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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Politica “pretestuosamente antagonista”.
post pubblicato in POLITICA, il 30 agosto 2010


L’A3, Salerno - Reggio Calabria, l’autostrada infinita nel tempo, ma non nello spazio, continua a produrre, oltre ai disagi, morti che derivano dalla continua messa in opera di cantieri in un continuum perpetuo di lavori che si prolunga oltre ogni limite limitando, e mettendo a rischio, la viabilità e la vita dei cittadini; ma per l’Anas è tutto a posto, anzi, chi chiede chiarimenti è un “rapinatore” e chi si permette una critica è “pretestuosamente antagonista”.

Inoltre, entro il 2011 si vorrebbe far pagare il pedaggio nei tratti finiti, il sig. ciucci spiega che:

 “E’ ora di dire basta con la retorica sulla Salerno - Reggio Calabria come la vergogna d’Italia. Io credo che, invece, sia il vanto dell’Italia”, spiega Ciucci, annunciando l’ennesima data di completamento. Questa volta sarà il 2013.

 Mentre Luigi Sturniolo della Rete No Ponte spiega:

“La Salerno – Reggio Calabria non è un errore? E’ un modello? E’ costata decine di volte in più rispetto alla previsione iniziale. In un video di molti anni fa Ciucci diceva a proposito del collegamento stabile sullo Stretto: ‘La prima pietra la metteremo nel 2005’. E Zamberletti: ‘Il Ponte sarà aperto nel 2010’”,

Certo, nella logica del capitalismo, e dei governi che lo sostengono lasciando mano libera, non è un errore, in fondo si continua a spendere soldi pubblici a favore delle aziende private addette alla manutenzione. E poi perché dovrebbe essere una vergogna, in fondo, cosa volete che sia qualche morto, ce ne sono tanti sulle strade. Questo è il senso delle parole del responsabile, e questo è il motore che lo fa continuare: il totale spregio della vita umana a favore dell’interesse.

Un servizio come la viabilità è essenziale per una qualsiasi società, ma proprio per questo non deve essere sfruttato a fini diversi. Invece sembra proprio che in questo caso si sia giunti al massimo nell’utilizzare i soldi pubblici e le strutture per interessi politici e non.

Un modello che implica uno spreco enorme di denaro pubblico non può considerarsi un’opera di cui vantarsi, anzi, deve considerarsi a tutti gli effetti una vergogna, specialmente se si considera tutta la propaganda fatta dai governi di centro destra (il centro è solo nominale) sul virtuosismo politico.

Per concludere, si può dire in tutta tranquillità, che oggi come ieri (prima repubblica) la politica è tutta tesa a giustificare i propri ERRORI (?) e a condannare quelli della società civile.

 

Blog / RAGAZZA SCOMPARSA AIUTATE A TROVARLA URGENTE!!!
post pubblicato in AVVISI, il 30 agosto 2010


Dal Netlog: http://it.netlog.com/simplementTM/blog/blogid=7589980&order=DESC


Scomparsa nel nulla una quindicenne
Una foto di Sarah Scazzi, la quindicenne di Avetrana scomparsa
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Da giovedì scorso si sono perse
le tracce della ragazza che era
uscita per andare in spiaggia
TARANTO
È uscita di casa per raggiungere l’abitazione della cugina con la quale sarebbe andata al mare, ma dalla parente non è mai arrivata e il suo cellulare risulta sempre irraggiungibile: da giovedì scorso si sono perse le tracce di Sarah Scazzi, una ragazza di 15 anni di Avetrana (Taranto). Sarah avrebbe dovuto fare uno squillo alla cugina non appena fosse stata nelle vicinanze e così ha fatto ma non è mai giunta a destinazione.

I genitori, che ne hanno denunciato la scomparsa, sono preoccupati perchè la minorenne non sarebbe fidanzata e ha poche frequentazioni. Decine di carabinieri della Compagnia di Manduria con l’ausilio di unità cinofile hanno controllato, fino a questo momento senza esito, i casolari, le campagne e numerose cave di Avetrana. Non vedendola arrivare, una prima volta la cugina l’ha chiamata al cellulare, che risultava libero, senza avere risposta. Dopo qualche minuto il telefonino era irraggiungibile.

La minorenne, che frequenta l’istituto alberghiero, è descritta come una persona timida e molto riservata. Gli investigatori, che non escludono alcuna ipotesi, hanno diffuso la foto e le generalità della ragazza su autorizzazione dei genitori. Sarah vive con la madre casalinga mentre il padre da anni lavora come muratore a Milano, anche se in questo periodo si trova ad Avetrana per le ferie. Le ricerche sono state disposte anche in altre città d’Italia.

