discutendo insieme discutendoinsieme discutendo insieme DISCUTENDOINSIEME | discutendoinsieme | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Quattro ragazzi stranieri picchiati dalle forze dell'ordine.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 30 aprile 2010


Quattro persone straniere vengono arrestate per ubriachezza, portate in caserma e, picchiate.
Come si vede nel servizio del TG3, è chiaramente visibile la violenza dei poliziotti nei confronti di persone indifese, peraltro già ammanettate. Dalle immagini si può facilmente supporre la premeditazione visto che uno degli arrestati è stato denudato. Le immagini, comunque, parlano da sè.

Innanzi tutto, va detto che, se fosse in vigore la legge sulle intercettazioni, il video non sarebbe stato reso pubblico.
Come sia possibile che, agenti addetti alla sicurezza, ma anche tenuti in prima persona al rispetto della legge, abbiano comportamenti lesivi, sia della legge stessa sia della dignità umana, forse lo si può dedurre dal comportamento di certa politica che, della lotta ai "diversi", ha costruito la sua propaganda politica.

Inoltre, è anche da vigliacchi infierire contro persone già rese innocue con i mezzi tradizionali (manette) che, di per sè, non comportano violenza, ma che, comunque, anchessi, rappresentano lo spregio della dignità.

OGGI STRANIERI; MA DOMANI?

Già sono troppi i giovani, anche italiani, che, per futili motivi, vengono arrestati, picchiati, e a volte muoiono.
Giovani che, già vivono una situazione precaria a causa della quasi impossibilità di crearsi una vita attraverso il lavoro, che non trovano nessun riscontro da parte del governo alle loro aspettative ma che, tutto sommato, hanno fiducia nelle istituzioni.
Se è questa la politica sociale tanto evocata dai vari ministri che si sono succeduti in questi ultimi 15 anni, cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo futuro? MANGANELLATE AD OGNI INFRAZIONE?  
PROBABILE!!! visto la determinazione con cui il governo persegue le sue politiche, illiberali, di cambiamento della costituzione.

25 Aprile: Festa di liberazione o momento di riflessione?
post pubblicato in Riflessioni, il 29 aprile 2010


Spesso è capitato, negli ultimi anni, che la festa del 25 aprile, la Liberazione, una ricorrenza che dovrebbe unire tutti gli italiani, abbia suscitato, nei giorni immediatamente precedenti, diverse reazioni contrastanti, tentativi di ridimensionamento, mistificazioni storiche aberranti.

Tali mistificazioni si sono espresse sia a livello nazionale sia locale dando una misura di discontinuità su una data che dovrebbe essere comune a tutti gli italiani.

Mistificazioni che tendono a riscrivere la storia in conformità alle idee del governante di turno che, forte del consenso ottenuto democraticamente, usa la storia come giustificazione del suo agire.


Ci vuol poco a rendere un popolo "smemorato", basta cambiare l'informazione su un dato momento storico e il gioco è fatto. La democrazia senve anche a questo. Finché c'è libertà, c'è anche la possibilità di controbattere alle falsità storiche.


Nel corso degli anni, dal dopo guerra a oggi, il 25 Aprile è stato ed è vissuto come il giorno della liberazione dell'Italia dall'occupazione nazi/fascista portata avanti dalle forze comuniste, mentre vi parteciparono altre forze come i cattolici, liberali e repubblicani, tutti uniti contro un nemico comune.

Questo a portato alle falsa convinzione che solo una parte politica delle forze in campo ne dovesse trarre i benefici.

A mio avviso, gli "antifascisti" hanno e continuano a commettere un errore fondamentale.

Il continuo richiamo alla guerra civile come momento determinante dell'attuale assetto politico/sociale italiano, se da una parte è giusto perché è un momento storico da non dimenticare, dall'altra, non bisogna dimenticare che non tutta l'Italia ha vissuto l'esperienza della lotta partigiana, il sud è stato liberato dagli alleati (americani) subito dopo l'armistizio e, per ciò, non sentono la resistenza come fatto determinante della loro libertà.

Inoltre, non vanno dimenticate le aspettative rivoluzionarie dei comunisti, e conseguenti azioni; le brigate partigiane comuniste, oltre a combattere contro i nazi/fascisti, operarono per creare i presupposti per la rivoluzione comunista in accordo con l'Urss; rivoluzione che fu bloccata dagli accordi tra gli alleati.

Aggiunto a ciò, va detto anche – pur se molti non lo condivideranno - che molti italiani cresciuti sotto il fascismo, fecero la scelta fascista non tanto perché credevano nell'ideale fascista, quanto perché non ne conoscevano la storia, o, per megio dire, la conoscevzno solo dal punto di vista fascista, ovvero, a senso unico.

Questo a creato i presupposti “legali” per tutte quelle obiezioni miranti ad includere nella lotta di liberazione anche coloro che combattettero nella parte avversa.


Ed è proprio il binomio fascismo/antifescismo a rendere possibile ciò.
E' vero che negli anni sessanta e settanta ci fu, in Italia, la strategia della tensione (stragi di piazza fontana, piazza della loggia e stazione di bologna oltre ad altri episodi minori) mirante a destabilizzare la democrazia, ma è altrettanto vero che, detta strategia è fallita e che la democrazia oggi è di fronte si, ad un'altra sfida, ma questa sfida si sta svolgendo su un piano, anche se falsamente, democratico, cioè non fisicamente violento. Inoltre, ci fu una reazione dell'estrema sinistra(?) altrettanto violenta che provocò, in Italia, una ripulsa non solo del fascismo, ma di ogni dittatura.


Parlare di resistenza senza tener conto della storia del dopo guerra , significa, da una parte dare maggior preminenza a una sola componente del movimento di liberazione, cioè interpretare la storia a senso unico; dall'altra, permettere ai finti democratici di sbandierare il tentativo di detta componente di voler istaurare una dittatura – sia nell'immediato dopoguerra, sia durante tutta la prima repubblica con l'accusa di aver monopolizzato la cultura.


L'antifascismo moderno, anziché rivolgere la sua attenzione nei confronti della dittatura fascista, dovrebbe operare affinché non si verifichino i presupposti che permettano, anche solo teoricamente, lo svilupparsi di idee totalitarie sotto qualsiasi forma si presentino. La forza “fisica”, che è stata la conponente principale del PNF (partito nazional fascista) ma anche dei comunisti e dello stato di allora, oggi non ha più il terreno ideale per il suo sviluppo. Questo fa si che le forze totalitarie, presenti nella società, inpossibilitate a farne uso, per evidenti ragioni di convenienza, si presentino come forze democratiche, ovvero, presentano le loro idee come necessarie al rispetto dei diritti partendo dai problemi reali del paese. Di conseguenza, oggi, essendo tutti teoricamente democratici, distinguere diventa sempre più difficile e facile lasciarsi ingannare.


Sia la guerra di liberazione sia la storia del dopo guerra ci dovrebbe insegnare che il significato del 25 Aprile è la laicità dello stato, che fu la principale conquista della lotta alla dittatura; conquista che fu istituzionalizzata nella costituzione scritta proprio da quelle componenti che parteciparono alla resistenza. Costituzione dove sono stati espressi i principi basilari della democrazia.


Il 25 Aprile, dunque, sia come memoria storica, ma completa in tutte le sue parti, sia come momento di continua analisi, con costante riferimento alla storia, e al divenire della società.

Divenire che non può disgiungersi dal momento storico che lo ha determinato, ma neanche dalle esperienze successive.





Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. festa della liberazione

permalink | inviato da verduccifrancesco il 29/4/2010 alle 22:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Epurazione nel partito dell'amore(?)
post pubblicato in POLITICA, il 29 aprile 2010


Si sta allargando la guerra nel centro destra tra chi vuole un partito liberale e chi lo vuole basato su un centralismo carismatico con a capo l'uomo forte
Il vicecapogruppo pdl alla camera, Bocchino, è costretto a dare le dimissioni per aver partecipato alla trasmissione televisiva ballarò dopo che il premier glielo aveva sconsigliato.
 
Con un articolo su Generazione Italia, Bocchino spiega le sue ragioni e conclude con queste parole: "Non sono solo. Sono tanti i parlamentari del Pdl che ci esortano ad andare avanti. Lo fanno in privato, in silenzio. Il Pdl sta diventando il partito della paura, altro che partito dell’amore. Forse Silvio Berlusconi ha portato alle estreme conseguenze una famosa frase del Principe di Machiavelli: “Dal momento che l’amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che amati”. Dopo la “profonda gratitudine” al Capo del popolo, abbiamo scoperto che il Pdl si regge sulla regola del “colpirne uno per educarne cento”. Mi dispiace, ma noi vogliamo un partito della Libertà. Quella vera."

Questa vicenda dovrebbe far riflettere gli elettori di destra e, comunque, quanti, in questi ultimi quindici anni della nostra storia, confusi dagli avvenimenti iniziali (mani pulite) e dal continuo cambiamento, sia dei partiti sia del tessuto sociopolitico, hanno creduto opportuno, al fine di mantenere viva la democrazia, di dare fiducia a chi prometteva di attendere alle loro aspettative.
Riflessione necessaria a capire la vera natura del cosiddetto "partito dell'amore".
Dimissionare chi, all'interno di un partito, non si allinea alle direttive del capo era pratica comune ai partiti totalitari sia di destra che di sinistra e si chiamava EPURAZIONE.

Se si hanno presenti tutte le frasi dette dal capo contro il comunismo, salta immediatamente agli occhi l'analogia tra pdl e i partiti comunisti che hanno gestito il potere. La russia, cina, cuba,ecc. hanno sempre agito in base alla regola espressa da Bocchino: “colpirne uno per educarne cento”.

ALTRO CHE PARTITO DELL'AMORE!!!!

UN BUON PARTITO DEMOCRATICO SI MISURA ANCHE DAL SUO COMPORTAMENTO VERSO I PROPRI MILITANTI.

CIO' CHE SUCCEDE ALL'INTERNO DI UN PARTITO SI RIFLETTE ANCHE NELLA SOCIETA'.


 
Matrimoni misti e imprese di stranieri in aumento
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 29 aprile 2010


 A scapito delle leggi sulla limitazione (regolamentazione?) del flusso degli stranieri in Italia, e ai vari tentativi di blocco dell'integrazione con leggi miranti a rendere difficile l'italianizzazione dello straniero, in Italia, gli italiani stanno agendo secondo il loro giudizio e, sembra, infischiandosene di quei partiti che, della lotta alla clandestinità (o agli stgranieri?) hanno fatto la loro bandiera. Basta vedere il numero di italiani/e hanno sposato uno straniero/a e alle imprese con titolari stranieri aperte in Italia.
Secondo l'istat, i matrimoni di italiani/e con stranieri/e sono in aumento.
Nel 2008 ne sono stati registrati 36.918, il 15% di tutti i matrimoni celebrati. ancora nel 1995 erano il 4,8%. Se si considera tutte le difficoltà imposte dalle nuove leggi sugli stranieri, bisogna ammettere che l'aumento è notevole e che dimostra, al di la di ogni considerazione negativa, la volontà sia degli italiani sia degli stranieri ad una integrazione reale, cioè, non basata su presupposti etnici.
Il matrimonio tra individui di diverse etnie, provenienti da ogni parte del pianeta, presuppone un'accettazione dell'altro senza riserve di nessuna natura.
Inoltre, la CGIA ci fa sapere che le imprese, con un titolare straniero, in Italia hanno raggiunto quota 599,036 e che danno lavoro a 2 milioni di persone.

Di contro, a Losarno, è stato grazie agli extracomunitari (e non agli abitanti che, come italiani, avrebbero, per primi, dovuto denunciare gli abusi), che le forze dell'ordine sono riuscite a individuare e arrestare una trentina di persone coinvolte nello sfruttamento e riduzione in schiavitù della manodopera straniera nel settore agricolo. Il tutto si sapeva già da prima ma, come sempre, ci deve scappare il "morto" o quasi prima che si intervenga.
Questo significa due cose:
1) I dati ci indicano che l'Italia, a differenza dei politici, è ben disposta alla convivenza con persone di altre culture e che, pur con tutti i problemi che ne derivano, è disposta a "integrarsi a sua volta con i "diversi".
2) in certe zone d'italia, in modo particolare dove la popolazione è soggetta a ricatti di forze illegali o a una propaganda sempre indisposta nei confronti dello straniero, la popolazione tende a rigettare lo stesso, sia come entità economicamente dannosa sia come entità socialmente pericolosa per le tradizioni.

Ma le cifre non mentono! I dati dell'ISTAT e quelli della CGIA indicano chiaramente, e in modo particolare riguardo alle imprese, che la popolazione coinvolta nel processo autonomo, dai partiti, di integrazione e convivenza è maggiore rispetto a chi lo rigetta.
Le 600.000 imprese, non si limitano a dare lavoro a 2 milioni di persone, ma coinvolgono i cittadini in genere nel momento in cui, queste, devono proporre il loro prodotto; prodotto che viene accettato, anche se proposto da stranieri.
Da ciò deriva che le regole fatte da alcuni comuni del nord riguardo alle attività e ai prodotti proposti dagli stranieri, non sono affatto in linea con quanto richiesto dai cittadini, la tipica frase del centro destra, "i cittadini ce lo chiedono" è perlomeno opinabile, quando addirittura falsa.
Sicuramente, cittadini che chiedono queste regole, ma anche leggi nazionali, ci sono, ma chi siano è facile presupporlo.

Conflitto d'interesse e opposizione.
post pubblicato in Riflessioni, il 28 aprile 2010


Alla fine del post precedente scrivevo:
Una domanda che mi sono sempre posto è: perché l'opposizione, si è sempre opposta al conflitto d'interesse?

"Si verifica un conflitto di interessi quando viene affidata un'alta responsabilità decisionale ad un soggetto che abbia interessi personali o professionali in conflitto con l'imparzialità richiesta da tale responsabilità, che può venire meno visti i propri interessi in causa."

Questo è avvenuto in Italia con l'incarico di primo ministro a Silvio Berlusconi. In merito, si è incominciato a parlare di conflitto con la candidatura di Berlusconi alle politiche del 1994. QUesto perché era (ed è tutt'ora) proprietario di diverse società, in modo particolare in campo editoriale; ciò comporta la possibilità di manipolare l'opinione pubblica.
Inoltre, avendo a disposizione testate televisive e giornalistiche, è prevedibile che le si utilizzino al fine di propagandare le proprie idee attraverso metodi non direttamente collegabili al discorso politico, ad esempio con programmi che, pur non parlando direttamente di politica, ne esprimono, però, i concetti.
In questo modo si può manipolare, indirettamente, il pensiero di chi li segue. Ci sono programmi di intrattenimento che di politico non hanno niente ma che trasmettono una certa visione della società. Reality show, telenovelas, approfondimenti sociali ecc, fanno parte di questa categoria.
Se, in teoria, l'editoria pubblica, attraverso il controllo dell'autority, deve necessariamente mediare tra le diverse componenti politiche e mandare in onda programmi che rispecchiano la realtà socio/politica, quella privata, non essendo, o essendo, controllata solo dal o dai proprietari, non è tenuta a tener conto di ciò.
Di conseguenza, ne deriva che, un individuo proprietario di società economiche, al fine di impedire il verificarsi di incroci di interessi, non potrebbe/può occupare un incarico politico di rilevanza come primo ministro o comunque altre cariche che lo metterebbe nella situazione di usare i suoi poteri per curare i suoi interessi.

