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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
Canone televisivo; spese e compensi ai conduttori.
post pubblicato in Riflessioni, il 31 gennaio 2012


Il giornale   Blog.it
Il 14 febbraio inizierà il festival di Sanremo, annuale ritrovo mondano della canzone italiana, e si concluderà il 18 febbraio.
Entro domani 31 gennaio, milioni di italiani verseranno all’agenzia delle entrate il canone pari a 112 €.
Dal luglio 2011 sono state fatte 3 finanziarie che hanno penalizzato fortemente gli italiani con reddito medio basso.
All’interno di dette finanziarie, oltre all’aumento delle tasse (Imu e Iva in testa) è stata inserita la riforma delle pensioni che ha impedito a migliaia di lavoratori di usufruire della pensione nel 2011 spostando la finestra di uscita di alcuni anni. .
Il mancato adeguamento delle pensioni superiori ai 1400€.
L’accise sulla benzina.
L’articolo 8 (della manovra di agosto) che permette i licenziamenti anche per causa economica.
La riduzione dei flussi di soldi verso comuni, province e regioni e i tagli alla spesa pubblica, incluso l’welfare.
Le liberalizzazioni nel settore delle libere professioni che, se per certe categorie è più che giusta, per altre (tassisti, negozi, autotrasportatori) servirà unicamente a creare una concorrenza spietata tra i piccoli salvaguardando i pesci grossi del settore.
Ora si sta affrontando il tema del lavoro e dell’welfare; ancora non si sa come sarà.

Tutto questo per salvare l’Italia dal baratro della crisi dove il nano boss ci aveva spinto.

Quello che si sta facendo può essere condiviso o no o solo in parte. Il problema, però, è un altro: con tanti sacrifici che si chiedono ai cittadini, inclusi i meno abbienti (non va dimenticato che l’aumento dell’Iva tocca anche le pensioni di 450€ mensili e gli stipendi sotto i mille euro), alcune categorie sono rimaste fuori, anzi, guai a toccarle!
La più nota è quella dei politici e alcune “figure” professionali che lavorano per loro.
La meno nota, o comunque se ne parla poco, è quella dei compensi che elargisce la Rai ai suoi presentatori e conduttori di programmi. Compensi che arrivano anche a circa 2milioni di euro l’anno e non vanno sotto i 150mila euro l’anno. Oltre, naturalmente, agli stipendi dei vari dirigenti
Insomma, in Italia ci sono persone che possono guadagnare stipendi d’oro senza che nessuno, o pochi, abbiano qualcosa da dire.
Certo, si può affermare che certi compensi sono commisurati all’introito che l’azienda ha attraverso la pubblicità che è legata al numero di ascoltatori; più ascoltatori ha un programma, più soldi entrano in azienda attraverso la pubblicità.

Però io mi chiedo: se i compensi sono commisurati sia alle spese di gestione dei programmi che al guadagno, perché la Rai ha bisogno del canone?
Nel rapporto tra entrate e uscite, le uscite non dovrebbero mai superare le entrate (questa è una legge base dell’economia capitalista). Perciò, se il compenso, più i costi di produzione, supera le entrate, significa che le spese Rai non tengono minimamente conto delle entrate. Questo significa che la gestione economica della Rai non si basa sul rapporto entrate/uscite.
Ma perché? Semplice,, il disavanzo si scarica sui contribuenti attraverso il canone. Anziché verificare la validità del personaggio dopo la messa in onda del programma per stabilirne il compenso finale (si potrebbe decidere un compenso iniziale e, dopo la verifica reale, completarlo in base agli introiti che è riuscito a realizzare), si stabilisce il compenso in base alla previsione delle entrate che si realizzeranno.
Inoltre, il rapporto entrate/uscite deve tener conto anche dei costi di produzione (spese per la messa a punto del programma, compenso agli ospiti e stipendio di quanti lavorano alla realizzazione)  oltre che del compenso del conduttore.

Sembra che la Rai, quando decide la messa in onda del programma, non tenga conto di tutte le componenti economiche ma faccia riferimento unicamente al personaggio principale che, in teoria, dovrebbe portare introiti superiori alle spese.  
Insomma, tutto ruota intorno al personaggio principale - che viene ingaggiato in una specie di asta a chi offre di più perché, solitamente, certi personaggi sono contesi dalle varie emittenti televisive - nella speranza che porti vantaggio economico all’azienda. Se non lo porta c’è il canone a sopperire la perdita.

Il canone, dunque, non è una tassa utile per mantenere in vita un servizio utile, ma è una copertura per spese eccessive.  

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Rivolta della base leghista in un sondaggio di radio padania libera.
post pubblicato in POLITICA, il 28 gennaio 2012


Corriere della sera
Il sondaggio che radio padania libera (mah) aveva proposto agli ascoltatori per chiedere la loro opinione sul governo Monti ha dimostrato che il 71% dei leghisti condivide la politica di Monti. Ovviamente, il sondaggio è sparito dal sito di radio padania (per niente) libera.

Una bella batosta per un partito che pretende di essere l’unico all’opposizione e che ne ha fatto un nuovo cavallo di battaglia proprio nel tentativo di recuperare la base che, stanca di parole vuote, ha duramente criticato il leader magico.
Dunque, la frattura c’è ed è evidente al di la delle strette di mano tra Maroni e Bossi e gli accordi fra loro per sanare i disaccordi. Probabilmente, la base non ci sta più ai giochetti del vertice e vuole riportare quell’unità originaria basata su un rapporto più stretto tra base e vertice, tra politici e territorio rottosi con l’esperienza di governo e del grande potere che ne è derivato ai singoli politici leghisti. Potere che li ha convinti che la base li avrebbe seguiti comunque proprio in ragione che, al governo, avrebbero potuto realizzare il sogno federalista per arrivare alla secessione. Ma così non è stato!

Quell 71% a favore dell’attuale governo è li a dimostrare che, il popolo padano, non è più tanto propenso, almeno in questa fase critica, a una politica di federalismo e secessionismo dato che, l’attuale politica non ha tenuto conto delle “conquiste” fatte in questo senso dalla lega al governo e, pertanto, l’averlo promosso è indicativo di una consapevolezza che va al di la della richiesta di uno stato separato e sovrano.
Promuovere Monti crea una spaccatura difficilmente sanabile perché non si tratta più di divergenze tra dirigenti di partito ma tra la base che, col suo voto, determinerà l’esistenza stessa del movimento e il partito stesso.

Chiaro che quel sondaggio (sparito dal sito) è solo indicativo, ma rappresenta, comunque, un malumore generalizzato che potrebbe modificare sostanzialmente la politica della lega.
Questa non è la prima rivolta della base leghista verso il vertice, ma è la prima volta che la base respinge la politica del vertice a favore di una forza esterna, e non politica.

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Oggi giornata del ricordo (della Shoah). E gli altri milioni di morti della guerra?
post pubblicato in Riflessioni, il 27 gennaio 2012


Il diciassette Gennaio del 45, i russi entrarono per la prima volta nel campo di Auschwitz scoprendo l'orrore dell'olocausto nazista.

Ricordare per non dimenticare e per comprendere le origini dell'eccidio di milioni di persone commesso sul presupposto ideologico della supremazia di razza è giusto e sacrosanto. Però, andrebbe anche detto che i morti di quel periodo non riguardarono solo gli ebrei e, comunque, chi fini nei campi di concentramento. La Shoah è uno dei tasselli della ferocia nazista. Andebbero ricordati anche i tanti che dettero la vita per combattere il mostro e i civili caduti sotto le bombe sia naziste che alleate.

Oltre a ciò, andrebbero ricordati i milioni di russi periti nei campi di concentramento e i cinesi morti sotto il dominio giapponese, anch'essi a causa della follia ideologica umana. Ma anche i giapponesi morti sotto le due bombe atomiche - non può essere una giustificazione valida la teoria della necessità di porre fine alle ostilità per evitare altri morti; ad Hiroshima e Nagazaki morirono tra i 100mila e 200mila persone, quasi tutti civili in un sol colpo, più i morti causati dall'inquinamento radioattivo.


Dopo la guerra del 45 fu proclamato: mai più guerre ed eccidi! Ma non fu così! Anzi, le guerre e gli eccidi hanno continuato a moltiplicarsi e ad espandersi anche in luoghi  e popolazioni fino ad allora estranei alle dispute umane su larga scale. Di eccidi ce ne sono stati molti, il più famoso è quello in Vietnam. Ma altri meno conosciuti come quello cinese della rivoluzione e dei campi di lavoro e quello di Pol Pot in Cambogia, non sono da meno.


Tutto questo avviene seguendo la logica del dominio di una cultura su un'altra, esattamente come il nazismo. Vale a poco affermare che ci sono differenze sostanziali tra la lotta per la difesa dei propri principi e quella della conquista; nei due casi, l'obiettivo è la sottomissione di altri popoli.

E si continua ancora oggi a combattere seguendo la stessa logica.

Allora, a che servono le cerimonie se la conoscenza e comprensione non portano a una sostanziale modifica nei rapporti tra le diverse fazioni umane?


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Per Beppe Grillo, non ha senso dare la nazionalità ai figli di immigrati.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 25 gennaio 2012



Beppe Grillo, sul suo blog, afferma che: “la cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite”.

