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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Luca Zaia e la conquista del trentino
post pubblicato in Elezioni , il 13 maggio 2010


Il 16 Maggio si terranno in trentino le elezioni comunali e, come è d'obbligo, l'attività propagandistica dei partiti si sta facendo intensa.

Ad Avio, nella bassa val lagarina, sul confine col veneto, è arrivato anche Zaia, neo governatore veneto a sostegno dei candidati sindaco della lega. Già dopo la sua elezione, Zaia si era espresso in favore di una più concreta collaborazione con il vicino trentino. Collaborazione che era stata accolta da Dellai con sospetto. Zaia, parlando ad Avio, Ala, Rovereto e Mori, i quattro centri più grossi della bassa val lagarina ha toccato i temi scottanti del trentino; vino, tav e sanità.


l tempo dell'accordo e dei buoni rapporti che hanno contrassegnato la stagione educatissima dei governatorati Dellai - Galan è finito”, questo il senso delle parole di Zaia in merito ai rapporti, improntati su una collaborazione transfrontaliera basata sul rispetto reciproco delle proprie culture. Difatti, Zaia, dice due frasi ben chiare:

“In questo momento non abbiamo il compito di rassicurare i credenti (i veneti che già votano in massa il Carroccio, ndr), ma piuttosto quello di evangelizzare gli infedeli (il Trentino che ancora fa fatica a riconoscersi nella Lega, ndr); quindi siamo qui a fare la nostra rivoluzione ghandiana, una rivoluzione del sorriso”. Cosa centri Gandi con la lega e il federalismo lo sa solo lui.

“Noi siamo quelli che vogliono i crocefissi nelle scuole e soprattutto siamo quelli che chiedono ai sindaci di impiegare la polizia urbana per controllare i documenti agli extracomunitari e non per usare gli autovelox contro i poveri automobilisti italiani”. E le ronde, non erano, forse, addette proprio al controllo del territorio?

Come si può leggere, l'interesse della lega per il trentino non è quello dichiarato appena sbarcato ad Avio: “I trentini e i veneti sono fratelli. Noi non vogliamo toccare la vostra autonomia. Se solo un millesimo dei vostri diritti venisse leso, sarebbe il fallimento del nostro progetto politico”.

“Non toccare la vostra autonomia” e poi si presentano come i fautori di un ordine che in trentino c'è già. L'interesse è quello di penetrare per poter modificare l'assetto socio/politico costruito in decine di anni, e che, pur con tutti i suoi limiti, rappresenta, o dovrebbe rappresentare, un modello proprio per loro. Va considerato anche che, l'ultimo patto di stabilità fatto tra governo e regioni autonome dice: sarà una speciale commissione bilaterale (in realtà sei, una per ogni realtà) a portare avanti la negoziazione che verrà tradotta in norme di attuazione, nel rispetto degli statuti.  In parole povere: saranno le autonomie, stabilito il quantum, a decidere come e dove tagliare. O, se del caso, a chiedere nuove competenze. Continua a leggere L'accordo è stato fatto dall'attuale presidente della provincia Dellai.

Come si legge, l'autonomia trentina è gia sancita e in linea con il federalismo, non serve altro.

Per concludere, Zaia non tiene minimamente conto dei referendum fatti da diversi comuni veneti, tra cui cortina, per entrare a far parte della provincia.