La sinistra a tutto ciò si è opposta sin dall'inizio. Ma perché? Invece di opporsi, non sarebbe stato più realistico adeguarsi, non certo utilizzando i mezzi alla maniera della destra berlusconiana, ma per rispondere alla crescente domanda di ammodernamento chiesta dai cittadini. Si, perché il cittadino, in modo particolare quello giovane, la necessità di una politica che corrisponda alle sue esigenze in campo informatico, la sente molto forte. A questo si può obiettare che tutti i partiti (in modo particolare il PD che ha creato un sito diversificato dove l'utente a modo di interagire col partito), oggi, hanno il loro sito in rete, ma ciò non basta, anzi.... la rete, pur con la sua forza mediatica, non è in grado di sostituire la televisione.
Mentre la rete prevede un certo grado di impegno, la televisione, come la radio, no. Basta accendere e ascoltare, magari facendo altre cose. Sta in questo la sua forza.
Adeguarsi, cioè, creare un networks privato da opporre. Non si capisce perché, se questo avviene, da sempre, nella carta stampata, dove sono sempre esistite testate di partito o comunque di corrente politica, non possa avvenire anche nella comunicazione. Si tratta solo di cambiare mezzo.

Adeguarsi, però, non significa replicare il network privato basato sull'interesse e a conduzione unica, ma creare una struttura diversificata in grado di proporre idee e di creare dibattito nella popolazione.
Idee che entreranno nelle case con un chiaro "marchio di appartenenza" e non contestabili per il loro contenuto politico perché, comunque, sarebbe un network privato.
Fare ciò è capitalista? non credo proprio.
Considerando che ormai, la maggior parte delle componenti socio/politiche hanno aderito al liberalismo, e che la sinistra a adottato uno dei pilastri dello stesso - la privatizzazione di tutta l'economia, fatto eccezione di quei prodotti di utilizzo pubblico come l'acqua - e considerando anche che tutte le nazioni del blocco occidentale, ma anche la cina e i paesi del sud est asiatico fanno parte del libero mercato e utilizzano i metodi del capitalismo, utilizzare tali metodi per proporre e promuovere idee innovative in campo sociale ed economico dovrebbe essere la prassi.
Continuare a ritenere la televisione pubblica il mezzo per eccellenza è comprensibile, sbagliato è ritenerla al di sopra le parti. da sempre la RAI è "campo privato" del governo in carica.
La televisione è, ormai, ritenuta da tutti il mezzo per eccellenza nel proporsi alle popolazioni, Berlusconi questo l'ha capito da tempo, è ora che anche la sinistra ne tenga conto e si adegui.

Elezioni politiche anticipate, ipotesi reale o gioco delle parti?
post pubblicato in Elezioni , il 26 aprile 2010


Di fronte alla possibile rottura tra Fini e Berlusconi, Bossi, preoccupato di un possibile arresto delle riforme e, in modo particolare, del federalismo, ha affermato la possibile fine della collaborazione tra lega e Pdl. Questo comporterebbe la fine della legislatura e, molto probabilmente, di elezioni politiche anticipate. L'opposizione reagisce in modi diversi.
Sia l'Idv che UDC sarebbero pronti ad affrontare le elezioni anticipate, mentre il PD sembra preoccupato a causa dell'incertezza che regna nel paese, E A RAGIONE!! L'Unità
Bersani sostiene che: «Dobbiamo denunciare la paralisi del pdl, di un governo che non decide. Voglio rivolgere un appello a tutte le forze, ma proprio a tutti anche a Fini e alla Lega, a tutti coloro che non intendono proseguire la strada sulla curvatura plebiscitaria. Propongo un patto repubblicano per difendere gli assetti della democrazia nel solco della nostra Costituzione. Rivolgo un appello a tutte le forze disponibili, anche oltre il centrosinistra, a lavorare per cambiare l’agenda del paese sulle questioni economiche, sociali, del lavoro».
 Nell'intervista rilasciata a La Repubblica, traspare tutta l'incertezza della situazione italiana dove la crisi nel Pdl potrebbe porre il leader e Bossi nella necessità di ricorrere alle elezini anticipate per far fronte all'impossibilità di tener fede agli impegni presi sulle riforme. Ricorso che servirebbe come plebiscito per la conferma del governo stesso.

Innanzi tutto, va detto che le affermazioni di Bossi hanno un obiettivo ben preciso: evitare che la crisi nel Pdl blocchi la riforma federale e che l'affermazione va letta come avviso piuttosto che come rottura perché, una rottura col Pdl, e la conseguente caduta del governo, provocgerebbe l'arresto immediato delle riforme; inoltre, sia la lega che il pdl, da soli, non sarebbero in grado di formare nessun governo pertanto tornerebbero ad allearsi. 
Un altro modo di lettura è che sia un gioco delle parti (Pdl e lega) per avvalorare la tesi della necessità delle riforme (presidenzialismo/premiarato) che impedirebbero il verificarsi di eventi come quello attuale.
 
Perciò, affrontare, nell'attuale situazione critica nuove elezioni, potrebbe essere molto pericoloso non solo per le opposizioni, ma anche per la democrazia italiana perché, se si dovrebbe riaffermarsi la destra attraverso il plebiscito, sarebbe molto probabile un'accelerazione sulle riforme costituzionali e il conseguente, come ampiamento dimostrato dalla "natura" delle riforme, snaturamento dei principi che rappresenta.

E' vero che l'attuale crisi nella destra porterebbe molti elettori (di destra) a chiedersi: come sia possibile, dopo tante affermazioni, seguite alle regionali, di convergenza politica tra i due alleati e di sicuro proseguimento della legislatura dove si proponevano di portare a termine le riforme entro i tre anni rimanenti, parlare ora di rotture e elezioni? domanda che "potrebbe" convincere l'elettorato a cambiare voto o quantomeno a astenersi.
Però, se valutiamo l'impatto emotivo che una fine della legislatura può avere sull'elettorato, si potrebbe verificare anche il contrario. Sia il Pdl che la lega, hanno, fino ad oggi, giocato proprio sulle paure degli italiani (paura del diverso, del comunismo come dittatura) alimentandole e indicando le opposizioni come fautrici delle stesse. L'elettorato, vedrebbe/vede la tendenza plebiscitaria come la riaffermazione di una democrazia di base e non come strumento per riaffermare il potere.

Inoltre, l'indecente spettacolo presentato in tv, viene presentato come fattore democratico, cioè, come dimostrazione che nella destra è possibile il dibattito e che l'escluzione del dissidente è la naturale conseguenza del suo cambiamento sui principi fondanti del partito. A ciò va aggiunto il tono pacato e il discorso conciliante di B., anchesso trasmesso in tv, in occasione del 25 Aprile.