Di quali distrazioni parli Grillo non si riesce bene a capirlo. Con tutto il parlare che si fa, oggi, dei provvedimenti del governo e delle manifestazioni, in primis quella dei camionisti che sta mettendo in ginocchio l’economia, di diverse categorie, parlare di distrazione del popolo italiano sulla questione nazionalità significa pensare il popolo come una massa di incoscienti, di persone incapaci di distinguere tra le diverse priorità del paese.
Quello che, però, lascia maggiormente perplessi, è l’affermazione che “la nazionalità a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso”. A dire il vero, non si capisce di quale senso si tratti ma, ipotizzando, si può dire che, Grillo, intenda riferirsi all’integrazione degli stranieri nella cultura laica italiana. Se così fosse, significa che, egli stesso, si trova “dall’altra parte”, dalla parte, cioè, di quelli che identifica giustamente con i leghisti e i movimenti xenofobi “che“crescono nei consensi per paura delle “liberalizzazione delle nascite”. Vale a dire che , per non perdere consensi, bisogna “cavalcare le paure del popolo” anziché creare una cultura capace di accettare attivamente lo straniero.
Inoltre, la frase, essendo scritta da un personaggio pubblico che si presenta come antagonista dell’attuale assetto socio/politico, implica che, in realtà, più che un cambiamento nella gestione sociale - come predicato ufficialmente- si vuole un cambio di potere che non comporta, necessariamente, un cambio nei metodi di gestione sociale.

Questa mattina, in bibblioteca, m’è capitato per le mani un libro di Valeria Scafetta dal titolo: Scarpe nel deserto e e vi ho trovato una citazione di Platone: “lo straniero separato dai suoi concittadini e dalla sua famiglia dovrebbe ricevere un amore maggiore da parte degli uomini e degli dei”. Platone, dunque, già ha cavallo del 400/300 aC, aveva ben presente la situazione degli stranieri.
Sciopero autotrasportatori: Italia a rischio penuria merci primarie
post pubblicato in POLITICA, il 24 gennaio 2012


Dalla Sicilia, la protesta si è spostata sulla penisola bloccando, di fatto, la circolazione dei tir e creando forti disagi anche alla circolazione delle autovetture private.
Lo sciopero, che durerà fino a venerdì 27, come già successo in Sicilia, rischia di creare una situazione di estremo disagio a quei cittadini che nulla hanno a che fare con la categoria degli autotrasportatori.
E’ vero che l’aumento del carburante interessa tutti i cittadini, ma è altrettanto vero che altre categorie, e sono la maggioranza dei lavoratori, stanno affrontando il problema all’interno del dibattito civile consci della grave  situazione creatasi con la crisi economica.

Quanto ho già scritto riguardo alla Sicilia: “quando uno sciopero coinvolge tutta l’economia del territorio in cui avviene - ora si tratta della sicilia, ma provate ad immaginarvi uno sciopero degli autotrasportatori a livello nazionale che si prolunghi per giorni -  impedendo il normale flusso di merci che servono, sia a mantenere attiva la produzione industriale sia il rifornimento commerciale di alimenti e altre materie necessarie alla popolazione creando disagi e lasciando la popolazione senza il necessario, non si può più parlare di semplice protesta contro provvedimenti governativi che, pesanti che siano, ne soffriamo tutti. Qui si tratta di vera e propria rivolta contro uno stato ritenuto invasivo, non solo degli interessi di parte ma anche nei confronti del territorio stesso” sembra si stia verificando.

Lo sciopero selvaggio - come veniva definito un tempo -, se portato avanti a oltranza, e da una sola categoria, porta in sé la volontà di rovesciare piuttosto che quella di patteggiare per un accordo equo.
Volendo fare un confronto con gli scioperi degli anni settanta, non si può fare a meno di pensare che gli scioperi dei metalmeccanici, che erano i più attivi e decisi a portare aventi, a oltranza le loro rivendicazioni, erano semplici passeggiate perché non erano mai arrivati, anche nei momenti più duri, a bloccare l’intera economia. Gli obiettivi dello sciopero, allora, erano i proprietari degli stabilimenti - è vero che si fecero anche scioperi contro i governi, ma in quei casi, erano chiamate allo sciopero tutte le categorie (sciopero generale) - e li si fermavano. Eventuali blocchi stradali e ferroviari si limitavano a qualche ora creando si disagi, ma mai il blocco dell’economia.

E’ indubbio che le richieste e lo sciopero sono legali, quello che non lo è è il metodo di lotta scelto perché pone innanzi alle richieste il problema dell’intoccabilità della categoria che, forte della sua posizione primaria nella distribuzione e, di conseguenza, nell’intera economia, in una economia basata sull’utile, può permettersi di ricattare chiunque si ponga in contrasto ai suoi interessi. Questo pone in primo piano la necessità di porre un limite, attraverso una regolamentazione, alla pratica degli scioperi - cosa già fatta per quanto riguarda i lavoratori dell’industria - affinché non diventino strumento di prevaricazione o, addirittura - come successo in Cile nel 1973, quando lo sciopero degli autotrasportatori pose le basi per il golpe di Pinochet che portò al potere i militari dando inizio alla dittatura -  di destabilizzazione della democrazia.
Il limite, però, deve riguardare unicamente l’impossibilità di influire sull’intera economia. Lo sciopero deve avvenire all’interno della categoria, ovvero, tra i lavoratori e i loro datori di lavoro.

L’attuale sciopero, pertanto, deve essere penalizzato. Lo stato deve intervenire affinché si ponga fine al blocco totale della circolazione delle merci che sta mettendo in ginocchio il paese obbligando la categoria ad adottare altre forme di lotta che coinvolgano unicamente la categoria e il datore di lavoro.

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Bossi, Maroni e il giuramento di Pinocchio
post pubblicato in COMMENTI, il 23 gennaio 2012


La foto dei maroniani: Cerchio, se davvero sei magico, SPARISCI!!!!!
Dopo il magna magna romano, la lobby leghista, il cerchio magico, si riscopre rivoluzionaria sperando di recuperare sia l'unità intorno al boss, sia un consenso ormai diviso tra bossiani e maroniani - in proposito si veda l'articolo "Maroni: bossiani pronti a lancio di uova".
Ma la realtà, dopo il magna magna romano, è ben diversa. la base non si fida più delle parole e non crede alla logica del fine che giustifica i mezzi. E indietro non si torna.
Le minacce di Bossi al vecchio "camerata" e amico - si fa per dire - Berlusconi, non fanno più presa ne sull'ex, per modo di dire, alleato ne sulla base che si aspetta una politica indipendente da quella nazionale.

Un Bossi alquanto smorto, quasi cadaverico, quello visto in piazza duomo a Milano, con la contestazione al cerchio magico ormai consolidata e in fase di ribaltare le sorti del vecchio boss al di la delle parole di Maroni sul “non è successo niente, la lega è sempre unita” e degli applausi della platea.
Un Bossi bambino che, di fronte all’evidenza dei fatti, non vuole saperne di mollare e fa i capricci minacciando ritorsioni qualora lo stravecchio amico non faccia cadere il governo Monti definito infame.

Certo che fa un certo effetto - intestinale - sentire certi discorsi fatti da un personaggio che, fino a ieri, predicava il ringiovanimento della politica e che, oggi, cerca di rimanere attaccato alle briglie dei cavalli seduto in cassetta del calesse tutto preso a mantenersi saldo al potere. Da l’idea del vecchio canuto messo in disparte, al ricovero?, che continua a comportarsi come se fosse il capo famiglia mentre tutti lo ignorano.

Insomma, come al solito, incominciano col voler cambiare il mondo per poi rifiutare i cambiamenti più evidenti.

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Strage in Nigeria: fondamentalismo islamico all’attacco dell’Africa occidentale. Diventerà così anche l’Europa?
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 22 gennaio 2012


Corriere della sera
Attacco terroristico a Kano, seconda città della Nigeria. A sferrare l’attacco è stata la formazione fondamentalista islamica Boko Haram collegata al dfondamentalismo islamico di al- Qada.
Gli obiettivi degli attacchi sono stati gli edifici pubblici, stazioni di polizia, centrale dei servizi segreti e l’ufficio centrale per l’immigrazione. Gli attacchi sono stati sia dinamitardi che scontri a fuoco con l’uso di cecchini che hanno sparato contro le forze dell’ordine. Il risultato è stato di 150 morti tra cui molti civili. L’attacco sanguinoso è stato condotto contro lo stato nigeriano guidato dal presidente cristiano Goodluck Jonathan.
L’attacco è stato rivendicato, appunto, dal gruppo terroristico Boko Haram che si prefigge di combattere contro chiunque esprima idee contrarie alla legge islamica per l’affermazione dell’islamismo in Nigeria.

Si potrebbe dire che questo è l’ennesimo fatto di sangue in Africa commesso da gruppi terroristici che mirano ad espandere il potere islamico e, di conseguenza, il fronte della lotta tra occidente e islam. Si potrebbe anche dire che la colpa di ciò è dell’occidente per le sue politiche di rapina nei confronti dei paesi africani. Ma sarebbe affermare cose risapute e, pertanto minimizzare l’accaduto.  

Un attacco simile conporta una regia complessa che, a sua volta, ha bisogno di un’organizzazione capillare. Questo ci dovrebbe far riflettere sulla situazione italiana ed europea in merito all’immigrato mussulmano e la sua integrazione nel nostro sistema socio/economico/politico.
Ci dovrebbe, altresì, spingerci a porci almeno una domanda: è sufficiente che l’immigrato si comporti onestamente contribuendo al Pil e coprendo i “buchi” nella produzione o, invece, dovrebbe essere chiamato ad integrarsi nella nostra cultura laica?

Quello che emerge dalle analisi dei politici è, senza dubbio, la necessità di avere immigrati che contribuiscano al Pil e coprano i “buchi”. Questo, però, comporta la presenza di una massa consistente di persone che può non essere disponibile ad integrarsi nella nostra cultura laica e, pertanto, soggetta ad affermarsi come cultura indipendente. Questa affermazione avverrà attraverso l’acquisizione dei diritti fondamentali incluso quello di essere presente politicamente nelle istituzioni e, pertanto, acquisirebbero la possibilità di modificare la struttura costituzionale verso uno stato non più laico.