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Fondi straordinari per adeguare le nuove esigenze del processo breve
post pubblicato in POLITICA, il 28 agosto 2010


Dal corriere della sera «Noi siamo pronti a investimenti straordinari nel sistema giustizia per adeguare la macchina alle nuove esigenze del processo breve».

La frase, rilasciata dal guardasigilli Angelino Alfano, ha un che di inquietante visto la difficoltà in cui si trova l’Italia riguardo al debito pubblico; debito che ha “partorito” l’ultima finanziaria di 25 miliardi proprio per far fronte al debito. La prima cosa che viene da chiedersi è: dove pensano di prendere i soldi? A meno che non li abbiano messi da parte prima della finanziaria, cioè, nel calcolo del debito c’èra già questo fondo – il che sarebbe molto grave. Non si capisce, dopo i consistenti tagli fatti su importanti strutture dello stato dove, tra l’altro, era inclusa anche la giustizia (tagli alle forze dell’ordine e alle relative strutture), come possano saltar fuori adesso i soldi per poter finanziare il processo breve. È pur vero che, il processo breve – ovvero la riduzione dei tempi di durata dei processi -, in se dovrebbe far risparmiare soldi allo stato nel lungo termine, ma, il problema non è questo. Riguarda piuttosto la contraddizione di un governo che, prima chiede sacrifici per il forte indebitamento dello stato causato dall’alacrità con cui ha usato i soldi pubblici (inclusi gli stipendi dei dirigenti pubblici– ovviamente escludendo i politici, almeno in linea di principio) fino ad oggi, ora però, di fronte alla necessità di far passare urgentemente un provvedimento (processo breve) che, da come è stato impostato, serve di più ai processi pendenti del premier che a migliorare lo stato della giustizia, si trovano soldi.

Tutto per gli italiani, niente agli italiani.
post pubblicato in Riflessioni, il 26 agosto 2010


Alla infelicemente famosa frase “lo vuole la gente” se n’è aggiunta un’altra altrettanto infelice “solo il popolo è sovrano”.

La prima, serve a giustificare leggi che poco, o niente, hanno a che fare col popolo; la seconda, , serve a giustificare il ritorno al voto prima della fine della legislatura.

Tutte e due hanno in comune una concezione della centralità del popolo basata, non tanto sulla sua partecipazione effettiva ma sul suo “utilizzo” elettorale al solo scopo di giustificare il potere degli eletti; ciò sta a indicare che “il popolo”, di questa centralità, ne è servo anziché il perno portante; pertanto, detta centralità è falsa. Falsa perché, comunque, anche se il popolo decide – ma anche questo è falso perché, nell’attuale legge elettorale, il popolo non ha la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, ma solo il premier proposto dalla coalizione che a sua volta sceglierà chi rappresenterà il popolo in parlamento (il tutto, essendo una coalizione di partiti, la scelta sarà frutto di trattative fra le componenti della stessa coalizione) -, non avrà poi modo di intervenire sulle decisioni del governo.

È ovvio che la centralità del popolo è/dovrebbe essere la base di ogni democrazia, ma è altrettanto ovvio che la sua applicazione non può essere decisa in base agli sviluppi quotidiani. Affinché essa trovi una   concreta applicazione, è necessario che sia strutturata in forme “rigide” per evitare confusioni interpretative al fine di dare modo al popolo di usufruirne con facilità; la costituzione rispecchia questi principi, caso mai, è un po’ carente nelle forme.

Nella democrazia italiana, ma anche in tutte le altre, il popolo è sempre stato il mezzo e non il centro, parlare quindi di “fare per il popolo” è fuorviante; lo è anche perché il popolo è molto variegato e gli interessi sono molteplici e abbracciano tutto l’arco della vita socio/economico/politico.

Pertanto, le due frasi sono, oltre che luoghi comuni, anche un mezzo del potere per ingannare la popolazione sulle vere intenzioni: convincere il popolo che, curando gli interessi di una parte (gestori del capitale) si avrà necessariamente benessere generale. Per il momento, però, ciò che si può constatare nella realtà è:

1)      sacrifici uguali per tutti (dimenticandosi che un euro per un reddito di mille non equivale a 1000 euro per un reddito di dieci mila)

2)      contratti di lavoro a termine, dimenticandosi che, in questo, difficilmente si acquisiranno i requisiti per la pensione,

3)      contratti separati non più per categorie ma per prodotto (vedi fiat) e al raggiro continuo dello statuto dei lavoratori che porterà, nel prossimo futuro, alla perdita dei diritti fondamentali degli stessi,

4)      finanziarie che, mascherandosi dietro alla diminuzione delle tasse, di fatto diminuiscono i finanziamenti pubblici agli enti locali, alle scuole e alla sanità, e che nell’ambito delle nuove competenze e del patto di stabilità derivanti dall’applicazione del federalismo fiscale, andranno a caricare ulteriormente i cittadini di tasse.

