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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Il nuovo corso dell’immigrazione: islamisti sui barconi.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 17 aprile 2015


 Un barcone parte dalle coste libiche con a bordo persone di due religioni: cristiana e musulmana. Un diverbio, una discussione che sfocia in lite; disperati che rischiano la vita per allontanarsi dalla guerra entrano in conflitto in un luogo ancor più pericoloso della guerra stessa; in mezzo al mare, la dove non ci sono appigli a cui aggrapparsi,persone a cui chiedere soccorso. Si è soli con se stessi e i pochi compagni di viaggio che, però, non condividono la promiscuità di due religioni simili eppur diverse nel loro divenire. Entrano in conflitto, dunque, ed è violenza. Ad avere la peggio sono i cristiani che vengono gettati in mare a morire.

Secondo le testimonianze dei cristiani che, una volta tratti in salvo, hanno denunciato i musulmani dell’atroce delitto, il tutto sarebbe successo a causa dei musulmani. Bisognerà, comunque aspettare la conclusione dell’indagine per sapere la realtà dei fatti, sempre che si riesca a ricostruirli per definire le responsabilità dell’accaduto. Sembra anche che i cristiani, se non si fossero difesi formando una catena umana per evitare di essere buttati tutti a mare, sarebbero di fatto finiti a mare tutti.

“Una guerra di religione” viene definita dai giornali. Può darsi; bisognerebbe sempre, però, prima di azzardare definizioni,cercare di guardare l’evento dal punto di vista delle idee, ovvero, due idee,due modi di intendere la società e la vita stessa.

Questo fatto da un’idea molto chiara dell’attuale immigrazione dai paesi musulmani. Se da una parte continuano ad arrivare persone in cerca di una vita migliore, dall’altra sta iniziando a prendere forma la migrazione islamista, ovvero, persone che, pur fuggendo dalle guerre e dalla miseria, sono in conflitto con l’occidente e la sua cultura che, oltre ad essere religioso/cristiana, è anche atea e laica, ovvero, blasfema perché disconosce dio e la sua legge. Dunque, l’immigrazione attuale sta cercando di convogliare persone che potrebbero, se non lo fanno già, condividere l’islam radicale – non tanto quello islamista, quanto quello di paesi musulmani alleati all’occidente ma che praticano la legge islamica.

Questo, unito alla tendenza umana di allinearsi,in caso dell’acuirsi dei rapporti tra le diverse idee, con l’idea che più li rappresenta - mi riferisco ai cosiddetti musulmani moderati che hanno invaso l’Europa nel corso degli ultimi decenni. Questi musulmani, all’apparenza propensi alla convivenza pacifica, non sceglieranno mai, in caso di conflitto con l’occidente,di schierarsi contro l’islam, anche radicale.

Si è già visto con i figli di immigrati che, con l’acuirsi della lotta nel mondo musulmano, hanno scelto il campo fondamentalista dell’Isis recandosi a combattere al loro fianco. Si vede anche in Italia con le loro pretese di modificare le tradizioni locali pretendendo, non solo il riconoscimento ufficiale e il rispetto della loro fede ma anche la pretese di eliminare dai luoghi pubblici i simboli a noi congeniali; il tutto sfruttandola libertà e i diritti di tutti.

Dunque, alla luce dei nuovi fatti, sarebbe opportuno porre un freno e delle regole ben precise sia all’immigrazione che al loro soggiorno in Italia perché, se non lo si è ancora capito, queste persone, i musulmani, intendo, non hanno nessuna voglia, ne di integrarsi – a parte il fatto che integrarsi significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni qualora sono contrarie o non conformi a quelle del paese ospitante -, ne di convivere pacificamente considerando il loro comportamento nei confronti degli stranieri nei loro luoghi d’origine.

Comunque, il punto più importante rimane la scelta che faranno in caso dell’acuirsi delle tensioni che, sicuramente, sarà l’adesione all’idea che più rappresenta il modo di intendere la società umana.

Ci sarebbe un’altra cosa da chiarire: gli europei hanno lottato duramente contro l’oscurantismo religioso per avere quella parvenza di benessere che hanno, potrebbero farlo anche loro; perché allora non rimangono nei loro paesi a lottare? 

Un marocchino viene aggredito a sangue e finisce in ospedale da un italiano.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 17 marzo 2015


Giorni fa si è parlato di un marocchino che, a Terni, aveva aggredito a bottigliate un giovane italiano uccidendolo. Ieri è successo il contrario a San Severo, foggia; un italiano ha aggredito un marocchino spedendolo in ospedale con prognosi riservata. Due atti esecrabili dal momento che le azioni violente vengono usate contro sconosciuti, a parte la nazionalità.

Dove sta il problema di tanta violenza?

Cercarlo nell’attuale situazione internazionale che vede il mondo musulmano in fibrillazione sia internamente che esternamente; con l’Isis che minaccia in continuazione l’occidente e i gruppi islamici fondamentalisti che prendono di mira tutto ciò che non aderisce alla loro visione del mondo,sarebbe dare troppo peso ai fatti in se che potrebbero anche essere determinati da situazioni stressanti personali.

Potrebbero, ma non è detto che non dipendano proprio dalla paura che si sta diffondendo nelle popolazioni occidentali visto i metodi usati dai fondamentalisti islamici e che vengono emulati anche da immigrati senza essere per questo parte della strategia fondamentalista; i cosiddetti cani sciolti.

Hanno un bel da dire i nostri politici che da noi il pericolo terrorista non c’è o è minimo, che il governo sta facendo di tutto per evitare l’entrata in Italia dei terroristi. Belle parole ma che non convincono nel momento in cui i potenziali terroristi sono già in Italia.

Ha un bel dire il papa che la violenza non va contrastata con altra violenza ma che bisogna cercare il dialogo con quella parte dell’islam “pacifico”.Belle parole anche queste ma che, purtroppo, si scontrano con una realtà sempre più inaccettabile dalla popolazione nel momento in cui, sotto certi aspetti,vengono messi in discussione i suoi diritti, la sua cultura e le sue tradizioni proprio da coloro che ospita.

Perché il problema sta proprio nell’immigrato musulmano che pretende che gli venga riconosciuto lo stesso diritto alla libertà di cui godiamo noi. Diritto che potrebbe comportare lo sconvolgimento della nostra cultura e tradizione. Questo, non nel senso di un divenire, spontaneo,musulmano del popolo italiano, quanto nel divenire musulmana la nostra legislatura e, di conseguenza, la società e noi stessi contro il nostro volere.

È risaputo l’odio che i fondamentalisti nutrono nei confronti della nostra civiltà, sia essa laica che religiosa. La dimostrazione di ciò sono le notizie che arrivano di attentati in due chiese in Pakistan e la distruzione di chiese e simboli cristiani da parte del califfato in Iraq, nonché delle esecuzioni di civili occidentali.

Di fronte a tanta violenza fisica e mediatica – non dimentichiamoci dei video che l’Isis usa per diffondere le sue azioni più cruente e dove vengono proposte immagini di esecuzioni capitali con taglio della gola eseguite anche da ragazzi – la rabbia non può che salire, e continuare a parlare di “islam pacifico” e “islam violento” è fuori luogo. Prima di arrivare a ciò bisognerebbe verificare la disponibilità pratica dei musulmani residenti in occidente al rispetto delle nostre leggi; tenendo in considerazione che nei loro paesi d’origine, anche quando sono “moderati”, il residente straniero deve rispettare le loro leggi e tradizioni e non può avanzare richieste di modifica delle loro leggi e tradizioni. Da qui la necessità di una seria e continua verifica della loro disponibilità. Uno straniero può naturalizzarsi italiano solo se dimostra di accettare il nostro modo di vivere senza pretese di modificare le nostre leggi per rendere “costituzionalmente legale” il suo modo di vivere che porterebbe l’Italia, non a una condizione di multiculturalismo ma ad essere culturalizzata da altri. 


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permalink | inviato da vfte il 17/3/2015 alle 15:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il ministro Gentiloni propone un intervento in Libia per fermare l’immigrazione; e l’Italia entra nel mirino dell’Isis:
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 16 febbraio 2015


La libertà di espressione ha valore se si rispetta l’altro. In termini di immigrazione, ogni individuo che si insedia in un paese straniero deve adeguarsi alle leggi, tradizioni e abitudini del paese ospite”. Questo dovrebbe essere il primo principio in una eventuale costituzione dei popoli perché se: “Ogni popolo ha il dovere di assistere il migrante, questi ha il dovere di portargli rispetto”. E come si porta rispetto all’ospite se non “rispettando le sue leggi, le sue tradizioni e abitudini?” 

Corriere della sera

Dopo l’intervento del ministro Gentiloni in merito all’avanzata dell’Isis in Libia,l’Isis ha messo l’Italia tra i paesi nemici dello stato islamico. Lo dice l’Isis in un comunicato al radiogiornale   ufficiale dell’Isis, diffuso dall’emittente al Bayan da Mosul nel nord dell’Iraq:Gentiloni, dopo l’avanzata dei mujaheddin in Libia, ha detto che l’Italia è pronta aunirsi alla forza guidata dalle Nazioni atee per  combattere lo Stato islamico”.

Dunque, che l’Italia faccia parte dei paesi nemici dell’Isis non è una novità, visto che

lo stesso ha affermato più volte che metterà la sua bandiera sul vaticano. 

La novità, invece, è la presa di posizione dell’Italia. Ha cominciare Renzi che, in merito all’ultima tragedia nel mediterraneo, e relative polemiche a livello europeo e italiano, ha affermato che il problema non è Triton o mare nostrum, ma la Libia perché è dali che partono i migranti. Renzi non fa cenno ad azioni di guerra, perciò l’affermazione di Gentiloni è una interpretazione dell’idea del premier.Sbagliata o giusta che sia come Interpretazione delle parole del premier, parte comunque dalla convinzione che, per fermare “l’avanzata” migratoria bisogna intervenire alla fonte. 

L’idea dell’uso della forza nasce dalla convinzione che il tentativo dell’Onu di pacificare le parti in lotta libiche è fallito e, pertanto, un intervento militare in Libia per mettere ordine nello stato che, tra l’altro, Gentiloni ritiene fallito, si rende necessario data l’attuale situazione di grande confusione e caos che sta facendo il gioco del fondamentalismo permettendo l’avanzata dell’Isis sulle coste del mediterraneo (non bisogna dimenticare che anche in Egitto i fratelli musulmani stanno operando per destabilizzare il sistema egiziano basato sulla separazione tra stato e religione). Gentiloni ha però affermato che un intervento è possibile solo sotto il controllo Onu.

La presa di Sirte pone il problema, che va ad aggiungersi a quello dei migranti, di avere il nemico ai confini. E di nemico si tratta, e non tanto per l’affermazione propagandistica di mettere la bandiera sul vaticano, quanto per la determinatezza dei fondamentalisti musulmani di allargare il proprio dominio in base alla convinzione che l’islam è stato scelto da dio come affermazione della sua volontà e, pertanto, l’islam deve essere esteso a tutta l’umanità anche con la forza. Inoltre, dalla Libia partono anche gli oleodotti e i gasdotti verso l’Europa.

Dunque, ci stiamo addentrando in una situazione di crisi nei rapporti tra occidente e mondo islamico nel suo insieme. Questa crisi, però, in parte l’ha voluta anche l’occidente sostenendole cosiddette “primavere arabe” che di primavere avevano solo il nome perché la realtà è risultata ben diversa. E non si tratta solo dei soliti intrallazzi internazionali per lo sfruttamento a basso costo delle risorse energetiche quanto dell’aver abbattuto due regimi (Iraq e Libia) che, in fondo,ostacolavano l’insorgere di una forza Jihadista ben organizzata figlia diretta di Al Qa ida dove, tra l’altro, la popolazione era abbastanza libera rispetto a certi alleati dell’occidente, tipo Arabia Saudita, dove è in vigore la legge coranica. Senza poi contare che la dove le primavere arabe vincenti hanno permesso libere elezioni, la popolazione ha scelto un qualche partito islamico - sconfessando i fautori laici della primavera – ed ora stanno tentando di inserire nella costituzione, appunto, la legge coranica; il che significa dare spazio al fondamentalismo. Un esempio è l’Egitto dove il leader dei fratelli musulmani, dopo essere stato eletto, ha,da subito, tentato di modificare la costituzione, scritta dai militari prima delle elezioni, inserendovi la legge coranica. L’abbattimento dei due regimi ha contribuito alla crescita di un islam fondamentalista dato che la popolazione si è rivelata più propensa a scegliere governi in linea con la legge coranica.Anche al di fuori della primavera araba si riscontrano le stesse scelte popolari. Nelle ultime elezioni turche ha vinto il partito musulmano che,appena arrivato al potere, ha cambiato la costituzione inserendo la legge coranica. Ma la cosa viene da lontano quando il leader dell’opposizione in Iran, l’ayatollah Khomeini, fu rifugiato e protetto in Francia e da li poté organizzare la sua rivoluzione anti occidente. Un caso strano dato che lo scià di Persia era filo occidentale e aperto alla democrazia.