E’ per questo che si rende necessario intervenire affinché gli immigrati vengano invogliati ad accettare la cultura laica. Questo può verificarsi solo a patto che venga dato loro l’istruzione necessaria attraverso la scuola - ovvio che questo modo di agire sarà rivolto più ai minori e ai giovani che agli anziani o comunque a persone già avanti con gli anni - e che venga data loro la possibilità di avere la cittadinanza italiana che, però, deve essere legata all’accettazione dello stato laico.
Questo servirà ad evitare la formazione di zone - sia fisiche che culturali - ghettizzate dove i componenti sono respinti ai margini della società e, perciò, la vedranno come oppressore.
Se si dovesse arrivare a quanto detto sopra, il rischio che l’Italia e l’Europa diventino campo di battaglia tra le diverse fazioni sarà altissimo. A nulla serviranno le “leggi sugli immigrati”  perché serviranno/servono solo a delineare la distanza tra “loro e noi” senza risolvere il problema perché l’immigrazione non si arresterà comunque dato la situazione di alcune aree del pianeta che, tra guerre, regimi totalitari e siccità, la vita è diventata impossibile.

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Obama condannato a morte dagli ebrei americani
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 22 gennaio 2012



La Repubblica
Secondo il direttore dell'Atlanta Jewish Times, giornale della comunità ebraica nella metropoli della Georgia, uccidere Obama è una delle tre opzioni per salvare Israele. le altre due sono:   1):attaccare Hezbollah e Hamas. 2) la distruzione ad ogni costo degli impianti nucleari dell'Iran.  
Il direttore del gionale, Andrew Adler, spiega che l’uccisione (assassinio) del presidente americano va “soppesata” di fronte all’alternativa che può essere lo sterminio di sette milioni di israeliani in caso di attacco dell’Iran o altri paesi arabi.

Una notizia shock pubblicare su un giornale pubblico la condanna di una persona, chiunque sia, che richiama il metodo della fatwa islamica. Anche considerando che mister Andrew considera Obama nemico di Israele, condannarlo pubblicamente senza averne l’autorità sa tanto di terrorismo.
Inoltre, se si pensa ai tanti aiuti ricevuti dagli stati uniti nel campo militare - basti pensare che nel 2010, Obama approvò aiuti per 205 milioni di dollari per la costruzione di un sistema di difesa contro i missili di corto raggio - e agli interessi americani in medio oriente - interessi che hanno provocato guerre senza “disturbare minimamente Israele -, la sua condanna risulta alquanto gratuita. Inoltre, l’america è il nemico numero uno sia dei terroristi di al-qaida che dell’Iran. Nemici comuni dunque.

E allora perché questa condanna?
Vedi anche: L’architettura degli aiuti americani in Medio Oriente
Frequenze TV. Mediaset insorge: così si sospende la legalità.
post pubblicato in BREVI, il 21 gennaio 2012


Corriere della Sera
Tra i tanti provvedimenti sulle liberalizzazioni, c’è anche quello sulle frequenze Tv. In merito, il governo ha deciso di sospendere per 90 giorni la procedura di assegnazione delle frequenze per definire meglio l’assegnazione delle stesse.
Mediaset, però, non ci sta e protesta affermando che, così, si sospende la legalità.

La risposta di Monti non si fa attendere: “È naturale che una azienda si riservi di far valere i propri diritti se ritiene di averli, così come credo che l'opinione pubblica non sia sorpresa dalla decisione. Le frequenze un bene scarso, un bene pubblico. Erano state prese certe decisioni per l'attribuzione, ma noi non vediamo perché, nel momento in cui abbiamo dovuto chiedere grandi sacrifici a molti, una risorsa pubblica venga concessa senza corrispettivo”.
Monti, affermando:che “una risorsa pubblica venga concessa senza corrispettivo”, dice chiaramente che le decisioni prese dal precedente governo regalavano le frequenze ai privati, cosa questa che all’attuale governo non piace trovandosi in linea con la società civile.

Con questa decisione, il ministro Passera blocca quella che è una truffa in piena regola nei confronti dei cittadini italiani chiamati a sacrifici eccezionali quando ci sono 16 miliardi di euro che stavano per essere regalati a mediaset e Rai in base a una legge del governo Berlusconi.

Con questo decreto, sicuramente, si sta facendo un grande passo avanti nella regolazione delle frequenze televisive perché, lo scopo, anche se non dichiarato, oltre a recuperare i 16 miliardi è quello di creare un sistema equo di ripartizione delle frequenze con la possibilità di coinvolgere nelle aste anche le emittenti minori a favore di un maggior pluralismo dell’informazione.
Pertanto, piuttosto che sospensione della legalità, come dice Mediaset, si deve parlare di ripristino della legalità
Caccia F35, uno spreco da impedire. FIRMA LA PETIZIONE.
post pubblicato in GUERRA E PACE, il 20 gennaio 2012


Altri link per approfondire
F35. Un posto di lavoro costa 1,5 milioni di euro
Campagna: Taglia le ali alle armi!
Tranquilli, al futuro ci pensa il nuovo F35
Tagliamo i caccia, non il welfare
Nessuna penale se non si acquisteranno i caccia F-35:
“Errare è umano, perseverare...”. Il ministro Di Paola e il rischio di conflitto d’interesse

Sembra che anche il governo monti non sia intenzionato a rinunciare ai 131 caccia F35 del costo di 15-20 miliardi equivalenti a una manovra economica.
Il motivo di questa scelta è, secondo il ministro della difesa, che in questo modo si creeranno 10mila posti di lavoro per approntare le strutture industriali che toccano all’italia Sembra però, che, alla fine, ogni posto di lavoro costerà allo stato 1,5, milioni di euro all’anno.
Oltre a questo, il ministro della difesa afferma anche che le spese militari sono comunque da sostenere per la difesa del territorio anche se non si sa bene da chi.
Inoltre, gli Stati Uniti, capofila del progetto con il Canada, Norvegia e Australia stanno ridimensionando o cancellando la loro partecipazione al progetto sia per i costi sia per la crisi e per la poca affidabilità del caccia emersa durante i collaudi. Sembra quasi che l’acquisto dei caccia sia una questione di vita o di morte.
Un’altra motivazione dei sostenitori dell’operazione sono le penali da pagare in caso di regresso dal contratto, cosa che risulta errata alla lettura del contratto.
Insomma, questi caccia sembra abbiano abbagliato i nostri militari al pari delle sirene per i marinai.

CHIUNQUE ABBIA A CUORE LA PACE E LA SOLUZIONE DEI PROBLEMI IN MODO PACIFICO NON PUO’ FARE ALTRO CHE FIRMARE LA PETIZIONE.
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Assurdità italiane: cartella esattoriale da due milioni. Quando le tasse diventano oppressive.
post pubblicato in NOTIZIE, il 20 gennaio 2012


Trentino.it
Due operai di thiene (TN), di origine bosniaca, si sono visti recapitare una cartella esattoriale di due milioni e 182 mila euro che sarebbero le spese delle intercettazioni usate in un’indagine penale per traffico di droga.
I due, marito e moglie, erano stati coinvolti marginalmente nell’indagine ed erano stati condannati rispettivamente a due e tre anni di carcere. Oltre a loro, al processo altri furrono condannati a pene ben più pesanti, fino a 20 anni, ma tutti risultarono nulla tenenti. Da questo la decisione di Equitalia di addebitare alla coppia tutte le spese.  A questo punto, Equitalia ha predisposto subito il pignoramento dell’intero stipendio dei due e il conto in banca, inoltre, si appresta a pignorare anche la casa. Questo è possibile grazie ad una norma che prevede, in caso di condanna in un procedimento penale, che le spese siano addebitate a tutti i condannati. In questo caso, dato che gli altri condannati erano nullatenenti, le spese sono state addebitate agli unici che avevano un reddito fisso.

Una cifra enorme se si considera la situazione dei due. Ma il problema, più che la cifra, è il pignoramento dell’intero stipendio e del conto in banca. Si, perché non si capisce come possano vivere i due che, tra l’altro, hanno due figli.
Una cosa assurda anche per quanto riguarda il recupero dello stesso importo perché, così ridotti - se si considera anche il sequestro della casa -, sicuramente sarà loro impossibile continuare a lavorare e accudire i figli.
L’avvocato dei due ha avviato affinché la sentenza venga modificata al recupero dei soldi col quinto dello stipendio dei due adducendo a motivo proprio la situazione economico in cui verrebbero a trovarsi.

Definire questa sentenza un’assurdità è riduttivo. Se da una parte le spese processuali, giustamente, vanno addebitate al condannato, dall’altra, non si può impedire allo stesso di vivere perché, pignorare lo stipendio e, forse, la casa, equivale a condannarli a una sorte ben peggiore, quella dell’esclusione totale dalla società. Tanto valeva condannarli a vita, così avrebbero almeno avuto vitto e alloggio assicurati.
Questo fatto, aggiunto ad altri avvenuti in passato (Maso Totzi), fanno pensare che non esiste nessun rapporto “sociale” tra le varie agenzie (nazionali e provinciali) addette alla riscossione delle tasse e i cittadini. Da l’impressione che la riscossione sia un qualcosa di indipendente dalle regole morali che sono alla base del vivere civile. Un qual’cosa di freddo, estraneo. Come al tempo delle monarchie quando, chiunque si trovava su un territorio, doveva pagare il tributo al signorotto di turno al di la delle sue reali condizioni.

Concludendo, le tasse, giuste che siano, non possono eliminare i diritti elementari dei cittadini.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 20/1/2012 alle 11:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Autotrasportatori siciliani bloccano l’economia. I danni si calcolano in milioni di euro. Penalizzati i contadini per l’avaria della merce.
post pubblicato in LAVORO, il 19 gennaio 2012


Fonte
Lo sciopero dei tir sta bloccando l’economia siciliana, questo il senso dei titoli apparsi sui quotidiani in questi giorni. Titoli a cui seguono articoli di cronaca degli eventi o analisi del perché sta succedendo tutto ciò.

