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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Guerra di religione o guerra di civiltà?
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 4 aprile 2015


 Il Messaggero

Ancora cristiani sotto attacco nel mondo musulmano da parte dei fondamentalisti jihadisti che hanno attaccato una scuola in Kenya e, dopo aver diviso i musulmani dai cristiani, quest’ultimi sono stati massacrati – sembra almeno 147 persone. Uccisi per il fatto di essere cristiani.

All’apparenza,quest’azione, che è l’ultima di una lunga sequenza, farebbe presupporre ad un peggioramento, della guerra in corso, tra la religione musulmana e quella cristiana, ovvero, una guerra di religione a tutti gli effetti. In pratica,però, non è affatto così, anzi… nel mondo musulmano, oltre ad essere in corso una guerra interna per l’affermazione di un islam delle origini – Isis e suoi alleati contro tutti i musulmani non allineati (in pratica l’islam sunnita contro quello sciita) -, c’è anche, come conseguenza, una guerra control’occidentalizzazione del mondo arabo.

Si sa che tra musulmani e occidente la guerra è in corso da sempre. Si sa che all’inizio era tra islam e sacro romano impero (cristianesimo). Si sa che nel corso dei secoli il cristianesimo ha prodotto l’attuale sistema e, pertanto, la guerra si è spostata dal presupposto religioso a quello ideologico ed economico.

Già con l’avvento di Khomeini in Iran si era verificato lo scontro sia all’interno che all’esterno nei termini attuali; lo scià di Persia era un musulmano occidentalista, Khomeini era invece un musulmano integralista. Da qui incominciò l’escalation della guerra tra occidente e musulmani che dal dopo guerra era una guerra di liberazione dal colonialismo europeo nato dopo la sconfitta dell’impero turcomanno, si trasforma in una guerra di civiltà.

Definirla una guerra di religione come si tende a fare, però, è una forzatura poiché i cristiani presenti non sono semplicemente portatori di una diversa religione ma, cosa più importante, di un altro modo di intendere i rapporti umani reali. Essi non vengono visti come i portatori di una visione, in termini religiosi, della vita assoggettata al volere di dio, ma, dato l’origine del nostro sistema economico e sociale, come i portatori della civiltà laica occidentale in quanto membri attivi di essa. Ciò significa che il cristiano, accettando la divisione tra stato e chiesa, ovvero, vivere la religione all’interno di una civiltà laica senza opporsi ad essa in nome dello stato teocratico più conforme alle religioni diventa, agli occhi del musulmano integralista, il portatore dei valori della civiltà laica stessa.

Pertanto, il nemico del musulmano integralista non è la religione cristiana in se, di per se è anch’essa integralista, ma l’occidente capitalista e laico.

Dunque, sarebbe opportuno interpretare l’attuale situazione come guerra di civiltà tra due sistemi opposti sul piano sociale, politico ed economico.

 


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permalink | inviato da vfte il 4/4/2015 alle 10:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Insegnanti armate nelle scuole
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 2 gennaio 2013


Dopo la strage di innocenti nella scuola elementare di Newtown, dopo le proteste dei sostenitori del "disarmo privato" e dopo la presa di posizione dei produttori d'armi, il dibattito dalla teoria è passato ai fatti.  

Da una parte, il sindaco di Los Angeles che dal 2009, a maggioorganizza la raccolta delle armi ha deciso di anticiparla offrendo in cambio un buono spesa; dall'altra, gli insegnanti dell'Utah frequentano corsi per imparare ad usare le armi chiedendo di poter portarle nelle scuole per difendersi dagli aggressori.  

Due modi di pensare la società, due modi di intendere la giustizia.   

 

Innanzi tutto, va detto che la costituzione Usa, nel secondo emendamento recita: Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, non si potrà violare il diritto dei cittadini di possedere e portare armi. (la costituzione americana, pag. 15)  

Inoltre, il 74% della popolazione è d'accordo sulla vendita delle armi ai privati.  

Da ciò si dovrebbe desumere che la vendita delle armi sia più che legittima visto che è approvata dai tre quarti della popolazione e che rispecchia un principio contenuto nella carta dei diritti statunitense. Di conseguenza, anche la richiesta degli insegnanti dell'Utah è legale.   