Questo, però, non significa accettare l’avanzata del fondamentalismo, anzi, se errori ci sono stati,bisogna correggerli. Non significa neanche prendersela con quegli interessi particolari che gestiscono l’economia mondiale perché quella del fondamentalismo non è una guerra economica, di territorio, ma una guerra di civiltà tra due modi diametralmente opposti nell’interpretare il mondo che ci circonda. Una guerra dove i contendenti hanno le stesse responsabilità ma dove,attualmente, l’uso della forza senza nessuna regola e a oltranza è patrimonio di uno solo dei due: i fondamentalisti. Ed è a questi che va rivolta, a nostra volta, l’uso della forza nella misura in cui veniamo realmente minacciati.

Un altro errore, non meno importante degli altri, che si sta facendo ad oggi, è ritenere l’islam solo una religione quando, invece, è ben altro. Certo, l’islam è anche una religione, ma porta con sé, oltre a una filosofia basata sulla violenza, anche l’unità tra stato e religione, ovvero, lo stato è tutt’uno con la religione che ne detta i fondamenti. Questo fa dell’islam una società totalitaria data la loro propensione all’universalismo religioso, ovvero, ritengono la religione fondamentale anche per lo “sviluppo sociale”, o stasi sociale?. Inoltre, questo lo rende un interlocutore inaffidabile per le democrazie laiche occidentali dato che esse si basano sulla separazione e non ritengono la religione fondamentale per lo sviluppo sociale. Eppure, i nostri governanti continuano a dividere l’islam tra violenti e pacifici quando il problema è all’interno della filosofia dell’islam stesso.

A questo punto, come un serpente che si avvita su se stesso, si torna all’immigrazione che sta portando il popolo islamico in giro per il mondo. Un popolo convinto di essere il portatore della verità assoluta. Un popolo che, al di la di divisioni temporanee sul metodo, ha in comune la volontà di espandersi. Pertanto, che sia fondamentalista o moderato, non cambia il suo obiettivo.

  

Estremismo islamico, Bordonali (Lega): paura al Nord, governo blocchi immigrazione clandestina
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 21 gennaio 2015


Lombardia:  Le parole di Simona Bordonali,assessore leghista alla Sicurezza e Immigrazione della Regione Lombardia, ritornano sul problema immigrazione nei termini che da sempre sono il leitmotiv della lega e che dopo i fatti di Parigi prendono tutt’altro significato rispetto al passato.

La Bordonali sostiene che: "Negli ultimi giorni si sono registrati fenomeni preoccupanti in Lombardia in materia di estremismo islamico. Prima è stato ritrovato, nella casa milanese di un tunisino, un manuale per l'arruolamento di combattenti da mandare nei teatri di guerra;successivamente i Ros hanno individuato un reclutatore che viveva tra Varese e Milano e infine abbiamo scoperto che un'altra cittadina italiana, di origini magrebine, è stata arruolata dall'Isis".- "Si tratta di una situazione preoccupante su cui il governo italiano non sta dando risposte adeguate. Le parole del ministro Alfano, il quale ha dichiarato di aver disposto solo nove espulsioni in più di un mese, non ci lasciano tranquilli. Occorre bloccare immediatamente i flussi migratori in entrata ed espellere tutti coloro che sono potenzialmente pericolosi. Sarebbe inoltre opportuno in vista di Expo,come suggerito dal presidente Roberto Maroni, sospendere il Trattato di Schengen finché non avremo pieno controllo dei confini nazionali. Dobbiamo mostrarci forti nella lotta al terrorismo, per evitare di sembrare il ventre molle dell'Europa in materia di contrasto all'estremismo islamico". Effettivamente, le parole della Bordonali rispecchiano l’attuale incertezza generale europea sulla situazione venutasi a creare dopo i fatti di Parigi. Una situazione che, peraltro, la lega ha da sempre previsto;la possibilità di ritrovarci in casa l’islam con tutto ciò che ne consegue. Ovviamente,la lega, quando parla di extracomunitari, si riferisce a chiunque non sia comunitario – e questo non è condivisibile -, in modo particolari agli immigrati del mondo musulmano – e questo, oggi come oggi, è condivisibile – portatori di istanze agli antipodi della nostra cultura.

Su una cosa però sbagliano; la sospensione del trattato di Schengen comporterebbe la limitazione della circolazione degli individui e delle merci europee, in pratica si tornerebbe alle dogane, e questo sarebbe un danno per tutti.

Su una invece non concordo perché la trovo poco convincente;va bene bloccare il flusso migratorio in entrata dai paesi musulmani, ma l’espulsione dei “potenzialmente pericolosi” sembra alquanto blanda poiché, come succede sempre, ritornano da clandestini.

Inoltre, non basta bloccare i flussi poiché sul territorio vivono già milioni di musulmani, e molti, ormai, sono anche di seconda generazione,come i due fratelli dell’attentato di Parigi che sono nati e hanno studiato in Francia ma che non si sono integrati – probabilmente, come loro ce ne sono molti altri. Milioni di musulmani potenzialmente pericolosi non solo perché possono aderire ai movimenti fondamentalisti, ma proprio perché musulmani. Quello di cui nessun politico europeo riesce a convincersi è lo sviluppo che sta prendendo la lotta dei musulmani che ha sempre più le caratteristiche di una lotta di civiltà. Questo non riguarda solo l’estremismo ma anche il mondo musulmano moderato secolarmente in contrasto con l’occidente, anche quando è alleato. Pertanto ogni precauzione contro l’infiltrazione dei terroristi – che poi sarebbe più realistico definirli militari – non serve a nulla se si continua a dividere i musulmani in estremisti e moderati perché anche il moderato ha come fine l’universalizzazione dell’islam. È il moderato che, alla fine, sfrutterà l’avanzata dell’islamin Europa per chiedere sempre più diritti, incluso quello di formare un partito musulmano e partecipare alle elezioni; e da lì a modificare la legislatura il passo è breve.

Vietato il presepio a scuola. Ovvero, come conquistare l’Italia.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 7 dicembre 2014


Un tema che si sta rinnovando di frequente è quello dei simboli a scuola; anche nelle ricorrenze religiose. Ovviamente, avendo l’Itali a una cultura religiosa prevalentemente cattolica, pertanto, anche tradizioni cattoliche o, comunque, di radici cattoliche, le manifestazioni cattoliche sono frequenti e coinvolgono ogni aspetto, luogo e età della vita. Succede però, che a causa della presenza sul territorio nazionale di etnie di diversa estrazione religiosa e con tradizioni diverse, e per la volontà di integrare queste minoranze nella vita del paese, sta avanzando la tendenza a limitare le manifestazioni legate alla tradizione religiosa cristiano/cattolica in luogo pubblico e l’esposizione dei simboli a esse collegate, fulcro della cultura di milioni di italiani; anche non religiosi.

Si sta cercando, insomma, di limitare la libera espressione delle tradizioni del cattolicesimo. Quel che lascia perplessi è che questo limite venga imposto dalle strutture pubbliche italiane come la scuola.

Succede che, all’istituto De Amicis di Celadina a Bergamo, il preside vieti di allestire il presepe nell’aula perché: “La scuola pubblica è di tutti e non va creata alcuna occasione di discriminazione. In classe ognuno può portare il proprio contributo, ma accendere un focus cerimoniale e rituale può risultare soverchiante per qualcuno, che potrebbe subire ciò che non gli appartiene. Non sono l’anticristo, ma questo è l’orientamento che ho dato all’Istituto da otto anni, quando sono arrivato qua”. E ancora: “La favoletta che la cultura europea è figlia di tante cose, tra cui il cristianesimo, non sta più in piedi. A scuola non ci devono essere simboli che dividono”. Insomma, stando al preside, il fatto che una comunità sia formata da diverse culture indica la necessità di limitarne le loro espressioni.

Niente di più sbagliato e assurdo. se si considera che l’indirizzo prevalente è quello dell’integrazione delle culture immigrate.Se per integrazione s’intende che l’immigrato, portatore di altra cultura religiosa, deve integrarsi nella cultura esistente in un dato posto, casomai dovrà essere egli a dover rinunciare a parte delle sue manifestazioni che possono essere ritenute offensive e discriminatorie verso la nostra cultura (si veda, in tal senso, la tradizione di certi musulmani, ma non solo, a trattare la donna come merce e a imporre a essa comportamenti ritenuti offensivi della dignità e dei diritti dell’individuo – matrimoni combinati, copertura del corpo da capo a piedi, impossibilità di una vita sociale ecc. – nel mondo occidentale).Dunque, a doversi integrare in altra cultura deve essere l’immigrato. Ma per fare ciò deve, innanzitutto, recepire sia la nostra cultura –che comunque non è solo cattolica perché include anche altre forme di cristianesimo e altre religioni come l’ebraismo. Inoltre sono presenti anche culture diverse e non religiose come il socialismo, comunismo e ateismo - sia le nostre tradizioni che fanno riferimento alle varie culture presenti. Pensare, per fare spazio alle nuove culture, di limitare quelle tradizionali significa far pagare alla cultura e tradizione italiana il maggior costo dell’integrazione. Non solo,così facendo si andrà incontro alla distruzione e, pertanto, alla conquista dell’Italia delle culture immigrate.

Pertanto, limitare la libera espressione della nostra cultura è fuorviante rispetto al problema dell’integrazione perché, così facendo, si finirà col dover essere noi italiani a doverci integrare. Il che è assurdo!

famiglia marocchina picchia la figlia perché "troppo occidentale"
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 23 novembre 2014


Unaragazzina, di origine marocchina di quindici anni, viene presa a pugni e aschiaffi dal padre e dai due fratelli perché ritenevano che si comportasse troppo“all’occidentale”; la ragazza trova il coraggio di chiamare la polizia.

Afar esplodere la violenza sembra sia stato un giro fatto ad un centrocommerciale in compagnia di un suo amico connazionale.

Iresponsabili della violenza sono stati denunciati ma non arrestati; “non cisono gli estremi per un arresto” ha detto il Claudio Cagnini responsabile dellamobile di Forlì e, pertanto, questi signori sono a piede libero in attesa delprocesso. Tra l’altro, sembra che la ragazzina sia stata picchiata anche inpassato.

 

Questadella contrarietà all’occidentalizzazione delle figlie è, ormai, una cosa chesi sta ripetendo e sempre viene usata la violenza; anche fino a uccidere.

Certo,per quanto riguarda la violenza sulle donne, noi italiani, anche se per motividiversi, ma non troppo, non è che scherziamo. Questo caso, come altri, peròmette a nudo la volontà degli immigrati a mantenere ferma la loro cultura,ovvero, a non lasciarla inquinare da quella occidentale, nello specifico,quella italiana, pertanto, a rifiutarla. La conseguenza di questo comportamentoè il rifiuto delle leggi nazionali.

Unriferimento per valutare tale rifiuto può essere la religione con i suoi riti etradizioni. La maggior parte sono musulmani o, comunque, aderenti a religioniche non ammettono molti dei comportamenti occidentali; in modo particolarequelli che riguardano i diritti delle donne. Questo perché in molti paesi, lepopolazioni, anche la dove le leggi non lo permettono, continuano a praticareuna sorta di apartheid contro le donne in base a leggi arcaiche e tribali. Inoccidente la parificazione tra maschi e femmine è a buon punto e si cerca intutti i modi di eliminare anche quel rimasuglio di razzismo ancora purtroppoesistente.

Però,di questo, non si può dare la colpa ai politici poiché queste persone agisconoal di la degli interventi sull’integrazione rifiutandoli; ovviamente non si puòincludere la totalità degli immigrati; non tutti sono uguali e non tuttirifiutano l’integrazione.

Stadi fatto, però, che questi comportamenti si manifestano nell’ambito familiare enon è possibile quantificarli data la loro natura violenta; non sempre isoggetti colpiti si rivolgono all’autorità denunciando quelli che per noi sonosoprusi.  

Unacosa, comunque, è certa: uno stato non può permettersi di lasciare libere,anche se a piede libero in attesa di processo, persone che si sono macchiate diviolenza nei confronti dei minori. Bisogna rammentare al responsabile dellamobile di Forlì almeno due cose: primo, se fosse un italiano sarebbe dentro egli verrebbe tolta la custodia della figlia. Secondo, questi signori hannoagito in spregio alle leggi italiane.

Concludendo,tutto l’impianto legislativo sull’integrazione fa acqua da tutte le parti econtinuerà a farla dal momento che non vengono prese drastiche misure perimporre la legge italiana a tutti; il due pesi due misure non giova a nessuno,ne agli italiani ne agli stranieri. Non si tratta di bloccare l’immigrazione madi regolarla avendo come presupposto la conoscenza della nostra cultura.


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permalink | inviato da vfte il 23/11/2014 alle 12:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I politici italiani di fronte alle tragedie umane in generale e a quella dei clandestini in particolare
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 24 ottobre 2013


La repubblica

Contestazioni alla cerimonia commemorativa delle 366 vittime della tragedia dell'immigrazione del tre ottobre tenuta ad Agrigento con la presenza del premier Letta, Alfano e altri politici.