Va detto, per chiarezza, che le richieste degli scioperanti, giuste che siano, non possono giustificare la messa in crisi dell’economia di un territorio perché, un conto è lo sciopero di una categoria che blocca la produzione degli stabilimenti della categoria interessata, altra cosa è lo sciopero di una categoria che, per sua natura, è collegata all’intera economia del  territorio e che coinvolge, forzatamente,  tutta la popolazione.
Questo non significa che detta categoria, gli autotrasportatori, non possano fare scioperi, anzi, lo sciopero è un diritto di tutti è va praticato ogni qualvolta i diritti e “le tasche” dei lavoratori vengono lesi e svuotate.

Però, quando uno sciopero coinvolge tutta l’economia del territorio in cui avviene - ora si tratta della sicilia, ma provate ad immaginarvi uno sciopero degli autotrasportatori a livello nazionale che si prolunghi per giorni -  impedendo il normale flusso di merci che servono, sia a mantenere attiva la produzione industriale sia il rifornimento commerciale di alimenti e altre materie necessarie alla popolazione creando disagi e lasciando la popolazione senza il necessario, non si può più parlare di semplice protesta contro provvedimenti governativi che, pesanti che siano, ne soffriamo tutti. Qui si tratta di vera e propria rivolta contro uno stato ritenuto invasivo, non solo degli interessi di parte ma anche nei confronti del territorio stesso.
Allora viene da chiedersi a chi fa comodo creare una situazione di estremo disagio nella popolazione che,col prolungarsi dello sciopero, potrebbe decidere di ribellarsi a sua volta contro lo stato. Una popolazione che sta già pagando, sia per la gestione locale che per la manovra del governo, non è certo propensa ad accettare ulteriori disagi a causa di uno “sciopero” ma che potrebbe accettare le giustificazioni degli scioperanti qualora lo stato figuri assente nel rimettere le cose nella giusta direzione.

Credo che la situazione sia alquanto ingarbugliata e che, lo stato, non dovrebbe prendere alla leggera ciò che sta accadendo, anzi, dovrebbe intervenire drasticamente.
Innanzi tutto, ponendo fine al blocco, anche con misure di ordine pubblico, perché lesivo nei confronti di tutti i cittadini e non solo dello stato a cui la protesta è rivolta.
In secondo luogo, verificare le responsabilità di chi ha deciso di mettere in ginocchio l’intera economia siciliana, causando una consistente perdita valutata in milioni di euro anche a categorie estranee alla protesta, e a quale reale scopo è stato indetto il blocco. Se solo per ragioni economiche o anche politiche, come in effetti sembra, data la forma di lotta scelta.
Quello degli autotrasportatori siciliani, più che uno sciopero, sembra una vera rivoluzione. Ma a quale scopo se le richieste riguardano i costi del carburante e non, ad esempio, la secessione?
Un giorno con tanta voglia di non fare niente. Quarta parte.
post pubblicato in RACCONTI, il 17 gennaio 2012


prima, seconda e terza parte

Sono già le 11,30 - disse l’anziano – meglio che m’incammini, altrimenti chi la sente la moglie? Se vieni anche tu ti indico la strada per P dove puoi trovare anche una buona trattoria; dato che è quasi mezzogiorno, forse ti conviene mangiare qualcosa fuori.

- Beh, ha ragione, forse è meglio che mi muova anch’io – disse l’amico –magari faccio un giro in campagna. Sa quanto dista P.? – chiese poi – mi andrebbe proprio di mangiare qualcosa fuori.

-  Dista all’incirca tre o quattro chilometri. Se vai alla trattoria di pure che ti manda Mario

 

Si alzarono e andarono al banco a pagare.

L’amico pagò sorridente e salutò, fu ricambiato con un sorriso e un arrivederci.

Fuori l’aria s’era fatta più dolce. L’amico, che a questo punto incominceremo a chiamare Andrea, rivolgendosi all’anziano chiese se Mario fosse il suo nome e si presentò a sua volta.

L’anziano rispose che si, Mario era lui.

 

-  Se mi accompagni ti indico la strada  per il paese

- Va bene, grazie.

 

Strada facendo, Mario incominciò a parlare di sé.

 

-  Sai, io qui ci sono nato e vissuto per tutta la vita. Anche il lavoro era vicino, proprio a P. Lavoravo nello stabilimento che incontrerai all’inizio del paese.

 

Ad Andrea non dispiaceva l’anziano che, a quanto sembrava, l’aveva preso in simpatia. Si chiese se fosse sposato e avesse figli.

 

-  Che lavoro faceva? chieseAndrea

-  Magazziniere, rispose Mario. spedizione e ricevimento merci. Imballavo e spedivo all’uscita. All’entrata, invece, disimballavo e immagazzinavo la merce sugli scaffali e poi la distribuivo a richiesta degli operai. Un lavoro, di per sé tranquillo e, avolte, quando dovevo immagazzinare, anche rilassante. Mi piaceva, disse, perché potevo decidere da solo come disporre la merce in magazzino. Anche se c’era il capo magazzino, io avevo piena libertà d’azione.

 

Camminavano tranquilli e Andrea ascoltava con attenzione.

 

-  Ha sempre lavorato nello stesso posto? Chiese.

-  SI, rispose Mario. Sono entrato come apprendista che avevo quindici anni e sono uscito come operaio qualificato a cinquantatre anni, quando sono andato in Pensione. Sarei potuto uscire a cinquant’anni ma rimasi su richiesta del titolare.

-  E tu? chiese dopo un attimo di silenzio.

-  Lavoro in una fabbrica a ... come operaio da due anni con contratto a tempo indeterminato. Prima ho continuato a passare da un posto all’altro con contratti a termine che, a volte duravano alcuni mesi o,addirittura, alcune settimane. Spero che questa sia la volta buona. Disse alla fine.

-  Purtroppo, al giorno d’oggi, non si può più contare sulla certezza del lavoro. Mi chiedo come si possa fare progetti per il futuro senza questa certezza. Come un giovane possa anche solo pensaredi mettere su famiglia. Quando mi sposai, continuò, avevo già da parte il necessario per mettere su casa e, comunque, il posto non era la prima delle preoccupazioni. Allora il lavoro c’era, e tanto.Ricordo che, alcuni miei amici, cambiarono parecchi posti prima di scegliere quello che più confaceva al loro carattere. E non perché avevano il contratto a termine, allora si entrava sempre col contratto a tempo indeterminato. Se cambiavano posto era per insoddisfazione.

 

Dopo lo sfogo di Mario, i due continuarono per un breve tratto in silenzio. Fu Andrea a rompere il silenzio per chiedere come si lavorava ai suoi tempi e quali erano i rapporti tra dipendentie azienda.

 

-  Quando incomincia, disse Mario, i rapporti erano molto rigidi, bisognava fare quello che dicevano. Poi, dagli anni settanta, con gli scioperi si riuscì ad ottenere un miglior trattamento sia economico che normativo.

-  Già, gli scioperi, disseAndrea. Oggi, anche solo ad accennarne, c’è da prendersi qualcosa in testa. E poi, i precari, per paura di non essere confermati, cosa che non avviene quasi mai, non ci stanno. Hanno paura.

-  Purtroppo, oggi, molti di quelli che stanno usufruendo delle conquiste degli anni settanta e ottanta non capiscono che, appunto, i diritti che hanno non sono caduti dal cielo, anzi,sono stati acquisiti a forza di lotte che, a volte, sono state anche abbastanza cruente.

Mario che fino a quel momento era stato concentrato sul dialogo, si guardò attorno; sono arrivato, disse. Io abito in quella casa, la vedi?, quella bianca con le persiane verdi. Ti ringrazio per la bella chiacchierata, se torni da queste parti, vieni al bar, di sicuro mi trovi la. Si strinsero la mano e Mario, prima di lasciarlo, gli indicò la strada per P. Andrea ringraziò a sua volta e s’incamminò nella direzione indicatagli.

 


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Rischio ambientale all’isola del Giglio
post pubblicato in NOTIZIE, il 17 gennaio 2012


Nella tragedia della Concordia, dove hanno perso la vita 6 persone e 16-29 risultano disperse, si sta profilando la possibilità di un’altra tragedia che potrebbe compromettere l’ambiente della costa dell’isola. Una tragedia che, se si dovesse verificare, sarebbe altrettanto grave quanto la prima.
Sembra che sulla concordia, oltre alle 2400 circa di tonnellate di carburante, ci siano anche  sostanze pericolose come lubrificanti, vernici, sostanze clorurate e amianto.
Già il carburante, di per se, se dovesse fuoriuscire, provocherebbe un disastro ambirìentale enorme - basti pensare che, la nave portacontainer RENA, in Nuova Zelanda, con lo sversamento in mare di tre quattrocento tonnellate, ha inquinato decine di chilometri di costa e ucciso circa 20 mila uccelli marini.

Un disastro ecologico che, avvenendo proprio nel parco nazionale dell’arcipalago toscano e del santuario dei cretacei, area naturale marina protetta di interesse internazionale, assume un aspetto ancor più tragico perché distruggerebbe un’oasi di rilevanza non solo economica per gli isolani ma anche per la perdita dell’ambiente marino incontaminato e la fauna insulare, in modo particola gli uccelli pescatori.

