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La libertà religiosa è possibile solo a patto che chiunque si limiti a professare la propria senza interferenza con lo stato.
La nube
post pubblicato in POESIE, il 31 marzo 2012


Bianca nube,dal sole  Incendiata,
distese l’ali nell’azzurro limpido
cielo va; incerta sovrana d’un regno
prossimo, nello scorrere del tempo,
alla sua naturale  fine d’acqua
ricca e rigogliosa che, dal cielo,
come divina provvidenza scende.

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Rinnovamento
post pubblicato in POESIE, il 26 marzo 2012


Un giorno come pochi, vissuto in solitudine
godendo, beato, momenti
d’abbandono, dimentichi della moltitudine
fragorosa delle genti.

Mi addormento, mi sveglio, di nuovo cado nel sonno,
nel susseguirsi continuo
di immagini, abbaglio della mente che il sonno
confonde. In questo giorno

di marzo ove, ridente, la primavera s’affaccia
nel cielo terso, da bianca
nube - di sole splendente - solcato, tutto abbraccia
nel tripudio - che mai stanca -

di colori e profumi per la mente inebrianti.  
In questi giorni sublimi,
ove antichi barlumi di atavici rimpianti,
riemergono medesimi,

Mi affaccio al mondo rinnovato.

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L’amico M. e il lavoro
post pubblicato in RACCONTI, il 23 marzo 2012


Erano le 7,30 quando uscii di casa e il sole già inondava lo spazio lasciando nell’aria il tepore tipico di marzo.
Mi ero svegliato presto a causa dei dolori alla schiena, che ormai da un anno mi assillano, causati da un’ernia al disco. Fatta colazione, decisi di uscire a respirare un po’ d’aria fresca senza una meta precisa sapendo, comunque, che la sosta al bar per un caffè e lettura dei giornali sarebbe stata la prima meta a cui, ormai da anni, non so rinunciare.
M’incamminai dunque.
L’aria, come previsto, era ancora frizzante e la giacca leggera mi fu d’aiuto. Coprii in breve tempo le poche centinaia di metri che separano casa mia dal bar e mi rifugiai dentro. Il bar era già pieno dei primi avventori per il caffè o cappuccino prima di recarsi al lavoro. Ordinai alla barista il solito caffè e, preso il giornale, mi sedetti nella saletta per fumatori, ancora vuota a quell’ora; di solito si riempie dopo le otto quando arrivano i pensionati e gli operai dei turni. Nell’attesa del caffè incominciai a sfogliare il giornale leggendo i titoli e poche righe degli articoli che più attraevano la mia curiosità.
Quando la cameriera, di cui non faccio il nome perché potrebbe essere chiunque, mi pose il caffè davanti, smisi di leggere e me lo gustai a occhi chiusi assaporandolo in ogni sua espressione, dopo di che accesi una sigaretta e, anch’essa, l’assaporai fino all’ultimo tiro. Durante quello che per me è un rito a cui non so rinunciare, come mi succede sempre, mi assentai completamente dalla realtà al punto di non accorgermi dell’entrata nella saletta d’un mio amico, e del suo saluto. Solo dopo aver spento la sigaretta notai la sua presenza.
- Ci sei? chiese M.  mentre sorseggiava il caffè.
- Ciao - risposi - si, ci sono. Scusa se non ti ho salutato subito, ma ero impegnato a gustarmi la prima sigaretta e non t’ho neanche visto entrare.
- Niente - disse M. - Che c’è di nuovo? - chiese poi.
- Oh, le solite cose sai. Le solite liti tra politici e qualche omicidio qui e la in giro per l’Italia. - Risposi rimanendo sul vago. E tu che mi racconti? Niente lavoro oggi?
- Purtroppo oggi no! e neanche domani e dopo domani e … Rispose l’amico con la faccia alquanto truce.
- Come, sei stato licenziato?
- Si. Lo disse quasi avesse vergogna. Quasi fosse una colpa l’essere stato licenziato.
- Scusa ma non capisco. Non eri stato assunto a tempo indeterminato? Dissi io. ma conoscevo già la risposta.
Mario mi guardò e dal suo volto traspariva rabbia e delusione. Poi disse - si, dopo l’apprendistato, sei mesi fa, mi confermarono il posto fisso, ieri, con la scusa del calo di lavoro, il licenziamento. Ma non sono l’unico, con me ne hanno licenziati altri 15; cinque come me e dieci anziani. Operai che lavorano li da decenni e che ora, a cinquanta cinquantacinque anni suonati, si ritrovano sulla strada. E non credere che troveranno lavoro facilmente. Ha quell’età, al massimo, si può fare qualche lavoretto da precari.
Si fermò un attimo a tirare fiato e poi riprese - In effetti, per quanto riguarda me e i cinque, è stato solo un giochetto per ottenere i soldi dal governo. Per gli altri dieci, un alleggerimento di personale troppo vecchio per sostenere i ritmi imposti. E poi, va anche detto che riassumeranno giovani come apprendisti perché più disponibili nella speranza d’essere confermati al posto fisso per poi ripetere il giochetto.
- Già - dissi - con la cosiddetta riforma del lavoro hanno dato mano libera agli imprenditori sui licenziamenti. Ma - ripresi - i sindacati che dicono? Se non sbaglio, dovresti avere 15 mesi di buona uscita e 12 mesi di 119.000 euro dallo stato.
- Si - rispose - e dopo? Il problema non sono solo i soldi, che anzi e per fortuna, per quanto mi riguarda, non mi mancano dato che mia moglie lavora e col suo stipendio riusciamo a tirare avanti. Il problema più grosso è l’incertezza, l’impossibilità di poter programmare il futuro, in modo particolare quello dei figli.
Prese fiato un attimo poi riprese - Ho trentacinque anni e ancora non sono riuscito a trovare un posto fisso, ti rendi conto che questa non è vita!
Quasi aveva urlato nel dire l’ultima frase. Chinò il capo e disse - scusa, non ce l’ho con te, anzi …, ma quando una persona, e credimi, come me ce ne sono a decine di migliaia se non a centinaia di migliaia, non riesce a fare un minimo di programma perché viene continuamente sbattuto qua e la, su e giù per l’Italia, (si riferiva al continuo trasferimento a cui i senza lavoro fisso - ed erano la stragrande maggioranza perché, ormai, erano pochi i lavoratori che riuscivano a mantenere lo stesso posto per tutta la vita - erano costretti se volevano lavorare) tra licenziamenti e riassunzioni che non danno mai la certezza del posto e di un reddito fisso che, anzi, con la concorrenza che s’è creata tra noi lavoratori, anche gli stipendi sono progressivamente in calo.
Disse tutto d’un fiato, con la faccia rossa di rabbia. Poi si calmò. Ma era evidente lo sforzo di mantenersi calmo.
- Tutto questo - continuò con calma apparente - non può continuare all’infinito. Prima o poi succederà qualcosa d’irreparabile e, allora, possiamo anche dire addio al po’ di libertà rimasta.