Che i politici facciano "passerella" facendo bei discorsi e tante promesse ad ogni tragedia umana nazionale è  
cosa già vista e rivista e, purtroppo, indegna di un paese democratico. Indegna perché non si possono sfruttare le tragedie umane per mettersi in mostra.
Indegna perché questa volta è diverso; la tragedia non riguarda tragedie italiane ma persone che perdono la vita nel tentativo di sfuggire a un'altra tragedia, persone che lasciano i propri paesi affitti da crisi socio/economiche/politiche croniche determinate dalla politica internazionale e che spesso vivono una situazione di guerra decennale. 
E' diverso perché è la comunità internazionale e la sua politica espansionista ad esserne coinvolta. 
Ma, a quanto sembra, qualche centinaio di morti in fondo al mare mentre cercano una via di fuga alla propria tragedia umana serve solo da richiamo per poter esternare pensieri che altrimenti non avrebbero mai visto la luce, sembra che la politica italiana abbia bisogno di tragedie per poter alimentare il consenso popolare sui temi che ci affliggono perché è certo che la politica in Italia ha perso gran parte del suo fascino agli occhi del popolo e che i politici nell'estremo tentativo di arginare la perdita di consensi sfrutta anche le tragedie umane di ogni tipo.
Ecco che allora tutti accorrono, dai più noti e direttamente coinvolti ai meno noti in cerca di notorietà.
Sembra proprio non possano farne a meno!
Neppure dei bei discorsi possono fare a meno! E allora, parole di cordoglio e condanna, e ci sta pure l'inginocchiamento,  escono dalle fauci come torrenti in piena. Dette proprio da quelle persone che le catastrofi dovrebbero prevenirle - almeno la dove è possibile. Organizzare i soccorsi, se può valere per catastrofi come i terremoti dato l'impossibilità di prevenirli, a poco serve in questi casi perché si limitano solo i danni della tragedia senza rimuovere la tragedia stessa.
Perché quelle parole, dette dai politici e anche dal papa, non servono proprio a niente così come non servono quelle dette dalla lega che con la legge Bossi-Fini ha peggiorato la situazione.
Tutti si sentono rammaricati e promettono mari e monti dopo le tragedie, nessuno affronta il problema dopo che l'emozione del momento è passata. Sembra quasi che quelle parole servano unicamente a far superare al popolo il momento tragico dell'evento con lo scopo primo di farglielo dimenticare una volta superato il primo impatto emotivo.
Si, perché la gente, presa nelle spire della già tragica, in senso generale, quotidianità, dimentica facilmente l'evento. E non per egoismo, disinteresse o menefreghismo. No! Lo dimentica perché i messaggi che ricevono quotidianamente, in particolare dai politici, sono altri. Altri che pur essendo poco reali, la propaganda li rende iperreali. Questo lo si può constatare con il problema della sicurezza interna. Non che non esista il problema. Esiste eccome! Ma non è ne più ne meno importante degli eventi catastrofici in genere. Però del primo si parla quotidianamente, del secondo solo dopo l'evento.  
Si potrebbe pensare che la violenza sociale si manifesta quasi quotidianamente e, perciò, quasi quotidianamente se ne parla, mentre le catastrofi, fortunatamente, no. Questo è vero, va detto però che le catastrofi causano di frequente molti morti contemporaneamente e che la loro soluzione riguarda tutta la società esattamente come la violenza. Questo significa che le catastrofi, sociali o naturali che siano, portano in se gli stessi problemi della violenza. 

Sembra però che i politici italiani non recepiscano il messaggio della tragedia immigrazione. Sembra che l'immane evento che si sta consumando debba riguardare l'Europa e non la comunità internazionale che ne è la causa. Questo modo di vedere la tragedia condiziona fortemente la politica sull'immigrazione che viene incanalata in un ambito strettamente emotivo invece di rendere più agevole l'immigrazione clandestina che il più delle volte riguarda rifugiati politici che fuggono da dittature o profughi da zone di guerra e che, pertanto, nessun accordo internazionale li può aiutare nel loro paese d'origine. 

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permalink | inviato da vfte il 24/10/2013 alle 20:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Calderoli e i diritti umani. L'offesa come pratica razzista.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 24 luglio 2013


Quando un vicepresidente di una delle due camere si prende, in un comizio, la libertà di offendere un ministro significa che l'Italia è allo stremo. Non tanto per il ministro in se ma per ciò che rappresenta.
La frase sopra non è un'esagerazione, no! purtroppo è la realtà! una realtà che fa male ma che, PURTROPPO, è condivisa da troppi italiani; probabilmente in modo trasversale.

E' accaduto a Treviglio, in provincia di Bergamo, che il leghista Roberto Calderoli, attuale vicepresidente del Senato, durante il comizio alla festa della lega, ha fatto affermazioni razziste nei confronti del ministro Cecile Kyenge. 
La frase incriminata è: "Fa bene a fare il ministro, ma lo dovrebbe fare nel suo paese". "Io mi consolo quando navigo in internet e vedo le fotografie del governo". "Amo gli animali, ma quando vedo le immagini della Kienge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango". Una frase indubbiamente forte e offensiva - anche se, a ben guardare, è più giusto se il sig. Calderoli l'avesse rivolta a se stesso - figlia di idee non solo razziste ma anche antidemocratiche, ovvero tipiche di aspiranti dittatori della peggior specie; basti pensare al concetto di inferiorità implicito nella frase. Ma questo è normale per un partito nato all'insegna, appunto, del concetto di superiorità basato inizialmente sulla superiorità della popolazione lombarda - che poi si riduce alla supremazia dei pochi eletti - nei confronti della popolazione del centro sud italiano ma che poi si è allargato a tutto ciò che è diverso, anzi, si può dire anche: a tutto ciò che rappresenta una novità. 
Il razzismo leghista l'abbiamo capito sin dagli albori della sua storia; un razzismo che non si può definire di maniera visto che, gradualmente, ogni qualvolta se ne presenta l'occasione, va a colpire tutto ciò che è diverso sia nell'aspetto che nella cultura dei popoli che via via vengono presi di mira.

In questo contesto, le scuse di Calderoli sono, a dir poco, un'ulteriore presa in giro e offesa del ministro Kyenge poiché, come ha detto lui stesso, si riferiva all'aspetto fisico; come a dire che, se fosse stata di colore diverso, non avrebbe detto una frase simile, il che, di riflesso, ammette che la frase è un'offesa diretta al ministro Kyenge quale persona diversa e, pertanto, non adatta alla carica che ricopre perché portatrice di istanze che, secondo Calderoli, non farebbero parte della cultura italiana; carica che, anche se voluta per opportunità politica, dall'attuale primo ministro, non toglie nulla alla persona che la ricopre poiché la proposta dello ius soli fatta dalla Kyenge - di cui la lega e il centro destra sono decisamente contrari - è anche patrimonio culturale di una consistente parte della popolazione italiana, pertanto, l'offesa è rivolta  anche ai tantissimi che sentono la necessità di dare "una patria" ai figli di immigrati.
Ho già scritto sull'utilità dello ius soli riguardo all'integrazione dei figli di immigrati attraverso l'istruzione nelle scuole italiane che come italiani hanno il diritto (i genitori non possono più rifiutare loro l'istruzione nelle scuole italiane) e il dovere loro stessi hanno come italiani di frequentare le scuole italiane - mi riferisco, innanzi tutto, alla scuola obbligatoria, per quanto riguarda le superiori, ognuno è libero di frequentare la scuola che desidera, statale o privata che sia; in Italia ci sono leggi che regolano la materia e, pertanto, il pericolo che nascano scuole ... "pericolose" non esiste, anzi, il pericolo esiste ora.
Questo porta a pensare che il rifiuto dello ius soli non è altro che il rifiuto dell'integrazione degli stranieri a favore di una pratica migratoria dove vede l'immigrato in posizione di inferiorità nella vita quotidiana.

Inoltre, tornando al caso in questione, che una persona non possa ricoprire una carica di governo perché straniera e diversa, non sta scritto da nessuna parte sia nella costituzione che nella legislatura, pertanto, il sig. Calderoli, sia come cittadino che come vice presidente del senato, dovrebbe essere il primo a dare l'esempio nel rispettare la costituzione. Se il sig. Calderoli non è d'accordo con lo ius soli - cosa di cui nessuno ha da ridire poiché in Italia, grazie proprio alla costituzione, esiste ancora, e al di la di tutti gli attacchi subiti dal centro destra, la libertà di pensiero e di parola - non deve fare altro che usare i canali democratici per contrastare la legge; ma questo, per certa categoria di personaggi politici italiani, è impossibile poiché, come ho detto sopra, oltre a essere razzisti sono anche portatori di istanze antidemocratiche. 

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Cecike Kyenge, tra le priorità cittadinanza ai figli di immigrati.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 7 maggio 2013


Cecile Kyenge, ministra dell'integrazione, pone tra le priorità del governo Letta il diritto di cittadinanza ai figli degli immigrati.  
Già all'inizio delle legislatura il Pd ha presentato alla Camera una proposta di legge che rende più semplice diventare italiani per i figli degli immigrati: ottiene la cittadinanza 
La proposta dice che chi nasce in Italia con almeno un genitore residente da cinque anni e il minore che arriva nel paese e conclude almeno un ciclo scolastico (elementari, medie, superiori o formazione professionale). I firmatari sono Bersani, il ministro Kyenge, il capogruppo Roberto Speranza e il responsabile per i "nuovi italiani" Khalid Chaouki (italo-marocchino).
Una proposta di tutto riguardo non tanto perché in Italia risiedono all'incirca un milione di minori stranieri, ma per il suo contenuto culturale. 
L'inserimento nella legislatura dello ius soli sarebbe un passo enorme in avanti sia per quanto riguarda i diritti che i doveri non tanto dei figli di immigrati (che, comunque, essendo minorenni, devono per forza di cose sottostare alle decisioni dei genitori) quanto per il dovere dei genitori di rispettare la legge italiana riguardo l'educazione dei figli. 
Questo implica che il genitore ha almeno due obblighi importantissimi.
Primo la formazione scolastica nella scuola italiana e di conseguenza lo studio di tutte le materie che vi vengono insegnate, incluse la lingua e la storia d'Italia.
Secondo, il rispetto delle leggi italiane in merito ai diritti dei minori, pertanto, il rispetto della loro aspirazione a vivere secondo il costume italiano qualora ne manifestassero il desiderio.
In questo modo, il minore crescerebbe come italiano pur mantenendo, qualora lo decidesse da adulto, la sua cultura d'origine appresa nella famiglia
Questo gli permetterebbe di inserirsi nella società alla pari e senza discriminazione (a parte le manifestazioni di razzismo che, purtroppo, esistono) nell'attività che andrà a svolgere da adulto.

La fondatezza dello ius soli sta proprio nell'acculturare la persona evitando di spingerla ai margini della società con tutte le conseguenze che ne derivano. Lo ius soli la renderebbe italiana a tutti gli effetti al di la della sua religione perché, crescendo frequentando i suoi coetanei di origine italiana, ne apprenderebbe le usanze e le tradizioni. Inoltre, lo studio della lingua e della storia ( non importa se la storia non è quella dei genitori perché, comunque, l'apprenderebbe da essi) lo porterebbe ad identificarsi nella cultura in cui vive.
E' assurdo pensare che una persona non possa adeguarsi ad altra cultura così come è assurdo vedere nella migrazione l'invasione di culture miranti a sostituire la cultura dominante. Anzi, è proprio la ghettizzazione delle culture immigrate a creare i presupposti di un'invasione.

Pertanto, opporsi all'integrazione passando dallo ius soli può comportare la richiesta di diritti diversi da quelli previsti dalla costituzione italiana o, comunque, pur usando gli stessi diritti previsti dalla costituzione, si corre il rischio che vengano snaturati.
Se prendiamo ad esempio il diritto di professare la religione di appartenenza, in mancanza della cittadinanza e tutto ciò che ne deriva, l'immigrato potrebbe prima chiedere (come già sta succedendo, le strutture adatte magari pagate dallo stato, successivamente chiedere che la religione possa partecipare di diritto - come partito religioso dichiarato - al governo - cioè presentarsi alle elezioni e, se eletto, proporre leggi tendenti alla creazione di uno stato religioso in netta contraddizione con la costituzione che, pur prevedendo la libertà religiosa, propone e attua uno stato laico, cioè, uno stato basato sul diritto civile e non religioso.
Queste richieste non sono fanta politica poiché la richiesta nascerebbe dal fatto che ogni individuo ha il diritto di essere rappresentato e, a maggior ragione, se partecipa al benessere generale lavorando e pagando le tasse.

La proposta della ministra Kyenge è e sarà osteggiata duramente dal Pdl - e ovviamente, anche dalla lega e da tutti i razzisti d'Italia - che vede in essa lo snaturamento dello stato italiano ma che non vede proprio in essa la possibilità di evitare tale snaturamento. 
D'altra parte, non si capisce in quale modo, questi signori, vorrebbero l'integrazione degli immigrati se si ostinano a tenerli ai margini della società. 
In questo modo non si fa latro che negare loro i diritti fondamentali e, pertanto, dare la possibilità a certi imprenditori, di sfruttare la situazione sfruttandoli facendoli lavorare in nero; e questo implica anche una perdita di introiti da parte dello stato. 
Un'altra cosa da considerare è lo sfruttamento politico della situazione degli immigrati: si vorrebbe integrarli stando bene attenti a non risolvere il problema poiché è, e sarà anche in futuro, campo di propaganda politica di parte.
Ecco a chi servono gli immigrati
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 5 maggio 2013


Di immigrati, dei loro problemi e dei problemi legati all'immigrazione sembra non interessi più nessuno. Sembra che con la caduta della lega nord sia finita anche l'emergenza immigrazione; come a dire che fu la lega ad inventarla mentre si è limitata a sfruttarla dando sfogo al proprio razzismo allo scopo di aggregare un sempre più alto consenso.
Eppure di immigrati, i loro problemi e quelli ad essi legati, in Italia ce ne sono ancora, forse più di prima visto che gli sbarchi non sono mai finiti. Ma, si sa, in Italia si parla molto dei problemi reali quando accadono tragedie, poi tendono a cadere nell'oblio.