Ma è altrettanto vero che l'opposizione, - anche qualora si presentasse in un'unica coalizione, il che è molto improbabile visto le differenze sostanziali tra loro -, che ha nel PD la maggior rappresentanza, potrebbe, anche alla luce del risultato delle regionali, non riuscire a superare la coalizione di destra, questo comporterebbe un ulteriore confusione nel paese.
Lo stesso Bersani parla di criticità della situazione e, l'appello lanciato anche a Fini e alla lega, dimostra la preoccupazione di possibili derive, che lui definisce plebiscitarie, ma che in realtà potrebbero essere ben altro.
I problemi sul tavolo Italia, purtroppo, non bastano a spostare l'elettorato e nemmeno basta scandalizzarsi dei toni usati da B.
Come dice Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma:
«È evidente che lo spettacolo che abbiamo visto noi e qualche milione di italiani non è stato edificante. Ma dico al mio partito e al centrosinistra tutto: occhio, a fare spallucce, a fare gli scandalizzati e ad assumere l'aria di sufficienza Quel che è successo in realtà è assai insidioso: il Pdl in quel modo ha occupato e occupa tutto io spazio politico, fa al contempo la parte della maggioranza e quella dell'opposizione».
Ed è qui la centralità del gioco politico del centro destra: proporsi come forza di centro dove, però, l'opposizione interna, a differenza della DC, non ha e non può, avere spazio; però chiunque può differenziarsi, l'importante è attenersi alle decisioni della maggioranza. Una posizione, questa, molto vicina ai partiti a pensiero unico dove però, l'opposizione è quasi sempre espulsa e condannata (ma questo avviene nelle dittature e, in Italia, oggi, siamo ancora in democrazia)

Sinistra e destra pongono gli stessi problemi, a differenziarli sono le soluzioni, e fin qui ci siamo, quello che manca alla sinistra è una incisività più decisa nel proporli, una presenza che non può più essere solo fisica ma che deve essere anche mediatica.
Non bastano più i circoli o sedi o altro tipico dei vecchi partiti ideologici, quello che ci vuole è la capacità di entrare in contatto con l'elettorato attraverso i mezzi che l'elettorato predilige.

Il problema delle elezioni anticipate si pone in tutta la sua forza nel momento in cui l'opposizione non riesce a rapportarsi con l'elettorato in modo adeguato; il PD ha un sito "partecipativo" ma non basta perché, ha frequentarlo sono in prevalenza gli iscritti e i simpatizzanti. E poi, gli italiani che utilizzano la rete sono relativamente pochi, la maggior parte usa la tv, il mezzo mediatico preferito dal premier.
Una domanda che mi sono sempre posto è: perché l'opposizione, si è sempre opposta al conflitto d'interesse?
Ma questa è un'altra storia.
 
Fini e la democrazia
post pubblicato in Riflessioni, il 24 aprile 2010


Tra Berlusconi e Fini sembra che si sia arrivati al capolinea. Da una parte un leader che non ammette contraddizioni all'interno del suo partito, dall'altra, un leader sminuito dalla preponderanza del primo.
Che Fini sia "diverso" da Berlusconi è chiaro sin dall'inizio dell'avventura del "partito della libertà (?)", sin dall'inizio si è distinto per le sue idee "social popolari progressiste" dando l'impressione di un cambiamento che lo sposterebbe a sinistra, ma è poi vero?
"l'impegno" sociale  di Fini è insito nel dna del fascismo italiano, basti pensare alle pensioni, inserite, a suo tempo, da Mussolini e alla sua posizione nei confronti della chiesa (patti lateranensi che definirono la nascita dello stato del vaticano e i rapporti con lo stato italiano); se, apparentemente, tende ad affrontare i problemi in termini di aiuti concreti alle persone e in termini etici, in relatà, il suo impegno non è tanto il sostegno, quanto la ricerca di consenso. In questo è molto simile alla lega anche se in termini diversi.

Fini, che era leader di AN, con la fusione nel Pdl, perde gran parte del suo potere nei confronti dei compagni (camerati) di partito perché si ritrova in una posizione subalterna rispetto a Berlusconi, leader e "inventore" del partito; ma quel che più conta, è lo spostamento degli aennini verso il capo indiscusso. Non uno spostamento parziale in attesa dell'esaurirsi degli impegni istituzionali che la sua carica a presidente della camera gli impongono, ma definitivo. Questo grazie anche alle posizioni di Fini in merito agli immigrati e ai problemi etici che in AN venivano affrontati in modi più simili alla lega, cioè, di chiusura nei confronti delle innovazioni proposte dalla società laica. Inoltre, l'alleanza di Berlusconi con la lega, che Fini vede come antagonista sul piano dell'unità d'Italia, ha prodotto un divario poiché Fini, come cofondatore del partito, vorrebbe un coinvolgimento personale maggiore nelle decisioni e non relegato a figura marginale a favore di Bossi.

Il percorso di Fini verso un sistema liberale di destra, presuppone un cambiamento nell'approccio alle tematiche un tempo legate al mondo cattolico ma che oggi, la società moderna e laica, pone in una visione diversa rispetto al passato. Non dovendo più rispondere al mondo cattolico delle sue scelte - questo perché i cittadini, inclusi parte di quelli cattolici, hanno sviluppato un senso civile autonomo e per questo non sono più soggetti ai ricatti della chiesa - può esprimere liberamente il suo dissenso su questioni come: diritti, giustizia ma anche eutanasia ecc.
Fini è laico e sarebbe errato credere il contrario. Lo era pure il fascismo. Il concordato con la chiesa si basò su interessi di consenso, o meglio, fu Mussolini ad averne bisogno poiché, essendo il fascismo, una dittatura, cioè, a pensiero unico, aveva bisogno della chiesa perché questa era in grado di portare consensi, per il resto (salvo alcuni settori come la scuola) agiva indipendentemente dalla "fede".

Nel rapporto con Berlusconi, la richiesta di Fini per una maggior democrazia all'interno del partito viene liquidata da Berlusconi stesso che asserisce la necessità di adeguamento della minoranza alla maggioranza interna dopo ogni decisione. Questa divergenza non nasce, come si potrebbe essere portati a credere, da una visione democratica di Fini, ma è determinata dalla necessità, di Fini, di porsi come antagonista a una politica interna che, se da una parte attende alle aspettative totalitarie di parte della destra, dall'altra, impedisce il formarsi, all'interno del partito di correnti capaci di sostituirsi all'attuale dirigenza, in caso di necessità; necessità reale in quanto renderebbe possibile, in caso di crisi, l'alternanza di soggetti all'interno limitando la perdita di consensi.

La determinazione di Berlusconi a espellere dal partito ogni dissenso - che, tra l'atro, è identica alla prassi dei regimi comunisti, regimi che lui stesso condanna fermamente - pone Fini, agli occhi dei cittadini, come vittima del sistema interno al Pdl che potrebbe essere interpretato, anche dagli elettori di destra (perlomeno quelli liberali), come un segno di antiliberalismo nella prassi del partito e che, rischierebbe di riflettersi anche nella società (questo presupponendo che l'elettore del Pdl sia, comunque o in parte, democratico). Questo comporterebbe una divisione (qualora Fini venisse espulso) dell'elettorato di destra; divisione che si tradurrebbe in due partiti di destra, uno al governo e uno all'opposizione. Opposizione che, però, non agirebbe per la sconfitta della destra - il che sarebbe una contraddizione - ma andrebbe a rafforzarla richiamando il voto di quanti, fino ad ora, non hanno visto in Berlusconi il difensore delle loro aspettative e hanno votato altri o non hanno votato.