Dalle sue parole traspariva una rabbia che ormai faceva fatica a contenere. Tanto più che era repressa da anni di incertezze e dall’impotenza di fronte al potere che non dava nessuna assicurazione ai cittadini. La rabbia era accentuata dalla piena coscienza che, lui stesso, contribuiva, col voto, a rigenerare il potere.
Conoscevo benissimo la realtà che si era creata con la riforma. Riforma che, col passare degli anni, aveva dato origine a situazioni visibilmente disagiate tra i lavoratori.
Tutto questo era stato giustificato con la necessità di far fronte alle esigenze di mercato nate con la globalizzazione.

Sospirai, cosa che facevo quando non avevo argomenti da ribattere alle argomentazioni dell’interlocutore. In questo caso, però, era l’effetto del disagio creatomi dalla situazione di M. che conoscevo da anni e sapevo gli sforzi fatti per inserirsi nel lavoro.
M. era il tipo d’uomo che, trovandosi di fronte alla scelta di lavorare sodo per dare sicurezza alla famiglia anche con dieci dodici ore al giorno o protestare per i propri diritti, aveva, salvo casi particolari, sempre scelto il lavoro. Ma questo non era servito a nulla, Le scelte dei datori, evidentemente, seguivano percorsi diversi dall’impegno e capacità dei dipendenti quando si trattava di ridurre il personale.
Ora, sembrava che M. si fosse accorto di questo e non era più disposto ad assecondare il datore in tutte le sue richieste e, questo, rendeva ancor più problematica la sua situazione.

