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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
INTERNET E LA LIBERA INFORMAZIONE
post pubblicato in Riflessioni, il 28 dicembre 2009


Maroni
Pancho Pardi
norme su cortei e siti di Maroni
internet e il bboomerang della censura
Internet come motore della violenza.
E' cosi che la maggioranza vede internet, niente meno che la locomotiva trainante della violenza e, in particolar modo, della violenza politica.
E' vero che, attraverso internet, chiunque voglia istigare alla violenza, ha a disposizione uno strumento che, a differenza della piazza o del bar o comunque di luioghi dove gli individui si ritrovano e discutono, ha una maggiore capacità divulgativa, può arrivare a distanze enormi in pochissimo tempo e coinvolgere un numero maggiore di individui che, pur non conoscendosi di persona, possono trovare punti di partenza cpmuni per le loro azioni. E', però, altrettanto vero che i "violenti", rispetto alla totalità, sono una esigua minoranza; poche migliaia di individui che, sull'onda emotiva di un evento violento, reagiscono in modo sconsiderato. Ed è altrettanto vero, come lo stesso ministro maroni ha ammesso, che la rete è in grado di autoregolarsi con i propri mezzi, basta applicarli. Inoltre, riguardo alle leggi, esistono già nela legislatura italiana. Offesa, diffamazione, istigazione alla violenza, formazione di gruppi eversivi o terroristici, sono già comportamenti penalizzati con leggi specifiche. Non servono altre leggi. 

La rete è di per se una piazza, un luogo dove la gente si incontra, sia individualmente, sia come piccoli gruppi o come movimento di opinione, in questo non è dissimile dalla piazza reale. Si discosta dalla piazza in quanto la notizia o l'idea si dirama nel momento stesso in cui viene detta mentre, nella piazza, ha bisogno di molto più tempo per diramarsi e comunque ha bisogno di persone che impegnino parecchio del loro tempo in riunioni e propaganda.
Gli aderenti ad un movimento nato in rete, sia esso sotto forma di gruppo tipo facebook o sotto forma di blog/sito è, si, un movimento politico/sindacale/sociale ma, e qui è la differenza sostanziale, chi vi aderisce lo fa in modo informale. Si può obiettare che, comunque, questi movimenti possono, come nel caso delle manifestazioni organizzate in rete, dei movimenti reali; certo, ma questo fa parte delle libertà democratiche. Quello che importa è che questi movimenti agiscano nel rispetto delle regole, che non usino la rete per obiettivi al di fuori di esse. Ma questo succede da sempre, anche quando non cera la rete, i movimenti terroristici degli anni sessanta e settanta ne sono la testimonianza, e comunque, qualora un gruppo si formi con obiettivi "eversivi", lo fa rendendosi il più possibile invisibile come fanno i creatori dei siti mafiosi e pedofili.
Dunque, la rete uguale piazza, ovvero libertà; libertà per CHIUNQUE, anche per coloro che, in un contesto "fisico" (faccia a faccia) non riuscirebbero ad esprimersi.
Ma allora perché si vuole fare leggi specifiche per "regolamentare" la rete?

Come detto, la rete ha la peculiarita di essere molto veloce e di permettere a chiunque di esprimersi e confrontarsi con persone anche lontane, inoltre da modo di aquisire informazioni che altrimenti, o arriverebbero tardi o mai. Questo da modo a molti di informarsi più accuratamente, avere molti più dati su cui fare analisi molto più complete e discuterne traendo da ciò una capacità di critica maggiore rispetto al passato.
In un contesto simile, è ovvio presupporre che i movimenti d'opinione o politici che nascono, sono molto più incisivi nella critica e possono impedire il verificarsi di situazioni contrarie alle regole democratiche in modo molto più veloce e determinante, ed è ciò che da maggior fastidio ad un certo tipo di potere.
L'informazione - che circolando liberamente, senza nessun tipo di censura può creare, e crea, una maggior coscienza - è la base di ogni sistema democratico basato sulla partecipazione - nei diversi modi sviluppati dall'uomo. Senza di essa, e con i mezzi informatici a disposizione del potere, si rischia di essere preda di manipolazioni in grado di creare un'idea illusoria della libertà, di diventare strumenti passivi nella cura di interessi particolari. Lo scopo di quanti agiscono contro la libera circolazione delle idee è la completa sottomissione del popolo, lasciando ad intendere che, la libertà, sia l'affrancamento dall'obbligo di prendere decisioni, mentre è vero il contrario, mettendo, cosi, le basi per una moderna monarchia, quella politico/finanziaria, dove anche l'industriale ne sarà assoggettato.




 


 
TRAGEDIA SUL PORDOI Quattro soccorritori trentini morti sotto una valanga.
post pubblicato in Riflessioni, il 27 dicembre 2009


La tragedia è avvenuta nella tarda serata di ieri mentre una squadra di sette soccorritori erano alla ricerca di due turisti dispersi che non avevano fatto ritorno in albergo.
I soccorsi ai quattro soccorritori è scattato immediatamente ad opera degli altri tre che, al contempo, hanno allertato il soccorso alpino, ma non c'è stato nulla da fare.

Una tragedia, questa, che si inserisce nelle tante accadute in montagna e che hanno coinvolto i volontari del soccorso chiamati a soccorrere turisti, che, a scapito degli avvisi di pericolosità - dopo le piogge dei giorni scorsi, sono stati diramati bollettini che davano il pericolo valanghe 4 su una scala di 1-5, cioè appena sotto il massimo livello - intrapprendono escursioni in luoghi sconsigliati.