Fini dunque, se da una parte si propone come "progressista" nella misura in cui con i progressisti condivide il modo di risolvere i problemi, dall'altra rimane uomo di destra perché il suo problema principale è sia l'affermazione di sè stesso sia l'utilizzo dei problemi a fini consensuali.
Sperare che l'uscita di fini dal Pdl porti alla caduta del governo (Bossi, nel corso degli anni ci ha abituato alle sue affermazioni contro, salvo poi affermare il contrario; prima dice che è a rischio l'alleanza tra Pdl e lega, poi afferma la sua completa fiducia in Berlusconi) è pura utopia. Lo è altrettanto sperare che la sinistra possa, nel breve periodo, vincere le elezioni.
Ma questo è un altro problema.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. fini berlusconi bossi governo crisi

permalink | inviato da verduccifrancesco il 24/4/2010 alle 17:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Eruzione del vulcano Isandese
post pubblicato in Amando, il 22 aprile 2010


Era dal 1821 che il vulcano del ghiacciaio Eyjafjallajokull era “dormiente” e da giorni  si è risvegliato mettendo in allarme la zona sud dell'Islanda.
È da marzo che il vulcano sta eruttando polveri che stanno coprendo, anche se non sono visibili, i cieli d'europa; queste polveri, oltre a essere dannose per la salute, sono ritenute rschiose anche per gli aerei al punto da far decidere l'UE, prima ad imporre l'annullamento di gran parte dei voli da e per le zone interessate dalla nube, poi a dividere il cielo in zone.
Soluzione drastica e, sotto l'aspetto economico, dannosa, ma che però ha permesso di fare una valutazione più precisa della situazione e agire di conseguenza.     continua a leggere su Amando

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. vulcano

permalink | inviato da verduccifrancesco il 22/4/2010 alle 16:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mafia e popolo
post pubblicato in Riflessioni, il 20 aprile 2010


Il dodici marzo, a Reggio Calabria, si sono svolti i funerali del bos mafioso Domenico Serraino a cui hanno partecipato miglia di persone pur essendo stato proibito dalla questura ogni forma di manifestazione pubblica. Il giorno dopo, alla manifestazione antimafia, tenuta sempre a Reggio Calabria, hanno partecipato alcune centinaia di persone (circa trecento). Qui l'artcolo del Manifesto.

Che dire se non che, al sud, purtroppo, vuoi per paura o per convenienza, il territorio è sotto controllo della mafia, ma sarebbe troppo riduttivo e rischierebbe di snaturare l'evento, di per sè, gravissimo.
Non si tratta, in questo caso, di analizzare se lo stato faccia o no una VERA lotta alla mafia, ma di capire come mai, un'organizzazione criminale che, nella cura dei propri interessi, non tiene minimamente conto della situazione della popolazione che, sotto certi aspetti, ne esalta addirittura il ruolo; esalta perché, rendere omaggio ad un assassino, come fosse un eroe significa accettarlo come persona facente parte della propria cultura e, per ciò, aderire al suo progetto. Inoltre, porta in sè implicazioni di natura socio/culturale difficilmente comprensibili a chi, di questa cultura non ne fa parte. Ciò non significa giustificare l'atto, ma capirne le motivazioni.

Il sud
Si sa che la mafia interagisce con il territorio con metodi "brutali" e in contrapposizione con le leggi statali, cioè alimentando la paura attraverso il ricatto nei confronti delle persone, dei gruppi e delle attività economiche e politiche; attività politiche che hanno visto, nel tempo,la penetrazione di uomini controllati dalla mafia. Si sa che il radicamento sul territorio include anche la connivenza con istituzioni quali le banche per il riciclaggio del denaro derivante da traffici illeciti.
Si sa che tutto ciò porta ad una gestione del territorio a 360 gradi; la necessità di una gestione totale, nasce dalla necessità di togliere spazio a chi lo stato vorrebbe rispettarlo e conviverci.
La popolazione, da questo, non ne trae guadagno alcuno se non l'illusione di essere protetti dai mafiosi stessi: paga, altrimenti ti facciamo saltare l'attività (il raket è, purtroppo, approdato anche al nord), oppure, se vuoi lavorare lo devi fare per noi e alle nostre condizioni.

La situazione economica del sud, già precaria al tempo dell'unità, è sempre andata deteriorandosi  ; prima a causa della gestione piemontese (sabauda) che vedeva il sud "terra di conquista" (spostando le ricchezze del capitalismo terriero al nord) per allargare i propri confini e "contare di più" sul piano internazionale; dopo, dalla seconda guerra mondiale in poi, a causa dell'industria del nord che vedeva nelle popolazioni del sud una riserva di manodopera da contrapporre a quella autoctona. Contrapposizione che serviva a ridurre le istanze dei lavoratori del nord.
L'Italia - prima sabauda poi repubblicana - per poter raggiugere lo scopo, si è avvalsa della collaborazione, nascosta, di quelle forze del sud che nell'Italia non si identificavano (in genere latifondisti) perché, dopo la perdita di potere, avevano sviluppato un sistema "di potere" basato sull'omertà e dedito ai traffici illeciti, almeno per i nuovi padroni, che poi divennero azioni criminali.

Quanto detto sopra, se pur sinteticamente, può chiarire la "disponibilità", o, quanto meno   l'indifferenza, della popolazione nei confronti delle mafie che in essa si sono sviluppate.
Se, da una parte esiste uno stato che, oltre a non aver mai fatto una seria politica di sviluppo - si sono costruite si le industrie, senza però tener conto della necessità, a priori, per uno sviluppo di una mentalità "industriale" nella popolazione necessaria a fare da supporto all'industria stessa e, comunque volute, non dai politici ma dalle forze sindacali che, in esse, vedevano un'opportunità per le popolazioni di uscire dal loro impasse economico-, si è, nel corso di decenni, macchiato di connivenza con la mafia stessa, dall'altra, è sempre esistita, al sud, una tendenza a rigettare l'occupazione del nord come fatto positivo, questo non ha aiutato la popolazione a inserirsi nel tessuto sociale nazionale, inserimento che avrebbe agevolato un avvicinamento culturale del sud al nord e viceversa.
Questa situazione, ampiamente sfruttata dalla mafia nel momento in cui si proponeva/propone come sostituta dello stato in quanto assicura, a modo suo, posti di lavoro e "sicurezza" e un tenore di vita accettabile, invece di avvicinare le due anime italiane, le ha sempre più allontanate.
Nel contesto popolazione/mafia/stato, è logico supporre che, la popolazione, si senta più a suo agio con coloro che, al di la dei metodi, propongono un modello sociale che, se anche "costruito" da loro, per loro uso e consumo e in contrapposizione ad ogni logica civile, rappresenta, per il popolo, l'unico modello ""alternativo" a quello proposto da uno stato che, o risulta connivente o presente nella misura in cui deve raccogliere consensi e, perciò, latore di promesse che però vengono, in massima parte, disattese.

Conclusione
La mafia come stato (o antistato(?)), come organismo socio/economico/politico in grado di soddisfare le esigenze del popolo; esigenze che, pur non discostandosi dal resto del paese, non trovano risposte adeguate nelle istituzioni ufficiali.