 

Allora dov'è il problema? si chiederanno in molti.  

Domanda lecita dato i presupposti. Va però considerato che la costituzione statunitense è stata scritta in tempi assai diversi e che la stessa prevede la possibilità di adeguamento alla realtà del periodo.   

La realtà oggi riguardo alle armi private è ben diversa dal passato poiché per la difesa interna esistono organizzazioni militari, a partire dalla guardia nazionale, in grado di gestire le emergenze senza l'ausilio del cittadino privato.  

Pertanto, armare i cittadini, non essendoci più la necessità della difesa interna - che tra l'altro non servirebbe a nulla poiché, per far fronte a situazioni estreme come: disordini sociali o una possibile invasione, a nulla servirebbero una massa di cittadini armati si ma senza nessuna disciplina - cade anche il diritto del cittadino a possedere le armi.  

 

Dunque, il cittadino Usa non ha nessuna necessità di armarsi dato la protezione che riceve dalla costituzione, pertanto sorge spontanea una domanda: perché il 74% dei cittadini chiedono di essere armati?      

La risposta più logica, anche tenendo conto della cultura "di frontiera", del popolo statunitense, è l'insicurezza in cui si trovano a vivere, in modo particolare nelle metropoli.  

Oltre a ciò, c'è anche una componente ideologica che vorrebbe tenere le minoranze etniche ai margini della società nella misura in cui queste stanno superando in numero la popolazione bianca non ispanica. 

 

Questa insicurezza ha spostato, di fatto, la frontiera all'interno della nazione mettendo i cittadini bianchi non ispanici di fronte a problemi di identità e alla presunta necessità di salvaguardare la loro cultura creando una situazione di conflitto con le altre etnie che a loro volta si sentono minacciati dalla reazione della maggioranza bianca non ispanica. 

Questo succede perché l'integrazione, pur essendo contemplata nella costituzione e voluta da parte della popolazione, tra le diverse etnie nel tessuto culturale statunitense non riesce a realizzarsi. 

 

Questo vale anche per l'Europa con la differenza che in Europa la possibilità per i cittadini di possedere armi è regolata da leggi severe che hanno contribuito a formare una cultura più incline al dialogo limitando di molto le reazioni spropositate. 

 

VEDI ANCHE  

DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELLA ViRGiNIA DICHIARAZIONE D'INDIPENDENZA USA 


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 2/1/2013 alle 11:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LE LOBBY AMERICANE DELLE ARMI DICONO NO AL LORO CONTROLLO.
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 18 dicembre 2012


"Come associazione dei produttori italiani, ovvero l'eccellenza nel mondo in questo campo visto che a Londra tutti e i 18 i finalisti olimpici del tiro a volo usavano materiale nostrano, stiamo facendo pressione sulle lobby Usa affinché affrontino il problema. In America devono fare in modo di arrivare ad una politica maggiormente restrittiva sull'acquisto e l'uso delle armi, ma non è semplice anche se noi continuiamo a fare sollecitazioni in questo senso. Lì qualsiasi limitazione viene sempre vista come una violazione delle libertà individuali". Qualcosa è stato fatto, nota Perotti, come vietare l'acquisto di armi per corrispondenza, ma sarà difficile fare altri passi nella giusta direzione: "C'è sempre questa mentalità da pionieri, di tenere le armi in casa, e chiunque può acquistare anche quelle automatiche, con cui si possono fare delle stragi come quella di ieri. Fatti del genere sono anche un incalcolabile danno di immagine, e noi cerchiamo di far capire che ci vogliono sempre registrazioni e controlli". 

Quelle riportate sopra sono le parole pronunciate all'assemblea elettiva della federazione italiana tiro a volo dal presidente dell'associazione nazionale produttori armi e munizioni (Anpam). 

 

Il dibattito in corso negli USA, dopo la strage di Newtown, non lascia dubbi sui sentimenti dei cittadini sulla libera vendita di armi nel paese. 