5)      Privatizzazioni che, oltre a non migliorare i servizi, non rispettano neanche la legge della libera concorrenza, tipica della democrazia liberale, dato che i prezzi, una volta che le strutture passano in mano ai privati, aumentano.

E altre azioni mirate su singoli problemi come: affitti, disabilità, carceri, mafia (nel senso di “ristrutturazione del territorio per togliere terreno ai mafiosi), stipendi e pensioni dei parlamentari e assessori, immigrati, ecc. chi più ne ha più ne metta che, invece di avere come obiettivo una miglior convivenza, non fanno altro che impoverire, dividere e “sottomettere” i cittadini ad una autorità che, se governa, non lo fa in ragione delle sue capacità gestionali della cosa pubblica per il bene del paese e dei suoi abitanti, TUTTI, ma in nome di una concezione del potere vecchia come la società umana, in nome di una ideologia da loro ritenuta “l’unica in grado di portare la società a un livello di vivibilità accettabile” ma che in pratica non fa altro che ripetersi dall’antichità.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 26/8/2010 alle 22:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Di nuovo la FIAT
post pubblicato in LAVORO, il 22 agosto 2010


Rispettiamo il contratto, ma non vogliamo avvalerci delle vostre prestazioni.

Questo il senso della lettera che la fiat ha inviato ai tre operai di Melfi licenziati dalla fiat nel luglio scorso e reintegrati dal giudice del lavoro circa 2 settimane fa.

Una frase forte e molto significativa dell’attuale politica della fiat. Quel “rispettiamo il contratto” indica la volontà di dare lo stipendio senza le prestazioni che stanno alla base di ogni stipendio: il lavoro. Lo stipendio, comunque, verrà dato fino a ottobre, quando sarà discusso il ricorso del Lingotto contro la sentenza del giudice del lavoro che ha reintegrato i tre dipendenti.

Di fatto, la fiat continua a perseguire la sua politica di astenersi dal rispetto del contratto come già aveva annunciato; in questo caso, però, si astiene anche dal rispetto di quelle dello stato, praticamente sta agendo al di fuori della legge. Inoltre, dare lo stipendio senza prestazione, in questo contesto, significa anche non rispettare la dignità della persona.  

La fiat, dunque, oltre che a portare avanti una politica basata sull’interesse aziendale senza tener conto delle esigenze materiali del lavoratore, tratta i lavoratori, non come persone alla pari che, lavorando per l’azienda, hanno stipulato un contratto condiviso dalle parti in causa, ma come merce/macchine da usare finché utili. L’uomo, in un contesto simile, perde, non solo la sua dignità, ma anche il ruolo che ricopre nella società: essere partecipe della crescita culturale e politica oltre che economica. Divenendo macchina, esso rimane soggetto alle necessità dell’azienda senza nessuna possibilità di riscatto. Riscatto che, secondo l’azienda, non ha più nessun valore nella misura in cui il valore dell’azienda risiede unicamente nel profitto e non più nella necessità umana di sopravvivere partecipando al divenire della società. Pertanto, l’uomo operaio, ,ma anche specializzato, impiegato ecc.,, sarà estromesso/riassunto in base alle necessità economiche.

Ma una simile politica, è possibile nell’attuale economia basata sul consumismo?

A questo si è arrivati perseguendo la filosofia del profitto come metodo per aiutare le aziende a uscire dalle crisi (crisi cicliche per saturazione di mercato) che loro stesse – secondo la teoria del consumismo – creano. Ma uscire dalla crisi a scapito della sopravvivenza dei destinatari del prodotto industriale – sempre secondo la teoria del consumismo – si rischia di perpetuare le crisi anziché risolverle.

 Come si può allora risolvere le crisi se si elimina il cliente? Sarebbe come dire che un commerciante, per risolvere le crisi di vendita, rifiutasse di vendere i prodotti.

Pertanto, i problemi che si presentano oggi, e che, se non risolti, provocheranno il crollo dell’economia, sono due correlati tra loro: il rapporto tra lavoro e aziende e circolazione del capitale. Se non c’è lavoro, non circola il capitale e di conseguenza non si vende.

Certo, la fiat andrà a vendere le automobili altrove, ma a quale prezzo, non certo quello in essere nei paesi industrializzati che, visto l’andamento del rapporto lavoro/industria non avranno i soldi per acquistare.

 

Europa e nomadismo moderno.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 22 agosto 2010


 Una nuova cultura sta nascendo in Europa. Una cultura che nasce dal basso senza tener conto delle politiche nazionali dei paesi membri.