La popolazione del sud non è mafiosa! e, in massima parte, non partecipa alle attività mefiose! e cerca, in ogni modo, di non affiliarsi ad essa!
la popolazione del sud agisce come ogni altro cittadino: partecipa alle elezioni, sceglie i candidati proposti, partecipa alle attività socio/politiche del territorio, ecc.
Se avesse, dallo stato, un riscontro positivo sulle aspettative, sicuramente tratterebbe la mafia per quello che è; ma questo non succede. I politici, in merito, si son sempre espressi in termini di arresti - cosa di cui, l'attuale governo, si va vantando a destra e sinistra - ma mai in termini di territorio. Perfino la famigerata "cassa del mezzogiorno" non è sfuggita alla logica della mafia per cui i soldi pubblici devono essere usati, se non direttamente da loro, comunque usando i loro sistemi.
L'adeguamento, in massima parte passivo, della popolazione ai metodi mafiosi, è il frutto della politica dello stato che, nel corso dei decenni a sempre, per interessi economici particolari, tenuto il sud subalterno al nord.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica stato mafia sud

permalink | inviato da verduccifrancesco il 20/4/2010 alle 17:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Legittimo impedimento.
post pubblicato in POLITICA, il 19 aprile 2010


Il legittimo impedimento è una delle riforme dibattute dall'attuale governo per migliorare il funzionamento dello stato. Ma è veramente così?
Continua a leggere l'articolo su Amando.it

Lega, federalismo e banche
post pubblicato in POLITICA, il 16 aprile 2010


Premessa
Non si arresta la corsa della lega verso il potere.
Dopo la vittoria alle regionali nel nord, dopo la proposta di Zaia al Trentino Alto Adige, dopo la proposta di un primo ministro leghista e presidente Berlusconi alle prossime politiche, ora è la volta delle banche del nord.
Dice Bossi: "Una fetta del sistema bancario tocca alla Lega", "Chi è intelligente ha capito che abbiamo vinto tutto, fatalmente ci toccherà una fetta delle banche", "Finora si è sempre fatto così, non capisco perché ora che vince la Lega dobbiamo cambiare le regole. Ce lo chiede la gente, ora tocca a noi".
Il motivo della pretesa? eccolo: "È chiaro che le banche più grosse del nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice prendetevi le banche e noi lo faremo".
Lo chiede la gente, ma quale? le piccole e medie imprese, quelle che non ricevono crediti dalle grandi banche e che, nell'attuale crisi rischiano la chiusura o hanno chiuso.
Considerando il presupposto, si potrebbe dire che una politica a favore delle Pmi (piccole e medie imprese) è più che giusta, ma cosa centra il controllo delle banche da parte di un partito?
Forte che sia, un partito politico, e in modo particolare la lega, dovrebbe aiutare l'economia con leggi che obblighino gli istituti di credito a fare crediti, e a farli meno onerosi, in situazioni di disagio economico come quello attuale; considerando anche che le banche all'inizio della crisi hanno avuto dei vantaggi dall'attuale governo.  
Il controllo delle banche chiesto da Bossi, oltre che ha chiarire ulteriormente il disegno politico di conquista della lega, denota anche una certa tendenza alla lottizzazione, politica, del potere, lottizzazione che era stata ampiamente criticata e condannata nella prima repubblica.

Perché controllare le banche
Lottizzare, ovvero, mettere un proprio rappresentante negli istituti bancari non per merito o come esperto ma come garante politico a favore di una parte politica, cioè, per curare gli interessi, politici, del partito di cui fa parte il rappresentante (non necessariamente un politico).
Si sa che il potere della società moderna risiede nel controllo del capitale, si sa anche che la politica (attraverso il parlamento) deve fare da mediatrice tra capitale e società civile, questo implica che la politica non deve essere parte integrante, ne direttamente ne indirettamente, della gestione del capitale; quando ciò avviene siamo nel bel mezzo di una società non più indipendente ma strettamente legata agli interessi del capitale.
Bisognerebbe che la lega rispondesse a tre semplici domande per chiarire la sua posizione:

1) Se il compito delle banche è quello di ritirare capitale, prevalentemente dai risparmiatori, per ridistribuirlo sotto forma di prestiti con interesse; il loro guadagno nasce dalla differenza dell'interesse che danno al risparmiatore e quello che chiedono per i prestiti (oltre agli investimenti finanziari, ma questa è un'altra storia), cosa comporterebbe il controllo politico su di esse?
2) Il risparmiatore avrebbe più interessi?
3) chi chiede i prestiti pagherebbero meno interessi?

Se il risparmiatore avrebbe più interessi e chi chiede prestiti pagherebbe meno interessi, saremmo tutti a posto, ma cosi non può essere.
La banca non può operare in base alle esigenze dei suoi clienti, può solo operare in base al maggior guadagno, più soldi entrano, più soldi ha a disposizione per fare operazioni diverse dal ricevere e prestare, può investire aumentando ulteriormente il guadagno.
Da wikipedia:
In condizioni economiche normali l'afflusso di denaro verso una banca per i nuovi depositi supera il deflusso di denaro per i prelievi. La banca non deve pertanto mantenere i capitali ricevuti in attesa che il depositante li ritiri, ma può conservarne solo una parte, definita riserva, per far fronte alle esigenze di cassa. Accantonata una quota dei depositi a formare la riserva, il cui ammontare dipende in Italia dalle scelte della banca oltre che da norme di legge, la parte restante dei depositi viene investita in attività redditizie.

Una parte dei capitali dei depositanti viene perciò versata ad altri soggetti economici. Quando, magari dopo successivi passaggi, tali capitali vengono depositati presso una o più banche (per semplicità supponiamo che sia una sola), tale banca ripete quanto ha fatto la banca precedente: trattiene una parte del denaro (la riserva) e investe il resto. Il processo si ripete con una terza banca e poi con una quarta e così via.

Alla fine del processo generato da un nuovo deposito presso una qualsiasi banca, l'intero sistema bancario avrà prodotto riserve per un ammontare pari al nuovo deposito, mentre la somma dei nuovi depositi esistenti sempre presso l'intero sistema bancario sarà pari a un multiplo del primo deposito. L'ammontare del multiplo dipende dalla percentuale di ciascun deposito che viene trasformato in riserva. Anche i nuovi prestiti e investimenti dell'intero sistema bancario risulteranno essere un multiplo del primo investimento.

Il meccanismo appena descritto ha valore se applicato all'intero sistema bancario. È invece errata, come sottolinea Samuelson (vedi la bibliografia), l'opinione diffusa che la singola banca può concedere prestiti per un ammontare multiplo dei depositi.

Da quanto si legge sopra, risulta evidente che, le banche, operano al di fuori e al di sopra di ogni controllo, questo significa che, qualora alla dirigenza si insedi un politico o chi per lui, la banca continuerà a comportarsi nel suo modo naturale mantenendo inalterato il suo ruolo. Questo significa che, il controllo politico delle banche, non serve a modificarne l'impianto, ma a gestire il capitale derivante dai loro guadagni e a indirizzarlo la dove il "politico" lo riterrà più opportuno.

Nella strategia della lega, rivolta a ottenere sempre più potere, questo si traduce nella possibilità, una volta preso il controllo, di incanalare il capitale la dove, essa, ha interessi politici, cioè, a controllare quei settori che ritiene determinanti per il suo successo sul territorio. Inoltre, potendo decidere la direzione del capitale, potrà gestire il territorio eliminando dalla gestione di esso quelle componenti socio/economiche che non corrispondono alla sua visione del territorio stesso.