Se il discorso di Obama lascia un po' d'amaro in bocca perché improntato ancora su una certa retorica senza proposte concrete, le affermazioni di personalità pubbliche lasciano chiaramente trasparire la necessità di far fronte al problema con leggi che ne controllino il commercio interno limitandone la vendita.  

 

Eppure, le lobby statunitensi, anche dopo le stragi di quest'anno, insistono sulla necessità di non porre limiti alla libera vendita delle armi. Uno dei motivi principali risiederebbe nella stessa cultura del paese che si richiama alla vecchia "frontiera", ovvero il periodo della conquista dell'west. Un altro motivo importante sarebbe la limitazione delle libertà individuali.  

Una dichiarazione di Larry Pratt, direttore esecutivo di Gun owners of America, una delle associazioni di possessori di armi da fuoco: Leggi federali e statali insieme fanno in modo che nessun maestro, nessun amministratore, nessun adulto della scuola di Newtown avesse una pistola. Questa tragedia indica l'urgenza di eliminare il divieto di armi nelle aree educative". E ancora: "I sostenitori della necessità del controllo sulle armi" hanno "le mani sporche di sangue di bambini in quanto sono loro che sostengono una zona interdetta alle armi che sono legge in quasi ogni Stato del nostro Paese. Negli ultimi 20 anni, ogni omicidio di massa è avvenuto in una zona interdetta alle armi. Ad un certo punto dobbiamo chiederci se ci sia un modo migliore 

Secondo Larry, tutti dovrebbero avere armi a portata di mano per potersi difendere da attacchi criminosi dimenticandosi che è proprio in base a questo principio che persone come Adam Lanza possono agevolmente disporre di armi per i loro piani criminosi. 

Va specificato che qui non si tratta della delinquenza abituale che le armi le compra da altri canali, qui si tratta di persone "non criminali" che commettono crimini in momenti "particolari" della loro esistenza. 

Dunque, la libera circolazione delle armi non può che essere un pericolo, e non un aiuto, per la popolazione.  

Larry dice: se il personale della scuola fosse stato armato, avrebbe potuto difendersi. Vero! Come è altrettanto vero, e anche più efficace al fine della difesa del cittadino, che se Adam non avesse avuto la disponibilità di armi non sarebbe entrato armato - o, tutt'al più, con armi molto meno pericolose - e non ci sarebbe stato bisogno di difendersi.  

Sembra che i costruttori di armi e i loro sostenitori non capiscano la loro stessa logica; le armi vendute liberamente possono finire, e finiscono, in mano solo a chi intende usarle. Certo, non tutti come offesa, ma considerando che sia la delinquenza e il terrorismo ma anche raggruppamenti politici estremi che le persone con problemi psichici, oggi come oggi e non solo negli USA, sono molto diffusi, la possibilità che le armi vengano usate da queste categorie di persone è altissima. 

Sembra che non capiscono, sembra, ma, in realtà, sono perfettamente consci del pericolo che rappresentano le armi e se insistono sulla loro libera vendita significa che, oltre al guadagno che ne traggono, hanno un "progetto ideologico" da perseguire. 

 

Per capire meglio il loro "progetto" bisogna rifarsi alla cosiddetta "frontiera": Nella cultura tradizionale statunitense indica idealmente quel limite oltre il quale esiste la «barbarie della natura e dei popoli» (wilderness) in opposizione a quel "di qua" rappresentato dalla civiltà euroamericana. Dunque, per la cultura statunitense, la frontiera non è la linea fisica che divide gli stati ma una linea ideale che divide il mondo civile da quello incivile, barbaro.  

Pertanto, un confine labile, nebuloso, dove è possibile ampliarlo secondo le proprie esigenze.  

Ma oggi il confine statunitense non è più interno, la frontiera si è spostata all'esterno la dove è necessario intervenire affinché altri popoli vengano incorporati nel progetto ideologico. 

 

Partendo da questo presupposto, diventa chiara la necessità di avere la disponibilità del popolo ogni qualvolta si presenta l'occasione di intervenire, anche con la forza, sia all'interno che all'esterno dei propri confini fisici. Per fare ciò bisogna che il popolo sia preparato non solo "militarmente" ma anche psicologicamente, ovvero, bisogna creare, oltre all'epos (tradizione e leggenda di un popolo), anche la convinzione di essere in grado di affrontare ogni situazione anche se pericolosa.  