Cosa c'entrano gli immigrati - si chiederà qualcuno - con tutti i problemi che ci sono, con la disoccupazione in aumento e il precariato che nessuno vuole abolire, la crescita che stagna, o cresce al contrario, le tasse, le riforme ecc., cosa vuoi che c'importi degli immigrati!
Forse ha ragione questo qualcuno, ma leggendo l'articolo su Terrelibere.org e quello su Change.org  sembra proprio che gli immigrati siano a tutt'oggi strettamente legati alla crisi italiana.

Perché? Semplice: sono sfruttati e senza diritti allo scopo di aumentare i profitti delle aziende che li impiegano.
Di solito si parla di aziende che dislocano l'attività in luoghi meno onerosi per quanto riguarda il costo del lavoro e dove pagano meno tasse per le agevolazioni che ricevono dai governi. Ma mai si parla delle aziende che operano in Italia (italiane e straniere) usando lo stesso principio e, dato che in Italia non ci sono agevolazioni, usano altri metodi per diminuire il costo. 
Uno di questi è il subappalto attraverso le cooperative di lavoro dove l'azienda, non pagando il lavoratore perché dipendente dalla cooperativa, si trova esente dalle tasse che sono a carico della cooperativa che, a sua volta, ha agevolazioni particolari fiscali. Il che significa meno soldi nelle casse dello stato.
Inoltre, dette cooperative - come sta succedendo nei magazzini Ikea di Piacenza (27 miliardi di fatturato nel 2012) - si avvalgono di metodi che sfiorano il caporalato basato sul ricatto: se taci e ti adegui, lavori tutti i giorni anche per 14 ore, se hai da ridire, lavori un giorno si due no. Questi lavoratori sono in prevalenza extracomunitari.
Tutto questo significa che gli extracomunitari hanno un ruolo non indifferente in Italia riguardo al mondo del lavoro. 
In Italia, chi non disloca l'attività usa altri metodi per pagare meno tasse o non pagarle affatto. Anche questo si riflette poi sulla crisi.

La coca cola e le arance di Rosarno; guerra di potere sulla pelle dei diseredati.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 27 febbraio 2012


 Terrelibere.org

 
Secondo una denuncia del periodico The Economist, lo sfruttamento dei lavoratori di Rosarno dipende dai prezzi che la multinazionale coca cola applica al succo concentrato delle arance prodotte in Calabria obbligando i produttori a sfruttare al massimo la manodopera e che, perciò, ne sia la causa indiretta.
Sicuramente, la coca cola sta sfruttando una realtà ma, però, è difficile credere che ne sia l’artefice, anche se indiretto. Caso mai sta sfruttando le leggi italiane sull’immigrazione.
Leggi che, invece di regolarizzare l’immigrato, lo rende clandestino, qualora perde il posto di lavoro, pur avendo il permesso di soggiorno, permettendo, così, il suo sfruttamento perché costretto a lavorare in nero.
Non è certo la multinazionale, almeno in Italia, ad obbligare l’assunzione in nero. La causa del fenomeno va ricercata nella struttura socio economica del posto in cui opera, e a cui si adegua.

Detto ciò, va ricordato che, a Rosarno, due anni fa ci fu la protesta dei clandestini contro le condizioni disumane cui erano sottoposti. Proteste che hanno dato origine alla “caccia al negro” e che ha coinvolto parte della popolazione.
Queste proteste, però, non sono hanno prodotto indagini adeguate per eliminare lo sfruttamento dei lavoratori stessi che, dopo i disordini di due anni fa erano stati costretti ad andarsene per poi essere richiamati a lavorare sempre alle stesse condizioni, continuando a percepire stipendi da fame, 20-25 euro al giorno, e a vivere assiepati in strutture fatiscenti per l’impossibilità di pagare l’affitto perché troppo alto o perché sono senza permesso di soggiorno e nessuno vuole rischiare di vedersi requisito l’appartamento..
Ad oggi, la situazione è la stessa anche se l’amministrazione comunale, con associazioni del posto, cerca di arginare il fenomeno.

L’effetto della denuncia di The Economist, però, ha provocato la reazione negativa della coca cola che, dopo aver negato il suo coinvolgimento nello sfruttamento, ha deciso di rompere i contratti con le aziende del posto, mettendo in ginocchio l’economia agricola di Rosarno e dintorni, per salvaguardare la sua immagine.

Concludendo, che gli immigrati siano sfruttati lo si sapeva già senza l’intervento esterno. Sembra, però, che la legge Bossi/Fini, che ne è la causa, sia caduta nel dimenticatoio di quanti sfruttano il momento della disgrazia altrui per poi fregarsene.


Per Beppe Grillo, non ha senso dare la nazionalità ai figli di immigrati.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 25 gennaio 2012



Beppe Grillo, sul suo blog, afferma che: “la cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite”.

Di quali distrazioni parli Grillo non si riesce bene a capirlo. Con tutto il parlare che si fa, oggi, dei provvedimenti del governo e delle manifestazioni, in primis quella dei camionisti che sta mettendo in ginocchio l’economia, di diverse categorie, parlare di distrazione del popolo italiano sulla questione nazionalità significa pensare il popolo come una massa di incoscienti, di persone incapaci di distinguere tra le diverse priorità del paese.
Quello che, però, lascia maggiormente perplessi, è l’affermazione che “la nazionalità a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso”. A dire il vero, non si capisce di quale senso si tratti ma, ipotizzando, si può dire che, Grillo, intenda riferirsi all’integrazione degli stranieri nella cultura laica italiana. Se così fosse, significa che, egli stesso, si trova “dall’altra parte”, dalla parte, cioè, di quelli che identifica giustamente con i leghisti e i movimenti xenofobi “che“crescono nei consensi per paura delle “liberalizzazione delle nascite”. Vale a dire che , per non perdere consensi, bisogna “cavalcare le paure del popolo” anziché creare una cultura capace di accettare attivamente lo straniero.
Inoltre, la frase, essendo scritta da un personaggio pubblico che si presenta come antagonista dell’attuale assetto socio/politico, implica che, in realtà, più che un cambiamento nella gestione sociale - come predicato ufficialmente- si vuole un cambio di potere che non comporta, necessariamente, un cambio nei metodi di gestione sociale.

Questa mattina, in bibblioteca, m’è capitato per le mani un libro di Valeria Scafetta dal titolo: Scarpe nel deserto e e vi ho trovato una citazione di Platone: “lo straniero separato dai suoi concittadini e dalla sua famiglia dovrebbe ricevere un amore maggiore da parte degli uomini e degli dei”. Platone, dunque, già ha cavallo del 400/300 aC, aveva ben presente la situazione degli stranieri.
Strage in Nigeria: fondamentalismo islamico all’attacco dell’Africa occidentale. Diventerà così anche l’Europa?
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 22 gennaio 2012


Corriere della sera
Attacco terroristico a Kano, seconda città della Nigeria. A sferrare l’attacco è stata la formazione fondamentalista islamica Boko Haram collegata al dfondamentalismo islamico di al- Qada.
Gli obiettivi degli attacchi sono stati gli edifici pubblici, stazioni di polizia, centrale dei servizi segreti e l’ufficio centrale per l’immigrazione. Gli attacchi sono stati sia dinamitardi che scontri a fuoco con l’uso di cecchini che hanno sparato contro le forze dell’ordine. Il risultato è stato di 150 morti tra cui molti civili. L’attacco sanguinoso è stato condotto contro lo stato nigeriano guidato dal presidente cristiano Goodluck Jonathan.
L’attacco è stato rivendicato, appunto, dal gruppo terroristico Boko Haram che si prefigge di combattere contro chiunque esprima idee contrarie alla legge islamica per l’affermazione dell’islamismo in Nigeria.

Si potrebbe dire che questo è l’ennesimo fatto di sangue in Africa commesso da gruppi terroristici che mirano ad espandere il potere islamico e, di conseguenza, il fronte della lotta tra occidente e islam. Si potrebbe anche dire che la colpa di ciò è dell’occidente per le sue politiche di rapina nei confronti dei paesi africani. Ma sarebbe affermare cose risapute e, pertanto minimizzare l’accaduto.  

Un attacco simile conporta una regia complessa che, a sua volta, ha bisogno di un’organizzazione capillare. Questo ci dovrebbe far riflettere sulla situazione italiana ed europea in merito all’immigrato mussulmano e la sua integrazione nel nostro sistema socio/economico/politico.
Ci dovrebbe, altresì, spingerci a porci almeno una domanda: è sufficiente che l’immigrato si comporti onestamente contribuendo al Pil e coprendo i “buchi” nella produzione o, invece, dovrebbe essere chiamato ad integrarsi nella nostra cultura laica?

Quello che emerge dalle analisi dei politici è, senza dubbio, la necessità di avere immigrati che contribuiscano al Pil e coprano i “buchi”. Questo, però, comporta la presenza di una massa consistente di persone che può non essere disponibile ad integrarsi nella nostra cultura laica e, pertanto, soggetta ad affermarsi come cultura indipendente. Questa affermazione avverrà attraverso l’acquisizione dei diritti fondamentali incluso quello di essere presente politicamente nelle istituzioni e, pertanto, acquisirebbero la possibilità di modificare la struttura costituzionale verso uno stato non più laico.

E’ per questo che si rende necessario intervenire affinché gli immigrati vengano invogliati ad accettare la cultura laica. Questo può verificarsi solo a patto che venga dato loro l’istruzione necessaria attraverso la scuola - ovvio che questo modo di agire sarà rivolto più ai minori e ai giovani che agli anziani o comunque a persone già avanti con gli anni - e che venga data loro la possibilità di avere la cittadinanza italiana che, però, deve essere legata all’accettazione dello stato laico.
Questo servirà ad evitare la formazione di zone - sia fisiche che culturali - ghettizzate dove i componenti sono respinti ai margini della società e, perciò, la vedranno come oppressore.
Se si dovesse arrivare a quanto detto sopra, il rischio che l’Italia e l’Europa diventino campo di battaglia tra le diverse fazioni sarà altissimo. A nulla serviranno le “leggi sugli immigrati”  perché serviranno/servono solo a delineare la distanza tra “loro e noi” senza risolvere il problema perché l’immigrazione non si arresterà comunque dato la situazione di alcune aree del pianeta che, tra guerre, regimi totalitari e siccità, la vita è diventata impossibile.

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Gli africani salveranno l'italia.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 11 gennaio 2012


“Gli africani salveranno l’Italia”, è un video che racconta la storia  della rivolta dei “neri” di Rosarno e che risponde a molte domande. Risposte che dovremmo tener sempre presente quando si affronta il problema degli immigrati e dei loro diritti.

Naturalmente, la domanda principale è: Perché è scoppiata la rivolta?
Di seguito la sintesi delle risposte che troverete nel documento:
Per lo sfruttamento della manodopera straniera e la crisi del mercato. Ma anche per il controllo mafioso sulla filiera e la violenza xenofoba che colpiva i migranti di colore. Una situazione aggravata dalle leggi razziste e dal pacchetto sicurezza. Nonostante tutto, la rivolta rimane un esempio per il cambiamento della Calabria e dell`Italia.

Buona visione
Roma pacifica si contrappone alla Roma violenta con una grande manifestazione multietnica e pacifica.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 11 gennaio 2012


Fonte

Una grande manifestazione quella svoltasi a Roma riguardo al duplice omicidio del 4 gennaio dove persero la vita un padre e la figlia di nove mesi di origine cinese. Una grande manifestazione non tanto per il numero dei partecipanti ma per i principi che sono stati espressi sia a parole che insiti nella manifestazione stessa. Basti dire che vi hanno partecipato, oltre ai cinesi, anche italiani e immigrati di varie nazionalità. Questo significa che, oltre alla richiesta di più sicurezza, che a Roma è andata diminuendo dal 2007, da quando diventò sindaco Alemanno, è stata espressa una forte volontà di integrazione da parte degli immigrati. 

E qui sta la grandezza della manifestazione; non solo sicurezza del proprio gruppo d'appartenenza inserito nella società come enclave, ma sicurezza perché parte del popolo italiano. Vale a dire che, l'immigrato che vive e lavora al pari degli italiani, paga le tasse, rispetta le leggi e accetta la pena per chi, immigrato come lui, infrange le leggi. chiede di essere trattato alla pari. Chiede quei diritti che, pur essendo riconosciuti dalla comunità internazionale, in Italia si stenta a concedere. E non li chiede in modo pretestuoso, a meno che non si ritenga la sicurezza un pretesto, ma alla luce dei fatti; fatti che a Roma sembrano molto reali tipo: furti e rapine sono all'ordine del giorno.

Questo è ciò che chiedono, in sostanza, le varie comunità di immigrati. E questo è ciò che l'Italia dovrebbe concedere se vuole evitare la formazioni di comunità chiuse con proprie regole.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 11/1/2012 alle 14:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La lega s’incazza con Monti per la modifica alla legge sulla tassa per il permesso di soggiorno.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 5 gennaio 2012


A quanto sembra, il governo Monti è intenzionato a rivedere la tassa sull’immigrazione prevista in un decreto del 6 ottobre.
La tassa è modulata in base al periodo di permanenza in Italia e va da un minimo di 80 euro a un massimo di 200.