Conclusione
Data la natura delle banche e dato l'impossibilità di modificarne l'impianto, l'intromissione nelle decisioni, spettanti al gruppo dirigenziale della banca, da parte della politica presuppone, necessariamente, la volontà di controllo del capitale privato.
Come s'è detto, la posta in gioco è il controllo del territorio; controllo che sarà maggiore nella misura in cui si riuscirà a indirizzarlo la dove sarà necessario.
La lega, che da sempre basa la sua propaganda sulla sua presenza sul territorio, sa benissimo che, per attuare i suoi propositi, non basta avere a disposizione "tanti soldi" propri, ma che è più opportuno gestire quelli presenti in modo naturale. Questo gli darà modo di far apparire una conquista ciò che in realtà è un esproprio di capitali altrui.
Inoltre, in termini politici, gli darà modo di aumentare il proprio valore nei confronti degli alleati e di togliere spazio vitale alle opposizioni che si troverebbero in serie difficoltà nel gestire il territorio la dove le banche sono controllate dalla lega. 

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. lega banche territorio economia

permalink | inviato da verduccifrancesco il 16/4/2010 alle 18:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Chiesa e pedofilia
post pubblicato in ALTRO, il 15 aprile 2010


Si fa un gran parlare, in questi giorni, di pedofilia nella chiesa cattolica, fatti emersi da un lontano passato a causa di denunce dei ragazzi, ormai adulti, che subirono le “attenzioni” dei prelati.
La parola pedofilia  in sé ha un significato diverso da quello comune (dove si indica l'abuso sessuale sui minori), essa deriva dal tema greco pa??, pa?d?? (bambino) e f???a (amicizia, affetto), cioè sentire, provare affetto per un bambino, cosa che qualsiasi genitore sente.
In ogni caso, la pedofilia viene oggi considerata un reato sia perché si coinvolgono minori in attività illecite, sia perché può essere usata violenza sessuale su di loro.. continua a leggere su Amando.it



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. chiesa pedofilia minori

permalink | inviato da verduccifrancesco il 15/4/2010 alle 15:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Immortalità secondo papa ratzinger
post pubblicato in ALTRO, il 15 aprile 2010


Qui l'articolo da me pubblicato su Amando.it sull'omelia del papa  della notte di pasqua.
buona lettura                                                        



permalink | inviato da verduccifrancesco il 15/4/2010 alle 15:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Pillola RU486
post pubblicato in BREVI, il 12 aprile 2010


Si è discusso molto e si discuterà ancora sulla pillola per l'aborto. In campo ci sono il clero e la società laica. Da una parte chi teme che la pillola possa rendere l'aborto "leggero" al punto di snaturarne il suo utilizzo come ultima risorsa, dall'altra, chi vorrebbe diminuire o eliminare la sofferenza di una pratica che, comunque, in determinate circostanze, e nel rispetto della legge, viene usata per far fronte a situazioni di estremo disagio.
 Qui un mio articolo pubblicato su Amando.it.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pillola RU486 aborto chiesa

permalink | inviato da verduccifrancesco il 12/4/2010 alle 22:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Assoluzione in deroga per chi ha abortito.
post pubblicato in Riflessioni, il 12 aprile 2010


La repubblica Torino.it riporta la notizia apparsa sul settimanale della diocesi di Torino "voce del popolo" che la chiesa cancella la scomunica alle donne che hanno praticato l'aborto previa confessione e relativo pentimento.
La scomunica, secondo il codice canonico, avviene automaticamente e solo il vescovo o un sacerdote da lui delegato può annullarlo, sempre previa confessione e comunque seguite da penitenze che impegnano il fedele in un atto di fede "pratico": si chiede di impegnarsi nell´adozione a distanza di un bambino oppure, per chi ha lasciato la pratica religiosa, di rendersi disponibili per un impegno forte nella propria comunità ecclesiale.
Ciò avviene in concomitanza con l'ostensione della sindone e in un momento particolarmente difficile per la chiesa cattolica, la cancellazione della scomunica da parte di un sacerdote prende cosi un significato sociale forte, un messaggio al mondo moderno affinché veda nella chiesa cattolica non più un impedimento ma un significativo modello di vita anche mondana. Già nell'omelia di Pasqua, papa Benedetto 16° aveva introdotto una "leggenda" tratta da un libro apocrifo, che per definizione non è ispirato da dio, aprendo la strada a una interpretazione delle scritture più aperta e mondana.
Ma perché queste aperture?

Omicidio

L'aborto è, per i cristiani, un omicidio. Ce lo ricordano ogni qualvolta si parla di interruzione della gravidanza. Però, a differenza del "normale" omicidio, nell'aborto, la vita che viene soppressa non è ancora nata, perciò, impossibilitata a difendersi. Il che ci porta a capire perché la chiesa scomunica l'abortista e non l'assassino in genere. Rimane però da considerare perché l'infanticidio o l'omicidio di persone anziane, comunque indifese, non vengono considerati al pari dell'aborto, come ad esempio l'eutanasia. La differenza nel giudizio di "peccati" che hanno lo stesso fine porta in sè una forte contraddizione perché, l'omicidio, in sè, è soppressione di una vita e, nel cristianesimo, la vita è creata da dio e solo lui la può togliere, il che ne deriva che, l'uomo, quando si arroga il diritto di uccidere una vita, commette il più grave dei peccati e per ciò dio lo condanna all'esclusione dalla comunità (Caino).
Questo allontanamento, per dio, è definitivo, cioè non lo assolve, ma, allo stesso tempo, proibisce a chiunque di fare giustizia di Caino.
L'apertura della chiesa, però, non deve essere vista come una discrepanza con le scritture; l'uomo in se è peccatore e dio, alla fine, perdona tutti coloro che crederanno in lui, anche Caino qualora si penta. Casomai va vista come una presa di coscienza dell'impossibilità di allontanare l'uomo dal mondano, cioè da tutto ciò che riguarda la sua sopravvivenza.
Dopo la bufera dei preti pedofili, la chiesa non poteva non prendere atto che l'uomo è tale anche se fa voto di fede in dio; non poteva e non può pretendere di sopprimere gl'istinti primordiali che albergamo in noi (al riguardo va detto che se fosse permesso ai preti di sposarsi, sicuramente problemi simili si ridurrebbero drasticamente). Usare la mano pesante come affermato non può essere la soluzione giusta anche perché, se dio è il giudice finale, la chiesa non può sostituirsi a lui in nessun caso.
Nel contesto attuale, assolvere dal "peccato di aborto" indica, oltre che alla presa di coscenza, la volontà, mai del tutto sopita (si veda in proposito le dichiarazioni per un più incisivo impegno dei cattolici in politica), di gestire, in termini temporali, la fede ovvero, dare priorità ai problemi reali.
Priorità che, però, non va confusa con la sminuizione di significato del significato spirituale della fede ma come supporto ad essa; supporto che dovrebbe servire a (ri)portare l'uomo a una dimensione spirituale della vita.

Per concludere, si potrebbe dire che l'intruzione della chiesa nella sfera mondana non è altro che la rivendicazione dello spazio necessario per la sua sopravvivenza ma che porta in sè, probabilmente, anche la sua condanna di entità portatrice di valori superiori, o presunti tali, che l'ha carettirizzata nel corso della sua storia. Si potrebbe dire, ma in realtà già in passato e per molti secoli, la chiesa fu sostenitrice di istanze mondane arrivando, essa stessa, a pratiche contrarie al suo credo; pratiche che,però, non hanno mai portato alla sua condanna definitiva.




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. chiesa aborto sindone

permalink | inviato da verduccifrancesco il 12/4/2010 alle 15:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Luca Zaia e la conquista del nord est
post pubblicato in POLITICA, il 8 aprile 2010


Dopo la vittoria alle regionali che lo ha eletto governatore della regione veneto, Luca Zaia sta facendo i primi passi concreti per annettere tutto il nord est alla causa federalistadella lega.

