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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
La FIAT non è più italiana
post pubblicato in Riflessioni, il 31 luglio 2010


Le vicende della FIAT (fabbrica italiana automobili Torino) degli ultimi tempi sembra siano parte di un nuovo corso istauratosi nel gruppo; in realtà, è la vecchia tendenza capitalista di spostare la produzione la dove gli interessi (utili) sono maggiori. La novità rispetto al passato non è tanto il cercare siti produttivi più convenienti ma nelle condizioni favorevoli per attuare tale politica. Una delle condizioni è la libertà (delle aziende) data dalla politica economica liberista che permette, appunto, al capitale di agire liberamente senza legami con la realtà sociale. Un’altra è la globalizzazione resa possibile grazie ai mezzi moderni di comunicazione che permette sia lo spostamento delle merci con tempi e costi inferiori, sia la comunicazione di dati tra i diversi siti rispetto al passato. Un’altra ancora è l’ormai cronica incapacità da parte delle organizzazioni sindacali di gestire il rapporto tra forza lavoro e capitale.

Le tre condizioni, e in modo particolare l’ultima, hanno permesso il verificarsi delle condizioni che hanno portato all’accordo di Pomigliano D’Arco; accordo che, come era prevedibile, andrà ad influire sul futuro dei rapporti tra capitale e lavoratori in tutti i settori produttivi – si veda al riguardo la volontà di Marchionne di non adesione della nuova società newco alla Confindustria e di disdire il contratto nazionale poiché, le sue richieste sono in netto contrasto con esso. Richieste che rispecchiano la volontà del capitale di gestire la società unicamente in base alle esigenze economiche.

Sia chiaro, però, che la ricerca di siti produttivi in regioni a costi minori rispetto ai nostri non è una tendenza solo della FIAT ma di tutte le multinazionali e, comunque, di ogni azienda che ne abbia le capacità economiche.

In considerazione di ciò, le dichiarazioni dei politici in merito al fatto che la FIAT, come fabbrica italiana, non deve spostare la produzione in siti fuori dall’Italia o che, comunque, debbano mantenere attivo il sito italiano, lasciano il tempo che trovano e dimostra l’incapacità di capire il problema che è a monte: riguarda l’incapacità di proporre una politica a livello sovrannazionale in grado di gestire il rapporto lavoro/economia a livello globale. Tale politica dovrebbe essere lo scopo primo di ogni governo e dovrebbe essere attuata – per quanto riguarda l’Europa -  attraverso l’Unione Europea (affermare che l’UE non esiste politicamente rispecchia la volontà conservatrice proprio del capitale che non ha nessun interesse alla formazione di uno stato europeo perché ne verrebbe compromessa, o comunque dovrebbe mediare la sua politica) . Dovrebbe riguardare non solo la parte economica ma, in primo luogo, lo stato sociale di ogni singolo stato affinché le differenze esistenti  si riducano limitando cosi la libertà d’azione del capitale che trae forza proprio da queste differenze.

Una parte importante dovrebbero averla le organizzazioni sindacali che, in ragione del loro mandato storico (non va dimenticato che le prime organizzazioni avevano carattere internazionale), dovrebbero prendere atto dell’importanza, in un regime di globalizzazione dell’economia, di una politica sempre più rivolta verso l’esterno capace di aprire contatti con i sindacati di altri paesi fino alla costituzione di un centro in grado di gestire il problema nella sua globalità.

In una società dominata dal libero mercato, peraltro voluto dallo stesso capitalismo occidentale, è impensabile credere di difendere il mercato nazionale senza tener conto delle esigenze dei paesi emergenti; esigenze che hanno alla base la necessità di uno sviluppo industriale nel tentativo di portare i propri paesi a un livello socio/economico pari al nostro ma che, avendo carenza di tecnologie adatte a concorrere con noi, sono obbligati a dipendere dal capitale straniero.

In questo contesto, è ovvio supporre che i governi dei paesi emergenti agiranno a loro volta senza tener conto dei problemi che la loro politica creerà a noi. È da qui che deve nascere una politica capace di creare azioni che vadano al di la dei confini nazionali, solo in questo modo si può condizionare la politica del capitalismo o, magari, sconfiggerla.