M. vedendomi sospirare, per un attimo sembrò volesse aggiungere qualcosa che chiarisse il suo pensiero. Ma rinunciò limitandosi a sorridere e, tranquillo, come se volesse rassicurarmi, chiese di nuovo scusa per aver dato l’impressione d’avercela con me.
- Non ti preoccupare - dissi - capisco benissimo i tuoi problemi e so, per esperienza, che le cose non durano in eterno. Mi spiace che persone serie e impegnate come te non abbiano il riconoscimento che meriterebbero, così come mi dispiace che, oggi come oggi, i lavoratori siano costretti a subire le manchevolezze del sistema.

Intanto, la saletta s’era riempita di persone che, chiacchierando tra loro, non avevano fatto caso al nostro discutere un po’ animato.
M. si alzò, mi salutò sorridendo, e uscì dalla saletta.
Io rimasi ancora il tempo per una sigaretta poi decisi di andarmene; in fondo, era una bella giornata e valeva la pena di godersela.

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Adolescente primavera
post pubblicato in POESIE, il 16 marzo 2012


Una scia di profumo
il suo arrivo anticipava
che, ancora lontana,
appariva,
a noi, la regina del sogno
che la notte  in noi dominava.

Nel suo incedere regale,
- farfalla svolazzante nei sogni del tempo remoto - a noi appariva
primavera nuova
d’un tempo a venire
che, nell’ora tarda della sera,
si svolgeva  in noi,
spettatori in-volontari,
come un film d’altri tempi.

(Seduti sulla panchina della piccola piazza,
fingendo indifferenza
e, ridendo di stupide battute,
speravamo, al suo passaggio,
volgesse a noi lo sguardo)

Era, quello, il tempo e l’ora in cui la gente
per strada usciva
dopo i giorni bui appena trascorsi.

L’ora in cui, le giovani donne,
consce del loro destino,
apparivano,
in tutta la flagranza
- dai mille fiori sparsa nell’aria della sera -
della loro giovane età;
nel gioco antico del mostrarsi,
a noi, giovani immaturi,
- che nel nostro incedere,di superbia ammantati -
tralasciavano il pudore.

Ecco che, allora, un reverenziale timore
zittiva , in noi, ogni ardore
che, ancor infantile,
si manifestava, al solito,
in goliardiche esternazioni
a nascondere
la nostra eterna timidezza;
consci d’esserne i destinatari,
ma ancora  inclini a infantili pudori
- e inconcludenti approcci -,
ci sentivamo indifesi
da tanto ardore.

E allora la sera,
che nella notte fluiva,
altro sapore prendeva
al manifestarsi
d’infinite visioni,
mai sopite,
che di sogno in sogno
la vita felice rendeva.

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il potere dell'immagine
post pubblicato in Riflessioni, il 13 marzo 2012


Viviamo in un mondo fatto d’immagini. Tutto ci viene proposto attraverso le immagini. Ai margini delle strada dove campeggiano enormi cartelli, sui muri dei palazzi, sui mezzi pubblici, nelle stazioni, sui monitor di computer e televisione; ovunque volgiamo lo sguardo le immagini ci guardano ammiccando sornione sicure che il messaggio penetrerà nel profondo
della nostra mente stampandovisi in modo indelebile. In ogni ambito della
nostra ormai triste esistenza, ci propongono come dobbiamo comportarci.

Le immagini sono ormai il nostro pane quotidiano. Senza d’esse non sapremmo cosa mangiare, come vestirci, che film vedere, che tipo di casa ci occorre e come arredarla, come allevare i figli, quali negozi, bar, ristoranti frequentare … L’immagine è il moderno santuario ove attingere il nostro modo d’essere, come costruirci il nostro mondo sia esteriore che interiore.

L’immagine, dunque, è il nuovo simbolo del vivere civile. Il mito primo della nostra era che ci racconta la nostra storia nel divenire quotidiano, proiettandoci nel futuro dell’astrazione simbolica di segni tratti dal mondo reale e manipolati da mani esperte per renderli credibili al fine di indirizzare le menti verso la creazione di esigenze irreali, non conformi alla realtà.