E’ ovvio a tutti - il ministro dell’ambiente Clini dichiarerà lo stato di emergenza proprio per il rischi di disastro ambientale - che la possibilità di un rischio ambientale sono elevatissime e che bisogna intervenire accelerando i tempo per evitarlo.
"Avremo bisogno di procedere con urgenza e in tempi più brevi di quelli delle procedure ordinarie, abbiamo già chiesto alla Compagnia di darci entro domani il piano di lavoro per svuotare i serbatoi, ed entro 10 giorni quello per rimuovere la nave", ha riferito il ministro.
Dunque, c’è piena coscienza, da parte del governo, dell’imminente disastro se non si procederà subito allo svuotamento dei serbatoi e a rimuovere la nave per evitare che affondi e vada a far compagnia alle tanti navi inabissate nel Mediterraneo con sostanze pericolose a bordo.

Chissà che, alla fine, la tragedia della concordia non serve a smuovere le acque intorno al problema  sia della navigazione che, cosa ancor più importante, dei relitti pericolosi.
Perde casa e famiglia senza sapere il perché. Quando la burocrazia diventa oppressiva.
post pubblicato in NOTIZIE, il 16 gennaio 2012



Succede a Khaled, un tunisino di 49 anni da 27 in Italia. Khaled è commerciante e gestisce un negozio di abbigliamento. Nel 2010 si reca in Tunisia per lavoro, quando torna, dopo tre mesi, trova la sorpresa: gli viene proibito di avvicinarsi all’appartamento e alla famiglia che, nel frattempo, la moglie e la figlia erano state trasferite nel centro di Santa Chiara di borgo Padre Onorio, mentre il figlio in un appartamento comunitario da dove, poco dopo, sarebbe fuggito.
La storia sembra sia incominciata dopo che la scuola del figlio, nel 2010, ha inviato una relazione al tribunale dei minori segnalando l’indisciplina del figlio senza avvertire i genitori ne della relazione ne, tanto meno, del comportamento del figlio. Secondo Khaled, la scuola non avrebbe mai convocato ne lui ne la mogli per avvertirli del comportamento del figlio.

C’è da chiedersi almeno tre cose di questa vicenda.
1) Con quale competenza la scuola può prendere contatto col tribunale dei minori scavalcando la famiglia?
2) con quale competenza i servizi sociali possono allontanare figli e moglie, chiudere un appartamento mandando sulla strada il marito, senza una adeguata informazione e un adeguato tentativo di riconciliazione della famiglia - questo nel caso di difficoltà nella convivenza della stessa?
3) in base a quali prove il tribunale ha predisposto tutto ciò?

Da quanto si legge nell’articolo, la famiglia non aveva mei avuto problemi a parte la poca voglia di studiare del figlio che, comunque, non comporta nessun reato. In questi casi, la prassi sarebbe di convocare i genitori e discutere con loro la situazione del figlio, successivamente, se i genitori sono d’accordo, coinvolgere i servizi sociali e, se non si approda a nulla e se i genitori sono d’accordo, coinvolgere il tribunale dei minori. Qui, invece, si è agito esattamente all’opposto.
Con quale autorità non si sa. Sta di fatto che si è smembrata una famiglia in modo alquanto allegro.
Non è ammissibile che si possano prendere provvedimenti del genere senza coinvolgere la famiglia, senza discuterne con i genitori nel tentativo di risolvere il problema, sempre che ci sia un problema, senza arrivare a soluzioni drastiche.

Se questa è la prassi oggi, c’è da preoccuparsi non poco. Vedersi allontanato dalla propria famiglia senza che l’autorità ci dica il motivo - la figlia stessa afferma di non sapere perché è stata allontanata dal padre - e senza essere mai stati convocati è sicuramente un dramma per chiunque.
Di Paola: Italia disponibile ad addestrare esercito libico
post pubblicato in BREVI, il 16 gennaio 2012


(ANSA) - ROMA, 15 GEN - ''L'Italia ha dato sua disponibilita' ad addestrare le forze armate libiche se i libici lo vorranno''.
Lo ha detto il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, intervistato nella trasmissione di RaiTre 'In mezz'ora'. ''Mi sembra - ha spiegato Di Paola - che ci sia una certa disponibilita'. L'Italia ha storicamente rapporti con la Libia ed e' Paese cui la Libia guarda con amicizia''. Quanto alle spese dell'eventuale missione, ha aggiunto, ''la Libia e' disposta a contribuire''.

C’è qual’cosa che non va; la Libia potrebbe anche contribuire alle spese? Ma come, impegniamo uomini ad addestrare un esercito a nostre spese e speriamo che la Libia contribuisca come se fossimo noi a chieder loro il favore di aiutarli?
No! Decisamente non ci siamo!

In primo luogo, trovo strano che uno stato, nazione, popolo sovrano vada ad addestrare alla guerra un altro stato, nazione, popolo sovrano - certo, sicuramente alla base di una collaborazione simile c’è un tornaconto nel commercio di armi, ma a chi va il guadagno di tale commercio? sicuramente ai produttori, non di certo al popolo! Ah, si, le tasse; più si vende più tasse entrano nelle casse del fisco. Giusto, ma, così facendo, l’impressione che se ne ricava è che paghiamo per lavorare. E’ una cosa decisamente assurda!
In secondo luogo, insegnare a fare la guerra ad un altro popolo non mi sembra una scelta adeguata per una nazione che pretende di essere garante della pace - si vedano le missioni “di pace” ONU in cui siamo coinvolti. Un’azione del genere “””potrebbe essere accettabile””” se il popolo in questione fosse amico e affine alla nostra cultura e non un “semplice” partner economico. Questo significa che commerciamo morte in cambio di energia che, utile che sia, non giustifica lo scambio.

Uno scambio serio per una nazione che aspira alla pace non può che basarsi su idee e prodotti utili alle due popolazioni per il loro benessere e la guerra non risulta tra questi, anzi, acquisire armi e imparare a combattere è l’esatto opposto della pace e del benessere.

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Due parole su ... Anche gli orsi faranno la guerra.
post pubblicato in LIBRI: DUE PAROLE SU ..., il 16 gennaio 2012


Libera interpretazione del Romanzo di Paolo Alberti. Rizzoli editori Edizione del novembre 2011

Hai tredici anni, e giochi felice.
Libero per le vie del conosciuto quartiere
e hai un dono che tutti t’invidiano;
non sbagli un colpo.
Con la fionda o la cerbottana
il bersaglio non ha scampo.
Sei il migliore tra gli amici,
tutti lo sanno e t’ammirano.
L’unico in grado di farlo!
Ma non te ne vanti,
è solo un gioco
anche quando colpisci gli orsi degli zingari
quegli zingari tanto dileggiati …

Fosti contento
quando il tuo amato fratellone
ufficiale dell’esercito,
serio e rispettato,
in quel giorno d’agosto
ti diede il suo fucile.
Ricordi, la nel folto del bosco,
non riuscivi a crederci!
Un vero fucile,
con proiettili veri,
una cosa da uomini.
E tu,ancora ragazzino,
fu con quel fucile
che imparasti a mirare,
a centrare con arma che uccide.

Per mesi continuasti
ad ogni ritorno del fratello
a centrare, con sempre  
maggior perfezione, il bersaglio.
Perfezionasti il tuo dono
centrando lattine e bottiglie.

Poi venne il giorno
che non c’erano ne lattine ne bottiglie
ma un cane randagio raccolto per strada,
a cui, il tuo amato fratellone,
con tono serio e duro,
t’impose di sparare.

Piangesti quel giorno!
Per la prima volta pensasti
tuo fratello come essere cattivo.
Lo odiavi, quasi.
No! dicesti tra le lacrime.
Non si può uccidere un essere vivente.
Una cosa è il tiro al bersaglio
su lattine bottiglie e lampioni,
ma anche pure agli orsi
che la pallottola non entra,
non uccide.
Altra cosa è sparare per uccidere
con armi vere e pallottole che penetrano
mordendo la carne e togliendo la vita.

Nulla disse il tuo fratellone,
se non che pronto non eri ancora
che ci voleva ancora tempo
e tu, colpito nell’orgoglio,
sparasti d’istinto, e il cane stramazzzò
colpito dal proiettile che penetra e toglie la vita.

E qualcosa si ruppe dentro.
Percepisti il cambiamento
senza comprenderlo.
Sentisti la tua libertà fuggire
che uccidere significa essere soli.
Mai più libero di giocare alla guerra
ma uomo solitario nel mezzo del nulla.

Poi, di colpo, tutto cambia
il tuo adorato fratellone ti chiama.
E’ venuto il momento, dice,
i tempi precipitano, la festa è incominciata.
Capisti, tu, senza bisogno di altre parole,
ma senza comprendere il vero significato
che ancora ragazzino eri.
Senza comprendere quale sarebbe stato il tuo destino,
chiedesti al fratello che ti portasse con lui;
sono pronto! dicesti al fratello ancora incerto;
pensava alla crudeltà che già conosceva.
Ma solo due alternative aveva
e scelse quella che sembrava la migliore.
Lo fece per te, per non lasciarti solo
che, i genitori ormai stanchi,
più non potevano accudirti.

Vieni dunque, disse. E ti portò con se.
Strada facendo chiedesti il perché della guerra,
perché gente amica s’uccideva,
gente con cui si son divisi gli affanni della vita
ora era nemica.
non capivi quella necessità di combattere
i propri simili
Ma, pur non capendo le motivazioni del fratello,
lo seguisti convinto era nel giusto.

Prima di partire, saliste sui tetti
vicini all’accampamento degli zingari
e, nascosti dietro ad un comignolo,
t’indicò la feccia e ti disse: spara!
Sono pronto! rispondesti convinto
puntando la pistola che lui stesso ti regalò.
Il fratello, stupefatto, disse: che dici?
Non può essere, questa è cosa seria!
Non puoi essere pronto! la guerra è crudeltà,
e tu ancora troppo giovane sei.

Ma tu puntasti la pistola,
un colpo preciso nell’occhio
che neanche s’accorse,
lo zingaro, cos’era il bagliore che vide.