Elezioni politiche anticipate, ipotesi reale o gioco delle parti?
post pubblicato in Elezioni , il 26 aprile 2010


Di fronte alla possibile rottura tra Fini e Berlusconi, Bossi, preoccupato di un possibile arresto delle riforme e, in modo particolare, del federalismo, ha affermato la possibile fine della collaborazione tra lega e Pdl. Questo comporterebbe la fine della legislatura e, molto probabilmente, di elezioni politiche anticipate. L'opposizione reagisce in modi diversi.
Sia l'Idv che UDC sarebbero pronti ad affrontare le elezioni anticipate, mentre il PD sembra preoccupato a causa dell'incertezza che regna nel paese, E A RAGIONE!! L'Unità
Bersani sostiene che: «Dobbiamo denunciare la paralisi del pdl, di un governo che non decide. Voglio rivolgere un appello a tutte le forze, ma proprio a tutti anche a Fini e alla Lega, a tutti coloro che non intendono proseguire la strada sulla curvatura plebiscitaria. Propongo un patto repubblicano per difendere gli assetti della democrazia nel solco della nostra Costituzione. Rivolgo un appello a tutte le forze disponibili, anche oltre il centrosinistra, a lavorare per cambiare l’agenda del paese sulle questioni economiche, sociali, del lavoro».
 Nell'intervista rilasciata a La Repubblica, traspare tutta l'incertezza della situazione italiana dove la crisi nel Pdl potrebbe porre il leader e Bossi nella necessità di ricorrere alle elezini anticipate per far fronte all'impossibilità di tener fede agli impegni presi sulle riforme. Ricorso che servirebbe come plebiscito per la conferma del governo stesso.

Innanzi tutto, va detto che le affermazioni di Bossi hanno un obiettivo ben preciso: evitare che la crisi nel Pdl blocchi la riforma federale e che l'affermazione va letta come avviso piuttosto che come rottura perché, una rottura col Pdl, e la conseguente caduta del governo, provocgerebbe l'arresto immediato delle riforme; inoltre, sia la lega che il pdl, da soli, non sarebbero in grado di formare nessun governo pertanto tornerebbero ad allearsi. 
Un altro modo di lettura è che sia un gioco delle parti (Pdl e lega) per avvalorare la tesi della necessità delle riforme (presidenzialismo/premiarato) che impedirebbero il verificarsi di eventi come quello attuale.
 
Perciò, affrontare, nell'attuale situazione critica nuove elezioni, potrebbe essere molto pericoloso non solo per le opposizioni, ma anche per la democrazia italiana perché, se si dovrebbe riaffermarsi la destra attraverso il plebiscito, sarebbe molto probabile un'accelerazione sulle riforme costituzionali e il conseguente, come ampiamento dimostrato dalla "natura" delle riforme, snaturamento dei principi che rappresenta.

E' vero che l'attuale crisi nella destra porterebbe molti elettori (di destra) a chiedersi: come sia possibile, dopo tante affermazioni, seguite alle regionali, di convergenza politica tra i due alleati e di sicuro proseguimento della legislatura dove si proponevano di portare a termine le riforme entro i tre anni rimanenti, parlare ora di rotture e elezioni? domanda che "potrebbe" convincere l'elettorato a cambiare voto o quantomeno a astenersi.
Però, se valutiamo l'impatto emotivo che una fine della legislatura può avere sull'elettorato, si potrebbe verificare anche il contrario. Sia il Pdl che la lega, hanno, fino ad oggi, giocato proprio sulle paure degli italiani (paura del diverso, del comunismo come dittatura) alimentandole e indicando le opposizioni come fautrici delle stesse. L'elettorato, vedrebbe/vede la tendenza plebiscitaria come la riaffermazione di una democrazia di base e non come strumento per riaffermare il potere.

Inoltre, l'indecente spettacolo presentato in tv, viene presentato come fattore democratico, cioè, come dimostrazione che nella destra è possibile il dibattito e che l'escluzione del dissidente è la naturale conseguenza del suo cambiamento sui principi fondanti del partito. A ciò va aggiunto il tono pacato e il discorso conciliante di B., anchesso trasmesso in tv, in occasione del 25 Aprile.