L’immagine come religione e non più come espressione artistica di una religione o, comunque, d’un modo d’esserese stessi nei confronti del mondo. Quell’immagine un tempo al servizio dell’uomo, da esso inventata, diventa, nella società moderna, l’origine dell’uomo stesso dal momento che ne usurpa, attraverso il suo potere occulto - perché non dichiarato -, la centralità di essere demiurgo.
L’uomo, da creatore diventa creato perché si pone al servizio della sua creazione affidandogli il potere di programmare la sua esistenza.
Già con la religione, l’uomo, ricrea se stesso attraverso dio da lui inventato mettendosi al suo servizio. Con l’immagine riesce ad andare oltre poiché, se apparentemente rimane libero di scegliere, in realtà, è l’immagine a indirizzare le sue scelte.

Dunque, riportare l’immagine alla sua dimensione originaria è un compito primario. Riportarla alle origini, ovvero, come semplice – con tutte le sue implicazioni – mezzo comunicativo è il compito di ogni mente libera.
La mente, per creare, deve essere libera da simboli e miti che ne determinano il suo divenire. Ovviamente, essere libera non significa  ignorarne l’esistenza e non crearne; i simboli e i miti sono parte integrante della mente creativa poiché è essa stessa a crearli; ciò che va evitato è il loro prevalere sulla mente umana.
Usare le immagini per comunicare non implica necessariamente che prevalgano sul loro creatore; casomai, il loro prevalere è determinato dalla falsa necessità, nell’uomo, di credere che, i simboli e i miti da esse derivanti, siano necessari per il suo divenire e che, pertanto, debbano essere ritenuti al di sopra di se stesso.
Concludendo, invece di usare le immagini per comprendere se stesso in rapporto al mondo, l’uomo usa se stesso per alimentare quel mondo immaginifico che determina le sue azioni col risultato che, nella realtà, sono le immagini a creare l’uomo e non viceversa.

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Il potere dell'immagine.
post pubblicato in Riflessioni, il 12 marzo 2012


 Viviamo in un mondo fatto d’immagini. Tuttoci viene proposto attraverso le immagini.

Ai margini delle strada dovecampeggiano enormi cartelli, sui muri dei palazzi, sui mezzi pubblici, nellestazioni, sui monitor di computer e televisione; ovunque volgiamo lo sguardo leimmagini ci guardano ammiccando sornione sicure che il messaggio penetrerà nel profondodella nostra mente stampandovisi in modo indelebile. In ogni ambito dellanostra ormai triste esistenza, ci propongono come dobbiamo comportarci.
Le immagini sono ormai ilnostro pane quotidiano. Senza d’esse non sapremmo cosa mangiare, come vestirci,che film vedere, che tipo di casa ci occorre e come arredarla, come allevare ifigli, quali negozi, bar, ristoranti frequentare … L’immagine è il modernosantuario ove attingere il nostro modo d’essere, come costruirci il nostromondo sia esteriore che interiore.

L’immagine, dunque, è il nuovosimbolo del vivere civile.
Il mito primo della nostra erache ci racconta la nostra storia nel divenire quotidiano, proiettandoci nelfuturo dell’astrazione simbolica di segni tratti dal mondo reale e manipolatida mani esperte per renderli credibili al fine di indirizzare le menti verso lacreazione di esigenze irreali, non conformi alla realtà.

L’immagine come religione e nonpiù come espressione artistica di una religione o, comunque, d’un modo d’esserese stessi nei confronti del mondo.
Quell’immagine un tempo alservizio dell’uomo, da esso inventata, diventa, nella società moderna,l’origine dell’uomo stesso dal momento che ne usurpa, attraverso il suo potereocculto - perché non dichiarato -, la centralità di essere demiurgo.
L’uomo, da creatore diventacreato perché si pone al servizio della sua creazione affidandogli il potere diprogrammare la sua esistenza.
Già con la religione, l’uomo,ricrea se stesso attraverso dio da lui inventato mettendosi al suo servizio.Con l’immagine riesce ad andare oltre poiché, se apparentemente rimane liberodi scegliere, in realtà, è l’immagine a indirizzare le sue scelte.

Dunque, riportare l’immagine alla suadimensione originaria è un compito primario. Riportarla alle origini, ovvero,come semplice – con tutte le sue implicazioni – mezzo comunicativo è il compitodi ogni mente libera.