È il caso di molti lavoratori provenienti dai paesi dell’est europeo; lavoratori che, nella necessità di migliorare le proprie condizioni economiche, si spostano in altri paesi europei per lavoro lasciando la famiglia nel paese d’origine senza però abbandonarla, anzi, il ricavato del loro lavoro viene mandato alla famiglia. Un nomadismo che ha come presupposto non l’emigrazione tradizionale – vivere e mettere radici nel paese ospite – ma basata esclusivamente sulla necessità con l’impegno, oltre quello familiare, di portare capitale, e non solo economico ma anche culturale, nel proprio paese.

Grazie alle possibilità date dall’entrata nell’UE, dalla tecnologia e dai trasporti veloci, molte persone che vivono nei paesi “poveri” dell’Europa, si spostano per lavoro nei paesi più ricchi come se l’Europa fosse una nazione, come se, invece di andare in terra straniera, si spostassero in un’altra città della nazione. Persone che vivono in Bulgaria (come nell’esempio dell’articolo) si spostano in Inghilterra ritornando periodicamente a “casa” in famiglia. Una sorta di nomadismo “interno”. Un nomadismo che, però, a causa dell’incapacità dei governanti europei di creare un’identità nazionale, o sovrannazionale?, europea, tiene il villaggio d’origine come riferimento della loro identità culturale e linguistica.

 Ciò nulla toglie all’importanza che questo movimento di persone dovrebbe assumere nella formazione dell’Europa. A parte la ritrosia delle nazioni europee di aprirsi, non solo economicamente ma anche culturalmente, il continuo spostamento di persone dovrebbe aprire un nuovo corso nella nostra storia che, dopo secoli di conflitti, è comunque riuscita a dare un senso unitario all’Europa.

È indubbio che tutti traggono profitto da questo movimento. Oltre all’economia con l’apertura di nuovi mercati – e siti di produzione -, anche l’esperienza individuale e collettiva delle comunità ospitanti traggono vantaggio venendo a contatto con culture fino ad ieri pressoché sconosciute arricchendo il proprio bagaglio culturale. Le popolazioni, che questi spostamenti li vivono in prima persona perché sono loro a convivere con i migranti sia sul lavoro sia come datori di lavoro (pensiamo alle famiglie che hanno in casa la badante che, generalmente, proviene da uno di questi paesi), si stanno (a parte singole realtà) convincendo sempre più che le differenze culturali in Europa non sono poi cosi enormi, e che anzi, le culture sono molto vicine tra loro. Una situazione a parte sono le comunità islamiche provenienti da paesi come la Bulgaria.

Mentre sta avvenendo tutto ciò, i governanti dei singoli paesi dibattono, e fanno, leggi per controllare/limitare questa migrazione; il problema però, non è tanto la legge quanto l’incapacità dei governanti di capire ciò che sta avvenendo nella realtà. Realtà che, se gestita correttamente, creerebbe una cultura, almeno in termini generali, capace di produrre leggi meno “repressive” e più liberali, ma ciò che più conta, capace di assolvere al compito di dare senso compiuto alla società multietnica già in essere.

Inoltre, i nostri governanti, la smetterebbero di propagandare una cultura basata sulla difesa del “proprio orticello” mirante a creare paure che i cittadini, nella realtà non provano.

È vero che i governi contrari a questo cambiamento, tra cui l’Italia, si opporranno fermamente, ma è altrettanto vero che quando il cambiamento viene veramente dal basso, alla fine si realizzerà pienamente.

L’indispensabilità e i cimiteri nel pensiero berlusconiano.
post pubblicato in COMMENTI, il 15 agosto 2010


Il Sig. Berlusconi afferma: Bisogna tenere duro, ma i cimiteri sono pieni di persone che si consideravano indispensabili. Frase riportata dal corriere del sera.

Cosa vorrà dire con questo? Di solito, nei cimiteri ci sono i morti.

A parte che se c’è una persona che si ritiene indispensabile è proprio il nostro premier. Si veda la sua idea di partito e la sua politica, tutto basato sulla persona e non sull’organizzazione. Allora dobbiamo aspettarci che anche lui vada ad abitare al cimitero? non rispondo, potrei  essere frainteso.

 Comunque sia, e a parte l’infelicità dell’affermazione, l’indispensabilità era è e sarà sempre una prerogativa dell’individuo umano, senza di essa, è difficile resistere alla tentazione di mollare tutto e ritirarsi a vita privata. Ritenersi indispensabili è, per cosi dire, una specie di carburante in grado di caricarci quando siamo giù, quando ci sembra che tutto sia inutile. Frasi come: sono indispensabile, senza di me tutto va a rotoli, ognuno di noi le ha espresse almeno una volta nel corso della vita; e non sono delle battute perché, almeno in quel momento, effettivamente ci sentiamo indispensabili.

E fin qui ci siamo. Ma cosa c’entrano i cimiteri? Misteri filosofici.