Capisco bene l'attrazione della montagna in certi periodi dell'anno. La montagna è uno dei luoghi dove l'uomo è spinto a misurarsi con se stesso senza la mediazione (almeno in apparenza) dei moderni mezzi messi a disposizione dalla civiltà. Questo richiamo alla "sfida" con se stessi è patrimonio comune agli uomini, un comportamento primario senza il quale, forse, non saremmo arrivati dove siamo ( non dico che è positivo ). Ciò non toglie che, correre rischi quando si possono evitare, sia solo la dimostrazione di quanto sia "vuota" la vita oggi. Un vuoto che, a mio avviso, è determinato proprio dalla distanza, sempre maggiore, che l'uomo ha dalla natura.
Una distanza incolmabile dal punto di vista della conoscenza della stessa e che ne determina la volontà psicologica di ridurla con azioni, sempre più frequentemente, irrazionali dal punto di vista umano della sopravvivenza.
  
Credo, però, che la colpa di queste azioni, sia da imputare anche ad un sistema sociale basato su un sistema ideologico che spinge l'individuo a dover dimostrare la sua capacità di sopravvivenza oltre ogni limite anche senza un'adeguata preparazione che può esserci unicamente con la conoscenza.

Inoltre, la necessità economica dell'industria del turismo fa si che gli stessi operatori, ma anche i comuni, non si curino adeguatamente della sicurezza del territorio con adeguate informazioni e, la dove necessario, divieti, anche severi e controllati (si controlla la viabilità stradale ma non quella delle piste o sentieri).

Sei morti, quattro soccorritori e due turisti, che con un po di buona volontà si potevano evitare.





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COPENAGHEN, I POLITICI E IL CLIMA.
post pubblicato in Riflessioni, il 23 dicembre 2009


A copenaghen niente di nuovo, i governi, di fronte ai problemi climatici non hanno saputo trovare un accordo reale per far fronte al problema.
Troppe divergenze e troppi interessi particolari in gioco per poter definire una politica unitaria e intanto le "ANOMALIE" climatiche continuano a imperversare sul pianeta.
Gli scienziati sostengono che se non si agisce in fretta, si rischia la catastrofe, per questo bisogna  darsi una mossa, ma come? Forse, il problema risiede nei deputati a risolvere il problema, forse i meno idonei sono proprio i politici.
Di cosa hanno discusso al vertice? sicuramente non degli effetti del cambiamento climatico, caso mai degli interessi che ogni nazine deve difendere; interessi che non collimano con il problema.
Dire: tu ai inquinato prima e di più, tu devi imparare dagli errori fatti da noi è sicuramente giusto. Ma serve a risolvere il problema? No!
Il problema va risolto con provvedimenti idonei (green economy).
C'è un costo in questo? Si!
Chi paga? tutti!
La soluzione delle domande poste è forse semplice; la tecnologia per attuare la green economy esiste già, i costi sono una costante in tutte le nuove industrie - le automobili a benzina, quando furono costruite, non erano certo come le attuali. Solo la pratica ha potuto migliorarle. Questo vale anche per le tecnologie per la produzione di energia pulita. -, ma si sa che gli investimenti producono, col tempo un utile.
Non è questione di soldi ma di diffuzione delle tecnologie. Già oggi, l'industria occidentale si sta espandendo, per motivi non proprio nobili, nei paesi in via di sviluppo e in quelli poveri, basterebbe che usassero le tecnologie moderne al momento di impiantare gli stabilimenti insegnando cosi alle popolazioni ad usare il tipo di tecnologia idonea per mantenere l'ambiente "PULITO".

Il difetto dei vertici, anche l'ultimo della Fao, sta proprio nell'essere composto dai governi che hanno, di solito, il problema di dover tener conto sia degli interessi particolari sia di dover rendere conto agli elettori che hanno dato il loro voto proprio sulla promessa di mantenere il livello di vita a cui sono abituati. Ma anche questo è un falso problema, cambiare stile di vita, sempre che sia necessario, non significa, necessariamente, regredire.

Una politica seria sul clima dovrebbe/deve passare, anziché dai politici, dalle componenti produttive - economiche (industria), sociali (sindacati) e scientifiche - affinché il problema sia visto nella sua praticità. Solo tali organismi, direttamente interessati, possono, attraverso un'analisi "reale" sia del problema in se che dei problemi derivanti, gestire un cambiamento reale; cambiamento che coinvolge l'intero stile di vita di tutti i cittadini, ma che, in primo luogo, coinvolge interi settori produttivi (industriali e dipendenti) attraverso la riconversione.

http://www.giornalettismo.com/archives/45062/cambiamenti-climatici-meglio/#comment-44031
http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=2594
Rifiuti e terremoto: un decreto legge per tornare alla normalità
post pubblicato in TERREMOTO, il 22 dicembre 2009


Il 17 dicembre, il governo ha disposto un decreto legge, varato dal Consiglio dei ministri, che prevede dal primo gennaio 2010 l’affidamento alle istituzioni territoriali dei poteri finora gestiti in via straordinaria dalla Protezione civile. Questo significa la fine dell'emergenza in abruzzo.

Le istituzioni territoriali, comuni, provincia e regione, dal primo gennaio, si ritroveranno a dover gestire la ricostruzione de L'Aquila e dei comuni interessati dal terremoto in modo ordinario, ovvero, con i finanziamenti ordinari dello stato.

Bertolaso, personaggio dell'anno, dice riguardo al terremoto in Abruzzo:
«La sfida deve essere vinta in modo intelligente, Il grande punto interrogativo riguarda la ricostruzione del centro storico dell'Aquila: bisogna sfruttare i crolli per realizzare qualcosa di moderno, coniugare l'antico al nuovo, come è accaduto, ad esempio, a Berlino. Sarà anche un modo per incrementare il turismo nel futuro. Per questo serviranno i migliori architetti ed urbanisti». Bertolaso promette inoltre una conferenza, prima della fine dell'anno, per fare il punto sulla situazione del dopo-terremoto.

Da quanto dice, sembra chiaro che la ricostruzione non è ancora incominciata confermando cosi le tesi di quanti sostengono che in abruzzo sia stato fatto ben poco.