Secondo il ministro dell’interno,Annamaria Cancellieri e il ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione, Andrea Riccardi, la legge andrebbe rivista facendo pagare la tassa in base al reddito e alla composizione del nucleo familiare. Nessuna cancellazione, dunque, della legge, bensì una riformulazione della stessa.

Eppure, la lega non si trova d’accordo. A quanto sembra, però, non per la modifica in se ma per questioni di principio.
Secondo Maroni, il governo vorrebbe cancellare la legge e minaccia il ministro Cancallieri di non azzardarsi a farlo perché sarebbe una vera discriminazione nei confronti dei cittadini padani e italiani (da notare la distinzione). inoltre, afferma Maroni, sarebbe un attacco ai diritti dei cittadini che lavorano e pagano le tasse. Come a dire che gli stranieri non lavorano e se lavorano non pagano le tasse - deve saperla lunga, Maroni, sul fatto che gli immigrati non pagano le tasse, eh si, perché, alla fine, sono i datori di lavoro che versano le tasse. O no?
Comunque sia, chi lavora da regolare paga le tasse, che sia straniero o italiano. Inoltre, l’aumento dei prezzi derivati dall’aumento dell’Iva e della benzina, aumenti a firma anche leghista, sta mettendo in ginocchio italiani e stranieri, pertanto, le affermazioni di Maroni sono completamente fuori luogo dato che i sacrifici li fanno tutti i lavoratori e, ancor più, i disoccupati.

Invece, per l’ex ministro della semplificazione (ministero inventato di sana pianta per soddisfare proprio la lega), Roberto Calderoli, è una vergogna che i ministri del governo Monti, dopo aver accettato pesanti misure che colpiscono i nostri pensionati e lavoratori, ora si impegnino contro la tassa sul permesso di soggiorno. E continua, prendiamo atto che per il governo Monti non si deve chiedere nulla agli immigrati mentre s’è chiesto molto agli italiani.
Anche Calderoli dimentica che i maggiori disagi per i lavoratori, italiani e stranieri, e i pensionati sono il frutto della loro politica. Per far dimenticare ciò, i leghisti, mettono sempre l’accento sulla riforma delle pensioni; riforma che, comunque, non sapremo mai se la lega sarebbe riuscita a bloccare visto che il governo, di cui erano conpartecipi, l’aveva proposta anche se un po’ più dilatata nel tempo.

Dunque, da una parte la modifica di una legge che viene interpretata come cancellazione della stessa, dall’altra parte, l’addebito al governo Monti della loro politica. In mezzo, questa volta, ma non è la prima, gli immigrati ritenuti dalla lega, come sempre, criminali.

Concludendo, quello che più conta per la lega non è tanto la tassa sul permesso di soggiorno, quanto la possibilità di rendere sempre più difficile l’immigrazione regolare. Si, perché sono i regolari a pagare la tassa e non i clandestini.
Alcune considerazioni sulla cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia o arrivati ancora piccoli.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 2 gennaio 2012


Mentre la lega se la prende con Napolitano sulla nazionalità ai nati da genitori stranieri, in Italia continuano a nascere figli di immigrati. Questi figli, secondo l’attuale legge, diventeranno italiani, se lo vorranno, a 18 anni d’età. Nel frattempo frequenteranno la scuola italiana e acquisiranno sia la lingua che la cultura italiana. Non solo, perché, crescendo in Italia, acquisiranno anche il modo di vita degli italiani. Questo, per loro, significherà, sia durante la crescita sia dopo, tutta una serie di problemi tecnici che culturali e di inserimento nella società.

Ma i problemi non sono solo per gli stranieri di seconda generazione. Anche l’Italia si troverà di fronte a problemi che potrebbero mettere a rischio la sua integrità se non si deciderà a cambiare la legge. Chi nasce sul suolo italiano e qui vi cresce acquisendo il nostro modo di vita, si troverà in futuro a vivere una dualità che lo spingerà a proteste che potrebbero sfociare in rivolte vere e proprie.
A nessuno piace sentirsi straniero in casa propria, ma è così che si sentirà il figlio di immigrati cresciuto in Italia dato che ha acquisito la nostra cultura e le nostre abitudini. Inoltre, pur conoscendo la cultura dei genitori, non avrà, comunque, nessun legame concreto con la patria dei genitori e, pertanto, se non viene riconosciuto sin dalla nascita come cittadino, si sentirà straniero nel paese dove è nato e cresciuto. Questo comporterà, per lui, la costante ricerca di identità che può trovare solo la dove è cresciuto e lotterà per questo.

Per tanto, dare la cittadinanza ai figli di immigrati non ha nulla a che fare col bonismo, ne tanto meno con l’umanitarismo assistenziale - queste due tendenze servono tutt’ora proprio per mitigare la situazione che si trovano a dover affrontare gli immigrati e i loro figli proprio per la mancanza di una politica che li equipari agli italiani - ma serve sia alla seconda generazione per trovare un’identità che li faccia sentire parte di una cultura sia all’Italia per integrare a tutti gli effetti nella nostra cultura i figli di immigrati.
Quanto detto vale anche per i figli di immigrati che, pur essendo nati nel loro paese d'origine, qui sono cresciuti e hanno frequentato le scuole.

Per approfondire
Storie di quotidiano razzismo
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 24 dicembre 2011


Fonte notizia
Mouhamadou Diop è un senegalese che vive e lavora in Italia da 26 anni. Lavora come padroncino in una cooperativa di trasporti, una delle tante a cui la Sda ha dato in appalto alcune attività. Una vita dura, fatta di ore interminabili di lavoro per poter pagare il furgone che ha dovuto comperare e mantenere la famiglia che vive in Italia. Diop ha moglie e tre figli che stanno crescendo in Italia e che impareranno a vivere alla maniera occidentale.
Ma Diop non può vivere tranquillo. E nemmeno i suoi figli potranno un giorno dire di essere Italiani. Su di loro, come su tutti gli stranieri in Italia, rimarrà sempre appiccicato addosso il marchio infame dell’essere straniero, e nero.  

E’ successo che Diop, dopo l’aggressione mortale subita da due suoi connazionali a Firenze, decide di far visita alla famiglia di una delle vittime dell’aggressione - cosa che ogni essere umano farebbe in situazioni simili. Al suo rientro al lavoro, senza nessun motivo, viene aggredito dall’incaricato al controllo merci dove doveva caricare il furgone per le consegne. Inizialmente, l’aggressione è verbale ma sfocia subito in aggressione fisica, da parte di un altro lavoratore presente, con percorse che provocano una diagnosi di 15 giorni. Dopo l’aggressione, invece di chiamare l’ambulanza e denunciare l’accaduto, il principale cerca di dissuadere Diop a perdonare gli aggressori e a non metterli nei casini. Diop però non ci sta e denuncia il fatto. Ora sono in corso le indagini.

La particolarità del fatto appena esposta è, come evidenziato nel titolo, il lato razzista. Dior è stato aggredito verbalmente a suon di frasi tipo: “Non nominare il mio nome perché sei un negro bastardo. A Firenze dovevano ammazzarvi tutti quanti”. fin qui l’aggressione rimane solo verbale. Diop si limita a dare del razzista al suo collega e continua il suo lavoro. Ma a quel punto interviene un altro uomo, Calogero, padroncino come lui: “Io sono più razzista di lui negro di merda. Io ti ammazzo”.
Dopo ventisei anni di lavoro in Italia, e chissà quanto tempo passato a fianco dei suoi aggressori, ecco che a un certo punto scatto la rabbia, una rabbia repressa che emerge al primo segnale e il segnale è l’aggressione di Firenze e la reazione dei connazionali degli aggrediti.

Va detto, però, che la rabbia esplode perché c’è, perché dentro ognuno di noi alberga quel sentimento di ripulsa nei confronti del diverso. Ma va altresi detto che, se esplode, è anche merito delle idee che noi stessi sviluppiamo nei confronti dei diversi.
Pertanto, l’episodio riportato sopra, non è altro che un sentimento spinto all’estremo e, di conseguenza, incontrollabile. Diventa, altresi, un sentimento ineluttabile dal momento che siamo noi stessi a erigerne le difese. Difese che nascono proprio dalla necessità di rendere ancor più forte il nostro sentimento.

Di tutto questo, Diop non ha nessuna colpa se non quella di rappresentare il diverso, ovvero, l’oggetto dei nostri sentimenti. Colui su cui riversare la nostra rabbia.
Diop è una persona normalissima, ne inferiore ne superiore ne diversa se non per le sue origini culturali. Ed è proprio da questo che nasce e si sviluppa quel sentimento negativo che ce lo fa sembrare nemico perché potatore di una cultura a noi estranea e di cui ci sentiamo minacciati; e questo vale per tutti. Quello che distingue il razzista dal non razzista è l’incapacità (del razzista) di razionalizzare la paura che nasce dall’essere minacciato, tanto più se in quella che crediamo casa sua. Il razzista, in pratica, si lascia sopraffare dalle sue stesse paure che sono anche alla base delle sue stesse idee.

Quello che il razzista non capisce è l’ineluttabilità della storia intesa come movimento, sia delle idee che dei popoli. Tantomeno non capisce che Diop, come essere umano e proprio per questo, continuerà il suo viaggio perché questo è il destino dell’uomo.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 24/12/2011 alle 23:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
Maroni, immigrati e la guerra libica.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 15 giugno 2011


Ecco che Maroni scopre che gli immigrati continueranno ad arrivare finché non si porrà termine alla guerra in Libia. Inoltre, chiede di non spendere più soldi per la guerra in Libia e ricorda che il parlamento Usa ha chiesto ad Obama di smettere di spendere i soldi in Libia. Inoltre, anche in Inghilterra si sta chiedendo la stessa cosa.  

Sono due dunque le notizie: gli immigrati arrivano, ma sembra che abbiano incominciato ad arrivare, a causa della guerra libica e la sospensione dei finanziamenti per la guerra in Libia.

Riguardo alla prima, ricordiamoci che gli immigrati arrivano in Italia da anni e che non sarà la fine della guerra libica a fermarli. Probabilmente, il ministro si riferisce al blocco degli sbarchi concordato con Gheddafi, si dimentica però, che gli immigrati hanno continuato ad arrivare per altre vie. Inoltre, dopo questa guerra, anche qualora dovesse vincere Gheddafi, non è detto che l’accordo continuerà, anzi, ci sono serie possibilità che Gheddafi, dopo il trattamento subito dall’Europa e Usa, ritorni ad essere quello dei missili a Lampedusa. Pertanto, lasciare la Libia dopo essere intervenuti, non sembra proprio la giusta politica per fermare gli sbarchi – da precisare che i migranti libici sono una esigua minoranza.

Questo ci porta a fare una considerazione sulla guerra libica. Iniziata dopo le manifestazioni popolari e conseguente repressione delle forze di Gheddafi, non ha mai preso veramente l’aspetto di una vera e propria guerra. Sin dall’inizio, gli interventi si sono basati sull’aviazione con l’intento di distruggere le basi di Gheddafi – incluso i suoi rifugi - evitando di colpire i civili. Interventi mirati, insomma, ma che non hanno mai prodotto il risultato sperato: la resa di Gheddafi. Questo continua da mesi. Una guerra che, nelle intenzioni, doveva durare il battito di un’ala, si sta protraendo oltre ogni misura prevista.

Ma perché questo? Veramente non si sarebbe potuto invadere la Libia come l’Afganistan e l’Iraq?

Non sembra logico che un territorio ricco di risorse naturali venga trattato in modo militarmente diverso da altri meno ricchi. Vero che Gheddafi era “amico” dell’occidente (economico e politico), ma è altrettanto vero che la decisione di combatterlo implica anche la fine dell’amicizia. Ciò avrebbe dovuto spingere l’Europa e Usa a una soluzione più drastica. Ma cosi non è stato. E non perché Gheddafi sia più difficile da sconfiggere, anche considerando che dispone di armi moderne, vendutegliele proprio da noi, non si giustifica quella che sembra, o si cerca di far passare, per una sconfitta. Considerando anche gli enormi interessi europei e Usa (tralascio i paesi che non partecipano alla guerra) nel nord Africa in termini di petrolio, e la Libia è uno dei più ricchi, il fatto che si stia cercando di defilarsi fa presupporre che i giochi siano stati diversi sin dall’inizio. Giochi costati milioni ai contribuenti senza che, probabilmente, non sapremo mai il motivo reale.

Per concludere, se la guerra, anche qualora si potesse giustificare, già di per se un’avventura aberrante, se la si fa per gioco, che cosa diventa?

AHI AHI MARONI, ALTRO CHE IMMIGRATI!!!!!!!