 

La libera vendita di armi rientra proprio in questo contesto poiché, l'arma, viene a rappresentare il simbolo della forza e del coraggio necessari a rappresentare l'individuo come eroe e non solo come componente di un qualsiasi popolo.  

 

Concludendo, la libera circolazione delle armi, sfruttando il concetto di libertà individuale, serve anche a tener ferma una tradizione necessaria ai produttori di armi per poter continuare a realizzare cospicui guadagni sulla pelle di quegli stessi individui che li sostengono e sulla libertà di quei popoli che li contrastano.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 18/12/2012 alle 14:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Guerra in diretta sui social network: nuova frontiera nella propaganda guerrafondaia.
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 17 novembre 2012


Il fatto
Il 14 novembre, un raid israeliano effettuato con un drone uccide Ahmed Al-Jaabari, capo militare di hamas, mentre viaggiava con la sua auto. Pochi minuti dopo appare su You Tube il filmato dell’esplosione dell’auto e a seguire sul sito ufficiale dell’Idf (israel defense force) e su altri network come twitter e facebook.

Da sempre, durante una guerra, ogni nazione da notizie dei “risultati” delle operazioni in corso attraverso la stampa controllata. Da sempre le notizie riguardanti le operazioni sono date in modo parziale per far credere ai cittadini che la guerra sta andando bene e che porterà benefici.
Pertanto, l’aver usato la rete per propagandare un’azione di guerra non dovrebbe meravigliare se non fosse che la rete non informa solo i cittadini della nazione in guerra ma tutto il mondo e lo fa nell’immediato, pochi istanti dopo l’azione stessa raccontando minuto per minuto gli avvenimenti.

C’è da chiedersi perché Israele ha scelto di rendere pubblica a livello mondiale quest’azione che, non solo ha portato alla morte Ahmed Al-Jaabari, ma ha anche innestato una reazione che potrebbe far ripiombare il medio oriente in una crisi totale.
Va detto che già domenica 11 novembre il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva preannunciato una escalation nella guerra contro Hamas, il che significa che “l’eliminazione” di Ahmed Al-Jaabari era stata programmata, ma anche che le motivazioni, qualunque siano, non danno il senso reale della situazione  Questo significa anche che la propaganda via internet era stata programmata.
Ma perché?
In generale, di solito, le notizie inerenti azioni di guerra date attraverso i tradizionali mezzi di comunicazione vengono filtrate dallo stato. Ora però, essendo Israele una democrazia, ogni mezzo di comunicazione è libero di dare la notizia a modo suo e di fare commenti sull’utilità o no di un’azione di guerra e sulla guerra stessa. Inoltre, i media hanno a disposizione i social network per una comunicazione immediata e non sempre conforme alle necessità dello stato. Inoltre, i media possono avere personale che segue da vicino le fasi di un’azione.
In un certo senso lo stato si sente preso in contropiede e deve correre ai ripari per evitare che le giustificazioni delle sue azioni vengano date al popolo in modo per lui stravolto prima ancora che lui stesso le dia.

Questo però non è il caso della guerra di Israele contro Gaza poiché, nella striscia di Gaza non sono ammessi i giornalisti. Pertanto, a quanto detto sopra va aggiunto che Israele, oltre a volere dare la notizia in prima persona per poterla manovrare al meglio, usa i network come mezzo di propaganda di regime. In una guerra, compatto che sia il popolo, c’è sempre la voce discordante, ed è contro questa voce che si vuole operare attraverso il network.
L’idea di base è quella di usare il network come mezzo di propaganda immediata per dare maggior risalto alle operazioni di guerra anche la dove a pagare il maggior costo sono i civili tutti e non solo i militari.
Attraverso il network, le notizie vengono date direttamente dai militari senza nessuna mediazioni da parte dei media civili; questo significa una maggior presa sulla popolazione e una maggior assimilazione delle notizie da parte del popolo.
Dare la notizia direttamente da chi prepara e fa l’azione è altra cosa che darla in modo indiretto; darla direttamente ha un impatto maggiore sula credibilità dell’azione stessa.