Quando lavoravo, il mio capo – direttore tecnico/amministrativo -, quando chiedevo qualcosa e non aveva intenzione di soddisfarmi, per troncare il colloquio mi diceva: tutti siamo utili, nessuno è indispensabile. Con questo intendeva che, qualora io, insoddisfatto, avessi avuto l’intenzione di dimettermi, l’azienda non ne avrebbe sofferto più di tanto; c’è sempre qualcuno pronto a sostituirti.

Ma il cimitero? non riesco proprio a ricordarmi l’abbinamento tra indispensabile e cimitero. O, forse, riguarda quella cosa che non voglio dire perché potrebbe essere fraintesa, non so. L’unica cosa che so è la poca serietà di una persona che, invece, dovrebbe essere serio in ogni sua espressione, diciamo pure anche quando mangia.

Il cimitero, si sa, è indispensabile ed esiste, sotto diverse forme, in tutte le culture e tutti, prima o poi – meglio poi – ci dobbiamo andare, ma che uno ci vada perché si ritiene indispensabile, mi sembra alquanto fuori luogo. Considerando anche che di luoghi più allegri, sulla terra, ne esistono molti – e in modo particolare per i ricconi – non si capisce perché, una persona che si ritiene indispensabile, debba scegliere di abitare al cimitero.

Ma forse, quella del nostro premier, è una metafora; come a dire: vai a quel paese o dove vuoi ma non rompere. Se è cosi, però, la scelta del termine è alquanto infelice. Eppure, di persone che si ritengono indispensabili – probabilmente anch’io sono tra queste – ce ne sono tantissime e tutte vivono normalmente in modo civile, in case situate in paesi e città normalissimi e al cimitero ci vanno (forse) il giorno dei morti e   sperano che, il trasloco al cimitero come ultima dimora, avvenga il più tardi possibile.

Insomma, non riesco proprio a capire cosa c’entri il cimitero, a meno che non si riferisca a quella cosa che non voglio dire perché potrei essere frainteso.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 15/8/2010 alle 22:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Considerazioni sulle affermazioni infelici di un leader alla guida dell’Italia.
post pubblicato in POLITICA, il 15 agosto 2010


Ieri, Bossi,  “importante” uomo politico Italiano, si è lasciato andare a considerazioni, riportate su “il corriere”,  poco felici che, con notevole sforzo, le si può considerare “battute”.

Egli ha detto:  Berlusconi porta in piazza la gente e sono tanti, di più. La Lega si unisce a quell'operazione con il Veneto, il Piemonte e la Lombardia. Sono un sacco di milioni persone e sono incazzate.

L’affermazione sembrerebbe la solita uscita tipo “due milioni di baionette” ma, in realtà, nasconde una volontà d’intenti che anche i portavoce del governo vanno affermando in questi ultimi giorni: se il governo non ha la maggioranza si va al voto perché, altrimenti, “si infrange il primo articolo della costituzione”: L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Già, il popolo la esercita “nelle forme e nei limiti della costituzione”, e, dal momento che la costituzione pone, come forma e limite per la gestione della società, il parlamento, chiamare a raccolta i propri “elettori(?)” per far pressione proprio su quel parlamento significa infrangere l’articolo stesso; ed è proprio la costituzione a dare al Presidente della Repubblica il potere di risolvere il problema qualora il governo venga sfiduciato dalle camere o dia spontaneamente le dimissioni. Soluzione che può avvenire in due modi: ridare al premier dimissionario, o ad altri, l’incarico di costituire un nuovo governo che sarà presentato alle camere per la fiducia. Oppure, indire nuove elezioni.

Da ciò si deduce che il Sig. Bossi, più che chiamare gli elettori a giudizio e a guardia della costituzione (che per altro la lega sta cercando di modificarla snaturandone i principi) li vuole usare come deterrente, o spauracchio(?) contro ogni tentativo di rispetto della stessa. E qui sta la contraddizione tra i ministri e il partito (si, il partito, perché Bossi è il partito)

 Contraddizione che serve a confondere, più che a difendere, gli italiani su ciò che sta accadendo a “ROMA LADRONA”.

Richiamarsi al “popolo sovrano”, in democrazia, è giusto, usarlo come scudo contro i nemici, è ingiusto. Se poi ciò viene fatto da un partito che sin dalla nascita a dichiarato guerra al potere centrale, risulta addirittura aberrante. Già il federalismo proposto dalla lega non è altro che un diverso modo di gestione centralizzata; la dove il responsabile era il premier con il suo staff, ora “i responsabili” sono i governatori delle regioni e il loro staff, senza però nulla togliere al potere centrale.