Ma è altrettanto vero che l'opposizione, - anche qualora si presentasse in un'unica coalizione, il che è molto improbabile visto le differenze sostanziali tra loro -, che ha nel PD la maggior rappresentanza, potrebbe, anche alla luce del risultato delle regionali, non riuscire a superare la coalizione di destra, questo comporterebbe un ulteriore confusione nel paese.
Lo stesso Bersani parla di criticità della situazione e, l'appello lanciato anche a Fini e alla lega, dimostra la preoccupazione di possibili derive, che lui definisce plebiscitarie, ma che in realtà potrebbero essere ben altro.
I problemi sul tavolo Italia, purtroppo, non bastano a spostare l'elettorato e nemmeno basta scandalizzarsi dei toni usati da B.
Come dice Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma:
«È evidente che lo spettacolo che abbiamo visto noi e qualche milione di italiani non è stato edificante. Ma dico al mio partito e al centrosinistra tutto: occhio, a fare spallucce, a fare gli scandalizzati e ad assumere l'aria di sufficienza Quel che è successo in realtà è assai insidioso: il Pdl in quel modo ha occupato e occupa tutto io spazio politico, fa al contempo la parte della maggioranza e quella dell'opposizione».
Ed è qui la centralità del gioco politico del centro destra: proporsi come forza di centro dove, però, l'opposizione interna, a differenza della DC, non ha e non può, avere spazio; però chiunque può differenziarsi, l'importante è attenersi alle decisioni della maggioranza. Una posizione, questa, molto vicina ai partiti a pensiero unico dove però, l'opposizione è quasi sempre espulsa e condannata (ma questo avviene nelle dittature e, in Italia, oggi, siamo ancora in democrazia)

Sinistra e destra pongono gli stessi problemi, a differenziarli sono le soluzioni, e fin qui ci siamo, quello che manca alla sinistra è una incisività più decisa nel proporli, una presenza che non può più essere solo fisica ma che deve essere anche mediatica.
Non bastano più i circoli o sedi o altro tipico dei vecchi partiti ideologici, quello che ci vuole è la capacità di entrare in contatto con l'elettorato attraverso i mezzi che l'elettorato predilige.

Il problema delle elezioni anticipate si pone in tutta la sua forza nel momento in cui l'opposizione non riesce a rapportarsi con l'elettorato in modo adeguato; il PD ha un sito "partecipativo" ma non basta perché, ha frequentarlo sono in prevalenza gli iscritti e i simpatizzanti. E poi, gli italiani che utilizzano la rete sono relativamente pochi, la maggior parte usa la tv, il mezzo mediatico preferito dal premier.
Una domanda che mi sono sempre posto è: perché l'opposizione, si è sempre opposta al conflitto d'interesse?
Ma questa è un'altra storia.
 
Il diritto al voto.
post pubblicato in Elezioni , il 1 aprile 2010


Il voto come diritto o come dovere?
"Io voto sinistra o destra perché, in questa fase, mi rappresenta meglio dell'altro" sembra questa la frase tipo dell'elettore oggi; oppure, "non voto perché nessuno mi rappresenta". Due frasi, queste,
che, in termini democratici, non possono essere contestate perché sono l'affermazione di quel diritto al voto che, per quanto si dica, non è e non può essere, un dovere; che sarebbe una contraddizione.
Il voto è un diritto!!!! Il cittadino deve avere la possibilità di scegliere se usufruire o no di un diritto.
Qualora esso viene posto come dovere - cioè un qualcosa di obbligato -, finisce di essere diritto.

Il voto presuppone una scelta fatta in base a programmi - nelle politiche riguardano prevalentemente tutto il territorio nazionale e, di conseguenza, si basano sulle tematiche in termini generali tipo: la giustizia, lo stato sociale, la scuola, la casa, il territorio in genere ecc., mentre nelle amministrative, le stesse tematiche devono entrare nel merito dell'applicazione sul territorio inteso come entità culturale e produttiva - ben definiti dove, il cittadino, possa decidere in base agli interventi che il candidato (sia esso partito o singolo) indica nel programma. Questo dovrebbe essere la prassi delle elezioni in democrazia; purtroppo non è più cosi.