Dice ancora:
La mia regola è: gli ultimi saranno i primi. Chi sta male deve essere trattato come un re. Chi ha visto morire i parenti, ha perso la casa, tutto; chi ha avuto la vita spezzata, chi ha affrontato il terremoto non può essere, come in passato, essere rimbambito di chiacchiere. Bisogna agire, senza guardare in faccia a nessuno, senza pensare alle spese. Per noi la persona umana è al primo posto».

Non ho parole!
Dopo 9 mesi dal terremoto e dopo la promessa di far avere una casa a tutti coloro che l'avevano persa; promessa non mantenuta, molti vivono ancora negli alberghi e altri sono stati costretti a comperarsi i moduli abitativi a spese proprie.
Cose già dette r ridette, quello che colpisce è la decisione del governo di porre fine all'emergenza scaricando sugli enti locali l'onere della ricostruzione.
Staremo a vedere




 
"Traditi da Netanyahu": coloni in piazza contro Netanyahu
post pubblicato in Riflessioni, il 21 dicembre 2009


 Gli israeliani e la palestina 
Oltre 10.000 israeliani si sono dati appuntamento mercoledì scorso a Paris Square (Gerusalemme) davanti alla residenza di Netanyahu, per manifestare contro il congelamento della costruzione delle colonie nei territori occupati. Congelamento annunciato dal Primo Ministro Israeliano per convincere l'Autorita' Palestinese a riprendere i negoziati. Il provvedimento, che sara' in vigore per i prossimi 10 mesi, non si applica a Gerusalemme Est ne' alle costruzioni gia' in corso d'opera.

Coloni israeliani in piazza contro la politica di Netanyahu; politica a sostegno della ripresa del dialogo con i palestinesi per la pace in medio oriente.

Tra gli intervistati in piazza, pochi sono a favore del processo di pace. Oli, colono di Gerusalemme Est dice "siamo arrivati a un vicolo cieco. Non vogliamo avere nulla a che fare con i palestinesi - aggiunge - non ci sara' mai pace, vogliono solo che ce ne andiamo ed e' la stessa cosa che vogliamo noi, che vadano via! Non cambiera' nulla, niente fermera' la costruzione delle nostre case, nulla puo' cambiare quello che e' scritto nella Torah, ne' Obama, ne' Netanyahu, nessuno".

Yitzhak, 23 anni, vive a Shamron (altra colonia in West Bank)dice; "Netananyahu ha dimostrato la  sua totale debolezza; con le armi e il potere per costruire possiamo dimenticare le parole di Netanyahu, Israele e' uno stato ebraico, compresa la Cisgiordania. Prima di tutto gli arabi non dovrebbero essere qui, ma dato che ci sono, gli daremo una stanzetta, ma non troppo grande. Obama vuole fare pressioni per dare loro piu' spazio di quello che gli serve."

Yehuda Shimon, un avvocato di Havat Gilad, (outpost in West Bank) e' anche lui della stessa opinione: "Quando siamo arrivati qui non c'erano palestinesi, non sono nemmeno nominati nella Bibbia. Possono andare in Giordania o in qualsiasi altro posto. Il potere musulmano vuole uccidere
tutti, ci sara' un genocidio in Europa un giorno."

Uno slogan ricorrente: "Obama vuole congelarci, Dio ci ha prescelti" oppure "Nessuno sara' piu' cacciato dalla propria terra."

Leggendo queste affermazioni c'è di che preoccuparsi; come ho già scritto in un post precedente, la questione israelo/palestinese è da ricercare nella politica internazionale del secondo dopo guerra e non, come viene sostenuto nelle affermazioni citate sopra - "Quando siamo arrivati qui non c'erano palestinesi, non sono nemmeno nominati nella Bibbia" - che si riferiscono ad alcune migliaia di anni fa.

La preoccupazione maggiore viene dalla determinazione degli ebrei ad ancorarsi ad una concezione della storia ormai superata e che richiama alla mente un passato ancora troppo vicino; se dovessimo ragionare come loro, sarebbe più che giustificata la ghettizzazione nei loro confronti avvenuta a più riprese in Europa fino al secolo scorso ( eslusa la "soluzione finale, sia chiaro, quella non può mai essere giustificata nei confronti di nessun popolo ). "Quando siamo arrivati noi lloro non c'erano", questa frase vale per tutti, ogni popolo moderno è il frutto di secoli di penetrazione, pacifica o violenta che sia, in territori già occupati da altri, e questo vale anche per gli ebrei - nella bibbia, il popolo ebraico si inserisce in un territorio, la palestina, già occupato da altri popoli e lo fa con la violenza. Riferirsi a origini lontane può essere lecito, pretendere di occupare un territorio a scapito di altro popolo no!
Che dire, allora, di quegli ebrei che, ancora oggi, vivono sparsi per il mondo, all'interno di popoli diversi da loro, e che concedono loro gli stessi diritti di vivere secondo il loro credo?
Dovremmo forse relegarli di nuovo in ghetti senza diritti come avveniva in passato?
Non sarebbe, questa, una lettura esatta di quanto loro affermano?
Parlare, e trattare, dei palestinesi come fanno i coloni, significa considerarli indegni di vivere all'interno della loro società, e qui sorge un'ulteriore domanda: chi ci assicura che in futuro non trattino anche noi alla pari dei palestinesi?

La società moderna, grazie alle scoperte scientifiche degli ultimi secoli, ha sviluppato una capacità di interagire tra popoli senza precedenti. Ogni popolo è in grado di comunicare con altri nell'immediato, evitando che il perpetuarsi di situazioni illegali avvengano nella completa disiformazione. Questo permette il diffondersi di notizie utili a bloccare, o comunque a prendere coscienza, di ciò che accade ogni giorno aumentando, sia la conoscenza storica sia la capacità di analisi, portando ogni cittadino ad una presa di cosciernza superiore rispetto al passato. Ciò ha come conseguenza una maggior disponibilità ad una politica sia di integrazione sia di convivenza tra diverse culture.
Questo impedisce ai singoli, gruppi e popoli, di seguire ciecamente, basandosi unicamente sull'informazione data dal potere in essere, i loro capi.