L’intento, dunque, non è la difesa della costituzione ne quella del popolo, piuttosto la difesa del proprio potere. La volontà di andare subito alle elezioni qualora venisse a mancare la fiducia, che di per sé potrebbe anche essere condivisa proprio in base alla costituzione e nel rispetto della stessa, va unicamente intesa, alla luce del risultato elettorale delle amministrative, come sfruttamento delle condizioni favorevoli e non come rispetto della costituzione – d’altra parte, se dovesse cadere il governo, la lega rischierebbe di vedersi vanificare più di due anni di “successi” in campo

federalista. Va detto, però, che, per Bossi, sono preferibili le elezioni anticipate al rischio di 3 anni di inattività parlamentare, ma sempre in previsione di un ulteriore balzo in avanti.

Il tris d'assi
post pubblicato in POLITICA, il 14 agosto 2010


Berlusconi,Bossi e Fini, il tris d’assi che avrebbe dovuto(ri)portare l’Italia alla normalità, almeno politica, dando un input decisivo al bipolarismo, si è sfasciato contro la cosa più normale nella società: la tendenza all’antagonismo dell’individuo. Una tendenza, questa, che il tris vincente (?) dovrebbe conoscere bene avendone dato dimostrazione pubblica per anni sia con la loro politica che con il loro comportamento privato. In modo particolare il premier del tris; l’unico, secondo lui, in grado di risolvere i problemi dell’Italia e degli italiani. A seguire, Bossi, che con il suo federalismo (?) avrebbe dovuto risolvere le equazioni immigrati/criminalità e stato/regioni. In ultimo, Fini, che con l’annessione di AN al PDL pensava di aver costruito il grande partito di destra.

È evidente che, i tre assi, non hanno considerato quella capacità umana che vuole l’individuo primeggiare in ogni cosa, come a dire che, tre galli non possono starci nello stesso pollaio. Ognuno dei tre ha, sin dall’inizio, messo in chiaro il suo obiettivo sperando di “vincere” la partita con gli altri due; ora, dopo quasi tre anni, come si suole dire, i nodi sono venuti al pettine. È vero che la miccia è stata innescata da Fini con la sua critica, sia al modo di Berlusconi di condurre il partito, sia alla politica sulla giustizia e sull’immigrazione e che Bossi sta sfruttando l’occasione. Bisogna però dire che, prima o poi, anche Bossi  sarebbe entrato in collisione, a causa delle differenze di visione sull’unità d’Italia, con gli ex AN che, per loro natura, sono nazionalisti.   

Che la partita che si sta giocando sia istituzionale, ovvero, riguarda la visione dello stato, di come dovrebbe essere e che rapporto ci deve essere tra esso e il cittadino, è verissimo! Purtroppo, l’attuale maggioranza, invece di affrontare i problemi reali del paese ha riportato la politica su temi che dovrebbero essere già definiti da tempo. Ciò è stato possibile proprio a causa delle diverse, nel caso di Bossi/Fini addirittura opposte, visioni  dei tre assi sullo stato e sul suo ruolo. 

A questo punto c’è da porsi una domanda: era prevedibile tutto ciò?

Sotto molti aspetti si. Se si considera la diversità di vedute sul tema dei tre leader, era evidente sin dall’inizio che, al di la delle dichiarazioni di unità d’intenti, prima o poi le questioni poste dalle leggi fatte o in fase di attuazione avrebbero fatto emergere le divergenze. Le leggi sulle intercettazioni telefoniche, il lodo Alfano, quella sull’immigrazione, tendono a modificare la struttura dello stato in una visione non sempre condivisa dai tre; e questo proprio a causa della loro diversa visione dello stato.

In considerazione di quanto detto, l’attuale crisi deve essere vista anche come l’impossibilità, per l’Italia, di attuare un sistema parlamentare bipolare - la dove in parlamento si eleggono i rappresentanti di due “Poli” politici e il polo di maggioranza governerà fino a fine legislatura ma, per funzionare, il “polo” deve essere omogeneo non solo sul programma ma anche sulle finalità dello stesso. Ed è ciò che è venuto a mancare – e non solo con questa maggioranza ma con tutte quelle che si sono susseguite dalla fine della prima repubblica.

Per concludere, ciò che sta avvenendo oggi in Italia, più che la fine del berlusconismo, è il fallimento di quella rivoluzione che, iniziata con mani pulite, non è riuscita ad esprimere un sistema valido, capace di affrontare i problemi emersi da quei fatti.  


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 14/8/2010 alle 15:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Eroismo e guerra
post pubblicato in ALTRO, il 10 agosto 2010


La morte degli otto volontari della ONG International Assistance Mission lascia esterrefatti. Di fronte a comportamenti di una violenza cosi inaudita, vien da pensare che l’essere umano sia l’unico essere vivente capace di tanto e pertanto l’unico essere fuori posto sul pianeta.