Oggi, e si è potuto constatare nelle ultime amministrative, nelle campagne elettorali, si parla d'altro. Degli interventi inerenti alla soluzione dei problemi presenti sul territorio si parla poco o niente come se, una volta decise le linee generali, i problemi si risolvono automaticamente.
In questo contesto, il cittadino, che comunque vede e vive i problemi, ha tutte le ragioni di decidere di non votare; tale decisione, pur essendo in linea con i principi democratici, presenta, però, non pochi problemi per la democrazia. Il non voto, pur rappresentando, come nelle ultime elezioni, una cospicua aderenza (si parla del 36%), non essendo organizzato da nessun movimento politico, anche perché i cittadini che lo praticano sono molto etereogenei, non è rappresentato in parlamento, o nei consigli locali (regioni, province e comuni), e questo fa si che, la percentuale dei non votanti, non ha nessuna voce in capitolo nella gestione della società. Ciò implica la loro esclusione dalle decisioni che il parlamento, o consigli, andrà a prendere in merito ai problemi.

Il non voto (cioè chi lo pratica), dunque, pur essendo maturato da un'analisi dei comportamenti politici dei partiti, finisce con l'essere emarginato dalla vita politica. E non può essere altrimenti.
Inoltre, da diritto costituzionale, diviene, sempre costituzionalmente, un mezzo, non dichiarato, della politica per escludere quanti si trovano in disaccordo con essa.

Normalmente si riferiscono ai non votanti come a persone indecise, incapaci cioè di scegliere il proprio rappresentante; incapacità che deriverebbe da un certo grado di disamore nei confronti della politica. In parte è vero, ma non nel senso che non vogliono saperne della politica, l'astensionista è una persona come chi vota, ma, a differenza di loro, crede che il voto debba essere valutato, non più in base a un'appartenenza idreologica, ma in base ai programmi, se questi non soiddisfano il suo bisogno, non vota. In questo è perfettamente in linea con il tipo di società (pragmatica) nato con la seconda repubblica.
Che senso avrebbe una società pragmatica se il cittadino venisse chiamato al voto in base a un'appartenenza ideologica e non a programmi? nessuno!!!




Regionali 2010
post pubblicato in Elezioni , il 31 marzo 2010


Premessa
Con il voto del 28 e 29 marzo, il centro destra si conferma come la coalizione di maggioranza aumentando le regioni da loro gestite; il dato più importante è la vittoria nelle regioni più popolose d'Italia: veneto, Lombardia,Piemonte, Lazio e Campania, questo comporta che, attualmente, i governi regionali gestiti dal centrodestra governano quasi la metà degli italiani, circa 30 milioni di italiani.

Da sempre, le regionali di metà legislatura, sono viste come un test al governo in carica perché rappresentano il voto di più della metà degli elettori, però è la prima volta che la campagna elettorale è stata improntata su tematiche nazionali - impegnando in prima persona i leader dei partiti - anziché locali proprie del tipo di consultazione; ciò è la causa principale dell'aumento dell'astensionismo verificatosi un pò ovunque con calo nelle preferenze dei maggiori partiti rispetto alle regionali del 2005.
Inoltre, durante la campagna, si sono privilegiati, in linea generale, i problemi di natura etico/morale invece di entrare in merito ai problemi reali della popolazione spingendo circa il 10% degli elettori ad astenersi.
Al proposito ci diranno, da destra, che la colpa, dell'astensione, è da addebitare all'intromissione in politica delle vicende private dei politici, in primis quelle del primo ministro, create ad arte dai giornali, d'accordo con l'opposizione, per delegittimare il premier stesso e dalla eslusione della lista Pdl nel Lazio; da sinistra che la colpa è da addebitare ai tanti, troppi, problemi reali non trattati nella campagna elettorale e ai tentativi di impedire il dibattito pubblicamente (divieto dei talk show politici nella tv pubblica).
 