Il vantaggio maggiore che si ha è la creazione della convinzione popolare di essere guidati da un potere efficiente che non nasconde nulla e agisce per il bene del popolo. Ovvero, network è una potente macchina di propaganda che, se usata in modo efficiente, può essere usata dal potere per aggregare intorno alle sue azioni il maggior numero di persone contrastando in modo più efficiente l’opposizione sia a livello locale che internazionale.
Insomma, l’uso della rete e dei network come potente mezzo di propaganda non serve solo alle opposizioni ma anche al potere costituito; in modo particolare a quei regimi, che pur presentandosi come laici democratici, non disdegnano l’uso della guerra - non solo esterna ma anche interna - per risolvere i problemi ma, anzi, ne fanno un principio fondante della loro esistenza.
 
Per il premier Italiano “la guerra è un lontano ricordo”.
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 25 maggio 2012


Oggi, scorrendo il sito Unimondo, mi sono imbattuto in un articolo su Mario Monti e l’incontro che ha avuto con un gruppo di giovani provenienti da paesi in guerra, ospiti della Cittadella della Pace, a Rondine (Arezzo).
Nell’incontro, Monti ha detto che “per l’Italia, la guerra è solo un lontano ricordo”. Una frase a dir poco deviante dalla realtà; l’Italia è in guerra, solo che oggi la guerra ha cambiato nome. Oggi, quando le guerre vengono condotta fuori dai confini, si chiamano, molto eufemisticamente, missioni di pace.
Poco importa se a portare la pace si va col cannone, poco importa se dietro a dette missioni di pace s’annidano interessi di vario genere. Poco importa se le guerre vere, quelle a cui dopo si va a pacificare, sono possibili grazie al commercio di armi di cui l’Italia è all’avanguardia.
Ma d’altra parte, non si può certo dire a questi ragazzi che i colpevoli siamo noi, che il nostro benessere dipende anche dalle guerre e dalle missioni di pace nei loro paesi. Non si può certo dire loro che il mondo civile ne ha bisogno, che per sopravvivere ha bisogno del loro sacrificio.

La frase, e il messaggio in essa contenuto, rappresenta tutta l’ipocrisia d’un mondo politico che, ormai, non riesce più ad uscire dagli schemi economici del consumismo di cui l’economia capitalista/finanziaria ha bisogno per sopravvivere.

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Petrolio e nucleare iraniano; una guerra all’orizzonte.
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 19 febbraio 2012


Origine foto: Nano Press
La Repubblica
Mentre il mondo occidentale sta dibattendo sull’opportunità di porre fine alla ricerca nucleare in Iran anche con interventi militari, lo stesso, in risposta alle sanzioni nei suoi confronti per la questione nucleare, ha deciso di chiudere i rubinetti del petrolio alle compagnie inglesi e francesi. Questo potrebbe essere solo l’inizio di un embargo nei confronti dell’occidente che si oppone alla nuclearizzazione dell’Iran.

Come si possa impedire ad uno stato sovrano di armarsi in un mondo dominato dalle armi e dove il nemico numero uno di quello stato ha acquisito armi nucleari di nascosto dai suoi alleati che gli imponevano di non costruire armi nucleari rimane un mistero.

Considerando che il disarmo nucleare tanto dibattuto ai tempi della guerra fredda tra occidente e Russia non è mai stato attuato - le armi nucleari presenti oggi nel mondo bastano e avanzano per la distruzione della vita sulla terra -, e che, dopo la fine di detta guerra non si è più posto il problema, perché ora, gli Usa, e l’occidente, si oppongono alla costruzione delle armi nucleari dell’Iran? Considerando che non è l’unico paese “non allineato” al trattato di non proliferazione - altri paesi come Israele, Corea del Nord, India e Pakistan posseggono armi nucleari e, pertanto, secondo gli aderenti al trattato di non proliferazione, sarebbero pericolosi - non si capisce tanto accanimento per impedigli di possedere le armi nucleari arrivando a minacce di aggressione (Israele) e sanzioni.