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I cambiamenti climatici e l'effetto sulle migrazioni delle popolazioni.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 22 maggio 2011


           

Possano i re comprendere che in Europa non v'è più materia per mantenere l'odio tra le nazioni. I pregiudizi spariscono, gli interessi s'allargano, le vie commerciali si moltiplicano.non è più possibile a nazione alcuna affermare il monopolio commerciale. Napoleone Bonaparte

 

Da legambiente:

“Gli effetti dei cambiamenti climatici sono già una drammatica realtà in molti Paesi che pagano un prezzo alto in vittime e sfollati– ha dichiarato Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente -. Non si può pensare di intervenire solo in modo emergenziale sugli eventi catastrofici, è necessario, invece, affrontare l’emergenza climatica e umanitaria, partendo da efficaci politiche di cooperazione internazionale. In questo senso il primo importante passo da compiere è l’immediato riconoscimento giuridico dei profughi ambientali, ad oggi ancora non riconosciuti come ‘rifugiati’ dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967”.

Secondo il rapporto di legambiente, presentato nel corso di terra futura, la mostra convegno sulle buone pratiche a Firenze fino al 22 Maggio, i disastri ambientali derivanti dai cambiamenti climatici sono la maggior causa delle migrazioni dei popoli. In modo particolare quelli del sud del mondo che, a causa delle economie insufficienti, non sono in grado di far fronte alle emergenze.

Per questo si rende necessario un intervento programmatico basato sulla cooperazione internazionale che dovrebbe avere, come primo passo, il riconoscimento di "stato di rifugiato" alle milioni di persone che, a causa di disastri che rendono invivibile il territorio su cui vivono, sono costrette a spostarsi. Non basta lo stato di emergenza ad ogni evento catastrofico, quello che ci vuole è un organismo internazionale in grado di assorbire i costi organizzativi e di distribuzione degli "sfollati" in territori adeguati al loro sostentamento. 

In modo particolare si dovrebbe decidere anticipatamente la destinazione delle popolazioni colpite, sia all'interno del paese d'origine sia in altri paesi.

 

Secondo l'alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e l'Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, entro il 2050 i rifugiati ambientali potranno arrivare a 200-250 milioni (dato rilevato in base all'attuale assetto climatico, se dovesse peggiorare, potrebbero essere di più).

Un dato che dovrebbe far riflettere i paesi ricchi perché sono i destinatari principali delle migrazioni provenienti dai paesi poveri. Una riflessione che dovrebbe portare a considerare la cooperazione internazionale come mezzo di soluzione della disputa in corso sul problema migrazione. Rendere possibile un progetto di assistenza che includa anche la messa a punto di strategie d'intervento nei paesi colpiti, renderebbe meno gravoso il sostentamento, attualmente "passivo", delle popolazioni stesse.


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I FLUSSI E LA BUROCRAZIA.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 13 maggio 2011


           

Questa è la storia di Sana Sarr, marinaio senegalese arrivato in Italia - Lampedusa - con il permesso di lavoro. Per ottenerlo, però, il suo datore di lavoro ha dovuto aspettare un anno e mezzo a causa della burocrazia.

Ora Sana lavora sul peschereccio di Antonio Di Maggio.

Sana fu presentato ad Antonio Di Maggio dall'amico Salvatore Bono, che per 25 anni ha comandato i pescherecci atlantici di 400 tonnellate sulle acque di Guinea, Conakry, Mauritania, Sierra Leone e Guinea Bissau e fu li che conobbe Sana istaurando un'amicizia che dura ormai da 25 anni.

Una persona conosciuta ed esperta dato che Sana, pur avendo incominciato come mozzo, riuscì ad avere la qualifica di ufficiale timoniere. Ma ciò non è bastato a far avere i permessi necessari neanche attraverso il decreto flussi.

Ci son voluti, come dicevo, un anno e mezzo per ottenerlo a causa della legge sui flussi. Una trafila burocratica lunghissima se si tiene conto che il decreto flussi dovrebbe regolare l'immigrazione per evitare l'ingresso clandestino.

Ciò fa pensare che il decreto serva più a scoraggiare il datore che ad incentivarlo.

Inoltre, ora che risiede in Italia, non riesce ad avere il permesso per ricongiungersi con la famiglia.

 

Un pescatore africano a Lampedusa, l`unico arrivato con i flussi


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Bossi e il mostro migrante.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 27 marzo 2011


 

Un nuovo mostro si sta aggirando per l'Italia, un vecchio conoscente, un mostro che ha le sembianze umane ma umano non è. Il suo nome: IMMIGRATO!!!!!

Le paure di Bossi sugli immigrati ormai le conosciamo perché non passa giorno che non ne butti li una.

L'ultima riguarda il rimpatrio dei migranti nord africani con tanto di bonus - spero che abbiano fatto bene i conti perché, altrimenti, rischiamo che il rimpatrio ci costi di più.

Bossi non ci sta a dare soldi, in questo sostenuto dall'amico Calderoli - se diamo soldi quelli verranno solo per prendere i soldi, come a dire che il viaggio dalla Tunisia costa meno dei 1500€ - perché ritiene che dovrebbero essere rimandati indietro comunque.

 

Le paure dicevo, di cui la più grande è l'islam, di trovarsi in casa milioni di persone culturalmente diverse. Persone che creerebbero in Italia una situazione di "conflittualità" culturale di cui i leghisti hanno paura; paura di dover  confrontarsi con una cultura (mi riferisco unicamente all'Islam poiché sembra che le culture altre, orientali e centro africane non islamiche, non facciano paura) che potrebbe, secondo la lega, diventare dominante - il che non è del tutto sbagliato. l'Islam, al pari del cristianesimo e a differenza delle religioni orientali, tende, per sua natura, all'assolutismo, perciò, si rischierebbe uno scontro che potrebbe modificare le tradizioni degli italiani.

 

Un mostro dunque, umano nell'aspetto diverso nello spirito. Ma che sarebbe l'Italia senza questi mostri? Saremmo qui noi oggi?

 

Bossi dimentica che la nostra cultura cristiana ha avuto origine proprio la dove oggi domina l'Islam, ciò significa che i primi cristiani arrivati a Roma  - LADRONA - erano clandestini? No di certo! Erano semplicemente persone che potevano circolare liberamente. Cosa che, a quanto sembra, nel mondo moderno, civilizzato, iperproduttivo, liberale, laico, democratico, basato sui diritti, non si può più fare. Nell'antica Roma, i popoli erano sicuramente repressi, non c'era libertà di parola - però, ogni popolo conquistato poteva mantenere le sue tradizioni se rispettavano e accettavano l'imperatore come dio -, la democrazia riguardava essenzialmente i ricchi,  ma, per quanto ne sappiamo, le persone potevano circolare e i popoli potevano mischiarsi tra loro.

Questa era la forza, serviva a rigenerare un popolo che altrimenti si sarebbe atrofizzato.

 

Invece la lega vorrebbe frenare, se non porre fine, alla migrazione. Ma è possibile?

 

Non credo proprio! Considerando che anche gli italiani sono emigrati per decenni e continuano, se pur per ragioni diverse - penso a chi emigra perché non trova soddisfazione, economica e culturale, in Italia -, ad emigrare, cosa succederebbe se questo flusso, quello degli italiani, si fermerebbe? O peggio, cosa succederebbe se rimpatriassero tutti coloro che, per una qualsiasi ragione, sono emigrati?

La migrazione italiana, oggi come ieri, è una finestra aperta che evita situazioni di malcontento che, a lungo andare si sarebbero riflessi sull'economia creando un mercato del lavoro anomalo aumentando la disoccupazione. Nessuno può negare che l'emigrazione italiana, anche se ora è limitata, è stata ed è un aiuto, fermarla potrebbe essere catastrofico.

 

Pensare di fermare la migrazione è contro la storia stessa dal momento che ne è il motore principale.

 

Come detto sopra, è proprio il mescolarsi di più culture ha creare i presupposti sul piano sociale, ma non solo, per una società più ricca e dinamica nella sua evoluzione.

Avere paura dei movimenti migratori significa avere paura dei cambiamenti più significativi della storia. Un popolo non può evolversi rimanendo ancorato alle tradizioni perché significherebbe tradire proprio la storia che sta alla base delle stesse. Un popolo che basa la sua cultura su una storia fatta di continui rimescolamenti di popoli e tradizioni, e questo non riguarda solo l'Italia ma il mondo intero, non può permettersi di fermarsi, rischierebbe di sclerotizzarsi.

 

Per concludere, Bossi ha paura che l'Italia si islamizzi; ma questo dipende da noi, dalle leggi che l'Italia è in grado di fare e far rispettare. È ovvio che chiunque venga in Italia debba rispettare le leggi italiane, ed europee, chi sbaglia paga, esattamente come succede a noi italiani. Ma se le leggi sono razziste, è altrettanto ovvio che troveranno sempre chi cercherà di combatterle, inclusi noi italiani; se sono contrarie ai principi stessi della nostra cultura cristiana, laica e liberale - che è basata appunto sul rispetto del prossimo e del diverso - non solo non riusciremo a creare una cultura multiculturale ma creeremmo i presupposti per un conflitto di civiltà all'interno del paese.

Le paure di Bossi sull'intervento in Libia.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 22 marzo 2011


 

Che la guerra sia un evento da "eliminare" come metodo per affrontare le divergenze tra popoli e all'interno dei popoli è un'idea da sostenere a gran voce: NON SIA MAI PIU' GUERRA!!!

 

Voglio specificare che il commento che farò non significa assolutamente la mia condivisione della guerra in generale e quella libica in particolare. Il commento ha lo scopo di indicare le contraddizioni della lega in merito all'immigrazione e all'energia.

 

Bossi, nel suo intervento a Erba ha sostenuto la necessità di usare cautela nel decidere interventi militari in Libia, idea che aveva già sostenuto sull'intervento in Afganistan e Iraq, poiché potremmo incorrere in problemi ancora più grandi sull'immigrazione e sull'approvvigionamento energetico.

Cautela che si tradurrebbe, alla fine, con l'attendere l'evolversi degli eventi, in parole povere "stare a guardare".

 

È chiaro che l'idea non è quella pacifista, ovvero, opporsi all'intervento bellico proponendo soluzioni diverse e migliori. È invece basata sulla paura di almeno due conseguenze che si potrebbero verificare: aumento dell'immigrazione, cessazione del flusso di gas e petrolio dalla Libia.

Queste paure, peraltro legittime, sono però nate dalle minacce di Gheddafi anzi, sono le minacce di Gheddafi nei confronti dei paesi che parteciperanno all'azione militare contro di lui.

Ho detto legittime perché si potrebbero verificare in ogni caso, sia che vinca Gheddafi sia che vinca l'opposizione; non va dimenticato che anche l'opposizione ha ribadito che eventuali accordi dopo la rivoluzione saranno fatti con i paesi amici, ovvero, con coloro che, in un modo o nell'altro, li hanno aiutati. Pertanto, in ogni caso, stare a guardare non ci salverà di certo.

 

Per quanto riguarda l'immigrazione, va notato che, fino ad oggi, dalla Libia non sono arrivati migranti. Questo significa che, se flusso ci sarà, avverrà alla fine delle ostilità pertanto, saranno tutti fuggitivi politici. L'unica differenza sarà la loro appartenenza: o saranno ribelli o sostenitori di Gheddafi. Qualcuno obietterà che migranti comunque sono. Certo, solo che se i ribelli fuggiranno da una dittatura che ha promesso nessuna pietà verso l'opposizione colpevole solo di aver manifestato il loro dissenso (non va dimenticato che fu il regime a reagire con violenza nei confronti di manifestanti pacifici), i sostenitori della dittatura fuggiranno perché coinvolti, o sostenitori, di azioni contro i diritti umani e di azioni "criminali". Una differenza che dovrà contare nel momento in cui incominceranno ad arrivare.

È più probabile che ci siano criminali tra i migranti sostenitori del regime che tra i migranti sostenitori della rivolta. Inoltre, ritenere "politici" coloro che hanno difeso con azioni anche criminali il regime non mi sembra proprio il caso; in questo caso andrebbe benissimo applicare la legge sui respingimenti e dare la possibilità al popolo libico di giudicarli.

Il tutto si deciderà a fine guerra.  Il problema dipenderà comunque dalla capacità di gestire il flusso.

 

Riguardo al problema gas e petrolio, alla possibilità di fare accordi per l'approvvigionamento, dipenderà essenzialmente dall'aiuto, e a chi, che sarà stato dato al vincitore; in questo caso è determinante la scelta di campo. Stare a guardare non gioverà chiunque vinca.

È chiaro che decidere a priori chi uscirà vincitore da un conflitto non è mai possibile; l'unica azione rimane quella di sostenere coloro che vorrebbero porre fine alla dittatura e riportare il paese a condizioni di vivibilità e all'interno della comunità internazionale a tutti i livelli (non va dimenticato che Gheddafi non ha mai firmato la carta dei diritti umani), considerando anche che l'Italia è presente in Afganistan e Iraq proprio in nome dei diritti universali e contro le dittature, almeno così ci dicono.

Inoltre, va considerato che il vincitore, chiunque sia, avrà comunque la necessità di vendere il petrolio, maggior fonte di rendita, nelle stesse quantità di prima, o anche maggiori, e considerando la necessità di reperire tecnici in grado di gestire gli impianti, sicuramente, si limiterà a rivedere i contratti.

 

Per concludere, affermare che la sinistra voglia aumentare il flusso immigratorio allo scopo di avvantaggiarsene nelle elezioni dimostra anche la confusione, magari voluta, sul tema immigrati. 