Questo eccidio, l’uccisione di persone a sangue freddo non può che esserlo, purtroppo, va ad aggiungersi ai tanti accaduti dopo l’ultima guerra mondiale; guerra che, a causa della crudeltà con cui era stata condotta, avrebbe dovuto mettere le basi a una riflessione costante sui modi di condurre le divergenze tra i popoli. Ma cosi non è stato! Questo episodio non è che uno dei tanti noti e non noti (vedi i documenti segreti svelati di recente da Wikileaks su come conducono la guerra gli USA in Afganistan) commessi dalle parti in guerra.

Di eccidi, nella seconda metà del secolo scorso e in questo scorcio del nuovo ne sono stati commessi tantissimi e a farne le spese, anzi, se si chiamano eccidi e proprio per questo,  sono sempre i più deboli che con la guerra magari neanche c’entrano o chi, come nel caso dei volontari, si adopera per aiutare chi si trova nel bisogno senza distinzione di bandiera.

Dire che la guerra andrebbe bandita sarebbe retorico – d’altra parte, per fermare i contendenti in armi servono armi. Dire che bisogna trovare soluzioni pacifiche ai problemi, forse, lo è altrettanto, almeno finché il mondo è diviso e a decidere le politiche nazionali sono gli interessi particolari siano essi economici, ideologici o religiosi.

Ma, al di la di questo, ciò che lascia esterrefatti è il continuo utilizzo dei cosiddetti “segreti di stato” utilizzati per nascondere ai popoli, non solo le azioni, ma anche la vera essenza delle guerre; quegli stessi popoli che, periodicamente, vengono chiamati a commemorare le vittime delle guerre e che, con discorsi “roboanti” , li si invita a vigilare affinché il mondo non ricada in quegli orrori come se gli orrori riguardino un passato lontano e che non si è più verificato proprio grazie alla vigilanza. A ciò va aggiunto il continuo richiamarsi a valori storico/nazionali che invece di avvicinare, allontana i popoli e li pone in una situazione di conflittualità permanente che viene utilizzata proprio per giustificare le guerre.

Se da una parte si cerca di creare una cultura “globale” per il bene di tutti, dall’altra si opera in modo che detta cultura si verifichi esclusivamente a favore degli interessi particolari e non delle popolazioni; si afferma che l’economia è globale e pertanto le vecchie regole non valgono più e che bisogna allargare il proprio orizzonte d’azione, e, allo stesso tempo, si afferma che i popoli devono stare entro i loro territori e, se si spostano, devono “integrarsi” – cioè diventare – nella cultura che li ospita. Questo significa che la globalizzazione, invece di essere intesa come dibattito aperto tra le diverse culture – il che presuppone il mescolarsi dei popoli affinché possano dialogare che a sua volta presuppone l’apertura, o la loro definitiva eliminazione, delle frontiere –, viene intesa unicamente come possibilità degli interessi particolari di commerciare (o rapinare?) liberamente dettando le loro leggi (con la costituzione in loco di governi a loro asserviti) anche la dove vige un diverso modo di intendere l’economia. I popoli, anzi, vengono tenuti all’oscuro dei mezzi usati.

Gli eccidi perpetrati da ambo i contendenti dovrebbero, secondo le intenzioni dei fautori, essere vissuti dalle popolazioni dei rispettivi paesi come azioni lesive della loro libertà e non come atti criminali.

Essere uccisi in terra straniera a causa di guerre che non si condivide o essere uccisi in terra nostra a causa di politiche dissennate, non implica nessun eroismo. Implica, invece, un continuo martirio delle popolazioni e individui coinvolti che, loro malgrado, si trovano ad affrontare situazioni estreme per scelte altrui.

Si potrebbe obiettare che i volontari conoscono la situazione dei paesi dove operano e, pertanto, anche i rischi, e ciò è vero. Ma se si considera che, dell’intera popolazione mondiale, solo una piccola parte condivide la guerra, ne consegue che i volontari, operando in quei luoghi, danno testimonianza della loro fede nella libertà dei popoli e nella pace tra essi e non come portatori di valori non condivisi dalle popolazioni di quei territori. In tal caso li si può considerare antieroi e … martiri.

Essere per la pace significa rifiutare la guerra, cercare di fermarla con metodi pacifici, implica un impegno a cui, chi vi partecipa, lo fa in considerazione dell’inutilità della stessa. Cosi agendo, rifiuta anche tutto ciò che ne deriva: l’eroismo, oltre agli onori e la ricchezza.

Per concludere, non esistono eroi!!!!!!!


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 10/8/2010 alle 15:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Elezioni anticipate o governo di “transizione”? il groviglio dell’opposizione.
post pubblicato in POLITICA, il 7 agosto 2010


Dopo l’esclusione di Fini, e dei suoi alleati (33 deputati e 10 senatori), che ha ridotto i margini di maggioranza del governo, dal PDL da parte di Berlusconi, si è innescata, nell’opposizione, una gara, in previsione di nuove elezioni, qualora il governo dovesse cadere, a proporre soluzioni per uscire dall’impasse in cui si caccerebbe l’Italia. Le proposte si possono raggruppare in due filoni principali: i favorevoli alle elezioni anticipate e i favorevoli a un governo di transizione composto da persone non aderenti a partiti (governo tecnico) in grado di legiferare su temi principali come: legge elettorale, giustizia, editoria e stato sociale.