Rimanere ancorati a concetti o idee, laiche o religiose, dimostra due cose: 1) incapacità di capire il processo socio/politico/economico e tecnologico in corso, 2) una forte volontà di dominio della propria idea.

Quello che avviene in Israele ad opera dei coloni, ma anche quello che avviene in ogni parte del mondo nei confronti di etnei culturalmente diverse, è da riferirsi ai due punti sopra descritti.
Come sempre accade, la società umana ha difficoltà ad adeguarsi ai miglioramenti utili ad una convivenza più consapevole.




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permalink | inviato da verduccifrancesco il 21/12/2009 alle 11:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il terremoto, l'emergenza, la ricostruzione e l'opinione degli aquilani.
post pubblicato in TERREMOTO, il 18 dicembre 2009


Credo che l'articolo "Terremoto e ricostruzione in Abruzzo: così si uccide una regione" di Carlo Cipiciani, con la collaborazione di Marisa D’Alfonso,apparso su giornalettismo il 15/12/09 sia una chiara analisi di ciò che è accaduto e sta accadendo in abruzzo dopo il terremoto.
L'analisi, correlata da dati della protezione civile, mette a nudo la volontà del governo di "non ricostruire" L'Aquila e dintorni a uso dei cittadini, ma, se la ricostruzione ci sarà, sarà a uso e consumo di quanti potranno permetterselo.
In un precedente post scrivevo: Come è possibile, che il governo, non abbia mandato strutture adeguate come, roulottes e casette prefabbricate, in attesa che si inizi la ricostruzione delle case? Avevano promesso la casa entro l'autunno ma, adesso sembra evidente, detta casa è "la casetta prefabbricata", non quella vera; questo vuol dire, se tutto va bene, entrare nel prefabbricato a novembre, cioè avere la casa "vera" entro???????????
Questo è più che mai evidente oggi, dopo 9 mesi dal sisma, la dove la ricostruzione del centro de L'Aquila non è ancora iniziata come viene evidenziato dal blog di Miss Kappa e i cittadini colpiti dal sisma o vivono nei moduli abitativi in legno o in alberghi distanti decine di chilometri o costretti a comperarsi a loro spese roulotte o altre strutture adeguate per l'emergenza.
Nel blog di Miss Kappa risulta evidente l'importanza del fattore mediatico messo in piedi dal governo per convincere la popolazione ad accettare la linea del governo sulla ricostruzione, inoltre, risulta altrettanto evidente la sottomissione di un'intera popolazione attraverso il ricatto della politica, di destra e di sinistra.
Miss kappa ci informa anche sull'attuale assetto della protezione civile che da "organo indipendente sottoposto alla vigilanza del Ministero degli Interni e della Corte dei Conti, che basa la sua azione sulle organizzazioni di volontariato" diventa dipartimento della Presidenza del Consiglio alle dipendenze dirette del governo. Perciò, non più volontariato ma struttura, se pur civile, sempre soggetta alla volontà politica del governo.

Per quanto detto sopra, riflettere sulla "gestione" del terremoto in abruzzo diventa un obbligo per tutti coloro che hanno a cuore la propria libertà di scelta in quei casi dove si rende necessario l'intervento dello stato.
Il fatto che lo stato intervenga in simili situazioni è giusto, anzi è un obbligo da parte sua, quello che non va è la sua volontà di espropriare i cittadini coinvolti da decisioni che riguardano direttamente il loro futuro e anche di togliere ogni possibilità di intervento diretto e indipendente da parte di organizzazioni che, in passato, hanno dimostrato molta più serieta e onesta nella ricostruzione - si veda il friuli e l'umbria - dello stato stesso.

 




Il Programma di Stoccolma e la politica italiana sull'immigrazione
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 17 dicembre 2009


http://www.programmaintegra.it/modules/news/article.php?storyid=4664&nid=1
Stabilire un sistema comune dell'asilo entro il 2012 e assicurare procedure di asilo efficienti e sicure per chi fugge da guerre e persecuzioni. Lo ribadisce il Programma di Stoccolma adottato dai capi di Stato e di Governo dell'Unione europea al Consiglio Ue che si è concluso lo scorso venerdì.

L'ue si è pronunciata in merito all'assistenza e asilo agli immigrati che fuggono da situazioni di guerra e persecuzioni con un programma che sottolinea l'importanza di sviluppare una politica europea basata sulla solidarietà e la corresponsabilità poiché, si legge, "un fenomeno migratorio ben gestito rappresenta un vantaggio per tutti gli stakeholders".

Benissimo, una politica comunitaria sull'immigrazione è ciò che il governo italiano si auspicava per poter far fronte al problema in modo più incisivo.
Nell'ultimo periodo "dell'emerganza immigrazione", prima della legge nazionale sull'immigrazione - quella che prevede il respingimento, la criminalizzazione e l'allungamento di permanenza nei Cio dei clandestini -, il governo aveva più volte richiamato l'UE sulla mancanza di un percorso comune e la conseguente "anarchia" nella gestione comunitaria dell'immigrazione; questa mancanza, a dire del ministro Maroni, è stata alla base della legge italiana.
Ora che l'UE ha disposto una linea comune accettata da tutti i capi di stato e di governo, anche il governo italiano dovrebbe modificare la legge in base alle decisioni dell'UE, staremo a vedere.