La mente, per creare, deve essere libera dasimboli e miti che ne determinano il suo divenire. Ovviamente, essere liberanon significa  ignorarne l’esistenza enon crearne; i simboli e i miti sono parte integrante della mente creativapoiché è essa stessa a crearli; ciò che va evitato è il loro prevalere sullamente umana.

Usare le immagini per comunicare non implicanecessariamente che prevalgano sul loro creatore; casomai, il loro prevalere èdeterminato dalla falsa necessità, nell’uomo, di credere che, i simboli e imiti da esse derivanti, siano necessari per il suo divenire e che, pertanto,debbano essere ritenuti al di sopra di se stesso.

Concludendo, invece di usare le immagini percomprendere se stesso in rapporto al mondo, l’uomo usa se stesso per alimentarequel mondo immaginifico che determina le sue azioni col risultato che, nellarealtà, sono le immagini a creare l’uomo e non viceversa..


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A cosa serve la guerra?
post pubblicato in NOTIZIE, il 10 marzo 2012


La Presse

Undici anni di guerra non sono bastati a scalfire la società patriarcale Afghana.
E’ di alcuni giorni fa la notizia che il presidente Hamid Karzai ha approvato un nuovo codice di condotta proposto dal consiglio religioso Ulema (massimo organo religioso) che ripropone in massima parte il codice talebano.
Un atto distensivo verso gli insorti, tra cui i talebani, giustificato dal presidente come necessario per porre fine alla guerra, ma che risulta lesivo dei diritti delle donne afgane che si vedono catapultate nell’oscurantismo talebano dove la donna era considerata proprietà della famiglia patriarcale.
Questo ci riporta a considerare che le guerre, se pur avviate con tutti i buoni propositi dell’universo - cosa alquanto improbabile dato che le guerre hanno sempre avuto, e sempre avranno anche se mascherato dai buoni propositi, come scopo la conquista dei territori che oggi si traduce in conquista dei mercati -, alla fine producono sempre e solo morti e dolori alle popolazioni coinvolte.
Non fa eccezione quella in Afghanistan che, avviata ufficialmente dopo la distruzione delle torri gemelli a New York l’11 settembre 2001 con la giustificante di far fronte al dilagare del terrorismo internazionale e islamico, divenne gradualmente la base della teoria “dell’esportazione della democrazia” nei paesi a regime totalitario - ma solo nei paesi islamici, chissà perché!

Comunque sia e a parte le giustificazioni ufficiali, il punto rimane la sua crudeltà di fronte alla resistenza dei popoli interessati le cui culture millenarie, fortemente radicate nella popolazione - nel caso specifico e nel mondo mussulmano in generale -, non si lasciano coinvolgere dai presupposti su cui si basa la cultura degli “invasori” che pretenderebbero di imporre la democrazia senza tener conto della cultura preesistente.
La resistenza, in massima parte ,vale anche per le donne che, pur essendo fortemente penalizzate dalla cultura islamica - e pertanto, secondo noi, maggiormente motivate -, non si lasciano ammaliare dalle promesse di libertà pur desiderandola. Questo perché anch’esse vogliono il cambiamento in sintonia con la cultura islamica.
Un esempio reale ci viene dalla “primavera araba” dove, la dove si sono svolte le libere elezioni, hanno vinto i movimenti islamici.

Questo ci porta, o dovrebbe portarci, a considerare che ogni popolo ha il diritto di evolversi indipendentemente dal mondo circostante e in base alla propria cultura -  la storia italiana e europea dovrebbe insegnarci molto in proposito.
Che ogni popolo deve trovare da se la strada verso una società più giusta e equa. L’imposizione è sempre un fattore destabilizzante delle culture e, di conseguenza, si troverà sempre di fronte una forte reazione che invaliderà ogni tentativo di avvicinamento delle diverse culture esistenti.

Se, dopo 11 anni di guerra, non si è riusciti a scalfire - che anzi, rischia ora di riportare indietro la popolazione al punto di partenza - minimamente la cultura islamica in Afghanistan, la ragione sta proprio nel non aver rispettato la cultura esistente perché, al di la delle nostre convinzioni, rimane sempre il punto di riferimento di un popolo.