Gli assertori principali delle due posizioni opposte sono l’IDV di Di Pietro, il PD di Bersani e l’UDC di Casini.

 Il PD sostiene il governo di transizione. I punti essenziali a sostegno del governo di transizione sono la necessità di cambiare la legge elettorale, i temi sociali e la corruzione della politica.  In un’intervista a La Repubblica pubblicata sul sito del PD, Bersani dice: "In questa situazione, con la barca che fa acqua, non si può andare a un immediato scontro elettorale. Bisogna affrontare i temi sociali, cambiare una legge elettorale deleteria, bonificare le norme che favoriscono la corruzione. Non è un ribaltone, è una fase che consente al Paese di scegliere alternative che non siano nel vecchio film. è il nostro modo per predisporre il sistema alle elezioni. Ma non temiamo affatto il voto. Se ci si arriva però deve essere chiaro che è Berlusconi a far precipitare tutto. Per problemi suoi, solo suoi. Io non divido con lui questa responsabilità".  

 L’UDC, sostiene la stessa cosa anche se lascia al premier di scegliere “se governare o no”, dice Casini: 'L'area di responsabilità nazionale dice al presidente del Consiglio di governare, ma se vuole gettare la spugna si assuma la responsabilità di fuggire davanti al Paese'. E' l'appello che Casini rivolge al premier Silvio Berlusconi all'indomani del voto sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo. E ancora: “Il presidente del Consiglio è chiamato a dire con serenità: 'mi dimetto' oppure 'governo' ". “Tornare alle urne sarebbe una prova di irresponsabilità totale” ”'un governo di responsabilità nazionale è indispensabile per risolvere i problemi degli italiani”. Per Casini, dunque, le elezioni sarebbero un danno per il paese ma sarebbe disposto

Mentre Di Pietro sostiene la necessità di elezioni anticipate. Sul suo blog scrive: “Le elezioni sono una scelta obbligata per il bene dei cittadini e, a questo punto, anche l'ultima spiaggia per salvare il Paese.”

In tutt’e due i casi, si presuppone la fine del governo.

Naturalmente, sia per le elezioni anticipate sia per un governo transitorio, si sta mettendo in moto tutto l’apparato politico per creare le alleanze necessarie per portare a termine il proprio disegno politico; l’impressione che se ne ricava è l’arresto, sin da ora, del lavoro parlamentare. Come se il governo fosse già caduto, il che sarebbe la notizia più bella. Ma non è cosi!

Prodi, con una maggioranza risicata, rimase al governo per quasi due anni, lo stesso potrebbe fare Berlusconi. Inoltre, non è ancora chiaro il ruolo che avranno i finiani. Fini ha sempre ribadito che sosterrà il governo qualora non metterà in pericolo la legalità, la democrazia e sosterrà lo stato sociale. Queste affermazioni potrebbero far pensare che Fini sarà all’opposizione visto che è proprio su questi temi che si è consumata la rottura. Ma ciò non basta. Il tentativo, da parte del PDL, di convincere, o costringere(?), i finiani a votare la fiducia al governo da lui proposta per settembre (all’inizio dei lavori parlamentari) sui quattro punti fondamentali dell’accordo della coalizione - giustizia, fisco, federalismo e Mezzogiorno -, ricordando loro che è su questi problemi e sulla loro soluzione – di destra - che si era basato l’accordo, minacciando elezioni anticipate qualora non la dovesse ottenere la fiducia, potrebbe convincere, se non tutti, alcuni finiani a rientrare.

Dunque, il governo esiste e potrebbe continuare ad esistere e legiferare per altri tre anni. Certo, non avrà più la maggioranza certa, ma questo non ha mai impedito a nessuno di governare, semplicemente, si ritornerà alla vecchia politica delle alleanze trasversali.

Sperare che un governo cada per l’uscita dallo schieramento di maggioranza di un gruppo di parlamentari mi sembra troppo eccessivo. Un governo cade quando la maggioranza viene a mancare su tutto il lavoro parlamentare e non solo su determinate leggi.

Meglio sarebbe se l’opposizione proseguisse nel suo lavoro di “logoramento” del governo e, con l’appoggio dei finiani, impedire che passino le leggi contro la libertà e lo stato sociale proposte dal governo. Il governo cadrà da solo se non riuscirà a legiferare, in modo particolare sul federalismo leghista.


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permalink | inviato da verduccifrancesco il 7/8/2010 alle 15:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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