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Fini e il PDL, strategia interna o crescita democratica di Fini?
post pubblicato in POLITICA, il 16 dicembre 2009


Propongo l'articolo di Filippo Rossi, direttore della rivista "Fare Futuro" della "Fondazione Fare Futuro" di Gianfranco Fini.
 L'articolo è, per certi versi, una spietata critica al direttore de "il giornale" Vittorio Feltri. Rossi parte dal presupposto che:
Non è possibile che un grande partito moderato, che punta a rappresentare la maggioranza dei cittadini italiani, che si riconosce nel Partito popolare europeo, che nel suo manifesto dei valori pone al centro la persona umana e la sua dignità, un partito che deve affrontare la sfida del governo in un momento non facile, ecco, non è possibile che un partito così sia rappresentato da un giornale che non è di destra. Ma che, nei modi e nei fatti, è un giornale minoritario, barricadero, militante e sostanzialmente di estrema destra. Un giornale che fa della propaganda la sua cifra stilistica.

Essendo "il giornale" di proprietà della famiglia Berlusconi, l'articolo, a mio avviso, è una critica severa a berlusconi stesso e alla sua politica "populista" e si trova in linea con quanto va affermando Fini sul modo del governo di affrontare alcuni importanti problemi della società italiana.

Bene, anzi benissimo. Però sorge una domanda legittima: se Fini e i suoi "amici" non condividono il modo di affrontare i problemi dell'attuale governo, perché insiste a rimanere nel PDL?
Bisognerebbe conoscere i termini dell'accordo che ha determinato la fusione di AN nel PDL per poter dare una risposta certa alla domanda, perciò, le mie, non possono che essere supposizioni.

La prima, alquanto ovvia e spontanea, è che il PDL non abbia mantenuto fede ai termini dell' accordo.
La seconda, altrettanto ovvia e spontanea, è che sia un gioco per dimostrare al popolo che, all'interno del partito, c'è/è possibile una discussione democratica, che, cioè, Berlusconi non è il capo incontrastato.
la terza, meno ovvia, è che Fini non abbia compreso bene i termini dell'accordo per quanto riguarda il rapporto con la lega o che lo abbia sottovalutato.
La quarta è che Fini abbia creduto di pilotare, magari proponendosi come successore a Berlusconi, il partito verso una destra più liberale di quella che viene rappresentata da Berlusconi.
Se fossero vere lea terza e la quarta, Fini dovrà decidere di conformarsi o lasciare; lasciare perché le divergenze stanno creando una situazione insostenibile al fine della sua credibilità come entità omogenea. Ciò lascia presupporre che, prima o poi, si arriverà a un chiarimento dove Fini sarà costretto a decidere se conformarsi o uscire.
Se invece fossero vere le prime due, tutto resterà come prima e, alla fine, risulterà un gioco strategico ai danni del popolo.
SITI VIOLENTI
post pubblicato in ALTRO, il 14 dicembre 2009


ALLEGO IL LINK DI UN GRUPPO SU FACEBOOK CHE INCITA ALLA VIOLENZA.
INVITO CHIUNQUE A SEGNALARLO AFFINCHE' VENGA CHIUSO.
FARE QUESTA AZIONE NON SIGNIFICA LEDERE IL DIRITTO ALLA LIBERTA' MA IMPEDIRE IL DIFFONDERSI DI GRUPPI, SITI, BLOG SULLA RETE CHE NON FANNO ALTRO CHE DARE SPUNTI CONCRETI A COLORO CHE VOGLIONO IMBAVAGLIARLA.
http://www.facebook.com/group.php?v=wall&ref=mf&gid=44613591692#/group.php?gid=44613591692

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Il ministro Ronchi e l'oscuramento dei siti violenti
post pubblicato in Riflessioni, il 14 dicembre 2009


In merito all'aggressione subita da Berlusconi a Milano, Il ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi, ha preannunciato l'intenzione di chiedere l'oscuramento dei siti che inneggiano alla violenza nei confronti di Silvio Berlusconi. "E' scandaloso e moralmente inaccettabile cio' che stiamo leggendo in queste ore su Internet e nei social network".

Il fatto in se è sicuramente da condannare, anche se commesso da persona con problemi psichici, e a nulla serve richiamare il "comportamento" del premier come giustificazione. Il dibattito politico, da sempre, utilizza toni duri e aspri nei confronti dei propri avversari, e non tutti i politici si possono definire ONESTI anzi, ma non per questo si deve tradurre in azioni violente l'asprezza del dibattito. Bisogna sempre usare i mezzi legali sanciti dalla costituzione se non si vuole cadere nella trappola della violenza fisica che può avere un'unica soluzione: la violenza genera violenza, pertanto, vincere con la violenza significa dover poi gestire con essa il potere RAGGIUNTO, cioè DITTATURA.
 
Ciò che è scritto su facebook in merito al fatto di Milano, è sicuramente frutto di menti che con la politica, e tanto meno con una qualsiasi idea di convivenza, non hanno nulla a che fare.
Questo dimostra che, in Italia, agiscono, o si possono formare in breve tempo, gruppi che hanno come unico scopo la violenza. Chiudere siti come questo è giustissimo, non è con la violenza, sia verbale che fisica, che si difendono le proprie idee.

Voglio però far notare che di siti violenti - e per violenza intendo anche l'offesa gratuita - ce ne sono di tutti i tipi e che sono più o meno visibili.
Perciò, c'è da chiedersi: come mai la lotta a questi siti non è già parte del lavoro ordinario delle forze dell'ordine?
Se l'incitamento alla violenza è pratica condannata da tutti i movimenti politici e non, sarebbe importante che sulla rete la possibilità di creare siti o blog o comunque commenti lesivi dei diritti altrui venisse bloccata sul nascere.
Se si continua a permettre la pubblicazione di siti, e mi riferisco anche a quelli non propriamente politici, che in un modo o nell'altro incitano alla pratica della violenza, la possibilità che si crei la convinzione di una immunità più o meno evidente è molto reale, e questo porta a considerare la rete come un mezzo "innocente" di diffusione di pratiche anche illecite.
In questo contesto, l'intenzione del ministro Ronchi lascia a desiderare. Chiudere i siti che inneggiano alla violenza nei confronti di Silvio Berlusconi senza considerare tutta la marea di siti, e tra questi ci sono anche siti omofobici, razzisti (antiebraici e anti mussulmani o comunque contrari all'integrazione), pedofili, pornografici, a sostegno della violenza sulle donne, sugli animali ecc., tutti siti che in un modo o nell'altro inneggiano e invitano alla violenza, significa non valutare l'importanza della rete nella diffusione della violenza e anche pensare unicamente a se stessi e ai propri interessi di casta.