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Visco e la riforma del lavoro
post pubblicato in POLITICA, il 9 marzo 2012


 Visco: "Lavorare di più e più a lungo"  Giovani, 2 milioni non studiano e non lavoranoLa repubblica

 Occupazione giovanile e lavorare più a lungosono due obiettivi che si annullano a vicenda dato che il giovane va a occupareil posto dell’anziano che va in pensione, pertanto, più lavora l’anziano più ilgiovane deve rimandare la sua entrata nel lavoro. 

Inoltre, tanto per rafforzarela contraddizione, afferma che “l’Italia è un paese anziano e che per mantenereil livello di vita raggiunto “bisogna che si lavoro di più, in più e più alungo”.
Un ulteriore rafforzamentodella contraddizione è l’affermazione che “ci sono oltre 2 milioni di giovani,di cui 1,2 sono donne, che non lavorano, non studiano e non partecipano adun’attività formativa.

Già, due milioni di giovanidisoccupati, oltre ai precari che l’occupazione la stanno ancora sognando.
Ma questi due milioni dipersone senza occupazione come faranno a trovarla se gli occupati dovrannolavorare di più e più a lungo?
Una domanda che i nostrigovernanti e dirigenti pubblici, a quanto sembra, non si pongono. Così come nonsi pongono il problema della contraddizione tra la riforma del lavoro propostae le esigenze delle aziende; esigenze che non collimano affatto con il“lavorare di più e più a lungo” anzi, le aziende hanno la necessità, da sempre,di ridurre il personale proprio a causa dei cambiamenti produttivi e di mercatoavvenuti in questi ultimi decenni.

Secondo Visco, però, se sivuole aumentare l’occupazione bisogna contrastare le rendite di posizione e gliinteressi particolari.
Ma quali? Questo ce lo dicesempre Visco affermando che il mercato del lavoro va riformato vincendo leresistenze al cambiamento: “un migliore funzionamento del mercato del lavorocon la capacità di accompagnare, e non con la volontà di resistere alcambiamento, va di pari passo con mutamenti profondi nella strutturaproduttiva, dalla dimensione delle imprese manifatturiere alla concorrenza eall'efficienza dei servizi”, ovvero, l’adeguamento della società alle esigenzedi mercato.
Pertanto,secondo Visco, e non solo, le resistenze verrebbero da coloro che si oppongonoall’adeguamento della società alle esigenze del mercato. Coloro che antepongonol’individuo all’interesse economico. Resistenze che, se si vuole

Quello che Visco afferma è unasocietà legata, nel suo sviluppo, proprio a interessi particolari di settore enon libera da essi. Una società dove l’individuo è soggetto - senza più nessunadifesa se non quella di uno stato regolatore tra le parti ma legato, per suanatura, alla parte economica della società - ai capricci del mercato. Questoimplica la fine della società basata sulle trattative trai i vari settorisocio/politici ed economici. Una società dove la gestione dell’economia e dellaproduzione condizionerà l’intero sviluppo sociale e non solo nel campoproduttivo e distributivo ma anche in quello culturale in generale poiché tuttoavverrà in base all’utile che se ne ricaverà; senza utile niente strutture.

In una simile società cipotrebbe anche stare l’welfare e gli ammortizzatori sociali, ma a quale prezzo?

Sicuramente, l’individuo dovrà sottostare,per le sue esigenze lavorative, ma anche culturali e, comunque, non legate allavoro, alle esigenze dei pochi che gestiscono la vita pubblica - che nonsaranno necessariamente i politici - poiché tutto sarà deciso in base all’utileche si potrà ricavare.
Sarà l’utile che decideràquando lavoreremo e cosa produrremo (cosa mangeremo, cosa vestiremo, come cidivertiremo ecc).

Sanno benissimo che il lavoro per tutti è unsogno impossibile quando la produzione è affidata alle macchine, sanno che gliindividui saranno estromessi dal mondo del lavoro, ed proprio per questocontinuano a sviluppare formule che coprano la realtà determinata dallosviluppo. L’industria a bisogno, per investire nel cambiamento, dellapossibilità di diminuire la manodopera che, nell’attuale contesto, non puòoccupare il posto delle macchine: o la macchina o l’uomo! È questo il primoproblema, per l’industria, da risolvere.