Però, l’effeto di questa politica è il rischio che diminuisca, o si arresti, il flusso di petrolio dai paesi arabi verso l’Europa, - e l’Europa di petrolio, sul suo territorio, ne ha ben poco - la possibilità che si creino i presupposti per una guerra diventa troppo reale.
Guerra che avrà come obiettivo l’occupazione reale dei territori islamici con lo scopo do riappropriarsi delle materie prime necessarie al mantenimento dei nostri standard di vita e, pertanto, giustificata da tali necessità.

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Obama condannato a morte dagli ebrei americani
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 22 gennaio 2012



La Repubblica
Secondo il direttore dell'Atlanta Jewish Times, giornale della comunità ebraica nella metropoli della Georgia, uccidere Obama è una delle tre opzioni per salvare Israele. le altre due sono:   1):attaccare Hezbollah e Hamas. 2) la distruzione ad ogni costo degli impianti nucleari dell'Iran.  
Il direttore del gionale, Andrew Adler, spiega che l’uccisione (assassinio) del presidente americano va “soppesata” di fronte all’alternativa che può essere lo sterminio di sette milioni di israeliani in caso di attacco dell’Iran o altri paesi arabi.

Una notizia shock pubblicare su un giornale pubblico la condanna di una persona, chiunque sia, che richiama il metodo della fatwa islamica. Anche considerando che mister Andrew considera Obama nemico di Israele, condannarlo pubblicamente senza averne l’autorità sa tanto di terrorismo.
Inoltre, se si pensa ai tanti aiuti ricevuti dagli stati uniti nel campo militare - basti pensare che nel 2010, Obama approvò aiuti per 205 milioni di dollari per la costruzione di un sistema di difesa contro i missili di corto raggio - e agli interessi americani in medio oriente - interessi che hanno provocato guerre senza “disturbare minimamente Israele -, la sua condanna risulta alquanto gratuita. Inoltre, l’america è il nemico numero uno sia dei terroristi di al-qaida che dell’Iran. Nemici comuni dunque.

E allora perché questa condanna?
Vedi anche: L’architettura degli aiuti americani in Medio Oriente
Caccia F35, uno spreco da impedire. FIRMA LA PETIZIONE.
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 20 gennaio 2012


Altri link per approfondire
F35. Un posto di lavoro costa 1,5 milioni di euro
Campagna: Taglia le ali alle armi!
Tranquilli, al futuro ci pensa il nuovo F35
Tagliamo i caccia, non il welfare
Nessuna penale se non si acquisteranno i caccia F-35:
“Errare è umano, perseverare...”. Il ministro Di Paola e il rischio di conflitto d’interesse

Sembra che anche il governo monti non sia intenzionato a rinunciare ai 131 caccia F35 del costo di 15-20 miliardi equivalenti a una manovra economica.
Il motivo di questa scelta è, secondo il ministro della difesa, che in questo modo si creeranno 10mila posti di lavoro per approntare le strutture industriali che toccano all’italia Sembra però, che, alla fine, ogni posto di lavoro costerà allo stato 1,5, milioni di euro all’anno.
Oltre a questo, il ministro della difesa afferma anche che le spese militari sono comunque da sostenere per la difesa del territorio anche se non si sa bene da chi.
Inoltre, gli Stati Uniti, capofila del progetto con il Canada, Norvegia e Australia stanno ridimensionando o cancellando la loro partecipazione al progetto sia per i costi sia per la crisi e per la poca affidabilità del caccia emersa durante i collaudi. Sembra quasi che l’acquisto dei caccia sia una questione di vita o di morte.
Un’altra motivazione dei sostenitori dell’operazione sono le penali da pagare in caso di regresso dal contratto, cosa che risulta errata alla lettura del contratto.
Insomma, questi caccia sembra abbiano abbagliato i nostri militari al pari delle sirene per i marinai.

CHIUNQUE ABBIA A CUORE LA PACE E LA SOLUZIONE DEI PROBLEMI IN MODO PACIFICO NON PUO’ FARE ALTRO CHE FIRMARE LA PETIZIONE.
Firma qui

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