Il governo, qualunque governo, dovrebbe mettere più impegno nella lotta a questi siti, e ai loro autori, attento, però, a non cadere nella tentazione di sopprimere siti e blog d'informazione e di critica politica non in linea con il governo in carica.



 

Per sostenere RUDRA BIANZINO nella sua battaglia per la VERITA', la LEGALITA', lo STATO DI DIRITTO
post pubblicato in ALTRO, il 11 dicembre 2009


Le morti in carcere stanno diventando sempre più numerose (all'8 dicembre  si contano 169 tra suicidi e morti sospette). La causa va ricercata nelle condizioni in cui si trovano gli istituti carcerari, che, incapaci di accogliere tutti i carcerati, si trovano nella "necessità" di "STIPARE" i detenuti in spazi sempre più ristretti e perciò invivibili. Inoltre, molti carcerati sono tali in base a leggi repressive di comportamenti che non comportano nessun rischio sociale - clandestini (in base alla legge sulla criminalità), piccoli furti (potrebbero essere risolti in sede civile), droghe leggere, inclusa la sua eventuale coltivazione (potrebbe essere risolta nelle comunità di recupero) e altre cause che comunque non comportano la necessaria pericolosità dell'individuo che le commette.
Oltre a ciò va considerata la reclusione preventiva per reati, come le droghe leggere, che potrebbero essere considerati benissimo non reati.
Questa situazione porta a disagi estremi che possono portare l'individuo ad azione altrettanto estreme come il suicidio; ma anche le guardie carcerarie, che dovendo sostenere turni di lavoro pesanti, pertanto sottoposte a forti stres, possono avere reazioni violente nei confronti dei carcerati - beninteso, non voglio difenderle, ma la situazione le porta a considerare il carcerato non un individuo da recuparare, come dovrebbe/è nelle intenzioni della legislatura, ma un criminale irrecuperabile, facendo cadere tutte le conquiste fatte in merito negli ultimi decenni.
Il contesto in cui avvengono i suicidi/omicidi di persone incarcerate per reati veramente minimi fanno pensare a una volontà POLITICA di ritorno a un passato dove, la prigione, oltre a essere un luiogo di PENA, è, in primis, una scuola di formazione del criminale.
Affinché, il carcere, sia un luogo di recupero, ha bisogno che il carcerato, e le guardie, vengano inseriti in un ambiente vivibile dal punto di vista sociale. Certo, non può essere come all'esterno, ma se viene a mancare la possibilità di socializzare attraverso un'attività utile poi all'esterno - restare in cella senza svolgere nessuna attività, in compagnia di altri detenuti che, magari, hanno già maturato una delusione nei confronti del carcere, ritenendosi, loro stessi, irrecuperabili, non aiuta certo al recupero, anzi, la possibilità che il carcere diventi una scuola "A DELINQUERE" è molto reale - si creerà necessariamente sia il presupposto per una depressione pschica nel detenuto sia un senso di antagonismo tra guardie e carcerati.
Certo, per costruire un carcere VIVIBILE E COSTRUTTIVO significa un impegno molto maggiore rispetto al carcere tradizionale e i risultati non sempre sono positivi. Inoltre, le risorse, in termini di soldi che di personale, sono alla lunga maggiori e più costose, ma può essere questa una giustificazione al NON FARE? non credo.

Nascondersi dietro a giustificazioni simili significa scegliere la strada più breve ma anche, alla fine, più costosa in termini sia di soldi - costruzione di carceri, maggior numero di guardie - sia in termini di vite umane distrutte.
In modo particolare, ad essere i più esposti sono i tossico dipendenti. Data la loro necessità di assumere droghe, se ne vengono privati, oltre che soffrirne, possono cadere in crisi psichiche che li portano al suicidio.

Le recenti morti sospette non sono le uniche, già in passato si erano verificati fatti simili. Di seguito in breve la storia di Aldo.

Per sostenere  RUDRA BIANZINO nella sua battaglia per la VERITA', la LEGALITA', lo STATO DI DIRITTO

All'VIII Congresso di Radicali Italiani di Chianciano, Rudra Bianzino ci ha raccontato la drammatica vicenda che ha coinvolto lui e la sua famiglia. Rudra, studente liceale, sedicenne, è rimasto solo, senza padre, senza madre.


Il padre, Aldo, nonviolento, artigiano, amante della natura, è morto nella notte tra il 13 e il 14 ottobre 2007 in circostanze ancora da chiarire, poche ore dopo l'arresto per coltivazione e detenzione di marijuana. Le cronache parlarono inizialmente di decesso per un malore naturale. Ben presto, si capì, però, che forse le cose erano andate diversamente.


Un primo esame mise in evidenza lesioni agli organi interni, presenza di sangue in addome e pelvi, lacerazione epatica, lesioni all'encefalo, a fronte di un aspetto esterno indenne da segni di traumi. Una seconda autopsia, del novembre 2007, accreditò la tesi della rottura di un aneurisma cerebrale. Pur accettando l'ipotesi del medico legale, si affermò che l'emorragia cerebrale potesse essere stata causata da un forte stress di tipo fisico con improvviso rialzo della pressione.