Pertanto, parlare di occupazione, lavorare dipiù e più a lungo per creare occupazione attraverso nuovi investimenti èfuorviante e falso.

I NUOVI INVESTIMENTI – COME QUELLI VECCHI –SERVONO SOLO A MIGLIORARE LA TECNOLOGIA E, PERCIÒ, A DIMINUIRE IL PESO DELLAMANODOPERA.

Si può certo parlare di altri tipi di lavoro,ma quali? È forse possibile diventare tutti commercianti o lavoratoriindipendenti o artigiani senza intaccare il modello di vita raggiunto?


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Amore perduto
post pubblicato in POESIE, il 7 marzo 2012


Amore perduto;
in tanti cromatici cristalli
dal tempo dilaniato.

Eppure io ti amo
- nella solitudine
del mio sogno rovente
ove tutto è passione -
d’un sentimento breve;
intenso come fiamma
che brucia solitaria
nella notte dei tempi.

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Corpo di donna; pensieri nascosti.
post pubblicato in POESIE, il 5 marzo 2012


Corpo di donna
tenebroso, solare
- per caso trovato -,
nel profondo del sogno
ancestrale nascosto.
----------------
Corpo di donna
- sinuoso, agile,
quasi felino -
di profumi ricolmo,
strisciando t’insinui ...;
in spire contorte
vibrando m’avvolgi .
-----------------------
Corpo di donna,
diafana visione
di speranze ricolma.
----------------------
Corpo di donna
terra promessa,
- mai mantenuta -
d’un dio minore
geloso, nascosta.
----------------------
Corpo di donna
- fragile,
eppur cosi forte -
che mani estranee
indagano solerti;
d’un sogno perduto
cercando la fine.

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Tra amici
post pubblicato in POESIE, il 5 marzo 2012


Si discuteva per stare insieme                              
là, nella notte serena,
lontano dal bagliore,
le stelle, come fari, illuminavano
di noi i segreti nascosti,
nel profondo rinchiusi;
fu discutendo che scoprimmo
il significato delle parole
che, libere, da noi fluivano
inconcludenti ma sincere.

Ma non questo contava,
che, stare insieme,
significava suggellare
la nostra amicizia e,
le parole,
anche se dette d’istinto,
- anzi, proprio questa era la forza
che in noi legava il sentimento -
rimanevano sospese tra noi
a rendere perenne il significato
del nostro dire cose insignificanti
ma,  non per questo, inutili.

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Propaganda elettorale in spregio alle leggi
post pubblicato in NOTIZIE, il 4 marzo 2012


Bresciapoint
Sembra che la lega bresciana, dopo la storia del polo scolastico di Adro, dove la giunta aveva fatto mettere ovunque il simbolo leghista del “sole delle Alpi” tirandosi addosso critiche da ogni parte, ci stia riprovando a utilizzare il suolo pubblico contro ogni regola.

Succede a Desenzano, sulla sponda sud del lago di Garda, che l’aspirante sindaco leghista  faccia mettere sul selciato i manifesti della sua campagna elettorale anziché negli appositi spazi.
I manifesti di 2x2 metri (foto sopra) sono stati posti sul selciato occupando il suolo pubblico in spregio alle regole sulle affissioni pubblicitarie.

Una trovata niente male se non fosse che la pubblicità deve seguire delle leggi, tra cui anche il pagamento di una tassa, a cui, evidentemente, la lega se ne fotte.
Una trovata che ha tutto il sapore della provocazione in linea con la nuova politica del ritorno alle radici del partito Bossiano e che, per questo, e in ragione della sua pretesa rappresentanza di un popolo indipendente, si arroga il diritto, non solo di occupare (che comunque non durerà a lungo poiché nessuno è tenuto a rispettare un manifesto posto sul selciato) il suolo pubblico ma anche di ignorare le leggi civili della convivenza.
Un comportamento dal sapore d’inciviltà tutta leghista.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 4/3/2012 alle 17:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Giornata mondiale della famiglia: la giunta milanese decide di finanziare, con tre milioni di euro, la visita del papa a Giugno,
post pubblicato in NOTIZIE, il 4 marzo 2012


Foto dal sito Stefano Bisi
Il Giorno
Sono tre milioni e 100 mila euro la cifra destinata dalla giunta di Milano per la visita del papa in città in occasione della giornata mondiale della famiglia che si terrà a Giugno.
La cifra servirà a potenziare i servizi necessari.