Sono pronto dicesti, e partisti verso l’ignoto.

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Far west italiano
post pubblicato in ALTRO, il 15 gennaio 2012


Ansa - MILANO, 15 GEN - Un extracomunitario di circa 30 anni, pare di nazionalita' albanese, e' stato ucciso la scorsa notte a colpi d'arma da fuoco a Casorate Primo, nel Pavese.
Secondo le prime informazioni un killer lo avrebbe inseguito per strada, nella zona di piazza S.Maria, sparandogli sette colpi di pistola calibro 7.65, che lo hanno raggiunto all'addome. L'uomo e' stato trasportato in ospedale dal 118 dove pero' e' deceduto. Indagano i carabinieri.

Inseguito e ucciso per strada come un cane. Naturalmente si dovrà verificare che non sia un regolamento di conti tra criminali o se invece sia un altro omicidio a sfondo razziale.
Ma il fatto in se è, comunque, inquetante perché dimostra che non esiste nessuna sicurezza per le strade italiane

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E Bossi ci ripensa, niente panchina a Maroni
post pubblicato in POLITICA, il 15 gennaio 2012


Ansa
Dopo la decisione di impedire a Maroni di tenere comizi sul territorio nelle manifestazioni della lega, ora ci ripensa e al più presto ne terranno uno insieme.
La decisione, a quanto pare, è stata presa dopo che molte segreterie, sindaci e sezioni della lega nord hanno deciso di invitare Maroni ai comizi.
Ma bossi non demorde e, per non ammettere la “sconfitta” dice per mezzo del quotidiano la padania:  ''Chi spera in una Lega divisa e da' ascolto a intermediari confusionali rimarra' deluso”.

Come già scrissi, “Pensare che la lega sia vicina alla disgregazione è pura illusione. Bossi e company conoscono benissimo le difficoltà di mantenere compatto il consenso e dovranno spiegare bene la differenza tra obiettivo e prassi politica per ottenerlo”.
La lega, e tanto meno Bossi, non possono permettersi beghe interne perché, al di la delle reazioni della base, anzi, proprio per questo, devono dimostrare una maggior compattezza, se non proprio di vedute, almeno nella capacità di analisi delle divergenze se vogliono evitare il frazionamento in tanti movimenti.

Questo non significa che riusciranno a convincere i tanti cittadini non militanti che l’hanno votata a rinnovare la fiducia, ma se il consenso esterno diminuirà, non sarà certo per le beghe interne ma per l’ambiguità della sua politica. Agli elettori “non allineati” preme di più la soluzione dei problemi che i principi, se questi rimangono, per loro significa che il partito che hanno scelto è inidoneo a risolverli e cambieranno spiaggia.
SPERIAMO!!!!!!

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S&P declassa l’Italia, perché?
post pubblicato in Riflessioni, il 15 gennaio 2012


IGN  La Presse   La Presse   Reuters

Europa in fibrillazione per un’ulteriore declassazione dell’Italia da A a BBB+ e altri 8 paesi europei  operata dall’agenzia di rating Standard & Poor’s.
Secondo S&P, "Crediamo che un processo di riforma basato solamente sul pilastro dell'austerità di bilancio rischi di diventare autolesionista, dal momento che la domanda interna si ridurrebbe a seguito delle crescenti preoccupazioni dei consumatori riguardo alla sicurezza dell'occupazione e ai redditi disponibili, erodendo il gettito fiscale".
Dalle motivazioni date dala società, emerge chiaramente l’azione politica nei confronti dell’Italia e degli altri paesi europei. Mentre il giudizio di queste società dovrebbe riguardare gli investimenti dei privati in società finanziarie, e comunque private, giudizi atti a mettere in guardia gli investitori, in questo caso si tratta di una vera e propria intrusione negli affari di stati sovrani che, invece di aiutare le politiche di risanamento degli stati in crisi, non fanno altro che gettare discredito sugli interventi dei governi.
Che le politiche di austerità adottate ridurranno inizialmente i consumi a causa della preoccupazione dei consumatori sulla sicurezza dei redditi e del lavoro è vero. Ma è altrettanto vero che le ultime aste dei titoli di stato in Italia sono andate a buon fine dimostrando, se non la fiducia, almeno la disponibilità degli investitori a sostenere gli sforzi del governo. Inoltre, gli interventi per la crescita, che comunque stanno per essere presi, avranno una valenza di medio e lungo termine, mentre il debito a bisogno di essere stabilizzato nell’immediato per dimostrare la solvenza dei debiti contratti in modo che gli investitori tornino a investire in Italia.
E’ più importante dimostrare la capacità di solvenza del debito prima di stabilizzare il rapporto tra debito e Pil, anzi, se non si riesce a dimostrare la capacità di solvenza, ogni sforzo di risulterà vano perché nessuno investirà mai senza la certezza della solvenza impedendo la crescita necessaria alla stabilità del rapporto debito e Pil.

Detto ciò, la domanda ovvia è: perché si declassa l’Italia se sta cercando di adottare politiche atte a ridurre il debito, causa dell’attuale sfiducia degli investitori?
Secondo l’Abi (associazione banche italiane) la decisione di S&P è ingiustificata, incomprensibile e irresponsabile e auspica che la BCE (banca centrale europea)  completi ed approvi nel minor tempo possibile la disciplina europea sulle agenzie di rating e che, assieme alle Autorità di vigilanza riconsiderino da subito l'utilizzo dei rating esterni nelle loro procedure e nei modelli di valutazione".
La questione, perciò, è politica prima che economica. Abbassare il rating non aiuta certo i paesi in difficoltà col debito, anzi, peggiorerà la situazione perché metterà gli investitori nella condizione di non sottoscrivere i titoli di stato ritenuti inaffidabili. Questo avviene proprio nel momento in cui, i paesi debitori hanno maggior bisogno di fiducia. Se all’inizio si trattava di mettere sull’avviso i paesi debitori per spingerli ad adottare misure adeguate, ora sta degenerando al punto che ogni decisione negativa servirà unicamente a peggiorare la situazione, almeno nelle intenzioni, vanificando le misure stesse.

A chi giova, dunque, questo “gioco”?
Considerando che sono coinvolti una buona parte dei paesi europei, è giusto sostenere che l’attacco, più che verso i singoli paesi, è rivolto alla moneta unica europea. Moneta che, da quando è in essere, viene valutata più del dollaro e, pertanto, ha maggior valore sul mercato. In modo particolare nell’acquisto delle materie prime che, con il cambio euro/dollaro, vengono a costare meno rispetto al prezzo di mercato.
Oltre a ciò, l’attacco, almeno nelle intenzioni, anche se non dichiarate, serve anche a impedire il formarsi di un’entita politica europea (stato sovrano), logica evoluzione dell’attuale assetto europeo, che porterebbe l’Europa, e i paesi aderenti, a essere maggiormente competitiva.
Considerando anche che le tre agenzie di rating sono americane, viene spontaneo chiedersi se non sia proprio l’america ad aver sferrato l’attacco.
In fondo, un’europa più competitiva sarebbe più forte anche nella diplomazia internazionale e potrebbe avere maggior voce in sede ONU.
Multa di 500mila euro all’Italia dall’UE per i rifiuti della Campania
post pubblicato in BREVI, il 14 gennaio 2012


Il fatto quotidiano
Nel bel mezzo della crisi e dei sacrifici imposti agli italiani, ora l’Italia si trova di fronte al rischio di dover pagare una multa di 500 mila euro per i rifiuti campani.
La decisione dell’UE sarà presa entro le prossime 48 ore.

Una bella stangata, non c’è che dire, causata dall’incompetenza dei politici ad affrontare un problema, ormai decennale, in una provincia dominata dalla mafia a cui nessuno vuole accreditare realmente l’intruzione nella gestione dei rifiuti. L’Italia era già stata condannata dalla corte europea di giustizia nel 2010 per aver messo in pericolo la salute dei cittadini e l’ambiente non garantendo il corretto smaltimento dei rifiuti. Già il 29 settembre scorso, l’UE aveva inviato una lettera di messa in mora per il mancato adeguamento della sentenza del 2010.

Tra discariche che i citadini non vogliono perché inquinate dalla mafia, tra termovalorizzatori altrettanto contestati perché inquinanti e le liti tra regione e comune, la situazione langue e gli italiani dovranno pagare l’incompetenza degli amministratori locali e nazionali.

Eh si, proprio una bella stangata!!!

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E Bossi mette in panchina Maroni
post pubblicato in Riflessioni, il 14 gennaio 2012


Fonte il Corriere della Sera

Ormai è evidente la rottura all’interno della lega. Dopo il voto sull’arresto di Cosentino che ha visto Maroni contrapporsi a Bossi, quest’ultimo ha deciso di vietare le manifestazioni della lega in cui è prevista solo la presenza di Maroni. Tutte le manifestazioni già previste ove sia presente solo Maroni devono essere annullate.
Fa paura alla lega la critica interna e il dissenso alla linea del centro, in modo particolare quella dei personaggi influenti come Maroni che, tra l’altro, è uno dei fondatori del movimento, che può portare alla scissione del partito. Allora meglio isolarli cercando di farli passare per traditori; un termine che da solo spiega la struttura chiusa del partito tipica di ogni movimento illiberale.

Poco importa se la chiusura coinvolge anche parte della base che si dissocia dalla politica del centro, ciò che conta è tenere una leadership compatta in modo che la base, pur non essendo d’accordo con parte della politica del centro, si possa identificare nei principi che esprime perché sono i principi, anche se inventati, a fare da catalizzatore intorno al centro; in effetti, sono loro il vero centro. In questo modo, la leadership ne esce immune perché il suo compito primario consiste nell’evitare che il movimento devii, e dal momento che uno dei motivi di deviazione è proprio la critica, essa va isolata a tutti i costi. Non ha nessuna importanza se, in certi casi, la critica individua il pericolo di deviazione della leadership perché l’isolamento serve a mantenere integro il centro che, altrimenti, rischierebbe di sfaldarsi.