Prima di ascoltare la testimonianza di Rudra, al congresso radicale è stato proiettato un video con un'intervista delle Iene alla! madre, Roberta Radici. E' probabilmente l'ultimo documento lasciatoci dalla compagna di Aldo. Il dolore ha, infatti, infierito sul suo corpo già malato. Roberta non ce l'ha fatta. Si è spenta affidando a noi l'impegno a chiedere verità e giustizia sulla morte di Aldo.

Domani, 11 dicembre ci saranno Emma Bonino e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, al presidio davanti al tribunale di Perugia per chiedere che venga fatta piena luce sulla morte di Aldo Bianzino. La mobilitazione, fissata per le 8:30, é organizzata dai Radicali italiani e dal comitato "Verità e giustizia per Aldo" con la partecipazione degli amici di Beppe Grillo di Perugia.

C'é un filo rosso che lega il caso di Aldo Bianzino a quello di Stefano Cucchi, entrambi morti in carcere a causa del proibizionismo. Entrambi i casi dimostrano come il proibizionismo sia il vero crimine di questo paese perché affolla le carceri, crea vittime innocenti, come Rudra.

Vorrei il tuo aiuto per far diventare questo caso nazionale, per chiedere che si parli di proibizionismo, malagiustizia e sovraffollamento delle carceri. Per farlo, abbiamo bisogno del tuo sostegno, clicca qui


http://www.radicali.it/view.php?id=150525 
 

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 11/12/2009 alle 18:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
FUMARE E PIU PERICOLOSO DELLA GUIDA CON IL CELLULARE
post pubblicato in Riflessioni, il 5 dicembre 2009


Fumare durante la guida distrae ed e’ pericoloso? Si! Come rispondere al cellulare, parlare col vicino, ascoltare musica (anche senza la cuffia),  guardare il paesaggio, guidare per molte ore, guidare di notte, cambiare il cd nel lettore o semplicemente cambiare la stazione radio e tante altre occasioni simili che portano l’autista a distogliere inconsciamente lo sguardo dalla strada e, pertanto, a DISTRARSI entrando in quella fase di guida PERICOLOSA.

Eppure, secondo lo studio della Società italia­na di tabaccologia, studio preso a esempio dalla commissione “Lavori pubblici” del Senato, c’è una differenza fondamentale tra le varie “situazioni” e fa l’esempio tra sigaretta e telefonino; per rispondere al telefono sono stati calcolati “scientificamente” 2 secondi mentre per l’accensione della sigaretta 4-5 secondi. Naturalmente non viene calcolato il dopo; accendo la sigaretta, per fumarla c’impiego 4-5 minuti, rispondo al telefonino e c’impiego da 1 secondo a minuti, decine di minuti ecc., perciò, dire che un’azione è più pericolosa delle altre è arbitrario.

Ogni autista, quando guida, dovrebbe/deve concentrarsi sulla guida, solo cosi si può limitare i momenti di DISTRAZIONE. Sono almeno trent’anni che non prendo l’autobus, ma mi ricordo che c’era un cartello che indicava la proibizione di parlare con l’autista, ciò indica che già allora si era a conoscenza del problema.

E’ giusto mettere dei limiti in determinate situazioni, però pretendere di risolvere i problemi colpendo solo alcune delle cause è fuorviante; da l’impressione che i problemi si possono risolvere con la proibizione quando si sa che la causa prima, nel nostro caso la DISTRAZIONE, dipende da noi stessi e che certi comportamenti non sono controllabili, mentre la soluzione va ricercata nella messa a punto di tecniche, sia di meccanica del mezzo sia della viabilità, che mettano l’uomo, e il mezzo, nelle condizioni di agire correttamente.

Inoltre, bisognerebbe chiedersi come mai, se fumare è fonte di distrazione, che aggiunta al danno fisico – malattie polmonari, bronchiali, circolatorie -, rende la sigaretta estremamente dannosa, non si proibisca la sua vendita e conseguente produzione in Italia; ma anche, dato che provoca assuefazione, non la si considera alla stregua delle droghe con conseguente proposta di terapie in grado di allontanare il tabagista da essa, come si fa con altre droghe e con l’alcol.

L’impressione che se ne ricava è che i 13-15 milioni di pacchetti venduti quotidianamente, rendano allo stato milioni di euro di entrata fiscale al giorno, ciò fa pensare che la lotta alla “sigaretta” sia più un fattore POLITICO di recupero di consensi che di una reale politica mirante al recupero dei tabagisti.

http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_27/divieto-fumo-auto-proposta-lega-salvia_64da57d4-db1f-11de-abc5-00144f02aabc.shtml

fumare mentre si è al volante   già in vigore in Gran Bretagna   più pericoloso della guida con il cellulare   Secondo gli ultimi dati Aci-Istat

 

 

 


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 5/12/2009 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
A CHI TOCCA LEGIFERARE? ALLE VARIE AGENZIE – MEDICHE, SCIENTIFICHE, CULTURALI, PROFESSIONALI ECC – O AL PARLAMENTO?
post pubblicato in Riflessioni, il 3 dicembre 2009


Riporto sotto la definizione dell’AIFA cosi come espressa sul sito stesso

 Cos'è l' AIFA


L'Agenzia Italiana del farmaco (AIFA) è organismo di diritto pubblico che opera sulla base degli indirizzi e della vigilanza del Ministero della Salute, in autonomia, trasparenza ed economicità, in raccordo con le Regioni, l'Istituto Superiore di sanità, gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, le Associazioni dei pazienti, i Medici e le Società Scientifiche, il mondo produttivo e distributivo.