Tre milioni sono una bella cifra considerando il momento di crisi che stiamo attraversando e le difficoltà di troppe famiglie che si trovano in situazioni di disaggio. Tre milioni che, sicuramente, si potrebbero spendere in modo più reale per sostenere le famiglie.

La cosa che colpisce, in negativo, di più è la leggerezza con cui la chiesa organizza questi ritrovi; leggerezza che risulta ancor più grave se si considera il motivo: famiglia, lavoro e festa (giorno di riposo domenicale), dove il primo è il contenitore degli altri due ovvero, il lavoro e il giorno di riposo intesi come necessità per una vita familiare serena. Praticamente si parla di diritti degli individui - nello specifico, organizzati in famiglie - che sono sacrosanti e che vengono affrontati da sempre in ambito laico senza per questo organizzare megaritrovi dispendiosi di risorse. Risorse che, se proprio avanzano - il che è impossibile data la situazione - sarebbero più utili se usate nell’ambito di una politica del lavoro e di ulteriori aiuti alle famiglie in difficoltà.

Ma non è tanto la chiesa e il papa quanto il comune che, mettendo a disposizione un’ingente somma di denaro pubblico per sostenere un incontro che riguarda una parte della società che, se pur teoricamente maggioritaria (?), non da il diritto di spendere i soldi di tutti - tanto più che il papa non viene in Italia per una visita ufficiale di stato ma per curare i propri interessi, nello specifico, misurabili in “anime” - dimostra poca sensibilità nei confronti delle famiglie reali.
Lettera del papa

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 4/3/2012 alle 10:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Come realizzare un’opera pubblica stando all’opposizione.
post pubblicato in POLITICA, il 2 marzo 2012


L’Arena
Succede a Verona che il sindaco Tosi, rispondendo ad un’accusa del PD sul “traforo delle Torricelle”, dica: “è inutile che il centrosinistra prometta che se vincerà le elezioni non procederà con l'opera, a meno che non intendano pagare milionate di euro di penale. Dovranno farla così come noi abbiamo dovuto fare il parcheggio di piazza Corrubbio, anche se eravamo contrari”. E ancora: “non c'è possibilità di tornare indietro, anche se perdessimo le elezioni, poiché c'è la dichiarazione di pubblica utilità e quindi è vincolante per chiunque amministri la città. È un percorso impossibile da interrompere, pena dover pagare milionate di euro per danni. Detto questo spero che la campagna elettorale resti sui binari della correttezza e della verità
Insomma, basta iniziare l’opera perché questa venga comunque realizzata al di la della sua utilità, dei costi e di eventuali ulteriori tasse anche se cambia la maggioranza.

Una cosa assurda in una democrazia dove le opere pubbliche dovrebbero essere almeno concordate da una commissione formata da tutti i partiti componenti della giunta in pari numero e non in base a interessi elettorali.
Questi metodi servono solo a creare sprechi inutili poiché, l’opera, se gestita da chi la propone, sicuramente avrà un iter molto più veloce perché, essendo motivato, cercherà in tutti i modi di portarla a termine nel migliore dei modi. Nel caso si dovesse verificare un cambio di maggioranza nell’amministrazione, se la nuova maggioranza non ritiene utile l’opera - come nel caso proposto - cercherà ogni pretesto per bloccare o, quantomeno, rellentando la messa a punto dell’opera per dimostrarne l’inutilità.

Questo succede quando le decisioni vengono prese in modo unilaterale senza l’appoggio di tutte le componenti della giunta. Certo, si può dire che, comunque, la maggioranza, come rappresentante della maggioranza dei cittadini, ha il diritto di decidere anche senza l’appoggio delle altre componenti politiche. Verissimo. Ma la maggioranza non è eterna. Può capitare che duri più di una legislazione, ma, prima o dopo cade lasciando il posto al suo contrario. Ed il problema è proprio questo. Una nuova amministrazione che prende in carico le opere iniziate anche se non le condivide.

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permalink | inviato da verduccifrancesco il 2/3/2012 alle 13:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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