L’isolamento del critico o di chi dissente dalla linea del centro, pertanto, non serve solo a mettere in sicurezza la leadership, ma anche a dare un messaggio di compattezza e sicurezza ai sostenitori, siano essi iscritti o simpatizzanti. Un messaggio forte, dunque, in grado di ricompattare l’adezione alla leaderschip lasciando al dissidente l’illusione di poter continuare al di fuori del partito.
E’ per questo che Maroni ha affermato che non mollerà, che rimarrà sempre fedele all’impegno preso con la lega. Capisce benissimo che, se uscisse e formasse un nuovo partito, avrebbe poche scians di ottenere un largo consenso e finirebbe col dividere inutilmente il movimento secessionista; ultima cosa che vorrebbe.
Naturalmente dovrà fare i conti con una leaderschip intenzionata a perseguire l’obiettivo compatta. Obiettivo che rimane inalterato al di la delle scelte fatte partecipando al governo Berlusconi.

Pensare che la lega sia vicina alla disgregazione è pura illusione. Bossi e company conoscono benissimo le difficoltà di mantenere compatto il consenso e dovranno spiegare bene la differenza tra obiettivo e prassi politica per ottenerlo.
Ed è proprio per questo che fanno continuamente leva sul principio fondante del partito: “la secessione per una “padania libera” dal dominio di Roma”.

Concludendo, quello che la base leghista non capisce è che è proprio attraverso la prassi che si creano le maggiori divergenze che, oltre a creare spaccature interne, la devieranno dall’obiettivo finale perché, la politica, è fatta di compromessi sia esterni che interni. Bossi sa benissimo che credere, come fa la base, di poter mantenere l’integrità anche nella prassi è perdente. Che il compromesso è necessario quando si è al governo, che le poche “conquiste” ottenute sono dipese proprio dai compromessi, che se a livello locale si è potuto prendere determinati provvedimenti è grazie ai compromessi fatti a Roma.
Non illudiamoci, allora, che la lega si disgreghi per le divergenze interne.

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Liberalizzazioni, proteste e l’autorità di garanzia sugli scioperi.
post pubblicato in POLITICA, il 13 gennaio 2012


Fonte AGI
Secondo l’autorità di garanzia sugli scioperi “la rivolta dei tassisti ha come conseguenza un grave pregiudizio sul diritto, costituzionalmente garantito agli utenti, di mobilità e di libertà di circolazione” e ha deciso di intervenire chiedendo ai prefetti di valutare la precettazione. Inoltre, chiede di sapere se le astensioni sono riconducibili alle organizzazione di categoria oppure a singole persone.

Come si sa, la protesta dei tassisti è riconducibile alle liberalizzazioni proposte dal governo e, perciò, più che legittime come lo sono le proteste dei trasporti e, in genere, le proteste di ogni categoria. Parlare dunque di precettazione, anche se giuridicamente giusto, equivale a penalizzare una categoria che lotta per i propri diritti; nessuno s’è mai sognato di precettare altre categorie di lavoratori, salvo i piloti civili quando ancora erano militarizzati.
Anche la motivazione è fuori luogo perché ogni protesta o sciopero o, comunque, ogni azione che comporta la limitazione momentanea della libertà altrui sarebbe da precettare.

Il problema, caso mai, riguarda, da una parte le liberalizzazioni stesse, dall’altra, la volontà di certe categorie di difendere gli interessi di parte.
Le liberalizzazioni, almeno fino ad oggi, parlando di quelle già in essere, non hanno prodotto quella concorrenza di cui dovrebbero essere portatrici, anzi, hanno creato e creeranno maggiore conflittualità all’interno delle categorie stesse. Inoltre, si verrà a creare l’illusione di più lavoro mentre la realtà sarà costellata di artigiani che chiudono perché impossibilitati a sostenere la concorrenza. SI veda la liberalizzazione della benzina.

Quella dei tassisti, al di la dei comportamenti, più volte dimostrati, poco onesti di alcuni, non si può certo dire che sia sbagliata. Considerando la necessità di ogni artigiano di avere un minimo di mercato per sopravvivere, è ovvio presupporre che, con l’aumento delle licenze, molti si troveranno in difficoltà, magari gente che fa il tassista da anni. Questo succederà perché si creeranno gruppi all’interno del settore in grado, come gruppo, di abbassare i prezzi al di sotto della soglia minima e di acquisire maggior spazio all’interno del mercato. Questo vale per tutte le categorie - si veda la situazione dei piccoli negozi rispetto alla grande distribuzione. E con la creazione di detti gruppi si creerà il monoolio di mercato. Va detto che, in passato, almeno per quanto riguarda i negozi, le licenze venivano distribuite in base al numero degli abitanti; un negozio ogni tot abitanti.

L’altro problema, la difesa degli interessi di parte - che andrebbe, questo si, rimosso -, riguarda, in prevalenza, le categorie dei liberi professionisti che, avendo nel tempo raggiunto un equilibrio redditizio, non hanno nessuna voglia, ora, di vedersi spiazzati da una legge che oltre a immettere sul mercato un numero maggiore di professionisti, elimina la tariffa minima portando la competizione unicamente sul piano professionale. Basti pensare alla resistenza dei farmacisti.

Oltre a questo, le liberalizzazioni riguardano anche altri settori come l’utilizzo del demanio pubblico - problema molto esteso che coinvolge il territorio nelle sue varie espressioni - che andrebbe a eliminare i vincoli esistenti sulla sua gestione; il referendum sull’acqua potrebbe essere raggirato proprio grazie alle liberalizzazioni.  
L’abrogazione dei referendum sulla legge elettorale e l’affermazione dell’impunità della casta politica.
post pubblicato in POLITICA, il 13 gennaio 2012


Ieri, la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili i due quesiti referendari in materia di legge elettorale. I due quesiti chiedevano: il primo l’abrogazione dell’attuale legge, definita porcellum (porcata) dagli stessi autori.  Il secondo invece riguardava alcune disposizioni di essa, che hanno sostituito, abrogato o modificato la legge elettorale vigente in precedenza (il Mattarellum, maggioritario per tre quarti e proporzionale per un quarto). In realtà, tutt’e due chiedevano l’abrogazione dell’attuale legge e il ripristino della precedente.
Le motivazioni dei referendari riguardavano essenzialmente due punti dell’attuale legge. Punti che definiscono chiaramente l’anti democraticità della legge attuale:
1) il premio di maggioranza che garantisce la maggioranza assoluta in parlamento del partito o coalizione di maggioranza relativa, ovvero, anche se il partito o la coalizione, nelle elezioni, non raggiungano il 50+ 1%.
2) le liste bloccate.permettono al partito o coalizione di scegliere arbitrariamente i candidati senza sottoporli all’approvazione degli elettori.
Come sia stato possibile dichiarare inammissibili i quesiti sostenuti da 1200000 cittadini lo sapremo in futuro dato che le motivazioni della decisione della Corte Costituzionale saranno rese note, sembra, entro la fine di gennaio.
Sta di fatto che, alle prossime elezioni, andremo a votare ancora con l’attuale legge.

Con questa decisione, non solo si sostiene un sistema elettorale iniquo perché da la maggioranza a chi non ce l’ha, ma si afferma ulteriormente anche il principio che l’elettore non deve decidere chi è in grado di rappresentarlo. Inoltre, si toglie al cittadino l’unico strumento, il referendum, che gli permette di interferire direttamente con le decisioni dei governi.

Un’ulteriore sconfitta della democrazia partecipativa a favore della casta politica che, se a parole elargisce critiche al sistema, nei fatti è più propensa ad accettarne le regole sapendo che il cittadino, non avendo altri mezzi, continuerà a usare il metodo elettivo.

D’altra parte, sempre ieri si è consumato, sempre a favore della casta, un altro atto decisivo nei rapporti tra politici e cittadini. La negazione dell’arresto di un parlamentare indagato non è solo un fatto interno al parlamento e alle sue regole ma riguarda tutti noi. La negazione dell’arresto di un politico quando nelle carceri italiane ci sono migliaia di detenuti in attesa di giudizio - magari per reati minori - ovvero, non ancora condannati con sentenza definitiva, significa che la casta politica si sta mettendo al di sopra di tutto e tutti. Significa che il politico potrà, almeno fino alla fine del mandato, agire indisturbato con la possibilità di inquinare le prove a suo carico.
Significa anche l’affermazione del principio di impunità totale del politico che lo porterà a dover rispondere non più alla giustizia ordinaria e straordinaria applicata dalle istituzioni democratiche, ma a una giustizia interna alla casta.

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E i leghisti scelgono le poltrone alla legalità.
post pubblicato in BREVI, il 12 gennaio 2012


Fonte
Con 309 no e 298 si, la camera a respinto la richiesta di arresto del coordinatore del Pdl in Campania, Nicola Cosentino, accusato di  accusato di avere legami di affari e politici con i clan dei Casalesi. Sono stati determinanti i voti della lega e dei radicali.

Dopo il battibecco di ieri tra Maroni che voleva votare si all’arresto e Bossi che “non c’è nulla nella carte, ognuno voti secondo coscienza”, oggi, in aula, i leghisti hanno scelto la linea del boss.
Comunque sia, è ovvio che la lega, oltre a essere diventato un partito, anzi partitino, qualunque, è alla prese con un gruppo parlamentare che preferisce la poltrona agli ideali.
Quello della legalità in politica è sempre stato, almeno a parole, il cavallo di battaglia della lega, l’aver votato a favore di un personaggio indagato per mafia dimostra solo una cosa: che anche la legalità segue agli interessi politici di parte. Difatti, il Pdl, ha cercato in tutti i modi di convincere, parlando personalmente con i leghisti, quanti nella lega erano per l’arresto  riuscendoci, c’è da chiedersi cosa si son detti.
Maroni sostiene d’aver ricevuto molti messaggi (dalla base) di rammarico per il mancato arresto. He si, povera base che non si accorge d’essere diventata le fondamenta che tengono in piedi il magna magna degli eletti.

