che ritiene acquisite definitivamente.
Dunque, le azioni volte a migliorare la vita, che hanno caratterizzato la nostra epoca, oggi, specialmente nei giovani, sono rigettate perché, ormai, si ritiene che abbiano svolto il loro ruolo.
Questo però lascia un vuoto. L'impegno, profuso in quegli anni, significava anche schierarsi pro o contro, significava aderire a qualcosa di organizzato che permetteva all'individuo di esprimere il proprio disagio, e lottare per superarlo, o di mantenere lo status raggiunto; il tutto era legato ad esigenze individuali che si identificavano tra di loro, cioè la mia esigenza è uguale alla tua, pertanto uniamoci.
Questo succede anche oggi. Di diverso c'è che, da una parte sono cambiate le esigenze, dall'altra, è il mercato stesso ad avere necessità che ad usufruire dei vantaggi materiali siano sempre più individui, questo a creato una situazione dove gli individui, avendo a disposizione i mezzi (lavoro, mutui, ecc) necessari per soddisfare le loro esigenze, si sono adeguati al sistema senza accorgersi che è lo stesso sistema ad aver creato il sistema.
A quanto detto, va aggiunto l'insoddisfazione della popolazione verso la politica dopo la storia di tangentopoli e la caduta dei miti su cui si basava l'impianto ideologico, specialmente nei giovani.
L'insoddisfazione e l'assenza di miti, aggiunti ad uno status ritenuto ottimale, ha significato un deterioramento dell'impegno nella politica.
E' in questo contesto che andrebbe letta la rinuncia degli italiani alla partecipazione diretta.
Specialmente per quanto riguarda il vuoto lasciato dalle ideologie. Cosa rimane oggi di esse? c'è ancora qualcuno col coraggio di affrontare i problemi analizzandoli con i metodi dell'ideologia?
Sicuramente si, però la grande massa non fa più riferimento ad essi, guarda più a singoli personaggi, a ciò che propongono, e più la proposta riguarda l'immediato, più viene accettata. Sembra quasi che l'ideale di un futuro migliore interessi solo pochi nostalgici che vengono subito definiti "conservatori", quasi ad indicare che la difesa del progresso significhi regresso, mentre i delatori del progresso si fanno passare per progressisti.
Naturalmente, in questo centra anche la televisione che, attraverso programmi, fatti passare per culturali, ha creato nella gente la convinzione che per progredire si debba necessariamente avere successo.
Ti chiederai: ma in tutto questo, cosa centrano le donne?
C'entrano nel momento in cui, anch'esse, fanno parte dell'insieme. Anch'esse, in passato chiedevano le stesse cose, dal punto di vista femminile, e anch'esse, oggi, si trovano a condividere il benessere diffuso, o quello che si ritiene tale.
Le lotte che in passato hanno caraterizzato il movimento femminista/femminile, si basavano su richieste in parte soddisfatte in parte no; sono soddisfatte quelle richieste basate sulla partecipazione al benessere, la libertà di costumi e diritti come divorzio e aborto; non sono soddisfatte ( a parte eccezioni ) quelle basate sulla partecipazione attiva alla vita politica o dirigenziale.
Ma come detto sopra, oggi si ritiene più importante il successo personale, anzi, constatare, prendendo l'esempio da chi ce l'ha, che le donne possono averlo.
Tutto ciò non crea però un senso di certezza, come vogliono farci credere; il benessere, come stiamo constatando oggi con la crisi, non è cosi scontato, esso dipende da fattori che non ci è dato di controllare se non attraverso quei meccanismi che, in passato, agivano proprio in questo senso (sindacati) e che oggi, il potere, cerca di snaturare, con l'intento di creare un sistema clientelare di contatto tra cittadino e potere, facendoli diventare dei semplici organismi di collegamento; mentre il successo, di per se effimero, che viene presentato come un qualcosa di raggiungibile da tutti e portatore di libertà incondizionata, è sempre più evidente la sua natura di sudditanza al potere (e questo vale, senza offesa, in massima parte per le donne ).
"La gente si lamenta, ma mancano i riferimenti in grado di dare loro quelle certezze necessarie per muoversi".
francesco


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 22/8/2009 alle 20:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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