Quando si parla di migrazione - spostamento di consistenti masse di persone da un posto all'altro - si parla anche di frontiere. Chiaro che le frontiere non si eliminano d'un colpo - la frontiera più importante e diffusa è quella culturale che ognuno di noi si porta dentro - ma è altrettanto chiaro che sono loro il maggior ostacolo. Rimuoverle significherebbe una maggior possibilità di coesione e fusione delle diverse culture.

Per rimuoverle, però, serve un approccio più aperto da parte delle istituzioni e da coloro chiamati a gestirle; cosa che la lega non fa, anzi, agisce esattamente al contrario e lo fa pur sapendo che le migrazioni sono sempre esistite e sono alla base, o, perlomeno, ne sono una componente importante, dello sviluppo umano sociale e tecnologico - il mischiarsi di culture diverse non può che essere un vantaggio perché è portatore di novità e, perciò, di innovazioni.

Di questo la lega è perfettamente consapevole - lo stesso popolo padano, e comunque del nord Italia è il risultato di continui rimescolamenti di culture fin dai tempi di Roma, ma anche prima - ma continua a divulgare la sua idea di separazione per mantenere integre le culture - che però, alla fine, più che difendere le culture si difendono le tradizioni che, tra l'altro, sono comunque sopravvissute all'unità d'Italia. E in questo sta la confusione.


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Le proteste a Lampedusa sono contro i migranti o il governo?
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 20 marzo 2011


 

Lampedusa in rivolta contro la decisione del governo di costruire una tendopoli per ospitare gli immigrati in fuga dal nord Africa.

 

Giovedì 17 la popolazione di Lampedusa scendi in piazza per protestare contro la decisione del governo di costruire una tendopoli dove ospitare gli immigrati per far fronte all'emergenza. I lampedusani chiedono che la loro isola non diventi un campo di "concentramento" e che gli immigrati vengano trasferiti altrove.

Richiesta legittima quella dei lampedusani che, altrimenti, si troverebbero a fare i conti con una situazione che comprometterebbe la loro economia basata essenzialmente sul turismo. Una richiesta, però, che il governo è impossibilitato a soddisfare data la scarsità di luoghi dove smistare e la mancanza totale di accordi con altri paesi europei - in modo particolare quelli di destinazione ultima dei migranti stessi.

Innanzi tutto, bisogna dire che i lampedusani non sono contro gli immigrati ma il governo che in tanti anni non ha saputo esprimere una politica seria e reale sul problema immigrazione; a meno che non si prenda per soluzione quella sui respingimenti, cosa che alla luce dei fatti risulta un vero fallimento.

Quello che chiedono è di evitare che l'isola non diventi un campo di concentramento; ma come è possibile visto la mancanza di strutture  adeguate in Italia? E come è possibile in una nazione dove il governo non ha la forza di imporsi su questioni così importanti nei confronti di quelle regioni che rifiutano campi di accoglienza sul loro territorio? Ad esempio il nord leghista.

 

Bisogna comunque capire perché si è arrivati a questo punto.

Dopo la legge sui respingimenti, l'Italia, forte della presunta cessazione dell'immigrazione clandestina (presunta perché i clandestini sono sempre arrivati con altri mezzi e per altre frontiere), sembra non abbia fatto molto per far fronte ad eventuali emergenze. È grazie alla sua inerzia che ora si trova in estrema difficoltà a gestire gli sbarchi dei nord africani che, pur essendo tutti "clandestini", non può permettersi di respingere data la grave situazione che è venuta a crearsi con le rivolte in Egitto, Tunisia e Libia.

 

Forse il ministro Maroni pensava che l'accordo con Gheddafi e gli altri dittatori durasse in eterno. O forse pensava che l'eventuale caduta di quei regimi (cosa che probabilmente gli occidentali sapevano, altrimenti a che servirebbe spendere soldi per mantenere i servizi segreti?) non avrebbe comportato la necessità di "sospendere" l'accordo con Gheddafi e gli altri regimi in attesa che si chiarissero gli eventi.

Comunque sia, ora il "problema migranti" si è ripresentato nella sua più cruda realtà. Si sta rischiando un secondo esodo tipo Albania. Esodo che, per affrontarlo, comporterebbe un'organizzazione molto più estesa di quella odierna (basta pensare che il cio di Lampedusa era stato chiuso e lasciato a se stesso) fatta di centri di raccolta e di uffici di smistamento di quei migranti che arrivano in Italia con lo scopo di andare in altri paesi europei.

Fatta la legge sui respingimenti, comunque sbagliata, si doveva, comunque, insistere a livello europeo, ma anche internazionale, affinché venissero messe le basi per una regolamentazione a cui tutti i paesi interessati (paesi d'origine e destinatari) si sarebbero dovuti conformare.

Ma non s'è fatto nulla. Dopo la diminuzione degli sbarchi si è ritenuta la legge sufficiente.

Ora ci troviamo migliaia di migranti senza sapere ne dove metterli ne come trattarli. Non c'è nessun accordo con i paesi europei sulla eventualità di smistare i migranti che arrivano in Italia, non ci sono spazi e non c'è nemmeno un accordo tra stato e regioni sullo smistamento in vari luoghi d'Italia in attesa che le cose cambino.

 

A Lampedusa, dunque, i cittadini non sono contrari agli immigrati, caso mai all'inerzia e al disimpegno dei poteri centrali sul problema.

 

Leggi anche qui.


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MIGRAZIONE E GLOBALIZZAZIONE.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 16 febbraio 2011


Da tre giorni non ci sono sbarchi di migranti sulle coste italiane, dopo gli allarmi e lo stato d'emergenza, sembra tutto finito. Ciò non toglie che ci siano stati e che potrebbero riprendere. Perciò, la domanda da porsi è: la politica dei respingimenti così come è stata realizzata poteva avere successo?

 

Naturalmente, mi riferisco ai nostri governanti e in particolare alla lega che ha proposto e fatto approvare una legge che, di per se, aveva bisogno dell'apporto dei paesi d'origine dei migranti per essere attuata. Apporto che avrebbe dovuto basarsi sia sulla collaborazione esterna (controllo delle zone costiere) dei paesi europei sia sugli aiuti ai paesi interessati in termini di sviluppo economico/sociale al fine di sradicare la povertà che è alla base delle migrazioni di massa.

Sembra, però, che i nostri governanti abbiano si aiutato i paesi a controllare le zone costiere, ma che, in merito agli aiuti socio economici si siano limitati a fare accordi d'affari pubblici e privati tralasciando la parte più importante di tale politica: la crescita di quei paesi. Se da una parte, la mancata crescita, aumentando la massa di poveri, ha creato le condizioni per il formarsi della necessità di emigrare in cerca di fortuna, dall'altra, la politica concordata dei respingimenti , impedendo il normale flusso migratorio, ha costretto  le popolazioni povere ha vivere una situazione di continuo disagio. Questo ha contribuito alla formazione di una coscienza più liberale all'interno di sistemi politico/religiosi assolutisti e dittatoriali;  coscienza che però non si è limitata a richieste di maggior benessere ma anche di maggior libertà sia politiche sia di movimento. Possibilità, cioè, di muoversi liberamente sia al suo interno sia verso l'esterno.

 

Pertanto, non si può affermare che la responsabilità delle situazioni che hanno portato alle rivolte, e la conseguente migrazione - va precisato che, tra i migranti, sicuramente ci sono molte persone coinvolte con i vecchi regimi, pertanto, rifugiati politici. Questo, secondo le leggi internazionali, da loro diritto di asilo. -, siano da addebitare solo ai regimi delle nazioni coinvolte ma, a maggior ragione, anche, e in primo luogo, alle politiche espansionistiche dei paesi sviluppati. Di fatto, la responsabile prima di quanto accaduto è proprio quella globalizzazione voluta e attuata dall'occidente e di cui ne va tanto fiero.

 

È proprio la globalizzazione a creare aspettative di vita migliore, è essa a divulgare la necessità di partecipare al benessere collettivo usando ogni mezzo - fa parte dell'attuale propaganda capitalista l'idea della meritocrazia, ovvero, dell'idea che emerge chi ha più possibilità economiche. Perciò, è ovvio presupporre che i popoli poveri aspirino a diventare parte del tutto, a usufruire dei mezzi necessari a realizzare le proprie aspirazioni; tra questi mezzi c'è anche la fuga da situazioni che, o non ne permettono la realizzazione o ne spostano la sua realizzazione in un vago futuro.

 

Il coinvolgimento dell'occidente consiste proprio nell'aver creato un sistema globale; le sue colpe sono quelle di averlo creato per meglio sfruttare le popolazioni povere senza prenderne le responsabilità ma delegandole a regimi totalitari sostenuti, se non creati , da loro stessi per difendere i loro interessi. Alla base di questo comportamento c'è la convinzione che la colonizzazione, qualora sia gestita in loco, sia più accettabile. Questo può essere vero se le politiche tengono conto sia delle libertà sia del benessere delle popolazioni autoctone. Ciò non è avvenuto. È avvenuto invece la pubblicizzazione delle libertà e del benessere e questo ha creato la coscienza nelle popolazioni autoctone elevando la loro cultura e spingendoli a chiedere più partecipazione politica, sociale e economica.

 

La meraviglia dell'occidente di fronte agli eventi dimostra solo l'incapacità del capitale a percepire i processi sociali e  di gestirne la politica necessaria  affinché tali processi si concretizzino in modo pacifico. d'altronde non può essere diverso; un potere economico che si avvale di ogni mezzo pur di usufruire di tutti i vantaggi e concentrato solo a soddisfare le proprie esigenze,  non può che rimanere cieco di fronte alle esigenze dei popoli.

 

Per concludere, non si eviteranno i problemi inerenti alla migrazione finché la globalizzazione non si verificherà nella sua interezza. La globalizzazione può essere positiva a patto che tutte nazioni partecipino con pari diritti ai vantaggi da essa derivanti e che le politiche siano fatte non più dal capitale ma direttamente dalle popolazioni attraverso i loro rappresentanti.

 

Fuga dalla Tunisia, responsabilità italiane e europee

La Caritas di Venezia, stop ai flussi degli immigrati.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 13 gennaio 2011


Premetto che non sono della Caritas e religioso. Opero nel volontariato come volontario della Croce Rossa e, attraverso di essa, mi è capitato di condividere esperienze con i volontari della Caritas.

Il fatto

Dopo il trentino, anche a Venezia si propone lo stop ai flussi per il 2011. la proposta, questa volta, arriva dalla Caritas di Venezia per bocca del direttore Dino Pistolato. La proposta si basa su presupposti simili a quelli dell'assessore provinciale trentino alle politiche sociali Ugo Rossi "disoccupazione, costi e conflittualità tra immigrati e residenti ma anche tra gli immigrati stessi. 

Però, che sia la Caritas a proporlo, potrebbe sembrare anacronistico. Visto anche il suo impegno nell'assistere i migranti e nell'opporsi alla politica dei rimpatri, proporre il blocco dei flussi, mette, almeno apparentemente, la Caritas in contraddizione su quanto fatto fino ad oggi. Apparentemente perché, in realtà, non fa altro che prendere atto della situazione sia economica sia sociale che il fenomeno sta producendo.  Casomai, a essere in contraddizione è il decreto flussi che non tiene conto della situazione di precarietà in cui vivono gli immigrati. 

Secondo Pistolato e Rossi, il decreto flussi dovrebbe tener conto, innanzi tutto, degli stranieri già presenti sul territorio che, per una ragione o per l'altra, hanno perso il lavoro e sono attualmente alla ricerca di una nuova occupazione. Sarebbe opportuno, sostengono, dare lavoro ai regolari senza lavoro  e ai clandestini (tra cui anche ex regolari ora senza lavoro che, secondo la legge sono diventati clandestini) regolarizzandoli, solo dopo richiedere altri flussi.

Zaia

In risposta a Pistolato, il presidente del veneto, Luca Zaia, che sostiene: «Caritas solleva giustamente questo problema perché dietro all'accoglienza ci deve essere sempre la salvaguardia della vita. Inutile aprirgli le porte per poi vederli abbandonati nei casolari all'addiaccio come accade spesso. Pensiamo invece - conclude - che quando un immigrato arriva qui è prima una persona poi un lavoratore. Se non abbiamo modo di trattarlo da persona con dignità è meglio che resti a casa sua».

Inutile dire che le affermazioni di Zaia sono completamente fuori luogo e ipocrite.

Fuori luogo perché, se la Caritas e Ugo Rossi sollevano il problema non è certo con l'intento di impedire l'immigrazione  ma per regolarizzare prima gli stranieri già presenti per evitare proprio quelle situazioni di estremo disagio che Zaia descrive. 

È appunto il flusso basato solo sulla richiesta del mondo del lavoro che provoca quelle situazioni, perciò ci si dovrebbe chiedere, e il primo dovrebbe essere Zaia, e la lega, chi trae profitto da esse.

Zaia dimentica che sono proprio le leggi esistenti e l'incapacità di gestire i flussi a creare i presupposti per il formarsi delle situazioni di disagio.

Ipocrita perché parla di degrado e di "salvaguardia della vita" pur sapendo che queste situazioni sono il frutto della politica leghista sull'immigrazione.