Parlare di FIAT nazionale perché finanziata dallo stato per decenni (ma qui bisognerebbe sapere bene su cosa si basavano gli accordi stato/fiat) è pura propaganda. Sanno bene, i politici, che le multinazionali – e la fiat lo è – non hanno nazionalità. Certo, si può pensare che la fiat abbia più riguardo nei confronti dei siti italiani, ma, come già la stessa fiat a dimostrato, di fronte agli interessi non ci sono “nazionalismi” che tengano. La fiat, come il capitalismo, non è più “nazionale”, pertanto, sarebbe importante che anche la politica e il sindacalismo incominciassero ad agire in modo globale (non dico pensare perché, di fatto, a parole  sono tutti “globali”).

Firmiamo l’appello per abolire l’articolo 1, comma 29, che prevede l'obbligo di rettifica per blog e siti internet.
post pubblicato in POLITICA, il 25 luglio 2010


L’appello (e raccolta delle firme) lanciato dal PD su facebook e Mobilitanti, che va ad aggiungersi ad altri appelli, deve essere visto sia come impegno del PD nei confronti della libertà nella rete sia come momento di presa di coscienza dei blogger su un tema che potrebbe, se dovesse essere approvato l’articolo, comprometterebbe il lavoro di tanti blogger che, attraverso internet, hanno avuto modo di esprimere il loro pensiero e di fare cronaca su fatti che altrimenti sarebbero rimasti nell’oblio.

Il problema dell’articolo 1 non è tanto la rettifica ma tutto ciò che comporta in termini di informazione e, ciò che più conta, di sviluppo delle idee che, da un dibattito limitato entro determinate sedi e che per essere allargato ha sempre avuto bisogno di strutture, si è allargato in modo indipendente e senza bisogno di organismi (partiti, sindacati, che comunque devono continuare ad esistere)  attraverso, appunto, la rete. La rettifica in “24 ore” non è altro che un tentativo di riportare il dibattito all’interno di determinate sedi affinché possa essere meglio controllato.

Detto ciò, pensare che il PD, e gli altri movimenti che si sono attivati, stia “cavalcando” il problema o, peggio ancora, pensare che l’articolo non avrà effetti seri su tutto il popolo dei blogger, significa non aver capito il problema di fondo.

Cosi come è sbagliato pensare che la libertà nella rete debba essere imbrigliata in una qualche legge in nome di una qualche moralità visto che le cose che vi si leggono, e il linguaggio che si usa, le si possono sentire ogni giorno nei discorsi della gente comune in ogni luogo di ritrovo.

La proposta del governo tende a limitare, non solo la libertà di parola ma anche la formazione e la divulgazione di nuove idee e a impedire la diffusione di notizie scomode.

Firmare, dunque, diventa, non solo un atto dovuto, ma anche la presa di coscienza delle nuove opportunità che la rete da ad ognuno di noi.

Firmate!!!!!

Tagli alle forze dell’ordine e milioni alla guardia di finanza impegnata in Libia.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 23 luglio 2010


Due milioni di euro per mantenere la partecipazione della Guardia di Finanza e delle navi cedute dall’Italia al governo libico. Intanto proseguono gli sbarchi a Linosa, l`isola più vicina a Lampedusa, Portopalo e Porto Empedocle. Sono organizzati e gestiti da scafisti e basisti, italiani e stranieri. Ecco l`effetto immediato della politica dei respingimenti”

Questa la politica italiana sulla giustizia; ridurre i finanziamenti interni alle forze dell’ordine e dare soldi alla Libia del dittatore Gheddafi per controllare – e poco importa con quali mezzi – l’immigrazione verso l’Italia. Mentre le categorie delle forze dell’ordine attraverso i sindacati vanno ripetendo da mesi che la finanziaria “Tremonti” metterà a rischio la sicurezza in Italia, il governo stanzia due milioni di euro per il prolungamento della presenza dei nostri finanzieri in Libia; invece di dare concretezza all’esigenza di sicurezza della popolazione, si preferisce collaborare, spendendo i nostri soldi, con un dittatore che di diritti umani non vuol neanche sentir parlare. Sono ormai noti i mezzi usati dai libici per il controllo dei migranti – deportazioni, carcere,torture, lavoro forzato e schiavitù -  ma ciò non ferma la politica italiana. Si continua a preferire una politica di “rifiuto” e “separazione” delle popolazioni” a una di cooperazione internazionale basata su presupposti di “globalizzazione – unificazione” delle culture.

I costi di tale politica sono evidenti: da una parte, lo spreco di soldi per mantenere un contingente di uomini (militari) in terra straniera  , dall’altra, i tagli della finanziaria avranno serie ricadute sull’operatività delle forze dell’ordine sul territorio con conseguente devastanti per la sicurezza dei cittadini.

 

 

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