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ISTRUZIONE E APPRENDISTATO

Nella finanziaria 2010 è inserito un emendamento del relatore Giuliano Cazzola dove si legge che «l'obbligo di istruzione (fino a 16 anni, n.d.r.) si assolve anche nei percorsi di apprendistato per l'espletamento del diritto dovere di istruzione e formazione». Di fatto, dunque, si potrà cominciare a lavorare come apprendisti già a 15 anni e questo varrà come se si fosse stati in classe.

Un provvedimento che presuppone che si possa istruirsi lavorando mettendo sullo stesso piano la formazione professionale (apprendimento  delle tecniche utili alla produzione o alla gestione della stessa) e istruzione (apprendimento della cultura, principi base e loro approfondimento, delle discipline di cui è composto il sapere umano). Due cose completamente diverse.
Va considerato anche che, in Italia, esistono scuole tecniche per la formazione professionale e, i ragazzi che le scelgono, lo fanno per studiare.
Inoltre, l'apprendistato, nell'attuale assetto tecnologico industriale, può anche non richiedere una formazione approfondita - nella mia esperienza, lavorare su macchine a controllo numerico (compiuterizzate), comporta, al massimo, qualche mese di prova, perciò, l'apprendista passerà direttamente alla produzione e, dato che, i contratti di apprendistato comportano un trattamento peggiore dei contratti normali, egli lavorerà ne più ne meno come un operaio a un costo più basso. Questo vale anche per le ditte artigiane (tutte le aziende con meno di 15 dipendente al di la del tipo di produzione) che producono manufatti con mezzi tecnologici avanzati.

Dunque, ridurre gli anni di scuola, comporta, necessariamente, anche ridurre la cultura generale di quanti, per vari motivi, tra cui, sicuramente, il più importate è la necessità economica famigliare di recepire un ulteriore reddito e non la poca volontà, decideranno di lasciare la scuola un anno prima.
Incentivare, da parte dello stato, la rinuncia all'istruzione - ma anche alla formazione professionale perché, i ragazzi che escono dalla scuola, difficilmente ne rientreranno e comunque, coloro che lo fanno saranno in numero minore - tra l'altro in controtendenza con le direttive europee che portano la scuola dell'obbligo a 18 anni ( e bisogna dire che, QUESTO GOVERNO, si richiama alle direttive UE quando ne ha interesse e se ne dimentica quando non ne ha) anziché incentivarla, significa creare una classe operaia meno preparata sia sul piano culturale che quello professionale.
Questo, se valutiamo anche lo spostamento dell'età pensionabile a 65 anni per tutti, ci porta a chiederci di quale lavoro stiamo parlando. Se una persona incomincia a lavorare a 15 anni e lavora fino a 55 se va in pesione con 40 anni di contributi - sempre che lavori senza interruzione e comunque, andrà con una pensione che difficilmente gli consentirà di vivere - oppure fino a 65, il che è più probabile, occupa il posto per molto più tempo rispetto al passato, conseguenza di ciò sarà l'impossibilità, per il ragazzo, di trovare lavoro, a meno che non si facciano contratti per un solo anno, e poi?
Magari entreranno a far parte del "PIANO BRUNETTA" che propone, per far fronte ai suoi bamboccioni, uno stipendio da 500€ togliendoli alle pensioni di anzianità, cioè ai genitori, ma qui entriamo in altro problema.
Il nodo più importante di questa emendamento rimane, comunque, la volontà dell'attuale maggioranza di ridurre la cultura nelle classi meno abbienti (e qui va considerato che il numero di tali classi sta aumentando) che dovrebbero, secondo loro, limitarsi ad una cultura professionale a sua volta limitata a certe branche dell'attività umana: produzione di beni, distribuzione degli stessi e quelle attività che non comportano un'elevata conoscenza, escludendo naturalmente il lato dirigenziale delle stesse.
Emendamento, dunque, che mira, non tanto all'inserimento dei ragazzi nel lavoro, ma ad escluderli dall'istruzione.


 



Pubblicato il 25/1/2010 alle 15.10 nella rubrica LAVORO.

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