La Caritas

La Caritas, così come tutte le organizzazioni di volontariato religiose e laiche, si adopera nell'assistenza pur sapendo che il problema è a monte. L'assistenza è solo un mezzo per aiutare coloro, inclusi gli italiani che si trovano in difficoltà (nei dormitori e nelle mense vi accedono tutti indipendentemente dal loro credo e nazionalità) che si trovano in difficoltà, il compito di rimuovere le cause, sia della migrazione sia dei disagi, spetta alle istituzioni e non al volontariato. In Italia, purtroppo, sono proprio le istituzioni ad essere in parte responsabili dei disagi con la politica inadeguata dello stato sociale e responsabili a pieno titolo di una mancata politica delle migrazioni. La legge sui respingimenti e la legge Bossi-Fini, come è quotidianamente dimostrato, non serve a nulla. I clandestini continuano ad arrivare e i flussi, come detto sopra, creano situazioni di conflittualità. Pertanto, a meno che siano state fatte di proposito, queste leggi dovrebbero essere annullate e rifatte in base ai principi del "diritto internazionale".

È ovvio che, essendo un'associazione cristiano/cattolica, operi in base ai principi che stanno alla base della religione di appartenenza; come, d'altra parte, fanno tutte le associazioni umanitarie religiose e laiche no profit. Ciò non toglie che operi anche in base ai principi dei diritti riconosciuti a livello internazionale.

Conclusione

Pertanto, sembrerebbe che quello di Zaia sia un abbaglio, ma non è cosi. Sa bene Zaia che mettere la Caritas, per quanto riguarda l'immigrazione, sullo stesso piano politico della lega non è corretto, che la politica della Caritas e di Rossi non è rivolta a impedire il flusso ne dei regolari ne dei clandestini. È piuttosto un allarme, un avviso che se non si attua al più presto una politica più incisiva e rispettosa del diritto internazionale si andrebbe incontro a seri problemi di natura sociale. Ci si troverebbe ad affrontare proprio quello che la lega, con la sua politica dissennata, vorrebbe evitare: la presenza sul territorio di una massa sempre più crescente di disoccupati in perenne ricerca di lavoro che, come già detto, porterebbe ad una "guerra tra poveri". Perciò, la domanda che mi sono posto sopra potrebbe essere modificata in questo modo: chi trae il maggior vantaggio da una migrazione senza regole? Senza cioè tener conto della situazione già presente sul territorio?

La risposta, a mio avviso, è da ricercarsi nella cosiddetta "globalizzazione". Termine che viene usato - e egli ultimi tempi con il problema fiat molto frequentemente - solitamente quando si tratta ristrutturazione del mondo del lavoro, ma mai quando si tratta di immigrazione. Di quel fenomeno - che, tra l'altro, esiste da sempre - che nasce a causa dell'impoverimento di parte del mondo; ma chi impoverisce milioni di persone? O cosa?

Vedere anche il mio articolo precedente


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 13/1/2011 alle 11:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
INCOSTITUZIONALE “L’AGGRAVANTE DI CLANDESTINITÀ"
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 5 settembre 2010


 Da “cinformi.it

lo ha precisato la Corte costituzionale con una sentenza recente

Secondo la Corte Costituzionale la norma che prevede il reato di clandestinità è illegittima

Con la sentenza n. 249 del 2010, la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 61, n. 11-bis del codice penale, introdotto dall'art. 1 del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito con legge 24 luglio 2008, n. 125. Con tale norma, il legislatore aveva inserito la cosiddetta "aggravante di clandestinità", prevedendo cioè l'applicazione di una circostanza aggravante ogniqualvolta il cittadino straniero abbia commesso un reato "trovandosi illegalmente sul territorio nazionale".
Secondo la Corte Costituzionale, tale norma è illegittima in quanto contraria all'art. 25 della Costituzione in materia di responsabilità penale personale. Il principio di legalità e della responsabilità penale personale prescrive, infatti, che un soggetto debba essere sanzionato per le condotte tenute e non per le sue qualità personali. Per la Corte Costituzionale, dunque, la qualità di immigrato "irregolare" diveniva con la norma del "decreto sicurezza" una sorta di "stigma", presupposto per un trattamento penalistico differenziato del soggetto contrario al principio di eguaglianza, al sistema internazionale dei diritti dell'Uomo e al principio di non-discriminazione.

Links correlati:
Sentenza Corte costituzionale

Dunque, la tanto contestata legge sull’immigrazione clandestina che prevedeva la penalizzazione del clandestino – senza peraltro fare differenza tra chi lo era effettivamente e chi lo diventava nel momento in cui perdeva il lavoro e non riusciva a trovarne un altro – è stata dichiarata illegittima perché contraria all’articolo 25 della costituzione.

Una sentenza, questa, importante sia sul lato della giustizia che su quello dei diritti. Con questa sentenza si pone l’attenzione sulla necessità di distinguere tra crimine - che deve essere inteso come trasgressione delle leggi - e le tante situazioni di disagio che si riscontrano oggi nella società. Pertanto, chi risiede in Italia senza permesso di soggiorno, al di la delle cause che lo hanno spinto a venirci e i possibili sviluppi della sua presenza,  giustamente non può essere considerato, a priori, colpevole di un reato che, comunque, presupponeva che il clandestino fosse, per sua natura un criminale ancor prima di commettere reati tali da giustificare l’accusa.

Speriamo che la sentenza abbia un esito positivo e che porti a una modifica sostanziale della legge.


Europa e nomadismo moderno.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 22 agosto 2010


 Una nuova cultura sta nascendo in Europa. Una cultura che nasce dal basso senza tener conto delle politiche nazionali dei paesi membri.

È il caso di molti lavoratori provenienti dai paesi dell’est europeo; lavoratori che, nella necessità di migliorare le proprie condizioni economiche, si spostano in altri paesi europei per lavoro lasciando la famiglia nel paese d’origine senza però abbandonarla, anzi, il ricavato del loro lavoro viene mandato alla famiglia. Un nomadismo che ha come presupposto non l’emigrazione tradizionale – vivere e mettere radici nel paese ospite – ma basata esclusivamente sulla necessità con l’impegno, oltre quello familiare, di portare capitale, e non solo economico ma anche culturale, nel proprio paese.

Grazie alle possibilità date dall’entrata nell’UE, dalla tecnologia e dai trasporti veloci, molte persone che vivono nei paesi “poveri” dell’Europa, si spostano per lavoro nei paesi più ricchi come se l’Europa fosse una nazione, come se, invece di andare in terra straniera, si spostassero in un’altra città della nazione. Persone che vivono in Bulgaria (come nell’esempio dell’articolo) si spostano in Inghilterra ritornando periodicamente a “casa” in famiglia. Una sorta di nomadismo “interno”. Un nomadismo che, però, a causa dell’incapacità dei governanti europei di creare un’identità nazionale, o sovrannazionale?, europea, tiene il villaggio d’origine come riferimento della loro identità culturale e linguistica.

 Ciò nulla toglie all’importanza che questo movimento di persone dovrebbe assumere nella formazione dell’Europa. A parte la ritrosia delle nazioni europee di aprirsi, non solo economicamente ma anche culturalmente, il continuo spostamento di persone dovrebbe aprire un nuovo corso nella nostra storia che, dopo secoli di conflitti, è comunque riuscita a dare un senso unitario all’Europa.

È indubbio che tutti traggono profitto da questo movimento. Oltre all’economia con l’apertura di nuovi mercati – e siti di produzione -, anche l’esperienza individuale e collettiva delle comunità ospitanti traggono vantaggio venendo a contatto con culture fino ad ieri pressoché sconosciute arricchendo il proprio bagaglio culturale. Le popolazioni, che questi spostamenti li vivono in prima persona perché sono loro a convivere con i migranti sia sul lavoro sia come datori di lavoro (pensiamo alle famiglie che hanno in casa la badante che, generalmente, proviene da uno di questi paesi), si stanno (a parte singole realtà) convincendo sempre più che le differenze culturali in Europa non sono poi cosi enormi, e che anzi, le culture sono molto vicine tra loro. Una situazione a parte sono le comunità islamiche provenienti da paesi come la Bulgaria.

Mentre sta avvenendo tutto ciò, i governanti dei singoli paesi dibattono, e fanno, leggi per controllare/limitare questa migrazione; il problema però, non è tanto la legge quanto l’incapacità dei governanti di capire ciò che sta avvenendo nella realtà. Realtà che, se gestita correttamente, creerebbe una cultura, almeno in termini generali, capace di produrre leggi meno “repressive” e più liberali, ma ciò che più conta, capace di assolvere al compito di dare senso compiuto alla società multietnica già in essere.

Inoltre, i nostri governanti, la smetterebbero di propagandare una cultura basata sulla difesa del “proprio orticello” mirante a creare paure che i cittadini, nella realtà non provano.

È vero che i governi contrari a questo cambiamento, tra cui l’Italia, si opporranno fermamente, ma è altrettanto vero che quando il cambiamento viene veramente dal basso, alla fine si realizzerà pienamente.

Tagli alle forze dell’ordine e milioni alla guardia di finanza impegnata in Libia.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 23 luglio 2010


Due milioni di euro per mantenere la partecipazione della Guardia di Finanza e delle navi cedute dall’Italia al governo libico. Intanto proseguono gli sbarchi a Linosa, l`isola più vicina a Lampedusa, Portopalo e Porto Empedocle. Sono organizzati e gestiti da scafisti e basisti, italiani e stranieri. Ecco l`effetto immediato della politica dei respingimenti”

Questa la politica italiana sulla giustizia; ridurre i finanziamenti interni alle forze dell’ordine e dare soldi alla Libia del dittatore Gheddafi per controllare – e poco importa con quali mezzi – l’immigrazione verso l’Italia. Mentre le categorie delle forze dell’ordine attraverso i sindacati vanno ripetendo da mesi che la finanziaria “Tremonti” metterà a rischio la sicurezza in Italia, il governo stanzia due milioni di euro per il prolungamento della presenza dei nostri finanzieri in Libia; invece di dare concretezza all’esigenza di sicurezza della popolazione, si preferisce collaborare, spendendo i nostri soldi, con un dittatore che di diritti umani non vuol neanche sentir parlare. Sono ormai noti i mezzi usati dai libici per il controllo dei migranti – deportazioni, carcere,torture, lavoro forzato e schiavitù -  ma ciò non ferma la politica italiana. Si continua a preferire una politica di “rifiuto” e “separazione” delle popolazioni” a una di cooperazione internazionale basata su presupposti di “globalizzazione – unificazione” delle culture.

I costi di tale politica sono evidenti: da una parte, lo spreco di soldi per mantenere un contingente di uomini (militari) in terra straniera  , dall’altra, i tagli della finanziaria avranno serie ricadute sull’operatività delle forze dell’ordine sul territorio con conseguente devastanti per la sicurezza dei cittadini.

 

 

La Libia chiude l'ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr)
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 11 giugno 2010


 

Riporto per intero l’articolo apparso sul sito Programma integra:

“In una nota diffusa nei giorni scorsi, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha espresso profondo rammarico per la decisione del governo libico di chiudere l'ufficio dell'Agenzia. Molto preoccupato anche il Cir.

Da anni l'ufficio dell'Unhrc in Libia si occupa di proteggere, assistere e trovare soluzioni durevoli per i rifugiati che si trovano nel paese. L'Agenzia Onu è inoltre impegnata in un programma per il reinsediamento verso paesi terzi dei rifugiati presenti in Libia. Al momento, riferisce la nota, l'Unhcr è impegnata in trattative con le autorità libiche per il mantenimento della sua presenza.
Sull'avvenimento è intervenuto anche il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) che in un a lettera inviata lo scorso 1° giugno al Ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha chiesto l'intervento dell'Italia affinché l'Unhcr possa riprendere le proprie attività e ottenga dal Governo libico formale riconoscimento diplomatico.”

 

Già si sa del trattamento riservato ai migranti in Libia, dove subiscono torture e li fanno lavorare come schiavi. Lo  si sapeva già quando il governo italiano fece l’accordo per i respingimenti.

Ora, con la chiusura dell’ Unhcr, si rischia di perdere anche le poche informazioni che si è riusciti ad avere fin’ora.

 

L’accordo sui respingimenti tra Italia e Libia rientra nel trattato di amicizia, partenariato e cooperazione. Accordo che pone fine al contenzioso tra i due stati sul passato regime coloniale, ovvero, sul pagamento, da parte dell’Italia, di una somma per riparare ai danni della colonizzazione.

Un problema, in fondo, economico e di mercato, dove, però, a farne le spese sono le migliaia di migranti che transitano dalla Libia e che, con la legge sui respingimenti, vi vengono rimandati con buona pace, e affari, dei loro aguzzini.

 

Il ministro Frattini chiede che il governo italiano intervenga a favore della riapertura dell’ufficio dell’ Unhcr e per ottenere il formale riconoscimento diplomatico della Libia. Ciò indica che, al momento dell’accordo, l’Italia, pur essendo a conoscenza dell’avversione libica nei confronti dell’ Unhcr, non ne tenne conto. Ma d’altra parte, era a conoscenza anche delle condizioni degli immigrati in Libia.

Ma, d’altra parte, di fronte a interessi economici, si sa che l’essere umano passa sempre in secondo ordine.

Poco importa se l’immigrato in Italia, se regolarizzato, porterebbe ricchezza nelle casse dello stato  

, di fronte agli interessi particolari delle imprese, questo non è neanche considerato un problema. Le imprese, in un regime liberista, si sa che hanno il potere dalla loro, anzi, il potere sono loro.

 

 

 

 


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 11/6/2010 alle 16:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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