Risultato
Tornando al risultato, bisogna chiedersi come mai, di fronte a problemi impellenti - e poco importa il tipo di propaganda fatta perché, comunque, la popolazione, di fronte alla perdita del lavoro o all'aumento dei prezzi o alle privatizzazioni di cose essenziali alla vita, come l'acqua, si aspetta dalle amministrazioni la soluzione di detti problemi - abbia optato per il centro destra - da sempre propenso a difendere interessi particolari attraverso una politica economica indirizzata sempre più verso il liberismo che verso il liberalismo sociale -  e non il centrosinistra - da sempre impegnato alla salvaguardia degli interessi dei più deboli e comunque alla conquista e difesa dei diritti e indirizzato ad una politica economica che tenga conto anche delle esigenze della gente e non solo quelle del mercato; la scelta fatta presuppone che l'elettore si sia convinto che l'economia non sia più al servizio della collettività ma, viceversa, che sia la collettività al servizio dell'economia.
Le scelte fatte dai governi, inclusi quelli di sinistra, precedenti indicano che la tendenza è proprio quella di un'economia liberista - si veda la legge Biagi che introduce il precariato e le privatizzazioni che hanno reso possibile la gestione della cosa pubblica da parte dei privati - rivolta ai bisogni del capitale più che a quelli della popolazione. Politiche che hanno messo in difficoltà un pò tutto il sistema assistenziale che era stato costruito nell'economia precedente (mista) e che oggi proprio i cittadini ne risentono maggiormente. Inoltre, la tendenza a costruire un sistema basato su equilibri politici di due coalizioni ha allontanato il partito stesso dalla base che era il presupposto dei vecchi partiti, e che, con essa (la base), costruivano le loro politiche. Questo a fatto si che l'elettorato, non avendo più il partito come riferimento reale del suo operare quotidiano ma solo come entità politica astratta, dovendo scegliere tra due entità che lo rappresentano solo nella misura in cui lui stesso decide di dare il voto, la sua scelta non si basa più su programmi derivati da una visione ideologica della società - la dove il programma è la fase iniziale di una lotta tesa a modificare la società - ma, più semplicemente sull'immediato, sull'oggi o per meglio dire, su chi riesce a rappresentare la realtà cosi come viene percepita, nell'immediato, dall'elettorato.

Elettore e informazione
In questo contesto viene spontaneo chiedersi se il cittadino ha ancora i mezzi per una decisione basata su un'analisi dei problemi visto che non ha più, come punto di riferimento, un'idea di quello che dovrebbe essere il futuro - che in passato era rappresentato all'interno dell'ideologia - anzi, è probabile che, in modo particolare i giovani, non sentano più il futuro come mezzo di paragone nell'analisi dei problemi. Inoltre, la maggior parte delle informazioni sui partiti gli vengono, non dai partiti stessi ma dall'informazione che, comunque, è costretta entro i limiti della concorrenza. 
Non per questo il cittadino è più ignorante del passato anzi, qualora gli vengono a mancare i dati necessari all'analisi o ritiene che i dati siano manipolati, lo manifesta col non voto; non voto che non dipende da ciò che dicono i politici e cioè dalla "noia" verso la politica ma dalla piena consapevolezza di non essere l'obiettivo finale della politica ma solo il mezzo dei politici per il raggiungimento del potere.
Perciò abbiamo, da una parte cittadini che scelgono a priori il partito - o perché militanti degli stessi o per simpatia verso i candidati o perché ritengono conveniente per loro il voto al tal partito, dall'altra parte cittadini che sono indecisi perché non riescono a riconoscersi, per mancanza di informazioni, in nessuno dei candidati o partiti. Ovvio che c'è una percentuale di non votanti per scelta.
 
Conclusione
Il voto delle regionali è lo specchio della società odierna dove l'elettore, invece di essere il destinatario del voto, è l'inconsapevole legittimatore di quella politica che tende sempre più ad escluderlo dalle decisioni.
 
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