Nella lettera pubblicata su “Il Trentino”, Zaia propone di unire le forze del Trentino e dell'Alto Adige a quelle del veneto per una gestione più concreta del rapporto con Roma sul piano fiscale, ritenendo che: “Il federalismo fiscale è la soluzione possibile che dobbiamo perseguire uniti. E’ finalmente a portata di mano, mai come in questo momento le Regioni del Nord sono state vicine al raggiungimento di questo traguardo”.

Per aggiungere: Una serie di fattori facilitano questo processo: innanzi tutto la forza del movimento che di questo punto ha fatto una questione irrinunciabile del suo programma politico, la Lega. Poi, l’ormai diffusa consapevolezza nell’opinione pubblica, non solo del Nord della necessità di portare a compimento le riforme. Ancora: la coscienza che il federalismo è l’unica forza centripeta in grado di tenere unito il Paese.
Che il federalismo sia una forza in grado di tener unito il paese e che la lega abbia i numeri per portare a termine il processo facendo da forza motrice nei confronti delle altre forze politiche, è ad un tempo vero e falso.


Vero perché, purtroppo, la coalizione di cui fa parte, – Pdl, lega, e altre formazioni minori – avendo il Pdl come partito di maggioranza relativa, sia nella coalizione sia nel paese, ma che non potrebbe governare senza la lega, la pone in una situazione di privilegio, in modo particolare, per quanto riguarda le riforme costituzionali che, pur essendo utili, avrebbero comunque bisogno di un consenso molto più ampio della sola maggioranza ma che la lega “pretende” siano attuate anche senza tale consenso.

Falso perché non tiene conto delle realtà storiche delle province autonome a statuto speciale. Queste province – Val d'Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia – essendo state, per secoli, zona di confine o zone incorporate nell'impero austroungarico, TrentinoAltoAdige, o in quello francese, Val d'Aosta, e zone di incontro tra le culture del nord e quelle del sud e essendo zone prevalentemente montane, da una parte hanno sviluppato una cultura ed una economia improntata sulla valorizzazione del territorio che difficilmente può essere paragonata a quella della pianura, d'altra parte hanno sviluppato un senso l'autonomia strettamente connesso a quello di nazione . Ciò ha portato ha sviluppare un rapporto privilegiato con il centro (Roma) e perciò, per loro, incorporarsi con regioni che stanno muovendo i primi passi, sarebbe un tornare indietro, una perdita in termini proprio di federalismo che qui, sotto molti aspetti, è vissuto spontaneamente.


La proposta di Zaia, se non tiene conto di quanto detto sopra, ha come presupposto, più che il federalismo, la conquista di territori che, per loro natura, pur essendo vicini, confinanti, sono storicamente lontanissimi.


Zaia dice: Il Nord-Est deve fare squadra per ottenere una più equa distribuzione del gettito fiscale, dobbiamo riuscire insieme al Nord-Ovest a presentare le nostre istanze a Roma. Tutto il Nord deve riuscire a dare un corpo reale e fattuale alla questione settentrionale, che è nell’agenda del Paese da sin troppo tempo.


In un constesto federalista, a cosa serve “fare squadra” quando è lo stesso federalismo, per definizione, a presupporre la divizione delle regioni?

Se ogni regione avrà dallo stato in base al suo rendimento, unirsi potrà essere vantaggioso per quelle attualmente in difficoltà ma per le altre sarà, sicuramente, uno svantaggio.

Inoltre, se le regioni autonome a statuto speciale, hanno già un rapporto privilegiato con Roma, a che giova loro allearsi con altre regioni che questo rapporto lo devono ancora creare?


E poi, a dire che esiste una “questione settentrionale” ( esiste quella meridionale che i leghisti vorrebbero risolvere negandola) sono i leghisti e non gli italiani, quegli stessi leghisti che hanno fatto la loro fortuna negando l'Italia come entità statale. Ed è proprio in questo contesto che va letta la proposta di Zaia; non riuscendo a ottenere quella autonomia (o secessione?) del nord (padania), cercano di aggirare il problema cercando di coinvolgere territori che non ne sentono il bisogno.


Il diritto al voto.
post pubblicato in Elezioni , il 1 aprile 2010


Il voto come diritto o come dovere?
"Io voto sinistra o destra perché, in questa fase, mi rappresenta meglio dell'altro" sembra questa la frase tipo dell'elettore oggi; oppure, "non voto perché nessuno mi rappresenta". Due frasi, queste,
che, in termini democratici, non possono essere contestate perché sono l'affermazione di quel diritto al voto che, per quanto si dica, non è e non può essere, un dovere; che sarebbe una contraddizione.
Il voto è un diritto!!!! Il cittadino deve avere la possibilità di scegliere se usufruire o no di un diritto.
Qualora esso viene posto come dovere - cioè un qualcosa di obbligato -, finisce di essere diritto.

Il voto presuppone una scelta fatta in base a programmi - nelle politiche riguardano prevalentemente tutto il territorio nazionale e, di conseguenza, si basano sulle tematiche in termini generali tipo: la giustizia, lo stato sociale, la scuola, la casa, il territorio in genere ecc., mentre nelle amministrative, le stesse tematiche devono entrare nel merito dell'applicazione sul territorio inteso come entità culturale e produttiva - ben definiti dove, il cittadino, possa decidere in base agli interventi che il candidato (sia esso partito o singolo) indica nel programma. Questo dovrebbe essere la prassi delle elezioni in democrazia; purtroppo non è più cosi.

Oggi, e si è potuto constatare nelle ultime amministrative, nelle campagne elettorali, si parla d'altro. Degli interventi inerenti alla soluzione dei problemi presenti sul territorio si parla poco o niente come se, una volta decise le linee generali, i problemi si risolvono automaticamente.
In questo contesto, il cittadino, che comunque vede e vive i problemi, ha tutte le ragioni di decidere di non votare; tale decisione, pur essendo in linea con i principi democratici, presenta, però, non pochi problemi per la democrazia. Il non voto, pur rappresentando, come nelle ultime elezioni, una cospicua aderenza (si parla del 36%), non essendo organizzato da nessun movimento politico, anche perché i cittadini che lo praticano sono molto etereogenei, non è rappresentato in parlamento, o nei consigli locali (regioni, province e comuni), e questo fa si che, la percentuale dei non votanti, non ha nessuna voce in capitolo nella gestione della società. Ciò implica la loro esclusione dalle decisioni che il parlamento, o consigli, andrà a prendere in merito ai problemi.

Il non voto (cioè chi lo pratica), dunque, pur essendo maturato da un'analisi dei comportamenti politici dei partiti, finisce con l'essere emarginato dalla vita politica. E non può essere altrimenti.
Inoltre, da diritto costituzionale, diviene, sempre costituzionalmente, un mezzo, non dichiarato, della politica per escludere quanti si trovano in disaccordo con essa.

Normalmente si riferiscono ai non votanti come a persone indecise, incapaci cioè di scegliere il proprio rappresentante; incapacità che deriverebbe da un certo grado di disamore nei confronti della politica. In parte è vero, ma non nel senso che non vogliono saperne della politica, l'astensionista è una persona come chi vota, ma, a differenza di loro, crede che il voto debba essere valutato, non più in base a un'appartenenza idreologica, ma in base ai programmi, se questi non soiddisfano il suo bisogno, non vota. In questo è perfettamente in linea con il tipo di società (pragmatica) nato con la seconda repubblica.
Che senso avrebbe una società pragmatica se il cittadino venisse chiamato al voto in base a un'appartenenza ideologica e non a programmi? nessuno!!!




Sfoglia marzo        maggio
calendario
adv