Una nuova politica del farmaco nell'interesse primario del malato è il valore di fondo dell'AIFA che anche sulla base delle raccomandazioni espresse in sede UE dal Gruppo G10 Medicine:

  • dialoga ed interagisce con la comunità delle associazioni dei malati e con il mondo medico-scientifico e delle imprese produttive e distributive
  • promuove la conoscenza e la cultura sul farmaco e la raccolta e valutazione delle best practices internazionali
  • favorisce e premia gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) in Italia, promuovendo e premiando la innovatività
  • rafforza i rapporti con le Agenzie degli altri Paesi, con l'Agenzia Europea dei Medicinali (EMEA) e con gli altri organismi internazionali
  • garantisce l'accesso al farmaco e il suo impiego sicuro ed appropriato come strumento di difesa della salute
  • provvede al governo della spesa farmaceutica in un contesto di compatibilità economico-finanziaria e competitività dell'industria farmaceutica
  • assicura la unitarietà nazionale del sistema farmaceutico d'intesa con le Regioni
  • assicura innovazione, efficienza e semplificazione delle procedure registrative, in particolare per determinare un accesso rapido ai farmaci innovativi ed ai farmaci per le malattie rare

Da la repubblica del 28 novembre:

“Dal ministro al Welfare Sacconi arriva un via libera condizionato: si va avanti se l' Aifa prevede la somministrazione esclusivamente in regime di ricovero ordinario. Sacconi ieri ha scritto al presidente dell' Agenzia per il farmaco Sergio Pecorelli, che deve valutare «se sia necessario riconsiderare la delibera» adottata oltre un mese fa. «Il fine è di garantire modalità certe di somministrazione del farmaco in questione onde evitare ogni possibile contrasto con la 194».”

Dal corriere del 3 dicembre:

L’AIFA: «rimette al Ministro e alle autorità competenti l'emanazione dei provvedimenti applicativi o specificativi», perché: «per garantire il pieno rispetto della legge 194/78» e per l'osservanza sul territorio delle modalità di somministrazione del farmaco in regime ospedaliero.

Secondo il ministro dell’ Welfare, Maurizio Sacconi, sembra che le leggi debbano essere emesse dalle agenzie, almeno per quanto riguarda la delibera per imporre l’obbligo di ospedalizzazione per l’assunzione della pillola RU 486 (pillola abortiva). Lo si deduce dalla richiesta del ministro fatta all’AIFA in merito a determinare l’assunzione della pillola in modalità di ricovero ordinario anziché in modalità day hospital, azione che l’AIFA si è rifiutata di determinare adducendo a motivo, più che giustificato, la sua incompetenza.

Lo scopo principale dell'agenzia è quello di coordinare le informazioni relative ai farmaci tra le aziende farmaceutiche, i medici e gli informatori scientifici, gli ospedali e le strutture sanitarie locali e nazionali. Altra responsabilità è quella di provvedere «al governo della spesa farmaceutica in un contesto di compatibilità economico-finanziaria e competitività dell'industria farmaceutica» ossia individuare i prezzi di riferimento dei farmaci a carico del SSN , tali da garantire un guadagno adeguato, ma non eccessivo, alle aziende farmaceutiche, consentendo in tal modo una spesa pubblica che sia la più bassa possibile. In particolare per i farmaci "ex generici" oggi detti "equivalenti" le Aziende che non fossero disposte ad accettare il prezzo di riferimento "imposto" dal Ministero ed indicato dall' AIFA, hanno due alternative: ritirare il farmaco dalla prescrivibilità oppure chiedere all'utente compratore di pagare la "differenza" tra quello che rimborsa il SSN e la cifra richiesta dall'Azienda Farmaceutica.

Come si può leggere, negli scopi dell’AIFA non rientra quello di legiferare, allora perché il ministro chiede loro di farlo? E, da quando questo cambiamento è avvenuto e in base a quale principio un’agenzia, anche se governativa, può legiferare?

Eppure, il ministro Sacconi insiste affinché sia l’AIFA a decidere quando e come usare la pillola; il tutto al di la delle regole che sono alla basa dell’agenzia. Inoltre “promette” che, se non verrà deliberato dall’AIFA, non si potrà usare la pillola.

Il problema posto dal ministro riguarda il ricovero che deve essere di tre giorni in regime ordinario altrimenti verrà meno il rispetto della legge 194 che regola l’aborto e pertanto, l’aborto non sarà più regolamentato dando modo a chiunque di praticarlo, questo secondo il ministro. In realtà, LEGGE 194 prevede il ricovero senza indicare il tempo di permanenza, ed è a questo particolare che si appella l’AIFA. Inoltre, la pillola, indicata da più parti come incentivo ad abortire, serve solo ed unicamente a limitare i “DISAGI” di chi ne fa uso.

Inoltre, la delibera prevede che “La somministrazione della Ru486 deve avvenire entro la settima settimana dall' accertamento della gravidanza, il farmaco può essere acquistato solo dalle strutture ospedaliere pubbliche, quindi inutile cercarlo in farmacia, e che la terapia dovrà iniziare in ospedale con il consenso informato della donna. Tutto il resto compete alle Regioni, sempre tenendo presente la tutela della salute della donna come sancito dalla legge 194.” http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/10/20/ru486-ok-dell-aifa-ma-scontro.html

Ma anche se la legge prevedesse già il tempo di permanenza, toccherebbe comunque al governo adeguare la delibera dell’AIFA modificando la legge, basterebbe aggiungere due cose: 1) per aborto si intende un intervento sia chirurgico sia medicale, 2) il trattamento medicale deve essere fatto nei modi e tempi occorrenti per quello chirurgico. Semplice no?

A meno che, quelle del  ministro, non siano scuse per poter mettere mano alla legge stessa per apportare modifiche che di fatto limitino ulteriormente la pratica abortiva, non si capisce proprio perché si tenti di allungare l’iter di un qualcosa che non da e non toglie niente alla legge già esistente, peraltro, voluta dal popolo italiano con un referendum.

http://www.corriere.it/cronache/09_dicembre_02/pillola-delibera-modifica_d6c34fb2-df58-11de-9ac1-00144f02aabc.shtml

http://phastidio.net/2009/12/02/il-senso-del-ridicolo-2/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+phastidio%2Flhrg+(Phastidio.net)&utm_content=Yahoo!+Mail

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 3/12/2009 alle 22:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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