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Marcegaglia all’attacco dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori
post pubblicato in LAVORO, il 12 gennaio 2012


Fonte
Secondo il presidente di confindustria, Emma Marcegaglia, l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori rappresenterebbe un’anomalia nel sistema italiano. Questo a fronte delle proposte avanzate dal ministro Fornero e, attualmente, in discussioni tra le parti sociali.
L’affermazione della Marcegaglia è suffragata da un documento, presentato all’incontro con il ministro, che proverebbe l’anomalia tutta italiana del reintegro al lavoro dopo il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo.
Il reintegro, dice Marcegaglia, esiste anche in altri paesi europei ma non viene applicato.  Marcegaglia spiega che Confindustria non affronta il tema "in modo ideologico", ma dai dati emergono "anomalie nel sistema italiano" sulle flessibilità in uscita.

Dunque, il problema posto da confindustria è la “flessibilità in uscita” ovvero, la possibilità di licenziamento.
Innanzi tutto va detto che in Europa prevale un welfare molto più corposo rispetto a quello italiano incluso il salario minimo per i disoccupati che hanno alle spalle alcuni anni di lavoro. In secondo luogo, la proposta del contratto unico in discussione include anche la possibilità di licenziamento; possibilità prevista anche dalla finanziaria di Tremonti.

E allora perché tanto accanimento contro l’articolo 18?  
Il problema di confindustria col  contratto unico è l’aumento dei costi rispetto al contratto a termine e la fine della chiusura del rapporto di lavoro determinato, qualora si renda necessaria la diminuzione del personale, senza conseguenze.

Sotto i punti essenziali del contratto unico:
1) assunzione a tempo indeterminato
2) Stipendio dignitoso, allineato ai contratti nazionali di categoria o ai contratti aziendali, e comunque mai inferiore al salario minimo.  
3) diritti dei neo assunti (ferie, malattia, maternità e tfr)
4) contributi più alti per la pensione
5) soldi di buona uscita in caso di licenziamento
6) soldi di sussidio fino a tre anni in caso di licenziamento e collegamento automatico all9welfare nazionale
7) servizio di ricollocamento
8) divieto di licenziamento per discriminazione
E’ ovvio che il contratto unico è migliorativo per il neo assunto rispetto ai contratti a tempo determinato, ma è proprio questo che preoccupa confindustria. Oltre ai costi, che verrebbero distribuiti tra pubblico e azienda, rimane sempre, per il datore di lavoro, l’incognita della effettiva possibilità di licenziare perché è proprio questo che vorrebbero. L’articolo 8 della finanziaria di Tremonti lascia mano libera ai datori di lavoro sui licenziamenti (salvo quelli discriminatori e della lavoratrice in concomitanza col matrimonio), la lasciava ancora in essere il contratto a tempo determinato che consente al datore una maggiore flessibilità in uscita dal momento che alla scadenza non è obbligato a confermare il lavoratore che non può protestare in alcun modo perché non si trattava di licenziamento.
Con l’eliminazione del contratto a tempo determinato, anche se rimane in essere la possibilità di licenziare per ragioni economiche,  il datore di lavoro perde la possibilità di chiudere il contratto    senza problemi come nel caso di contratto a tempo determinato.

Concludendo, confindustria vorrebbe avere la possibilità indiscriminata di licenziare eliminando il problema alla base perché, comunque, l’articolo 18 rimarrebbe un punto di riferimento giuridico.
Tre ragazzi morti in due giorni: fatalità o altro?
post pubblicato in BREVI, il 11 gennaio 2012


Due drammi a distanza di un giorno, ieri un bambino di dieci anni muore travolto dall’auto della mamma davanti alla scuola, Oggi un bambino di cinque anni muore travolto da un’auto davanti all’asilo appena sceso dalla macchina.
Due incidenti che, a quanto pare, sono stati causati dalla distrazione.
Nel primo caso, la madre non si accorge che le cinghie dello zaino rimangono impigliate nella portiera. Nel secondo, l’autista della macchina investitrice non si accorge d’aver investito il bambino.
In provincia di Ancona, un altro bambino, senegalese, di 19 mesi cade dal terrazzo al quarto piani e muore. In questo caso sono in corso accertamenti sulla dinamica da parte dei carabinieri.

Si potrebbe pensare alla fatalità o al destino o a qualcosa che sfugge alla comprensione umana  ma, per quanto siano drammatiche, le tre vicende, non si può fare a meno di pensare che sia più probabile che alla base ci sia la distrazione e la fretta.

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Gli africani salveranno l'italia.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 11 gennaio 2012


“Gli africani salveranno l’Italia”, è un video che racconta la storia  della rivolta dei “neri” di Rosarno e che risponde a molte domande. Risposte che dovremmo tener sempre presente quando si affronta il problema degli immigrati e dei loro diritti.

Naturalmente, la domanda principale è: Perché è scoppiata la rivolta?
Di seguito la sintesi delle risposte che troverete nel documento:
Per lo sfruttamento della manodopera straniera e la crisi del mercato. Ma anche per il controllo mafioso sulla filiera e la violenza xenofoba che colpiva i migranti di colore. Una situazione aggravata dalle leggi razziste e dal pacchetto sicurezza. Nonostante tutto, la rivolta rimane un esempio per il cambiamento della Calabria e dell`Italia.

Buona visione
Roma pacifica si contrappone alla Roma violenta con una grande manifestazione multietnica e pacifica.
post pubblicato in IMMIGRAZIONE, il 11 gennaio 2012


Fonte

Una grande manifestazione quella svoltasi a Roma riguardo al duplice omicidio del 4 gennaio dove persero la vita un padre e la figlia di nove mesi di origine cinese. Una grande manifestazione non tanto per il numero dei partecipanti ma per i principi che sono stati espressi sia a parole che insiti nella manifestazione stessa. Basti dire che vi hanno partecipato, oltre ai cinesi, anche italiani e immigrati di varie nazionalità. Questo significa che, oltre alla richiesta di più sicurezza, che a Roma è andata diminuendo dal 2007, da quando diventò sindaco Alemanno, è stata espressa una forte volontà di integrazione da parte degli immigrati. 

E qui sta la grandezza della manifestazione; non solo sicurezza del proprio gruppo d'appartenenza inserito nella società come enclave, ma sicurezza perché parte del popolo italiano. Vale a dire che, l'immigrato che vive e lavora al pari degli italiani, paga le tasse, rispetta le leggi e accetta la pena per chi, immigrato come lui, infrange le leggi. chiede di essere trattato alla pari. Chiede quei diritti che, pur essendo riconosciuti dalla comunità internazionale, in Italia si stenta a concedere. E non li chiede in modo pretestuoso, a meno che non si ritenga la sicurezza un pretesto, ma alla luce dei fatti; fatti che a Roma sembrano molto reali tipo: furti e rapine sono all'ordine del giorno.

Questo è ciò che chiedono, in sostanza, le varie comunità di immigrati. E questo è ciò che l'Italia dovrebbe concedere se vuole evitare la formazioni di comunità chiuse con proprie regole.


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Fornero incontra Marchionne
post pubblicato in LAVORO, il 11 gennaio 2012


Ansa
E' di ieri 10/01 la notizia che il ministro del lavoro Fornero intende incontrarsi con L'ad della fiat Marchionne per chiarire la politica d'investimenti della fiat in Italia.
"Ho intenzione di incontrare Marchionne al piu' presto. Voglio che mi spieghi di persona quali sono le sue intenzioni. Come ministro del Lavoro sono interessata ai piani di investimento della Fiat, in particolare per quanto riguarda l'occupazione''. Queste le parole del ministro rispondendo a una domanda del giornalista dell'Ansa
Dopo la tacita approvazione del governo Berlusconi sulla politica della fiat che ha portato alla rottura della fiat sui contratti nazionali di lavoro e a inserire nei propri contratti interni la possibilità di licenziamento e altre cose in spregio ai diritti dei lavoratori, l'intervento dell'attuale governo, in concomitanza con la riforma, concertata con i sindacati, che sta per essere messa a punto - il piatto forte della riforma prospettata dal ministro è il contratto unico e il posto fisso più l'esperimento di contratti per tre anni con possibilità di licenziamento - potrebbe far retrocedere la fiat dal suo proposito di progressivo allontanamento dall'Italia e incentivarla a maggiori investimenti (per altro promessi dallo stesso Marchionne) tralasciando la sua politica di chiusura dei siti ritenuti improduttivi che fino ad oggi ha perseguito.
Chiaro che tutto dipenderà dal risultato degli incontri tra il governo e i sindacati sul tema del lavoro, ancor prima di quello tra il ministro e Marchionne. Ma non va tralasciata, comunque, l'importanza del gesto in se, la volontà di ripristinare le regole che hanno contribuito a creare l'welfare che, ora più che mai, serve per evitare il degrado e l'impoverimento di una parte consistente dei cittadini. Un'azione che darebbe valore e concretezza alla politica del governo la dove, a fronte dei sacrifici, è stato promesso più copertura sociale ai lavoratori che, a causa della crisi, si troveranno senza lavoro. Copertura che era richiesta anche dall'UE ma disattesa dal precedente governo.
Convincere la fiat dell'importanza di una politica del lavoro concordata sia con i sindacati che con il governo, darebbe fiducia agli italiani perché è proprio la mancanza di copertura a creare incertezza e paura nel domani.

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